Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 7

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[POPOLI DELLA MEDIA ITALIA]

Così incerti sui maggiori, qual meraviglia che degli altri abitanti d’Italia poco più che i nomi ci siano conosciuti? Nella settentrionale gli Orobj (vocabolo generico che, come Aborigeni e Taurisci ed Ernici[86], non significa altro che abitatori dei monti) stanziavano fra i laghi di Como e d’Iseo, e fabbricarono Como[87], Bergamo[88], Liciniforo[89], e Bara del cui posto si disputa[90]. Sono asserzioni di Plinio solo, il quale le appoggia al perduto Catone.

I Veneti, popolo illirico, stendeansi da un lato sin alle foci dell’Adige, dall’altro alle alture fra questo fiume e il Bacchiglione. Illirici pure, il che forse vuol dire pelasgi, erano i Liburni assisi sulle coste dell’Adriatico, e i Dauni all’estremità della penisola; e fors’anche gli Euganei, che coltivavano i monti e le valli circostanti ai laghi Lario, Sebino, Benàco, dopo che i Veneti li respinsero dai colli padovani, denotati ancora col nome loro. Danno l’origine stessa agli Istrioti, che abitavano il littorale adriatico dalla foce del Timavo sin al fiumicello dell’Arsia, tenendo città importanti, quali Tergeste e Pola, e s’appoggiavano alle alpi Carniche e Giulie; ascritti essi pure all’Italia, benchè non compajano nella storia se non quando valorosamente difendono la propria indipendenza dai Romani.

I Liguri, che stesero il dominio dai Pirenei alla foce dell’Arno, popolavano quel che ora chiamasi Piemonte. Rustici, con chiome prolisse, diceasi, gracil Ligure valere più che forte Gallo, e che le loro donne avevano la gagliardia degli uomini, questi il vigor delle fiere: lavoravano a gran fatica il terreno, guadagnato artifizialmente colà dove oggi pure trentamila ettari sono sostenuti da muricci: guerreggiavano coi Tuschi e coi Greci di Marsiglia, che per frenarli posero le due colonie di Nizza e Monaco: i Romani stessi non li poterono domare che trasportandoli.

Ausonj, Aurunci, Opici, Osci, pajono esser varie denominazioni della gente che abitava il lembo occidentale della bassa Italia, dove Amicla città sul mare; Fondi, col suo lago dalle isole galleggianti; Formia, denominata dai molti suoi porti, e sede già de’ Lestrigoni; Cajeta, che nelle favole trojane serbò il nome della nutrice d’Enea; Lamo, dove Ulisse riconosceva un buon porto; e fra terra Minturno col bosco sacro della ninfa Marica e colle paludi formate dal Liri; Caleno, vantata per vini squisiti, siccome il campo Cécubo. Il nome d’Aurunci si restrinse poi agli abitanti della parte montuosa, dov’è Sessa (Suessa); e di Aurunca lor capitale si riconoscono le ruine presso Rôcca Monfina.

Le varie tribù degli Osci formarono i Volsci, gli Euni, i Rùtuli, gli Ernici. Presso al Lazio sedevano gli Equi, nella valle dell’Aniene e sulle prime alture degli aspri monti circostanti, afforzandosi principalmente a Preneste e Tiburi; più addentro verso le sorgenti dell’Aniene e del Liri gli Ernici, colle città di Anagni, Veroli, Alatri, Ferentino: a mezzogiorno i Volsci, in paese pieno di popolo e di fortezze, tra cui Corioli, perita senza lasciar vestigio, Aquino, Arpino, Frosinone, Vellètri, Signia, Corba, Cassino, Sulmona, Sora, Priverno; la lor capitale Suessa Pomezia sedeva nel centro della non ancora morbifera pianura Pontina. Seguivano altri popoli dell’origine stessa, «destinati quasi in eterno esercizio a’ guerrieri romani»[91]. Venticinque città contavano sulla marina, or infesta dalla mal’aria: ed Anzio, celebrato santuario della Fortuna e terribile nido di pirati, Circeo, Terracina, dovettero al commercio grandi ricchezze, e fiorivano d’arti belle; presso Velletri si trovarono ammirati bassorilievi di terra cotta; Turiano da Fregelle eseguì il Giove Capitolino ed altre opere in Roma[92]. I Rutuli aveano Ardea per metropoli.

