Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 8

Chapter 83,599 wordsPublic domain

Gli Stati a governo d’un solo o di più, costituitisi in tal maniera, proseguono fra loro le lotte cominciate fra le tribù; i più forti invadono i meno, i montanari piombano su’ pianigiani; e gli uni per difendersi, gli altri per assalire, stringono confederazioni. Questa forma è antichissima in Italia, e naturale in paese suddiviso da monti e fiumi, sicchè mal poteano avervi luogo i vasti imperj che fecero schiava l’Asia, nè l’unità nazionale che fece potenti alcuni popoli moderni.

Paese bello, ed aperto per così lunghe coste, facilmente era invaso da genti che o l’ambizione chiamava di lontano alle conquiste, o la sovrabbondante popolazione o un vincitore snidavano dalle terre natìe; oppure da colonie che cercavano una patria nuova. I capi degli invasori spartisconsi il paese, rendono sudditi gli originarj che non sappiano difendersi o fuggire, e concentrano il dominio nella gente vincitrice. Talvolta un altro popolo sopraggiunge al primo conquistatore e gli strappa la signoria, ovvero patteggia con esso, mettono in comunione gli Dei, e si spartiscono gli uffizj[106]. Così si sovrappongono genti a genti, separate per origine: pure, conservandosi le singole unite fra sè, ne derivano distinzioni di classi; e l’una ha il privilegio delle armi, l’altra del sacerdozio; una ai traffici, l’altra all’agricoltura; distinzioni non cancellate dal tempo nè dalla superiorità numerica dei vinti.

[INVASIONI. TIPI MITICI]

In questo accostarsi e sovrapporsi di popoli, ognuno reca tradizioni, e queste si mescolano, trasponendo tempi e luoghi, accumulando s’un personaggio le imprese di molti, confondendo gli avvenimenti umani colle vicende della natura o colla storia degli Dei; sicchè riesce difficilissimo l’appurare alcuna verità, e l’assegnare epoche anche approssimative, anzi perfino lo stabilire una priorità fra gli avvenimenti che precedono la storia.

Ne’ personaggi pertanto che questa ricorda, si può piuttosto vedere simboleggiata un’età, uno stadio dell’incivilimento; e sebbene forse davvero il loro sandalo abbia calpestato la terra, il tempo ne cancellò l’orma, e la poesia ne ingrandì la statura fino a comprendervi un’epoca intera. Eruditi nostri contemporanei diressero robusti e sensati sforzi a scoprire la verità di sotto al velame della mitologia, e indietreggiare così i tempi storici: ma delle controverse loro conchiusioni una critica più schifiltosa si valse per rigettare nella mitologia anche parte di quella che soleasi accettare per istoria. Comunque sia, giova conoscere quegli eroi e que’ numi primitivi, perchè da essi trapela l’indole delle nazioni; indole che poi resiste ai sovvertimenti, ed entra come elemento nella futura civiltà.

[RELIGIONI]

I popoli non sono uniti e ordinati soltanto dalla forza e dalla parentela, ma anche da credenze e da riti. Colla parola l’uomo ricevette ab origine le verità primitive, che non avrebbe potuto acquistare coi sensi, e che poi furono offuscate dal peccato, il quale pose in disaccordo l’intelletto, la fantasia, i sensi. Offuscate, non tolte; e i popoli qual più qual meno ne conservarono, e si può riconoscerle di mezzo agli errori onde vennero contaminate. Alcuni uomini, o piuttosto alcune tribù raffigurate in personaggi quali furono per noi Giano e Saturno, custodirono più pure quelle verità, e insegnandole si fecero dirozzatori delle nazioni. La credenza d’un Dio unico era comune fra que’ nostri progenitori; ma ciascun popolo immaginava questo Dio sotto nomi e figure e simboli e attribuzioni differenti. Varie genti o confederandosi o soggiogandosi mettevano in comune il proprio dio, e veniva così a formarsi nel concetto vulgare un Olimpo di divinità. La moltiplicità delle quali non fu da principio che moltiplicità di nomi secondo le lingue; ma dall’adorazione di un Dio sotto nomi diversi era facile lo sdrucciolare all’adorazione di diversi Dei. I sacerdoti e i savj li tenevano come multiformi manifestazioni dell’Ente per eccellenza, e questo arcano insegnavano ne’ misteri: ma perchè il privilegio di offrire sagrifizj, consultare gl’Iddii, palesarne il volere, offriva comodità di dominare sui vulghi e dirigerne le cieche volontà in nome del Cielo, a questi insegnavasi una religione subordinata all’interesse di pochi, e acconcia alle grossolane fantasie. Così i sacerdoti, indotti non tanto da capriccio d’ingannare, quanto dall’istintiva necessità de’ men buoni di sottostare e ricevere educamento e direzione, valevansi della scienza a strumento di potere; onde formavansi i governi teocratici, mirabilmente opportuni a popoli rozzi, perchè l’oracolo della divinità dispensa dal dovere spiegare le necessità e le combinazioni politiche. E dove Varrone, nella _Rustica_, dice che la religione in Italia fu sempre dominata dall’interesse, null’altro credo significhi se non la pendenza pratica che sempre fu carattere della nostra nazione: dove il fine sociale è indicato dallo stesso nome latino di _re-ligio_, cioè rannodamento.

