Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 6
Già sullo scorcio del 1600 si era penetrato nella necropoli di Tarquinia, scavata nel tufo in mezzo ad una pianura presso Corneto, dodici miglia da Civitavecchia e tre dal mare: poi dalle tombe di Perugia, fra molti etruschi monumenti, si erano tratte urne, specchi, pietre incise, scarabei, vasi dipinti, figurine di bronzo graziosissime. Un altro sepolcro alla torre di San Manno colà presso, e l’unico a fior di terra, diede la regina delle iscrizioni etrusche.
Questa ed altre scoperte aveano fatte i due secoli precedenti, non tenendo memoria del modo ond’erano disposte le tombe, nè levandone i disegni. Ma dopo il 1824 con ben altra diligenza s’indagarono quelle di Tarquinia, e lord Kinnaird ne trasse di bei vasi e preziose anticaglie; poi nel 28, sulle rive della Fiora ripastinando alcuni cucuzzoli di terra che in paese chiamano cucumelle, si scoperse una camera sepolcrale, dietro la quale altre, donde Luciano Buonaparte principe di Canino cavò ben tremila vasi, di beltà e grandezza singolari, e lavori di bronzo, oro, avorio (venduti poi al Museo Britannico), che gli fecero conghietturare fosse colà situata Vetulonia, capo della federazione etrusca.
Questi sepolcri, che stendonsi per molte miglia, parrebbero destinati ciascuno ad una famiglia. Il tumulo, ossia il mucchio di terra, n’è la forma originaria, talvolta alla base circondato di pietroni, che talaltra ascendono gradinati a formare un cono, ma non mai a foggia di piramide. Se dall’apertura a imbuto tu scendi per tacche fatte nella parete, ti trovi in camere traenti luce sol dall’entrata, con volte quali a botte come le nostre, quali a lacunari, quali a spinapesce, sorrette da pilastri quadrati di tufo, con membrature di semplice e robusto profilo; e dipinti su ogni cosa combattimenti, o rappresentazioni dello stato postumo delle anime, come i lari col vigile cane, demoni alati che tirano in cocchio il defunto, o con martelli percuotono una figura virile, ignuda e prostesa. Altre camere sono a loculi come i colombarj di Roma, in cui collocare l’urnetta delle ceneri vulgari; nè di rado sviluppansi in sembianza di labirinti.
Preso a scandagliare il suolo, tesori si rinvennero dappertutto. Le cucumelle presso Vulci sono camere circolari entro il tufo, sopra cui colline di cotto: la più insigne gira non meno di settanta metri, e nel mezzo una torre quadrilatera, forse un tempo circondata da quattro altre a cono, di cui una sola or è in piedi. Toscanella e Bomarzo nella val della Matra n’hanno di scavate nelle roccie perpendicolari, alcune colla porta a fregi; presso Cortona son coniche, a modo de’ nuraghi; e di muro una che intitolano la grotta di Pitagora. Degli ipogei di Agilla, uno vastissimo è preceduto da vestibolo, come i tempj moderni. Cere, che ora è Cervetri, sulla destra della via romana per Civitavecchia, rivelò la sua necropoli a lacunari, e con lunghi corridoj e porte archeggiate o piramidali, e panchine, tutto ricavato nel nenfro, tufo vulcanico.
Un sepolcro trovato nel 1836 con volta acuta, che vorrebbesi dell’età pelasga e certamente anteriore alla influenza greca, constava di due lunghe celle, comunicanti per una porta, chiusa fin a mezzo da un parapetto, sul quale posavano due vasi di bronzo; due d’argento pendeano dalla sommità d’essa porta. Appo l’entrata stava un caldano di bronzo su tripode di ferro, poi una specie di candelabro da profumi, adorno d’animali simbolici; là vicino un caldano minore; in faccia rottami d’un carro a quattro ruote; e sulla dritta un letto di bronzo, formato di lamine in croce: letto e carro fabbricati per vivi, e qui conversi ad uso funereo. Ai due capi del letto sorgevano due altarini di ferro: in faccia si vedevano sospesi otto scudi di bronzo sottilissimo, misti con freccie e stromenti da battaglia e da sacrifizj. Davanti al letto e in una camera laterale trentasei idoletti d’argilla nera, figuranti un vecchio che il mento barbuto appoggia alle mani. Chiovi di bronzo nella volta sosteneano vasi dello stesso metallo; e in fondo alla cella una raccolta di vezzi d’oro e d’argento, i manichi di sei ombrelli, e coppe e piatti d’argento. Il cadavere, probabilmente femminile, era coperto di tanti giojelli, che dei frantumi d’oro misti alla terra si potè empiere un capace paniere; oltre un diadema, una collana, due braccialetti, catene, fibule, e un pettorale in filagrana d’oro, composto di nove zone concentriche con rilevate moltissime forme simboliche.