[SABELLI]

Di fronte a loro stava un altro gruppo di popoli, con cui però appajono spesso mescolati, e che probabilmente uscivano da pari origine, i Sabelli. Presso Amiterno, posta nell’Abruzzo là presso d’Aquila sulle più alte montagne appennine donde piovono il Fortore e la Pescara, e nelle cui valli stanziava quella gente fastosa e guerresca, era un rustico villaggio detto Testrina, dal quale una migrazione votiva di giovani, o, com’essi dicevano, una primavera sacra sciamò sulle terre degli Aborigeni attorno a Reate, prendendo il nome di Sabini dal dio nazionale Sabo; e si spinsero avanti pel monte Lucretile e pel Tetrico, e la valle dell’Aniene, fino al Tevere che li dividea dai Vejenti, come la Nera dagli Umbri. Agricoli e guerreschi, con un’aristocrazia sacerdotale, da un mare all’altro occupavano la larghezza di dodici leghe sopra quaranta di lunghezza sulle due coste. Cure (città degli Astati) al confluente del Correse e del Curbulano, era il loro convegno nazionale: Sanco, detto pure Fidio e Semone, dovette essere un loro tesmoforo, onorato poi come dio. Ma dapprima non prestavano culto che ad un’asta confitta in terra; al quale feticio surrogarono poi nove Dei maggiori, adorati con misteri in Trebula[93].

[PICENI]

Crescendo di popolazione e bisognosi d’attività, spedirono frequenti colonie nella bassa Italia e in su, fra cui una guidata dalla pica, uccello sacro per essi, fu detta dei Piceni, e un’altra de’ Pretuzj, tribù numerosissime. I Piceni abitavano sull’Adriatico dall’Esi al Tronto, quella che oggi diciamo marca d’Ancona, e le città di Ascoli, Fermo, Pollenza, Ricina (Macerata?), Treja, Tolentino; e mescolati con Etruschi e Illirici, rimisero delle abitudini bellicose. I Pretuzj stavano a mezzodì del Tronto sin al fiume Matrino (Piomba), or provincia di Téramo (Interamna), lauta di vini e biade. Altri si piantarono nel Lazio, delle cui fortune come più grandiose diremo a parte. In somma queste stirpi sabelliche inondavano la pianura, mentre quelle rimase fra i monti chiamavansi Casci, Equi, Volsci.

Attorno al Gran Sasso d’Italia, ove oggi i due Abruzzi, fra natura selvaggia e rupi e caverne s’annidavano Vestini, Marrucini, Peligni, Marsi, colle temute città di Pentri, Telesia, Alita, Esernia, Boviano. Il loro convegno navale era Aterno, ove oggidì Pescara, e i Vestini mercatavano di cacio, i Peligni di cera e lino. Ai Marsi, principali fra tutti e situati attorno al lago Fùcino, si dà lode di valore e amor di patria; diceasi nè potersi vincerli, nè poter vincere senz’essi; e vi s’aggiungeva fama d’incantatori, avendo imparato le virtù delle erbe da Angizia sorella di Circe.

[SANNITI]

Benchè di lingua affini, si andarono diversificando al punto, che ben si discerneva il Sannita dall’Osco, come il Piceno dall’Umbro, il Sabino dal Romano. Gente bellicosa furon tutti costoro: il romano Papirio Cursore che li vinse, ne portò via più di due milioni di libbre di rame; e Carvilio Massimo suo collega colle armi tolte ai Sanniti fece fondere un colosso di Giove sul Campidoglio, che discerneasi fin dal monte Albano: e i loro sepolcri abbondano tuttora d’armi offensive. Strabone geografo riferisce che i Sanniti metteano in piedi ottantamila fanti, ottomila cavalieri; e quando si temeva un’invasione di Galli, offersero ai Romani settantamila fanti e settemila cavalli. I Peucezj poteano allestire cinquantamila pedoni, diciassettemila cavalieri; trentamila pedoni e tremila cavalieri i Messapi; ventiquattromila i Marsi, Marrucini, Frentani, Vestini; il che darebbe oltre duecentomila combattenti da un paese che forma appena un terzo del regno di Napoli: insomma un milione e mezzo d’abitanti sovra milletrecento leghe, e in conseguenza mille e cento teste per lega. Ma quanto credere agli storici? quanto all’esattezza di quei che li trascrissero?