[DEI. FESTE]

Ma se la diversità dei culti italici palesa le molteplici origini della popolazione, si trova che, dal fondo delle tradizioni primitive, tutti dedussero idee sublimi della divinità. Nel carme Saliare, Giano era detto _deorum deus_[107], e questo solo fra i numi antichi non trovasi contaminato di colpe. Ma riservando i dogmi più puri agl’iniziati, al vulgo si porgeva quel culto materiale della natura, che dicemmo derivato dalla supposta dualità de’ principj: sicchè adoravansi Opi e Saturno, dio e dea della terra, il Tevere, il Numicio, il Vulturno; e le divinità moltiplicaronsi, fino ad averne ogni fonte, ogni casa, ogni città, nel culto tutto nazionale dei Genj[108]. Anna Perenna, la madre nudrice, era figurata nella luna che presiede all’anno, venerata nel fiume Nemi, con feste tutte gajezza e canzoni oscene; a Pale, dea de’ pastori, continuò feste anche Roma conquistatrice colle ferie Latine e coi Lupercali, in rimembranza dell’agreste origine sua; Fauna o Fatua, buona dea della pudicizia, era venerata da sole donne e al bujo; sotto ficaje selvatiche celebravansi le None Capretine; contro le malìe invocavasi Cardina, contro i fulmini Furina; Carmenta, colle sorelle Antevorta e Postvorta, alludeva ai parti; Tacita era madre dei Lari; e appellano a quelle vetustissime tradizioni Fortunata, Mania, Larunda, ed altre donne venerate. Ogni lavoro campestre era raccomandato a un nume particolare: Seja e Segestia proteggano i grani seminati, Proserpina quelli in germoglio, Nodoso quei che allegavano, Putelina quelli spigati, Tutulina quelli conservati ne’ granaj; e Roma invocava il Dio Vangatore, Ripastinatore, Aratore, Solcatore, Innestatore, Erpicatore, Sarchiatore, Suroncatore, Mietitore, Adunatore, Ripostore, Porgitore[109]. È ben a dolersi che siansi perduti gli _Indigitamenta_, ove i sacerdoti aveano raccolto i nomi e le storie di ben trentamila divinità, il cui complesso ci avrebbe porto idee men triviali sulla teogonia antica, e insieme sulla scienza umana, che ai primordj della civiltà non si esprime che colle forme della divina.

Nelle feste Fordicidie si sagrificavano trenta giovenche pregnanti; nelle Sementine imploravasi prospera la seminagione; nelle Rubiginali la preservazione dal bruciore, versando sul fuoco del vino e le viscere d’una pecora e d’un cane. Nelle Terminali i due confinanti ergevano un’ara, la donna vi portava il fuoco, il padrefamiglia formava il rogo, il fanciullo vi buttava del frumento, la figlia presentava del miele, si libava vino, s’immolava un agnello o una porchetta, e banchettavasi: festa derivata dai Sabini. Immagini ingenue se volete, ma inette ad elevare l’uomo a sane idee sulla natura di Dio, e alla pratica della pura morale.