Altre tombe somigliano a tempietti, forse per famiglie sacerdotali. Quelle di Castel d’Asso o Castellaccio presso Viterbo sono importantissime fra le ricavate nel tufo per l’architettura esterna, con ricchi frontoni e cornici a triglifi, e porte rastremate, che, come la generale inclinazione a piramide delle pareti, rammentano lo stile egizio: del dorico sentono invece quelle di Norcia, dove si vede un bassorilievo, che è l’unico compiuto ed esteso frontone in Italia. Le traccie di colori sopra molti membri attestano che si usava la decorazione policromatica, che testè credevasi misero ripiego del medioevo, e invece compare sulle statue più classiche e nei tempj meglio vantati dell’antichità. Al sepolcro de’ Volumnj, scoperto a Perugia il 1840, nulla fu scomposto per farne cortesia agli osservatori: è nel tufo con camere semplici senza pitture nè altro ornamento che una colonnetta esterna portante la scritta; regolarmente costruito col tetto a doppia tesa, a croce latina, il cui fondo ad abside serve alla sepoltura: dentro v’ha urne, iscrizioni, statuette[76]. Ivi stesso, due anni dappoi, si trovò una figura di bronzo giacente, che nel seno conteneva le ossa, come era pure dell’Adone del museo Gregoriano. In questo e nella raccolta Campana a Roma accolgonsi arredi d’oro cavati dalle tombe, di tale squisitezza da scoraggiare gli orafi nostri più esperti.
Queste tombe rivelarono la vita e la civiltà degli Etruschi, come Ercolano e Pompej quella de’ Romani, essendovi imitate o simboleggiate le azioni della vita privata, talora anche nella forma esterna, più spesso nella disposizione interiore e ne’ profusi arredi domestici. E gli scheletri e le pitture ci attestano come a ragione gli Etruschi fosser detti _obesi et pingues_[77], avendo viso pieno, grandi occhi, naso grosso, mento prominente, testa grande, piccola statura, braccia corte, corpo tozzo. Rasi la barba; spesso inghirlandati la fronte; l’anello al mignolo della mano sinistra[78].
Nelle iscrizioni non leggi parola che indichi dolore nè melanconico addio. Nessuna statua di marmo sinora, bensì di metallo, tufo calcare, alabastro, argilla; alcune per accessorio di ciste, candelabri, patere; altre isolate e più franche e originali; ma tutte rigide di membra, faccia ovale molto allungata, occhi a fior di testa e tirati in su, come anche la bocca; gambe parallele, e talora non disgiunte; fisonomia senza carattere: più volte stendonsi lettere sull’abito o sulle coscie. A Corneto fu restituita dal suolo una statua intera di cotto, che a grandezza naturale figura un uomo di piena virilità, con corona d’oro. Il Bacco giacente, pure di colto, tratto dalla necropoli di Tarquinia e conservato a Corneto, è delle statue più grandiose ed eleganti fra le etrusche. La lupa del Campidoglio, che forse è il monumento posto al fico ruminale a Roma nel 204 avanti Cristo, emula qualvogliasi capo d’arte per robusta espressione. Graziosa è la Menerva e ben lavorata, comechè priva d’idealità. Il Metello, detto l’Arringatore della galleria di Firenze; il fanciullo abbracciante l’oca nel museo di Leida, di sì cara ingenuità; il guerriero di bronzo, venuto da Todi al museo Gregoriano, vanno fra’ meglio pregiati lavori, se s’aggiunga la donna ornata, senza testa, che da Vulci passò alla gliptoteca dì Monaco.
Gran merito hanno le pietre incise, con soggetti di mitologia greca. Dai sepolcri di Perugia uscì una delle più belle, rappresentante i sette eroi sotto Tebe, coi loro nomi greci in forma etrusca. Lo scarabeo, comunissimo fra gli Egiziani, è pure forma molto solita delle pietre etrusche, e se ne trovano nelle tombe infilati per lo lungo, o legati in anelli e versatili. Si ammirano pure i disegni fatti sul rovescio degli specchi di bronzo e sulle ciste mistiche. Altre ricchezze già ricavarono da quei tesori inesauribili; uno scudo cesellato di tre piedi di diametro, un mascherone di bronzo cogli occhi di smalto, idoletti smaltati, coppe d’argento, armadure, specchi di bronzo, che altri crede patere, intagliati nella parte concava.