[CAMPANIA]

La Campania[94] si distendeva sul mare dal Liri al Sìlaro, bagnata dal Vulturno, con campi ubertosissimi, dilettose città, e la festa de’ vigneti, di cui sosteneano gli onori il vino cecubo, il falerno, il caleno, il massico. I Pelasgi v’aveano fondato Larissa, che poi i Romani nominarono _Forum Popilii_ (Forlimpopoli). I monti Tifati sopra Capua rendeano devoti i tempj di Diana e Giove: Atella presso Aversa diè nome alle Favole atellane: Nocera voleasi fondata dai Pelasgi. Il Vesuvio taceva; ma i suoni de’ campi Flegrei, le battaglie dei Giganti, le dimore sotterranee di Tifone, accennano le rivoluzioni naturali cui andò soggetto quel paese. Attorno al golfo che curvasi da Sorrento a Miseno, erano scesi gli Opici, indeboliti poi dagli Enotrj, spogliati dagli Etruschi della più fertile posizione del loro paese. Sulla parte meridionale s’assise una colonia di Picentini, gente sabellica, la cui città fu poi detta Vicenzia.

Dall’Appennino centrale, dietro al corso del Vulturno e dell’Ofanto, scesero i Sanniti conquistando, e trucidati gli Etruschi mentre nel sonno digerivano l’ubriachezza, tolsero a loro Vulturnio, ch’essi chiamarono Capua[95]; allora divenuti Campani, presero d’assalto la greca Cuma; sotto il nome di Mamertini, come a dire soldati di Marte, si posero al soldo di chi bisognava di combattenti, ed estesero fin a Pesto la propria lingua, la qual forse era la stessa che parlavano Umbri, Osci, Dauni, Peucezj, Messapi, abitanti nella Japigia cioè nel sud-est della penisola, che Strabone fa d’una sola favella (ὀμογλώττους). Probabilmente erano Pelasgi, perocchè alla foce del Sile sorgeva un tempio a Giasone, eroe pelasgo al pari di Diomede, cui attribuivasi lo stabilimento di Argirippa (_argos hippium_). I Dauni stanziavano attorno al monte Gargàno; seguivano i Peucezj; poi sulla penisola che forma il tallone dell’italo stivale, ora povero di coltura e d’abitanti, fiorivano i Messapi, ricchi di città, quali erano sul littorale adriatico Guathia (Fasano), Brindisi, Valezio (Baleso), Otranto; sul golfo di Tàranto, la città che gli dà nome, Nereto (Nardò), Alezio (l’Alizza), Uzento; nell’interno Celio, Uria, Rudie (Ruggie), Vaste (Basta)[96]. Regolavansi a re, supremo magistrato che univa le incombenze sacerdotali, siccome nell’età eroica de’ Greci.

[LUCANI]

I Lucani occuparono l’estremità d’Italia dal Silaro al Lao, che oggi chiamiamo la Basilicata, soggiogando gli Enotrj, e durando nimicissimi alle colonie greche ed ai tiranni di Siracusa. In que’ pascoli scendevano d’estate le greggie dell’Apulia e della Calabria. La parte più alpestre, dove gli alberi davano la miglior pece e il miglior legname da navi, rimase ai Bruzj, il cui nome indica non schiavi fuggiaschi ma ribelli. Accertare però l’origine di ciascuno e i confini è impossibile quanto superfluo: e Orazio Flacco, nato a Venosa, sullo scarco del monte Vulture che formava confine tra Irpini, Lucani ed Apuli, non sapea determinare se all’Apulia o alla Lucania appartenesse la sua patria[97]. Sovente ne sono scambiati i nomi, e i Greci in generale titolano Liguri quelli dell’alta Italia, Ausonj quelli della meridionale. Tante diversità sin dall’origine, contribuirono certo ad impedire che lunghi secoli di lotta, di conquiste, di violenze, di sventure potessero ridurre l’Italia ad unità.

[COLONIE FENICIE]

I più trafficanti fra i popoli antichi furono i Fenicj, che aveano popolato di loro industria il lembo della Siria, ergendo le città di Tiro e Sidone; poi sulla costa settentrionale d’Africa fabbricarono quella Cartagine, che tanta parte rappresenterà nelle vicende italiane. I Fenicj empirono il mondo di loro colonie; e la traccia di queste e del loro commercio è simboleggiata nei viaggi dell’Ercole Tirio. Il quale raccontano che, per portar guerra al figlio di Crisaoro in Iberia, varcò lo stretto Gaditano, ove eresse le famose colonne di Abila e Calpe come confine del mondo e dell’ardire umano; sottomise la Spagna, indi fece ritorno per la Gallia, l’Italia, le isole del Mediterraneo. Una strada commerciale antichissima fra le Alpi serviva di fatto al commercio, e prolungavasi fin al Baltico, come si arguisce dall’ambra che di colà portavasi nell’alta Italia: e Romani e Greci che di qui la ricevevano, applicarono al Po il nome di Eridano, che è quello del _fiume lontano_, sboccante nel mare del Nord. L’opportunità fece dai Fenicj cercare altresì le isole nostre; e in Sicilia stanziarono lungamente, e v’introdussero il culto della dea Astarte, colà denominata Venere Ericina.

