Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 5
Tra’ principali studj de’ sacerdoti era il contemplare il volo degli uccelli e i fulmini. Gli uccelli distinguevansi in _lieti_ annunziatori di salute e felicità, e _tristi_ che presagivano il contrario. Ciascuna classe poi suddivideasi in altre molte: _volsgræ_, che si straziavano un l’altro col becco e cogli artigli; _remores_, la cui apparizione ritardava un’impresa; _inhibæ_, _inebræ_, _enebræ_, che l’arrestavano; _arculvæ_, _arcivæ_ o _arcinæ_, che la stornavano. Non si conviene sul senso degli _oscines_ e _præpeles_: ma sembra i primi fossero quelli la cui voce dava un presagio qualunque, tristo o propizio; gli altri, il cui volo era fausto segno, massime qualora si dirigessero difilato all’osservatore. Se dopo quest’augello ne compariva un altro d’augurio sinistro (_altera avis_), restava eliso l’augurio precedente. Noto è quanto tale scienza operasse nella nomina de’ magistrali, e in tutti gli affari pubblici anche in Roma: il volo di una civetta sospendeva sovente le assemblee del popolo, annunziando essa morte o fuoco; l’aquila era felicissimo augurio fra gli Etruschi come fra’ Romani[53].
Diceasi che i sacerdoti etruschi sapessero attrarre (_elicere_) i fulmini, e s’accorsero che questi producevano mutamento di colori, e che alcuni piombavano dal cielo, altri sorgevano di terra[54]. Ritualmente distinguevano i fulmini in _fumida_, _sicca_, _clara_, _peremptalia_, _affectata_.....: i _pubblici_ riguardavano a tutto lo Stato, e davano augurj per trent’anni; i _privati_, a un individuo, valendo per dieci anni al più; i _famigliari_, ad una casa sola, e riferivansi a tutta la vita. Sacro restava il luogo ove cadessero.
Forse si accorderanno queste disparità ove si faccia distinzione fra la dottrina arcana e la vulgata. Se credessimo al Passeri[55], l’arcana ammetteva un Dio solo, una rivelazione, l’uomo formato di fango, decaduto da migliore stato; i buoni dopo morte si trasformano in Dei; i peccati leggieri si espiano in questa o nell’altra vita; ai gravi, eterne pene. Troppo è facile applicare ad altri tempi e popoli i concetti e i sentimenti nostri.
Nei pochi documenti sopravanzatici troviamo la religione degli Etruschi grave e melanconica, come di gente a cui era prefinito il numero di secoli che essa e il mondo durerebbero. Dio creò l’universo in seimila anni: nel primo millesimo il cielo e la terra; nel secondo il firmamento; nel terzo le acque; nel quarto il sole e la luna; nel quinto le anime degli uccelli, dei rettili, degli altri esseri che vivono nell’aria, sulla terra e nell’acqua; nel sesto l’uomo, il cui lignaggio durerà quanto durò la creazione[56], cioè cinque millennj.
[DIVINITÀ]
Nella religione vulgata, supreme divinità erano Tina o Giove, Cupra o Giunone, e Menerva, a ciascuna delle quali consacravasi un tempio in ogni città federata, dove tre porte alludevano pure a questa trinità[57]. Il genio Gioviale, padre del miracoloso Tagete, indicato come quarta divinità penate, riguardavasi per figlio di Giove e fattore degli uomini. Trasportando anche nel cielo il sistema rappresentativo che usavano in terra, da dodici Dei Consenti, sei maschi e sei femmine, facevano assistere Tina, anima del mondo, e vivente nel mondo, padre delle anime; eppure anch’egli sottoposto al Destino, agli Dei Involuti, che erano veramente la causa suprema: alla quale divinità appartiene Norzia, dea del tempo. Sta accanto a Tina, e talvolta con esso s’identifica Giano, fratello di Camasene donna e pesce; il quale tiene le chiavi da aprir l’anno e le porte della città, e col doppio volto guarda l’oriente e l’occidente. Fichi con foglie di lauro in onor suo si davano a strenna del capodanno, reliquie dell’agreste suo culto.