I Sabini veneravano Matula dea della bontà, Mamerte (Marte) colla moglie Neriene dea della forza, Vacuna della vittoria, Feronia della libertà, Vesta della terra e del fuoco, Sanco, dio dai tre nomi (_Sancus Fidius Semon_), Sorano e Februo ministro della morte, e Sumano del fulmine. Nel 1848 presso Agnone nel Napolitano fu trovata una lamina di bronzo; in cui per ventisette linee d’una parte e ventitre dall’altra in osco si enumerano da venti divinità indigene, Giove custode del Comune e regolatore delle fatiche giornaliere, Panda guardiana delle messi, Geneta preside alle nascite, Ercole custode del limitare e della proprietà, e così via.

L’osceno Fallo è spesso rappresentato sui monumenti italici e sulle tombe. Singolarmente era adorata la Fortuna sotto infiniti nomi, chiedendone i responsi colle superstizioni più varie. A Preneste si deducevano le sorti da bastoncelli mischiati alla rinfusa, e tratti fuori dal supplicante; pratica germanica: due automi con cenni complicati rivelavano la buona o la trista ventura ai Volsci: nel tempio di Giunone a Vejo un’altra immagine augurava col capo. Qualcosa di barbaro e di antico conservava il culto di Circe, la gran fata delle trasformazioni, che compare sui promontorj a sgomento de’ naviganti; e ben tardi si continuò la devozione di lei sui capi, quel di Sorano sulle alture, di Feronia alle paludi e fontane.

A tali culti personali e topici mancava ogni unità di fatto o d’idea; nè le divinità aggregavansi in famiglia, ma ermafrodite da prima, poi decomposte in maschio e femmina, sempre però sterili, sinchè non vi s’intrecciarono le favole greche. Leggendo che gli Dei non avevano statue, forse dobbiamo intendere che non si effigiassero in sembianze umane: in fatto il Marte sabino era venerato in forma di lancia; anche dopo introdotto il culto idolatrico, il fuoco della dea Vesta continuò ad ardere silenzioso sull’altare senza immagine; e ne’ tremuoti pregavasi senza invocare alcun dio conosciuto e determinato.

[FIEREZZA PRIMITIVA]

Quando poi la città romana assorbiva le altre d’Italia, anche le religioni particolari venivano assorte dalla vincitrice, e gli Dei locali da quelli di Roma che più vi somigliavano. Da qui i moltissimi nomi od epiteti attribuiti a ciascun dio, talmente che Varrone ebbe a contare trecento Giovi in Italia. Taluno anche degli Dei sabini penetrò con quelli de’ conquistatori, come Semone Sanco allato al Giano latino: ma del culto locale e famigliare, tanto italico d’indole, rimase traccia negli Dei domestici delle varie genti (_sacra gentilia_, _dii gentiles_).

L’espiazione, fondamentale concetto delle religioni, portò da principio fino a sacrifizj umani, che si continuarono in tempi di men fiere consuetudini[110]. In Falera immolavansi fanciulle a Giunone: nelle _primavere sacre_ facevasi voto di sacrificare agli Dei tutto quanto nascesse in quella stagione, non eccettuando i figliuoli; poi fu sostituito di mandar questi altrove in colonia. Nelle feste Argee venivano buttate persone nel Tevere, delle quali poi tennero vece ventiquattro o trenta figure di giunco: nelle Larali, teste di fanciulli, surrogate poi da papaveri. Terribili riti praticavano i Sabini: nei gravi frangenti di guerra, i soldati, accolti in un ricinto scarso di lume, fra il silenzio, le vittime e le spade, doveano giurare obbedienza, con tremende imprecazioni contro chi vi mancasse. Dal monte Soratte scendevano gl’Irpi, calcando a piè nudo carboni ardenti. I Marsi maneggiavano serpi, secondo n’erano stati istruiti dalla maga Angizia, cui veneravano nel sacro bosco presso al lago Fucino[111]. Queste ed altre memorie accennano la fierezza de’ primitivi abitatori, che fu poi temperata da’ tesmofori. I quali, regolando nel credere e riformando nel vivere, se non riescono ad abolire la guerra, la moderano col dritto feciale, per cui un sacerdote presentasi all’offensore, assegnandogli un termine entro il quale riparare i torti; scaduto questo indarno, gli è intimata nimicizia.

Le religioni rendevano dunque reale benefizio alla società, al brutale diritto della forza opponendo leggi sancite da una volontà superna. È vero che i sacerdoti non rappresentavano il popolo, nè sostenevano i diritti di questo: ma intanto moderavano i prepotenti, frenavano i vizj, diffondevano concetti di giustizia, di moralità, e ai re metteano per limite i dettami della coscienza, o le cerimonie e i decreti degli Dei.