[SARDEGNA]

Da _sarad_, pianta del piede, vogliono traesse il vocabolo la Sardegna, per la ragione stessa chiamata Ichnusa dai Greci. Iliani, Tarati, Sossinati, Balari, Aconiti la abitarono, che forse erano popoli libici[98], o veramente iberici, i quali vi furono condotti da Norax, che fondò la prima città di Nora. I Greci, al solito, attribuivano ai loro primitivi eroi il dirozzamento della Sardegna; ma sembra che tardi vi si piantassero, quando fabbricarono le città di Carali (Cagliari) ed Olbia. I Fenici bensì vi posero stabilimenti di commercio; e così i Cartaginesi, i quali colonizzarono Carali e Sula, e al culto antico surrogarono il crudele e voluttuoso de’ loro Dei, e tiranneggiarono i natìi[99], i quali, insofferenti del giogo, vestiti di pelli e della loro _masturga_, con targa e pugnale, ripararono nelle grotte montane la selvaggia loro indipendenza. Anche gli Etruschi vi posero stanza; poscia i Romani, sotto ai quali contava sin quarantadue città, di cui sole dieci ora sussistono. Fin d’allora il Sardo era robusto e allegro, coraggioso fin alla temerità, di concitata fantasia, vivo nell’amore, implacabile nell’odio. Già parlammo dei nuraghi (pag. 56): aggiungiamo che in Sardegna furono trovate le prime pietre sardoniche; e che, secondo Dioscoride, vi cresceva una pianta (il gorgolestro), che a chi ne mangiasse la radice produceva la morte con convulsioni alla faccia somiglianti al riso: dal che venne detto il riso sardonico.

[CORSICA]

La Corsica, chiamata antichissimamente Teramne, poi Collista dai Fenicj, indi Tera dagli Spartani o Focesi d’Asia, Cimo o Cernenti dai Celti, Corsi dai Greci e Corsica dai Romani, collocata fra l’Italia, la Spagna e la Gallia, è opportuno scanno d’importantissime relazioni. I Pelasgi forse l’abitarono, trovandovi Liguri ed Iberi[100]; gli Etruschi la dominarono, fondandovi Nicea sul Golo; poi una colonia di Focesi, ruinata dai Persi la patria loro, vi fabbricò sulla costa orientale, quasi in faccia all’Elba e allo sbocco del Tevere e presso la foce del Tavignano, la città di Aleria, con porto naturale bastevole alle navi d’allora, al piede di boscose montagne e in mezzo a una fertile pianura. Ivi si afforzarono a segno, da tener testa a Etruschi e Cartaginesi; e vinsero ma a grave costo, perdendo quaranta vascelli e molti uomini, i quali, condotti ad Agila in Toscana, furono trucidati. Poco stante, gittatasi quivi la peste, l’oracolo di Delfo consultato rispose, placassero i mani dei Focesi, da loro barbaramente uccisi: così fecero, annui giuochi istituendo, e la malattia cessò. Ma i Focesi, accorgendosi di non poter reggersi nell’isola, migrarono in Italia e sulle coste della Gallia. Più tardi Plinio vi contava trentatre città: Callimaco la chiamava la Fenicia insulare.

Diodoro Siculo attesta che gli schiavi côrsi superavano gli altri per robustezza in tutti i servigi utili alla vita[101]; Strabone, all’opposto, narra, «qualvolta un generale romano, penetrato nell’interno paese e sorpresovi qualche forte, ne mena a Roma alcuni schiavi, è singolare a vederne la ferocia e la stupidità; o ricusano di vivere, o rimangono in assoluta apatia, finchè stancano i padroni, e fanno rincrescere il poco denaro speso per comprarli». Forse Strabone interpretava così l’amore di libertà, che in quel popolo non venne mai meno, e pel quale mantenne tanta originalità di carattere e di costumi. Polibio ci dipinge aspro e selvoso il paese, ove scioltamente pascolavano numerosi armenti, obbedendo al conosciuto corno del mandriano; vedea questi avvicinarsi navi all’isola? sonava, e le bestie accorrevano; in tutto il resto simili a selvaggi.