Forse erano variate rappresentazioni del nume stesso quelle che prendiamo per divinità distinte. Così Tina ora compare come il Zeus olimpico, ora coll’edera di Bacco, ora col lauro d’Apollo, ora coi raggi del Sorano sabino; egli Termine per difendere i confini, egli Quirino per la guerra, egli dio sotterraneo. Giunone somiglia in qualche caso a Venere, ed ora è Populonia come dea del popolo; or Libera come moglie di Liber, Giove bacchico; or corrisponde a Cerere, più tardi conosciuta in Etruria. Menerva soprantende al destino, identica con Norzia e Valenzia, e con Illitia; talora con Pale.
Ogni dio, ogni uomo, ogni casa, ogni città aveva il proprio genio custode, sostanze intermedie fra l’uomo e la divinità. Due assistono a ciascun uomo, ispirandolo uno al bene, l’altro al male. Perocchè la sopraddetta dualità della creazione, e l’aspetto de’ disordini del mondo introdussero ben presto la credenza di un doppio principio, uno avverso all’altro; e il Vejovis era l’iddio autore del male, e turbatore dell’ordine dell’universo. La casa, con tutte le dolcezze che l’accompagnano, è custodita dal Lare, la cui immagine si conserva nell’atrio (_larario_), e cui altare era il focolajo domestico, mentre i Penati, genj della divinità, vi versano abbondanza e consolazioni, assicurano il triplice bene di una patria, una famiglia, un possesso. I Penati erano o pubblici o domestici: ai primi presedevano Tina e Vesta, e adoravansi ne’ tempj; gli altri otteneano culto nella casa, ed erano stati uomini[58]. Un’anima uscendo dal corpo, diventa Lemure o Mane[59]: se adotta la posterità della sua famiglia, chiamasi il _lare domestico_; se per le iniquità è agitata, v’appare come _larva_, spaventevole ai malvagi[60]. Perciò gli avi sepellivansi nelle case: ad or ad ora i Mani tornavano a visitare i loro parenti, poi a determinate solennità uscivano tutti dai funerei loro asili; onde se ne celebrava la commemorazione.
Dai forestieri e dagli aborigeni gli Etruschi accettarono poi un ciclo più esteso di numi e di genj; anzi, o dalle tradizioni antiche pelasgiche o da quelle delle colonie trassero le tante idee elleniche, espresse nelle loro pitture. Ma chiare nozioni come formarcene, se i loro dogmi rimasero un arcano de’ sacerdoti, unici depositarj della scienza e del sacro linguaggio allegorico? Tagete aveva insegnato che il cielo è un tempio[61], ove gli Dei siedono a settentrione guardando a mezzodì e avendo a sinistra l’oriente, parte benefica, a destra l’occidente, parte infausta dove la luce si spegne. Diceasi _cardine_ la linea di tal guardatura, intersecata ad angolo retto da un’altra detta _decumana_; e l’intersezione costituiva il tempio.
Fra gli Etruschi, come in Oriente, i riti sono necessarj a legittimare ogni atto pubblico e privato; gli uomini vengono governati per interpretazioni di sogni, di fenomeni, di astri: pure il sacerdozio non costituisce una pura teocrazia, come colà, giacchè il patriziato inizia la cittadina attività, e prelude all’indipendenza de’ politici diritti. La nobiltà, cioè la gente conquistatrice, era composta di signori (_lucumoni_), che dai castellari sulle alture tenevano in soggezione i pianigiani. In ciascuna città un lucumone rendeva giustizia ogni nono giorno, e rappresentava gli altri nelle assemblee generali, tenute a Volsinia o a Vetulonia. Uno fra i lucumoni era, nelle adunanze di primavera, sortito capo della federazione[62], avendo per insegne la porpora, la veste dipinta, corona d’oro, scettro coll’aquila, scuri, fasci, sedia curule[63], e dodici littori, somministrati uno da ciascuna città.
Quelle idee religiose, per le quali gli uomini e gli Dei restavano compresi in uno Stato o diremmo in una Chiesa sola, e in un patto che li metteva in corrispondenza, doveano produrre concetti d’ordine: e appunto per la forza dell’ordine l’austera nobiltà signoreggiò sempre nell’interno, e lungamente sopra i vicini popoli. Mancava però del vigore che nasce dalla unità; e gare di lucumoni e di città, gelosia degli ordini inferiori, odio di parti e di razza laceravano il paese, e impedirono di collegare tutti i popoli italiani, come avevano già tentato e Sanniti e Pelasgi, e come solo potè far Roma, aggiogandoseli tutti colla forza non più che coi mirabili ordinamenti civili.