[VASI ETRUSCHI]
Dovizia ancor più speciale e vantata sono i vasi etruschi. Accennarono i Romani che in Etruria se ne fabbricassero di terra, ma ad uso comune[79]. Plinio, che ragionò tutte le varietà delle arti belle, nulla toccò de’ vasi figurati; nè alcuno menziona l’uso di sepellirli nelle tombe. Ne’ musei se n’aveano alcuni d’incerta provenienza, e dopo Lachausse, Bergier, Dempstero, Montfaucon, pubblicarono il disegno d’alcuni i nostri Gori, Bonarroti, Passeri. Primo il Targioni-Tozzetti, descrivendo la gita dalla Gonfolina all’Ambrogiana, riferisce che in San Michele a Luciano il 1752 si trovò un pozzo «rinterrato dalle alluvioni del vicino Arno. La particolarità più curiosa si è che, vuotandosi questo rinterro, vi si trovarono molti vasi di antico lavoro fatti a ruota, di terra cotta parte nera, parte sbiancata sottile, e alcuni con vernice o nera o carnicina, ma senza pitture. La loro forma è molto varia, ma per lo più sono del genere di quei vasi che chiamavano _urcei_, con un solo manico ben fatto, sull’andare delle moderne mescirobe e de’ boccali, e non hanno il marco del figulo. Molto malagevole si è l’intendere come mai tanti di questi antichi vasi sieno restati sommersi in questo pozzo... Chi sa se esso pozzo nel tempo del paganesimo non fosse sacro, o che o i vicini popoli, o i passeggieri per la contigua via militare, non vi gettassero dentro tali vasi con qualche liquido, per offerta o sagrifizio alle false deità?»[80].
Essendo ancora una rarità, venivano giudicati con idee sistematiche; e Millin, Lanzi, Maffei, Zanoni, Tischheim, Böttiger, Winckelmann li giudicavano indubbiamente opera greca, e quest’ultimo sfidava a produrne alcuno trovato in Toscana. Ma dopo che dal territorio al nord di Civitavecchia, dove già furono Tarquinia, Cere, Clusio, Bomarzo, Vulci, in un sol anno fin tremila se ne estrassero, a migliaja furono trovati in tutti i sepolcri di Toscana; onde fu forza credere ad un’arte veramente etrusca e originale.
Ma ecco sbucare vasi simili d’altre parti, al settentrione di Roma come al mezzodì, a Velitra de’ Volsci come a Preneste dei Latini, dalle rovine d’Adria come nella Magna Grecia, dove a Locri e Taranto pare si fabbricassero e diffondessero all’interno e sulle coste d’Apulia e Lucania: altri ne diè Napoli, e Rovo nell’Apulia quelli forse di più stupenda bellezza, sopra un solo trovandosi ben cencinquanta figure d’uomini, maschere, uccelli, pesci: Canusio n’ha a ribocco, e le contrade montuose della Basilicata o le mediterranee della Puglia; alquanti Pesto e Sorrento, e molti Nola, di popolazione osca passata poi agli Etruschi e ai Sanniti; e Cuma, le cui tombe rivelate nel 1843 estendonsi per venticinque secoli. In Sicilia ne offrono principalmente la costa orientale e la meridionale, come Agrigento, Gela, Camerina; pochi Siracusa, molti Leontini ed Acre; altri il paese che di buon’ora venne occupato dai Cartaginesi. Fu dunque proposto di chiamar questi vasi, non più etruschi, bensì italioti: ma che? Corinto, Atene, altri luoghi di Grecia ne discoprirono pur essi, e le isole, e perfino la Crimea, e le altre colonie greche dell’Eusino, e la Cirenaica.