[ELBA]

All’isola d’Elba, detta Etalia dai Greci, Ilva dai Romani, cavavasi da immemorabile antichità il ferro, detto populonio perchè in Populonia erano i forni per fonderlo. La possedettero gli Etruschi, al pari della fumante Lipari ricovero di pirati, e delle altre isolette dell’arcipelago Tirreno, ed alcune anche dell’Adriatico. A Malta ed in altre isole i Fenicj aveano introdotto manifatture, onde provvedere la Grecia e l’Italia.

CAPITOLO V.

Istituzioni italiche.

Chi dice storia d’Italia suol intendere storia romana: ingiustizia, a cui converrebbe riparare volgendo l’interesse sopra il maggior numero de’ vinti, fra’ quali si riscontrano gli elementi durevoli, che sopravvissero alle società conquistatrici, esaurite da’ proprj sforzi. Tentiamo farlo cogli scarsi documenti e coll’analogia.

[TESMOFORI]

La prima società sono le famiglie; e poichè i legami domestici stringono più tenaci quanto più semplice è un popolo, molte famiglie si conservano unite e d’egual tenore, formando le tribù. I membri d’una tribù lavorano e viaggiano di conserva, si difendono a vicenda, tolgonsi a capo il più vecchio, il più capace, il più esperto di mandre, il più arguto osservatore degli astri e delle stagioni: il qual capo, come savio, proferisce anche i giudizj; come sperimentato, possiede la dottrina; come anziano, rende culto alla divinità; padre, re, giudice, sapiente, pontefice. Quest’è il governo patriarcale, tanto disdicevole a civiltà adulta, quanto comune alle nascenti.

Dove i sensi e l’intelletto prevalgono sopra la riflessione, domina l’eroismo, che è la consacrazione della forza per mezzo del sentimento, e del sentimento per mezzo della forza; e da esso derivano la soggezione e la fede. Avvegnachè, quando tutte le anime ricevono le medesime impressioni, e si guidano a norma di queste, facilmente si persuadono che un uomo faccia movere un popolo intero, o tutto un popolo sia identificato in un uomo, nel quale ravvisino sfolgoranti i concetti e i sentimenti, che oscuri ritrovano in sè. A quell’uno pertanto attribuiscono tutti gli atti d’una generazione o d’un’età: e in tal guisa si formarono que’ caratteri poetici di Giano, di Saturno, di Fauno, che troviamo come uomini-dei al limitare della storia italiana. Il padre Giano, il quale non si connette a veruna genealogia di Dei, tiene del settentrionale, e compare fra genti non ancora stabilite: Saturno ha fisionomia orientale, trova una gente agricola, e forse è simbolo di colonie fenicie, le quali, espulse di Creta, qui approdarono: Fauno personifica la vita pastorale[102].

[SOCIETÀ PATRIARCALE]

Costoro col nome divino introducevano le religioni, educavano que’ popoli al modo che spesso praticarono i missionarj, cioè trattandoli da fanciulli, non assegnandovi proprietà distinte, ma lavori comuni, comuni banchetti di cibi agresti; il che dai posteri, più inciviliti ma più sofferenti, fu reputato un’età dell’oro. Va fra questi tesmofori anche Italo, il quale stabilì la comunanza de’ beni nel basso della penisola, e addestrò nell’agricoltura, della quale i frutti godeansi in conviti sodalizj, che ancora non erano dismessi all’età d’Aristotele[103]. Per costoro opera, contro la persecuzione dei violenti si piantano asili, sotto la tutela dei numi o di un capotribù. Questi capi divengono patroni; i ricoverati rimangono clienti; e congiunti soggiogano i nemici, riducendoli schiavi.