Delle schiatte principali erano clienti le inferiori, che rimanevano plebe, divisa in tribù, curie e centurie, esclusa dagli eserciti, i quali perciò riduceansi a cavalleria.
[LUCUMONI. PLEBE]
Lucumone, nobili, plebei formavano dunque lo Stato. Nell’interno diversamente ordinate erano le dodici città, ma tutte insieme eleggevano un pontefice supremo per le feste nazionali. Il territorio di ciascuna ne comprendeva molt’altre, provinciali, colonie e suddite, abitate dalla stirpe soggiogata di Aborigeni e Pelasgi, sempre esclusa dai diritti che la plebe romana conquistò, e senza assemblee, giacchè ogni cosa decidevasi in quelle dei lucumoni. Fazioni sorgeano, ma tra le famiglie dominatrici in senso oligarchico, senza che mai si costituisse il popolo, la comunità. Solo più tardi Volsinia, assalita dai Romani, resistette col dar le armi alla classe inferiore ed ai braccianti, i quali in compenso ottennero la cittadinanza, e diritto di testare, d’imparentarsi coi dominanti, di sedere in senato. Se siffatta rivoluzione (dipinta come atrocissima dall’invidia dei nobili) fosse stata imitata da tutte le città, sarebbesi in quelle formato il Comune plebeo, e quindi la forza; quale di fatto apparve allorchè gli Etruschi si sollevarono al tempo di Silla, dopo che il dominio forestiero aveva tolte di mezzo le prische distinzioni.
L’originalità negli Etruschi non tardò a venir alterata da mescolanza forestiera; e singolarmente uno sciame greco, probabilmente venuto dall’Asia Minore, v’introdusse foggie e consuetudini, le quali riesce difficile sceverare dalle indigene. Crebbe allora il lusso; nei festini, dove anche le donne erano ammesse, sfoggiavasi suntuosità di vesti e squisitezza di vivande[64]; e se le turpitudini onde Teopompo fa aggravio ai Toscani, accomunamento delle donne, ostentati amori maschili, sentono l’eccesso d’una satira, pure trovano appoggio nelle oscene loro dipinture.
[CITTÀ. COMMERCIO]
Gli Etruschi si estesero, per via di colonie, come si è veduto; e diversi dai soliti conquistatori, invece di distruggere edificavano città. Simili in ciò ai Pelasgi, vi faceano predominare idee e numeri simbolici; dodici città nell’Etruria, dodici sul Po, dodici al mezzodì[65], di pianta quadrata, orientate come prescriveva l’augure, e le più abbracciavano due colli, del più alto de’ quali stava a cavaliere la rôcca. Molti porti aprivano al commercio, e principale Luni nel golfo della Spezia; e anche i primarj cittadini pare applicassero al traffico, pel quale l’Etruria serviva d’intermedio fra il mare e la restante Italia. Antichissima dev’essere la loro padronanza sul mare, che da loro ebbe nome di Tirreno e d’Adriatico; navi tirrene mercatavano nell’Jonio a gara coi Fenicj[66]; Agilla porse sessanta galee per combattere i Focesi nelle acque di Sardegna; anzi gli Etruschi, in un catalogo antico che manca di data e d’autenticità, sono fin chiamati signori del mare[67]. Dai molti scarabei ed altri lavori egiziani, dalle gemme d’Oriente, dall’ambra del Settentrione, che si estraggono dai loro sepolcri, ci sono indicate relazioni di commercio co’ paesi del Nilo, colla Cirenaica, col Baltico. Dallo stretto di Gibilterra certamente tentaron sbucare, e piantar colonie in un’isola ignota, ma furono impediti dalla gelosia dei Cartaginesi, Al par di tutti i popoli antichi, abusarono della potenza marittima per corseggiare; e i pirati tirreni vennero in sì tremenda reputazione, che Rodi come gran vanto conservava ne’ suoi tempj i rostri tolti alle loro navi. Gerone, mosso per isbrattar da loro i mari, li ruppe, e la sconfitta dovette ben essere piena se, poco stante, quando i Siracusani trassero a conquistare l’isola d’Elba, veruna flotta tirrena non protesse la Corsica, nè si sviarono i nemici che coll’oro; e così quando Dionigi minacciò il littorale di Cere. Pure, allorchè già era in decadenza, l’Etruria passava per la più ricca, forte e popolosa provincia d’Italia[68].