[SIMBOLISMO. AFFRATELLAMENTO]

Spesso le costituzioni sociali e i governi riproduceano in terra l’immagine del Cielo; o i numeri simbolici, tratti da idee sovrasensibili, ripeteansi nei fatti umani. Così i trecento senatori di Roma corrispondono ai giorni dell’anno ciclico di dieci mesi: trenta porcellini partorisce la troja veduta da Enea sul posto ove Roma sorse: trenta città componeano la federazione latina: trenta Sabine furono rapite, dal cui nome Romolo intitolò le trenta curie: sono sette i colli di Roma, due volte sette le regioni d’Augusto; dodici le città fondate dai Pelasgi e dagli Etruschi, come dodici avoltoj appajono a Romolo. Mentre degli Etruschi, come d’altri popoli marittimi, era rituale il numero 12, il 10 era rituale per gl’Italioti, come pei popoli meno civili; e il 3 e il 10 vediamo dominare ne’ primitivi fatti dell’Italia e di Roma.

[COSTUMI]

Civilmente la religione serviva di vincolo alle popolazioni isolate. Il luco Ferentino, oggi Marino, quello sacro a Diana presso Aricia, l’altro di Venere fra Lavinio e Ardea servivano a convegni religiosi comuni: i Toscani s’accoglievano nel tempio di Voltumna, i Sabini in quello di Cere: sul monte Albano alle ferie Latine consumavasi solenne sacrifizio, distribuendo carne a tutte le tribù del Lazio, alle quali il comune dio Fauno rendeva oracoli dal profondo della selva Albunea.

In questi periodi della società (non proprj dell’Italia più che del restante mondo) si va estendendo l’idea di doveri reciproci, dapprima comprendendo la sola famiglia, poi la tribù; ma chiunque è fuor di questa, vien considerato come nemico, si può ucciderlo, ridurlo servo, non altrimenti che si farebbe d’una bestia. L’aggregazione in città e Stati allarga questo sentimento; viepiù la religione: ma sempre troveremo abbracciarsi nell’idea del dovere soltanto i membri della propria società; finchè il vangelo, annunziando la fratellanza di tutti e un’unica religione universale, gli estenda a tutti i figli di quel Padre nostro che è ne’ cieli.

Del resto le eterogenee popolazioni vivevano di vita distinta, ciascuna maturando una civiltà particolare. Il nome di patria rimase ristretto ad angusto territorio; e ben poche genti troviamo annodate in qualche titolo più generico, e collegate a feste o in assemblea politica quelle d’una medesima stirpe. Al più stringevano lega coi vicini, duratura quanto il bisogno; e il pensiero di unità nazionale, quand’anche noi sapessimo estranio alle popolazioni antiche, restava impedito dalle reciproche gelosie. Che cosa s’intendesse per popolo, e quanta parte esso pigliasse ai pubblici maneggi, difficile è determinarlo. Dappertutto troviamo la potenza aristocratica temperata dalla sovranità popolare. Ad un senato, composto dei padri della gente conquistatrice, spettavano i riti religiosi, le cariche, l’interpretar leggi, la scienza divina e l’umana; sicchè l’aristocrazia era sempre appoggiata sulla religione, per la quale discernevasi dalle plebi. Il Comune dei nobili formava la curia[112]. I prischi Latini, Equi, Sabini aveano imperatori e dittatori, sottomessi però alla sovranità nazionale: i Lucani in guerra sceglievano un imperatore, che congiungeva il comando militare e la civile supremazia: e tale era pure il _meddix tuticus_ degli Osci, Volsci e Campani.