[CIVILTÀ PRIMITIVA]

Fin ne’ tempi più civili l’Italia conservò vestigia del primitivo vivere errante[104]; e gli Dei bucolici, le feste e le divisioni dell’anno riferibili a pastorizia ed agricoltura, e il culto del dio Termine, erano rimembranze dell’antico vivere da pastori e da campagnuoli. I Romani in testa a Giove e alle maggiori deità ponevano il modio, misura del grano; e _arare_ e _sulcare_ chiamarono lo scrivere. Perocchè le abitudini agresti, indotte dalla natura del suolo italiano, modificarono la primitiva civiltà di tribù; e questo passaggio fu personificato nel mito di Cerere, dea che dicevasi avere primamente in Sicilia mostrato come coltivare il grano. Essa fu pure avuta come inventrice delle leggi, avvegnachè i popoli, col prendere sedi fisse e campi certi, determinano le idee del tuo e del mio, bisognano di garanzie per conservarlo, di forza ordinata per difenderlo, di giudizj per rivendicarlo, di regole per trasmetterlo, di quel complesso d’ordinamenti che costituisce un reggimento civile.

Come molte famiglie compongono la tribù, molte tribù si aggregano in città e provincie. I varj capitribù non abdicano il loro primato, e per ventilare gli interessi comuni si congregano in assemblee; mentre l’agglomerarsi di diverse tribù introduce varietà di vita e di professioni. Quindi dalla innata eguaglianza di diritti nasce la disuguaglianza di fortune; l’uomo più industrioso o più accorto guadagna meglio, arricchisce, trasmette gli averi suoi a’ figliuoli: di che originano le famiglie illustri, che aspirano a concentrare in sè le ricchezze, la dignità, il potere. Così nasce il governo di molti; un patriziato che amministra i pubblici affari, la distinzione de’ nobili da’ plebei, con un’infinita varietà nel numero e nelle attribuzioni de’ Padri consultati (_senatori_), nel denaro che la tribù mette in comune (_tributo_), ne’ magistrati, nelle relazioni di ciascuna città col proprio territorio, e tra le città, le quali confederandosi formano uno Stato.

[TRIBÙ]

Ma poichè le famiglie precedettero lo Stato, quelle vengono considerate come elementi necessarj di questo. Pertanto le tribù si accostano, ma non si fondono; e memori della differente origine, ognuna si tiene distinta dalle altre; non accomunano le nozze; ed essendo varie di dignità, si può in esse scendere, non elevarsi. Se v’intervengono la religione, diversa da una tribù all’altra, e riti particolari di ciascuna, esse tribù rimangono inalterabili, formando le Caste, come nell’India o nell’Etruria[105]: altrimenti le distanze vanno dileguandosi, fino a giungere all’eguaglianza, come accadde in Roma. Allo Stato però non appartiene se non chi appartenga ad una famiglia (_gens_) per legittima derivazione: e solo per grande condiscendenza vi si ammette tal fiata un uomo libero forestiero; od anche una nuova parentela quando un’altra si estingua, affinchè non resti incompiuto il novero rituale.

Oltre queste tribù che chiameremmo di famiglia, vi ha tribù di luogo, rispondenti alla distribuzione di un paese in distretti o borgate; sicchè n’è tribule chiunque possiede in quel circondario al momento dell’istituzione; e i discendenti loro continuano ad appartenervi, se anche perdano o tramutino i possessi. Ne deriva dunque un’altra specie di genealogia, quantunque meno rigorosa. E se un popolo così costituito si trapianti in altro paese, egli conserva la costituzione patria, ma per favore accoglie nel suo grembo i natìi, da cui ebbe ajuto o da cui spera decoro, e li scomparte nelle varie tribù, giusta diverse convenienze; di modo che il vincolo fra i contributi non è più soltanto di sangue e di patria.

Insistemmo su questa costituzione delle tribù, come quella che è più dissonante dai modi odierni; e senza di essa non sarebbero compresi i passi delle civiltà antiche, e specialmente della italica.

La regolarità di siffatto procedimento viene alterata dalle conquiste. Una tribù, per amor di donne, di pascoli, di bottino, per gelosia di potere, per ambizione di un capo, assale l’altra, la vince, molti uccide, gli altri _serba_ in qualità di schiavi (_servi_). Il trionfo invoglia a nuovi: un capo guerresco, sostenuto dai robusti che desiderano esercitare la propria vigoria, o dai fiacchi che cercano un appoggio, viene ad imperare su molto popolo soggiogato, e si fa re in nome della forza; dinastia, cioè forza (δύναμις), chiama la propria famiglia, e impone il proprio volere, raccogliendo in sè la facoltà di far leggi, d’eseguirle, di giudicare. Sono ricordati alcuni antichi re in Italia, quali Giano, Lico, suo figlio Latino, Pallante, Evandro.

[CONQUISTE. CONFEDERAZIONI]