Il nome di Tirreni accenna ad industria, o deducasi dalle torri, o da _tiremh_ coltivatore. All’agricoltura soprantendeva un collegio di sacerdoti arvali; coll’aratro si descriveva il circuito delle nuove città, quasi a indicare quell’arte come legame de’ civili consorzj; conquistarono il patrio terreno dalle acque del Clani e dell’Arno, elevandolo per via delle colmate. Munivano acquedotti meravigliosi, come quello traverso la Gonfolina per asciugare il lago che fra Signia e Prato ondeggiava dove ora sorge Firenze; un altro presso l’Incisa per sanare il Valdarno superiore; interrirono la Chiana; altrove ai laghi stagnanti ne’ bacini e negli estinti crateri aprirono sfoghi sotterranei, somiglianti ai moderni pozzi trivellati. Non però riuscirono a migliorare l’aria della maremma, ove, allora come adesso, diceasi che si arricchisce in un anno e si muore in sei mesi. Gli sbocchi del Po e dell’Arno erano regolati da scaricatori e imboccature; anzi aveano ideato ridurre in canale tutto il Po, opera che l’Italia libera compirà.
[ARTI E SCIENZE ETRUSCHE]
Versati nell’astronomia, gli Etruschi misurarono assennatamente il tempo. Cominciavano il giorno dal mezzodì, a differenza di quel sistema che fu detto alla italiana, ove cominciasi dalla sera. Invece della settimana, usavano l’ottava; e ogni nono giorno era d’affari, d’udienza, di giustizia, di mercati (_nonæ, nundinæ_). Trentotto ottave formavano l’anno, di trecenquattro giorni, in dieci mesi: centodieci di tali anni costituivano un ciclo, che potremmo chiamare secolo, diviso in ventidue lustri; e perchè corrispondessero cogli anni solari, all’undecimo ed al ventiduesimo lustro intercalavasi un mese di tre ottave, sicchè al fine del secolo compivansi giorni quarantamila e censettantasette; laonde l’anno tropico riuscirebbe di giorni trecensessantacinque, cinque ore, quaranta minuti, ventidue secondi; più esatto che non il giuliano, giacchè non differisce dal vero che di otto minuti e ventitre secondi[69].
Anche nella medecina ebbero fama[70]. Vi si trovano idee sul fuoco centrale, analoghe a quelle che insegnava testè Fourier. Della loro abilità chimica darebbe buon segno Plinio, dicendo che, dopo preparate le stoffe con riagenti, potevano, tuffandole in una sola tinta, improntarle a colori e figure differenti. Studiarono sui numeri, e probabilmente sono etrusche le cifre che noi chiamiamo romane. Stromenti musicali inventarono, fra cui le tibie tirrene e il corno ritorto; e a suon di flauti facevano il pane e battevano gli schiavi[71]. A loro fanno onore dei mulini a mano, degli sproni alle navi, della stadera detta campana. I Romani desunsero da essi la bolla d’oro, segno di nobiltà, i fasci consolari colla scure, lo scettro sormontato dall’aquila, la porpora del capo dello Stato, i littori, la pretesta giovanile, la toga virile, la sedia curule, la clamide de’ trionfanti, gli anelli de’ cavalieri, i calzari senatorj e guerreschi, le corone trionfali, le falci da potare, i giuochi scenici ed i circensi, le cerimonie de’ Feciali. Se vi aggiungete la divisione in tribù, curie, centurie, gli auguri, i pretori, gli edili, un fôro pe’ comizj, le dissensioni fra nobili e plebei, l’Etruria vi parrà una Roma anticipata; nè vi saprà strano che alcuno considerasse i Romani come una colonia etrusca, prevalsa poi alla madre patria.
[LETTERATURA ETRUSCA]
L’alfabeto etrusco deriva dalla fonte comune degli europei e dal fenicio, e scrivesi da dritta a sinistra. Veneravano le Camene, ispiratrici de’ canti in lode de’ grand’uomini. Nè di letteratura furono sprovvisti[72]: Varrone sembra indicare un Volumnio tosco, autore di tragedie; a’ commedianti in latino fu dato il nome di _histriones_, dall’etrusca parola _ister_; d’Etruria vennero a Roma letterati insigni; i patrizj romani mandavano colà i loro figliuoli da educare; e fin ai tempi d’Alarico si spediva a consultare quegli auguri per la salvezza della patria.