Tanta ricchezza avviluppò le dispute sull’origine e lo scopo dei vasi, e sull’originalità dell’arte etrusca, mentre gli artisti non finivano d’ammirare tanta varietà ed eleganza di foggie, di vernici, di pitture. Oltre le forme usuali ingentilite, alcuni sono bizzarramente foggiati a piedi, a barche, ad animali, a corni, a teste; talora il manico è un leone, una lucertola, un intreccio di serpenti, il Fallo. Chiusi, residenza di Porsena, diede moltissimi vasi, singolari per aver le figure rilevate, e non essere fatti collo stampo nè cotti al forno. Ve n’ha di gialli con figure nere; di neri con figure rosse; di neri affatto; di color naturale con un leggero soprasmalto; alcuni effigiati con semplici contorni, altri con fregi; alcuni squisitamente dipinti da una parte e rustici dall’altra, forse da esser veduti d’un fianco solo; in altri la composizione gira tutto il vaso, od una scena è sovrapposta all’altra, o una contraria all’altra, come sarebbe un idillio e un fatto tragico; ovvero in una pariglia di vasi due momenti del medesimo racconto. I nuziali ritraggono scene voluttuose; i panatenaici, le gare ginnastiche a cui si piaceano gli antichi; i funerarj, l’estremo congedo, o sagrifizj ferali, o genj della morte: altri figurano scene domestiche. Gli antichi ignoravano la prospettiva, il cui difetto viepiù si risente su queste superficie convesse o concave; le figure, invece d’aggrupparsi, compajono al piano stesso, colle teste e i piedi in profilo, anche le poche volte che il corpo è di prospetto.
[LORO FORMA ED ETÀ]
Le iscrizioni esprimono o augurj, o eccitamenti al bere, o versi, e spesso il nome del dipintore. Ma pittore di lècyti sonava come da noi pittore di boccali; e da siffatti doveano esser dipinti i vasi, sui quali riproducevano forse le composizioni di artisti, alla buona ma con molta libertà e colla spigliatezza che vuolsi nel lavorare a fresco. Laonde questi dipinti ci conserverebbero almeno un ricordo de’ migliori quadri perduti. Chè del resto la pittura in Toscana non era ancora un’indipendente imitazione della natura; ma o serviva all’architettura, o contentavasi di richiamare all’intelletto alcuni segni caratteristici mediante forme convenzionali. Pertanto valeasi di soli quattro colori, nè rifuggiva dal fare uccelli e alberi cerulei o rossi, un cavallo con testa bruna, criniera e coda gialla, collo rosso picchiettato di giallo, gialle, rosse, nere le gambe, una coscia gialla, una bruna; e negli uomini il nudo rosso, bianco nelle donne.
Si pretese assegnare una cronologia almeno comparativa tra que’ vasi, e dicono più antichi quelli di fondo giallastro con figure ranciate o brune non lucenti, mentre le figure rosse su fondo nero erano da principio inusate. Questo primo periodo, dal XVI al X secolo, offre linee dure, attitudini inusate, persone esili, teste ovali, allungate indietro, finite in menti acuti, cogli occhi tirati in su, le braccia spenzoloni, i piedi paralleli, le pieghe agli abiti indicate appena con un frego, e grossieri gli ornamenti. Dal secolo X al V appare un secondo stile, con contorni meglio decisi, ma esagerate le espressioni, la musculatura, l’atteggiamento, dita intirizzite, profili risentiti, ignorante attaccatura di membri. Contemporanei al fiore dell’arte greca sarebbero i migliori, con ornati gentili, ma le figure sempre peccanti d’eccessivo e manierato. Via via si sbizzarrì nelle forme, ne’ meandri, dal delicato si passò all’aggraziato, e si cadde nel negletto e nel convenzionale.
[ORIGINE DEI VASI ETRUSCHI]
Anche dalle scene può argomentarsi la maggiore o minore antichità; e d’altissima vorrebbero quelli che imitano disegni egizj ed orientali, con persone di duplice natura, sfingi alate, mostri bizzarri, genj a due o quattro ali, scarabei.
Cronologia convenzionale, perocchè muove dal supposto d’un progresso regolare, nè tiene conto della diversa abilità degli operaj. Bensì d’alcuni vasi può il tempo argomentarsi dai luoghi ove si trovano: Vetulonia antichissima darebbe i primi; i vasi vulcenti sarebbero anteriori ad ogni anticaglia greca e romana; i neri di Albano, spesso a campana, tengonsi dovuti ad aborigeni; i più recenti sembrano quelli d’Ercolano e Pompej, neri e verniciati ma non dipinti.