I Marsi erano lodati per frugalità e valore; i Sabelli per incolta costumatezza, e le donne loro e le Apule e Sannite per saviezza e sobrietà: ai Lucani predatori faceano contrasto i Sabini pii e giusti; ai molli e timidi Picentini i bellicosi Peligni e Sanniti, devoti a libera morte. Questi, d’educazione robusta[113], pomposi nelle armi, frugali nelle case, allevatori di mandre e puledri, e tessitori di lane, contraevano i matrimonj in freschissima età; in una giornata solenne sceglievano i dieci giovani meglio costumati e prodi, e davano loro l’arbitrio di eleggersi le spose[114]; ove se ne rendessero indegni, n’erano separati. Fra gli Umbri usavano le ordalie, simili ai giudizj di Dio praticati nel nostro medio evo[115], dove la divinità era chiamata immediatamente ad attestare con un miracolo la verità discussa o l’innocenza calunniata. L’atrio (forse così nominato dagli Adriani, e tutto proprio della nostra architettura) esprime un vivere comune e all’aperto; e colà, intorno al fuoco dei Lari, s’adunavano i fanciulli e le donne, non chiuse ne’ ginecei; e gli schiavi stessi[116], de’ quali grandissimo era il numero.

[FORESTE. AGRICOLTURA]

I dintorni di Roma erano tutti bosco: nella foresta Gallinaria in Campania, anche ai migliori tempi di Roma, ricoveravano masnadieri[117]: la foresta Ciminia pareva a Livio impenetrabile e spaventosa quanto quelle della Germania: Virgilio accenna la foresta di Sila, che le montagne del Bruzio ombrava per settecento stadj[118]: di piante era coperto il Gargàno, e così le colline circostanti a Vejo. Dionigi d’Alicarnasso ammirava le foreste sui colli e nelle vallate della Cisalpina, da cui si traevano begli alberi da costruzione, trasportandoli pei tanti fiumi ond’è solcato il paese, e che tanto giovano al baratto delle merci e derrate[119]; dal loro paese i Liguri asportavano tronchi di rara grossezza, e il legname de’ paesi bagnati dal Tirreno era cerco a preferenza di quello dell’Adriatico[120].

Questi boschi, di cui più non rimane vestigio, doveano rendere men torrenziali i fiumi e più rigida la temperatura: in fatto Orazio vedeva biancheggiare d’alta neve il Soratte, avvenimento ora insolitissimo; nel 480 di Roma il gelo fece morire molti alberi fruttiferi, quaranta giorni durò la neve sul suolo, il Tevere agghiacciò; e fra le superstizioni, Giovenale accenna d’una donna che rompeva il ghiaccio d’esso fiume per farvi le sue abluzioni. Pure Columella avea letto nell’agricoltura di Saserna, che contrade, dove lo stridore del verno non lasciava vivere olivi e viti, allora intepidite davano abbondantissimi oliveti e festante vendemmia[121]. Varrone fa coglier l’uva nel Lazio al fin di settembre, e il grano al fin di giugno[122], che sarebbe alquanto più tardi d’adesso: ma secondo Columella, agli idi di gennajo si mette mano ad arare, e cacciar il bestiame dai pascoli ove comincia a venir l’erba; Palladio agli idi stessi dice si seminava l’orzo gallico[123]; e i calendarj fissano al 25 febbrajo il comparir delle rondini, e al 26 agosto il sorgere della costellazione del vendemmiatore.

[AGRICOLTURA]

Ben presto d’agricoltura prosperò l’Italia, e prodotto principale era il frumento, massime il _triticum durum_, usitatissimo col nome di _far_ o _adoreum_, e il _triticum compositum_, tanto fruttifero, che a Leonzio in Sicilia dava sin cento chicchi per uno[124]; e non che bastare al paese, si mandava fuori[125]. La segale era coltivata soltanto dai Taurini[126]; poco l’avena: l’orzo serviva solo agli animali domestici: del miglio e del panico, ricchezza della fertile Campania, si faceva pane e minestra.

[PIANTE]

Molti e squisiti vini; talchè, anche dopo conosciute Grecia e Spagna, Orazio onora di suo difficile gusto quasi unicamente i nostrali, e Plinio dice che di questi soli imbandivansi le imperiali mense. Columella e Plinio nominarono da cinquanta specie di vigne, ed è difficile l’accertare quali essi indichino coi differenti nomi, mentre neppur oggi ci accordiamo a riconoscere al nome quelle che si coltivano tuttodì. Certo grandissima cura vi adoperavano intorno, e studiavano a non mescolar le specie, e assegnare a ciascuna il terreno appropriato, acciocchè conservassero le proprie qualità. La vite coltivavasi già allora come oggidì, traendo profitto dal terreno frapposto; ed ora si lasciava serpeggiare per terra, ora sospendevasi a pali o ad alberi, quali il pioppo, l’olmo, la quercia; e credevasi migliore il vino delle più elevate. Ma Cinea ambasciatore di Pirro, assaggiando il vino d’Aricia, esclamò:—Non mi fa meraviglia se è così aspro, essendo la madre attaccata a una forca sì alta». Oggi pure gli stranieri stupiscono della nostra storditaggine, essi che legano le viti a bassissimi pali: ma il vario suolo esige varia coltura; e se abbiamo vigneti bassissimi e fin a terra in Lombardia, chi conosce il Polesine, il Ravegnano, la Puglia, comprenderà che cosa significassero i maritaggi delle viti coll’olmo e coi pioppi, e come fosse possibile far tavole e porte con tronchi di vigna segati.