Potea però ottenersi incremento grandioso del sapere o slancio di poesia là dove lo studio era ristretto nel sistema sacerdotale e nell’interpretazione de’ segni celesti? Fatto è che nulla ce n’è rimasto, e la lingua medesima ci è arcana. Lami, Lanzi, Passeri, Spanemio, Gori, Bourget vollero trar questa dal greco, Bardetti e Scricchio dal settentrione, unendola insomma al gruppo indo-germanico; mentre Reinesio ed altri l’attaccavano al fenicio, e Merula all’arabo, cioè al ceppo semitico. In fatto Lud da Mosè è posto tra i figli di Sem[73], lo che indicherebbe semitici i Lidj, che sin ai tempi di Ciro trovansi in relazione coi Babilonesi: e chi crede gli Etruschi colonia lidia, crederà parlassero semitico. I pochi elementi che ne conosciamo ostano a tale supposizione: ma ad ogni modo, per fiancheggiare le varie opinioni si contorsero ed alterarono talmente le loro iscrizioni, che meno se ne richiederebbe a dimostrare che la lingua del Madagascar è figliata dal latino.
Ci si domanda forse perchè le città italiane non diedero uno storico, un poeta, un filosofo, mentre tanti ne rammentano le colonie greche? come mai, con tanto commercio, non batterono monete, sicchè solo trecento anni prima di Cristo ne troviamo d’argento a Populonia, di rame a Volterra? perchè non un legislatore, un eroe, che sopravvivesse al tempo? La risposta noi crediamo stia nella nostra ignoranza. Da jeri ci ponemmo a cercare le antichità nostrali, e v’ha paesi in Italia men conosciuti che non l’Egitto e l’India. Cinquanta anni fa non sarebbe potuto dirsi che gli Etruschi mai non ebbero vasi, perchè gli autori latini non ne fanno quasi cenno? Ma Varrone assevera che gli annali etruschi risalivano all’origine delle singole città; dalla fondazione di ciascuna principiava un’età, la quale terminava colla morte dell’ultimo fra quanti erano nati in quel giorno stesso; allora cominciava l’età seconda, che si chiudeva alla morte dell’ultimo fra coloro che viveano al principiare, e così via: lo che prova ch’essi tenevano registro dei nati e morti[74]. Ma i Greci, come i Francesi moderni, non parlavano che di sè: i Romani, sprezzatori di ciò che trovavano fra i conquistati, sì poco dissero dell’Etruria, che non fanno quasi menzione delle stupende rarità di essa, le mura, i sepolcreti, i vasi.
[COSTRUZIONI ETRUSCHE]
È disputato se ai Pelasgi o agli Etruschi siano dovute le mura di Cortona, di Rusella, di Fiesole, di Populonia, d’Aurinia, di Signia, di Cosa, fatte con grandi poligoni di travertino, commessi senza cemento. Etrusco vuolsi il tabulario del Campidoglio, e così il muro di Tivoli, che non appare pelasgico, com’è invece un jerone colà presso, e tre altri nella valle di Cerceto a Ferentino. I lavori de’ Ciclopi e de’ Pelasgi che poco sopra contemplammo, di sassi scabri o appena slabrati, appartengono a quel primo periodo, ove l’uomo non provvede con essi che alla necessità, nè ancora si eleva a quei concetti che mutano la pratica manuale in arte bella. La religione è la fonte, e il culto è la forma più universale di questa ideale bellezza, rivelazione della presenza divina in un oggetto visibile; ond’è che le belle arti, con un fondo comune di sentimenti, variano secondo il carattere d’una nazione, e secondo il culto tributato agli enti sovrannaturali e alle tombe.