Gli scrittori d’arti belle aveano asserito che queste derivassero tutte dalla Grecia; greci eransi detti i primi e pochi vasi etruschi, e altrettanto volle sostenersi anche quando a migliaja furono resi dalle terre nostre. Vi dava appoggio il portare alcuni di essi il nome del pittore o del vasajo, od altra iscrizione greca e principalmente Τῶν ἀθηνήθεν ἄθλων, cioè _premj dati in Atene_; onde supposero fosser di que’ vasi che in Atene si distribuivano ai vincitori dei giuochi, e che qui portati, si deponessero nella tomba del premiato. Molti soggetti delle pitture si riferiscono a greca mitologia, e recano i noti simboli delle divinità olimpiche; lo stile poi de’ vasi stessi tiene del greco, e corrisponde alle varie età delle arti elleniche. Damarato, migrando da Corinto a Tarquinia, menò seco i vasaj Euchiri ed Eugramo[81]: linguaggio mitico, che esprimerebbe avere i Toscani imparato dai Greci il disegnare grazioso e il modellar bene. Pertanto il dire arte etrusca disconviene quanto il dire americane le opere fabbricate su l’altro continente da Europei. Perchè i primi lavori in Roma vennero di Toscana, etrusco chiamarono i Romani lo stile duro e arcaico, ignorando che questo era proprio anche dei Greci; e viepiù si confermarono in tale distinzione quando acquistarono in Grecia lavori di squisita perfezione, al cui confronto credettero proprio degli Etruschi quello stile, che non era in realtà se non il greco antico.
[ORIGINE DEI VASI ETRUSCHI]
Così argomentano i grecanici: ma d’altra parte, mentre scarsi s’incontrano altrove, abbondanti e bellissimi si trovano i vasi in Italia; e sembra si possa drittamente indurre che là si fabbricassero ove si adoperavano; e poichè non valeano ad altro uso, giacchè i più mancano di fondo, ed hanno la superficie nè fusa nè vetrificata come si vorrebbe per servire al modo delle nostre stoviglie, e trovatisi affatto nuovi, dobbiamo crederli destinati o interamente o specialmente ai sepolcri. Ora chi vorrà credere andassero i nostri a cercare dagli stranieri ciò che serviva ai riti patrj? Certo alla Grecia era insueto questo deporre i vasi nelle tombe. I somiglianti che si rinvengono nell’Attica, sono pochi e meno eleganti; quelli della Sicilia, legatissima colla Grecia, non vincono i veramente etruschi e nolani. Ben potè qualche Etrusco aver riportato un premio panatenaico: ma riflettendo alla difficoltà di comunicazione degli antichi, e alla fragilità dei vasi stessi, chi s’adagerà a credere che questi a migliaja fossero trasportati, e non per altro che per sepellirli? Le leggende e i soggetti greci mostrerebbero soltanto come antico sia l’andazzo dell’imitare, e quanto forte l’influenza greca ed estesi i poemi omerici, i quali del resto raccolsero rapsodie vocali, che poteano esser divulgate fra Pelasgi e Tirreni, o fra quelli comunque nominati, che antichissimamente popolarono e la Grecia e l’Italia, senza che si possa asserire qual prima. La scritta che riferimmo, potrebbe anche esprimere _uno dei certami provenienti da Atene_, che cioè fossero distribuiti nei giuochi che Italia imitava dall’Attica. Sappiamo che i vasi etruschi di bronzo erano cerchi in Grecia[82]; poi dai sepolcreti uscirono e statue e arredi e fregi e pitture, più che non n’abbia dati la Grecia. Almeno le pitture murali sarà forza dirle eseguite in luogo: or bene, esse vanno sull’identico stile dei vasi.
In questi poi non mancano soggetti originali e riferibili alla mitologia etrusca, con genj ignoti alla ellenica: le stesse scene greche vi appajono ritratte con qualche originalità; ne’ panatenaici più belli, lo scudo di Menerva porta gli stemmi delle città etrusche; soggetti greci sono accompagnati da caratteri e da cifre all’etrusca. La superbia ellenica sarebbesi piegata a blandire la nazionalità straniera? Le figure qui sono sempre di profilo, coll’occhio rotondo e di prospetto a guisa degli uccelli, naso prominentissimo, elmi chiusi, abiti attaccati alle corazze e aderenti alle gambe. V’ha poi particolarità di paese, per le quali gli esperti discernono i vasi vulcenti dai nolani e dagli apuli: circostanza che basterebbe ad attestare operaj locali, se pure i grecanici non si schermissero col dire che greci artisti venissero a lavorarli qui.