Conosceasi il torcere il picciuolo de’ grappoli già maturi, alcuni giorni prima di coglierli, come ora si pratica col tokai; spampanavansi; talvolta si sgranavano le uve, poi si pigiavano, si torchiavano, e il succo facevasi colare in una cisterna di mattoni intonacata. Il vino torchiato era di seconda qualità. Il migliore talvolta raccoglievasi in capaci olle, e si lasciava sottacqua per un mese e più, presumendo con ciò togliergli la tendenza al fermentare: sommergendolo nel mare, si credeva acquistasse il profumo di vecchio. Altre volte nell’està seguente esponeasi per quaranta giorni alla vampa del sole. Da poi si scoprì che l’acqua di mare, ridotta a un terzo col bollire, ed aggiunta al vino, lo _maturava_. Coll’ebollizione pure si restringeva il vino troppo acquoso e talvolta formavasi il vin cotto: metodi tutti non affatto dismessi.

Grand’attenzione si prestava a tagliare i vini, mescolando le varie qualità; e vi si univano pece, trementina, fiori di vite, bacche di mirto, foglie di pino, mandorle amare, cardamomo, altre erbe fragranti. L’acidità se ne correggeva introducendo creta, latte, conchiglie pestate, gesso, ghiande torrefatte, scorbilli di pino; o tuffandovi un ferro rovente: aggiungeanvi pure del solfo, ma non pare vel bruciassero per solforare come oggi si fa, nè che si sapesse chiarificare coll’albume d’uovo, sebbene Orazio indichi che a ciò s’adoprava talvolta il torlo d’uovo di piccione.

Il professor Tenore e il danese Schouw vollero ricercare quali piante fossero conosciute nell’antico Pompej, inducendolo e dagli avanzi che se ne scoprono e dalle pitture. Queste rappresentano talvolta paesi egiziani od altri stranieri, oppure del tutto fantastiche, come quella dove un lauro rampolla dal fusto d’un dattero: ma quando pare si volesse copiare il vero, gli alberi più consueti sono il pino pignuolo e il cipresso, il pino d’Aleppo, l’oleandro, l’edera: si trovarono anche pinocchie carbonizzate; ma non le due vegetazioni, oggi caratteristiche di que’ paesi, l’agave americana e il fico opunzio, introdotte solo dopo scoperta l’America. È difficile accertare se fosse coltivato il dattero, che nelle pitture di Pompej figura soltanto in soggetti egizj o con significato simbolico. Teofrasto dice abbondava in Sicilia la palma nana (_chamerops humilis_), che oggidì trovasi appena rarissima nella baja di Napoli, ed è la sua gemma terminale quella che alcuni scambiarono per un ananas. Il cotone, che ora veste i campi attorno a Pompej, non appare dalle pitture, e coltivavasi solo nell’India e nell’Egitto, donde fu recato fra noi dagli Arabi. Ignoto era pure il gelso bianco. Vedonsi cipolle, rafanelli, rape, zucchette e mazzi d’asparagi, che non somigliano ai nostri coltivati. L’ulivo era delle coltivazioni più importanti, e alcuni de’ suoi frutti si trovarono in conserva. Fichi e viti erano comunissimi; e peri, pomi, ciliegi, pruni, peschi, melogranati, nespoli compajono nelle composizioni: ma non mai nè limoni, nè cedri, nè aranci, che sembra non s’introducessero qui prima del iii secolo. De’ cereali il più coltivato era il frumento, poi l’orzo; non la segale, nè l’avena: è dipinta una quaglia che becca una spiga d’orzo, e un’altra una di panico.

[ANIMALI]