E impronta originale ebbero le arti nell’Etruria. Non cerchiamo blandimenti alla vanità col pretendere che fra noi nascessero esse, e da noi le imparassero i Greci, ai quali era serbato recarle alla perfezione: ma che qui siano antichissime, molti riscontri storici il provano. Romolo rubò in Etruria un carro di bronzo; Plinio cita pitture di Ardea, anteriori alla fondazione di Roma; Bolsena in fenicio esprimerebbe città degli artisti, e da questa i Romani predarono duemila statue, probabilmente di terra cotta; la fiorente Adria fu distrutta dai Galli quando passarono le Alpi ne’ primi secoli di Roma, onde anteriori devono tenersi le tante opere e i bellissimi vasi che n’escono tuttodì. Agli Etruschi spetta il merito delle opere più antiche di Roma, quali la mura esterna del Campidoglio, l’arginatura del Tevere, e la cloaca massima, la cui volta interiore è chiusa da una seconda, e questa da una terza, fatte di massi di peperino a cuneo, combacianti senza cemento, in modo da non essersi sconnesse pel lasso di tanti secoli. Serviva essa a dare scolo alle acque stagnanti fra il Capitolino e il Palatino, traversava il fôro romano e il boario, e il Velàbro, e gettavasi nel Tevere poco sotto del ponte Palatino, con tale ampiezza che vi si poteva scendere in barca, avendo quattro metri e mezzo di larghezza e più di dieci d’altezza; e a prevenire i rigurgiti del fiume, v’entrava ad angolo acuissimo. Nel 1742 si scoprì un altro acquedotto non meno meraviglioso, tredici metri sotto al suolo presente, di travertino, e perciò più recente e forse posteriore alle guerre puniche: tremuoti, sovrapposti edifizj, quindici secoli di abbandono non ne spostarono pietra. L’emissario del lago Albano, alto metri 2.27, largo 1.62, è tagliato nel tufo vulcanico per duemila trecentrentasette metri di lunghezza, e allo sbocco la volta è regolarmente costrutta di pietre a cuneo. A Volterra, mentre il naturalista studia le copiose saline, gli alabastri, le miniere del rame, i lagoni dell’acido borico, l’antiquario ammira infiniti cimelj raccolti nel museo civico, e le gigantesche mura, e la Porta all’arco sotto alla cattedrale, colla volta perfettamente circolare di diciannove grandi pietre squadrate, e colla serraglia grossolanamente effigiata: oltre una cisterna a triplice volta. Più riccamente finite sono due altre porte a Perugia; e par veramente merito degli Etruschi l’aver indovinato l’importanza dell’arco, che poi i Romani doveano usare alla bellezza monumentale: mentre vuolsi che solo al fine del v secolo Democrito insegnasse ai Greci il fabbricare a volta con pietre cuneiformi. Etrusco è pure l’anfiteatro di Sutri, scarpellato nella rupe e del giro di mille passi; e così il teatro di Adria, e fors’anche l’anfiteatro di Verona. Da Cere a Vejo sussiste tuttora la strada selciata.
L’ordine toscano tiene del dorico, con importanti modificazioni; ma non sappiamo se fosse veramente proprio degli Etruschi, giacchè verun monumento ce ne avanza. Secondo Vitruvio, i loro tempj erano quadrilunghi, nella proporzione di cinque a sei: il santuario avea tre celle, di cui la media più vasta: nel pronao erano distribuite colonne molto distanti, e di sette diametri con base e capitello; e al disopra la trabeazione di legno ornata di mensole, e con una cimasa sporgente: costruzioni che Vitruvio qualifica di pesanti, goffe e nane. Le case disponevano in tutt’altra foggia da’ Greci, in modo che la principale camera stesse in mezzo, verso la quale piovevano le acque dal tetto circostante (_impluvium_).
[SEPOLCRI]
Varrone descrive il sepolcro di Porsena presso Clusio, che, se vogliam tirarne qualche concetto dalle particolarità certamente fantastiche, era una costruzione di settantacinque metri in quadro e alta sedici, con anditi intricati a somiglianza del labirinto di Creta, di pietre a squadra, sormontato da cinque piramidi, larghe novantacinque metri ed alte il doppio, e congiunte in cima da un cerchio di bronzo ed un cappello, donde pendeano campane: su questo poi Plinio diceva erette quattro altre piramidi, e un nuovo piano con sovrappostene altre cinque; idealità ineffettibile[75]. Bensì cinque obelischi si ergono presso Albano su quel che il vulgo intitola sepolcro degli Orazj e Curiazj.
E i sepolcri sono gli edifizj di cui maggior numero si è salvato in Etruria. Sempre sotterranei, o cavati ne’ fianchi d’un monte o a piè d’un masso trasformato in monumento: ove il terreno non si prestasse all’escavazione, si costruivano di muro, ma sempre coperti, quasi per celarli ad ogni occhio; sicchè bisogna fra macìe di sassi e spinose marruche cercare que’ tesori, a differenza dei Romani che gli esponeano lungo le strade.