Certamente sull’Adriatico da Spina e da Ravenna, e sul Tirreno da Agilla, Alsio, Tarquinia si mantennero corrispondenze colla Grecia; ma le somiglianze d’arte provenivano da queste comunicazioni, oppure da immigrazione e conquista? Poi gli Etruschi al par de’ Greci deducono la loro civiltà vogliasi dire dai Pelasgi, o più genericamente da una comune fonte orientale, che dà ragione delle somiglianze. L’Italia precorse in coltura la Grecia; onde di qui potè l’arte esser trasferita nell’Ellade che la perfezionò, e quel mirabile concorso d’evenienze potè poi di ricambio rimbalzare sugli Etruschi. Probabilmente e Greci ed Etruschi fabbricarono i vasi che qui si trovano; e forse ai Greci vanno attribuiti quelli di terra più fina e leggera, neri dentro, fuori gialli o rossicci e talvolta pur neri; etruschi ritenendo quelli di Tarquinia, Volterra, Perugia, Orvieto, Viterbo, Acquapendente, Corneto, giallo pallido i più, con vernice rossastra e figure in nero, abiti nostrali, barba e capelli prolissi, divinità alate[83].
[VASI ETRUSCHI]
Poi si domanda a che servissero, qual cosa significassero tanti vasi. Non ad uso alcuno, nè tampoco al banchetto funerale, perchè i più mancano di fondo, e tutti son vergini. Erano un segno d’iniziazione, deposto con quelli addetti ai misteri? inviterebbero a crederlo i soggetti, appellanti spesso a riti dionisiaci ed eleusini: ma quasi a sventare le ingegnose induzioni, una tomba a Vulci presentò ben novecento ciotole ordinarie e rozze, come una bottega di scodellajo.
Su tutti questi punti disputano, e lungamente ancora disputeranno gli archeologi; ma a qualunque sistema piaccia attenersi, queste preziose reliquie, di cui si gloriano tutti i musei d’Europa, attestano una fiorente civiltà. Esaminate in complesso, non ci fanno vedere quel progresso regolare, per cui si ammira la Grecia; provano anzi che gli Etruschi, se sapeano appropriarsi l’altrui, raffinare l’esecuzione meccanica, applicare all’utilità domestica o alla comune, mancavano del genio inventivo e di quel libero lancio per cui la Grecia divenne insuperabile. Pure, nel mentre l’arte orientale rimane immobile, e gli Egizj, per mutar di secoli, non mutano il modo delle piramidi e degli ipogei, in Etruria l’arte si conserva fedele al principio, ma sa procedere e rinnovellarsi.
[FINE DEGLI ETRUSCHI]
Di tanto incivilimento le memorie perirono tutte. Delle tre Etrurie, la padana fu sterminata dai Galli; la campana dai Sabini, che precipitatisi dalla montagna, presero Vulturnio e la intitolarono Capua: Roma fece il resto, e le guerre di Silla distrassero i generosi patrioti e i monumenti, massime scritti; la vendetta dei vincitori si compiacque d’annichilare i ricordi di quella che avevano avuta prima padrona, poi maestra; i poeti lodarono Augusto che avesse rovesciato gli altari dell’Etruria[84]; nelle città di questa si piantarono colonie romane che resero dominante la lingua latina, e i proprietarj ridussero fittuajuoli; i Greci non parlarono più degli Etruschi che come di corsari e scostumati, i Romani come di aruspici ed artisti; agli Etruschi stessi non restò altro desiderio che di diventare al tutto romani. Di Saturnia, nella valle d’Albenga in maremma, non esiste più nulla che non sia romano. A mezza via tra Roma e Civitavecchia la famosa Cere si annunzia unicamente per mezzo delle tombe. Vetulonia, celebrata da Silio Italico, sparve tra le infauste maremme. Vejo, diuturna emula di Roma, si disputò lungamente dove esistesse, finchè fu collocata nell’isola Farnese fra terreno morbifero. Di Sutri, che pare da lei dipendesse, non rimangono che bei ruderi e un insigne anfiteatro cavato nel masso e mura di sassi riquadrati. Il fano di Voltunna, dove si congregava la dieta federale etrusca, neppur sappiamo in qual luogo sorgesse: e di sì gran popolo e di civiltà così fiorente non ci parlano più che i sepolcri[85].
CAPITOLO IV.
Popoli minori.