Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 37

Chapter 373,212 wordsPublic domain

[222] Gellia era piccino e smilzo, e mandato ambasciatore a Centuripe (Centorbi), vi fu accolto a risate. Senza scomporsi egli disse:—«Agrigento ha persone belle e appariscenti, ma le manda alle città illustri e civili; alle piccole e scortesi ne manda di pari a me». Anche l’abate Galiani, quando fu presentato alla Corte di Francia come addetto all’ambasciatore di Napoli, piccolo e gobbo come era eccitò l’ilarità dei cortigiani; ond’egli, inchinandosi al re, esclamò: _Sire, vous voyez un échantillon d’ambassadeur_. Si rise, e i Francesi danno ragione e benevolenza a chi li fa ridere.

[223] DIODORO, XI. 72.

[224] POLIBIO, lib. XII. 22.

[225] Più tardi un tremuoto l’abbattè, Cesare riedificolla, Federico Barbarossa l’incenerì; rialzata, sofferse replicati assalti dai Turchi verso il 1593, e nuovi tremuoti, dai quali adesso si rifà.

[226] La costituzione che egli voleva foggiare sulle idee di Platone, importava un re che vegliasse sulla religione e sullo splendore dello Stato, quasi un gran sacerdote. A tal carattere sacro ripugnavano il diritto di morte e d’esilio, che perciò restavano a trentacinque custodi della legge, i quali, per deliberare della vita de’ cittadini, doveano aggiungersi i più giusti fra i magistrati usciti di fresco di carica. I trentacinque col senato e il popolo decideano della pace e della guerra. Tanto è riferito nella viii delle lettere di Platone. Queste sanno d’apocrifo, pure sono certamente vicine al suo tempo, e scritte da persona informata. A Dionigi doveva alludere Platone nel IV _Delle leggi_, ove scrive che «per ordinare nuova forma di governo nessuno val meglio d’un tiranno che sia giovine, di salda memoria, bramoso di sapere, coraggioso, animato da sentimenti nobili, e cui la buona fortuna avvicini un uomo conoscente della scienza delle leggi. Felice la repubblica retta da principe assoluto, consigliato da buon legislatore!».

Il tedesco Arnold scrisse la storia di Siracusa fino a Dionigi. Si trova pure nella quarta parte della _Storia greca_ di Mitford, ove Dionigi I è purgato dalle esagerate imputazioni degli scrittori originali.

[227] Cicerone dice che la decima del frumento di Sicilia rendeva ai Romani per nove milioni di sesterzj, a tre sesterzj comprandosi il moggio: dunque trenta milioni di moggia, ossia quattrocento cinque milioni di libbre a peso di marco, traevansi da quel terzo della Sicilia ch’era sottoposto alla decima. DUREAU DE LA MALLE, _Économie politique des Romains_, tom. II. p. 376.

Oggi, che la coltura n’è tanto negletta, calcolano si asporti dalla Sicilia per nove milioni in agrumi, due in olio, oltre la soda e il tonno marinato e i solfi, suo oro.

[228] TEOFRASTO, IV. 17; PLINIO, XII. V.

[229] Diodoro accenna Dori ed Eolici, i quali sicilianizzavano.

[230] SUIDA, _Lexicon ad vocem_.

[231] Nel _Busiride_ descriveva Ercole vorace:—Se lo vedi macinare a due palmenti, e trangugiare ingordo, ti fa ribrezzo. Le fauci di dentro gli borbogliano, le mascelle cigolano, i denti molari stridono, i canini strepitano, le narici fischiano sibilando, e le orecchie ciondolando si movono». Ap. ATENEO, DEIPNOSOFISTES, X. c. I. Così dipinge il parassito:—Mi basta un cenno per correre ad un convito, nè cenno aspetto per presentami dove si fa nozze. Comincio dir facezie, e movo a festa e a giuoco: sciorino lodi spiatellate a colui che mette tavola, e a chi gli contraddice tratto da nemico e svillaneggio: e ben bevuto e meglio mangiato, me ne vo. Non ho ragazzo che mi scorga per la via con la lanterna; e soletto nel bujo, barcollando ad ogni passo, m’affretto verso casa. Se m’imbatto nella ronda, giuro di non aver fatto nulla di male; oppure essi mi caricano di mazzate. Fiaccato dalle busse, arrivo a casa e mi sdrajo s’una pelle, e non sento il dolore finchè la forza del vino mi grava l’anima e la mente». _Ivi_ VI. c. 28.

[232] Vedi il suo elogio scritto dallo Scinà.

[233] Dell’ode, ove Orazio introduce a parlare Archita già morto, non saprei dar ragione se non supponendola tradotta o imitata dal greco. I primi versi

_Te maris et terræ, ~numeroque carentis arenæ~ Mensorem cohibent, Archita,_

io penso non alludano ad operazioni geometriche da lui fatte, ma a qualche soluzione ingegnosa ch’egli abbia trovato dell’_arenaria_, su cui si esercitò anche Archimede, come or ora diremo.

[234] Lo narra Ateneo (v. 10); ma Montucla lo rigetta tra le favole.

[235] Il numero calcolato nell’_arenaria_ di Archimede oggi si scriverebbe colla cifra 64, seguita da sessantun zeri. Questo parmi basti a confutare chi pretese (come l’insigne Charles negli _Eclaircissements sur le traité ~De numero arenæ~_) che i Greci conoscessero il sistema numerico indiano, ove le cifre acquistano un valore di posizione. Taluno credette trovarvi la prima idea dei logaritmi. Teone d’Alessandria nel _Commento_ fa merito ad Archimede d’avere, nella _Catoptrica_, scoperto la rifrazione, per cui i raggi passando pel fluido, fanno all’occhio un angolo più grande. Ideler, nel commento sulla _Meteorologia_ d’Aristotele, radunò i passi relativi alla _Catoptrica_ d’Archimede. Che questi s’occupasse di analisi indeterminata può indicarlo il problema in versi, scoperto da Lessing, e stampato nel giornale _Zur Geschichte und Litteratur_, Brunswick 1773. Ma che già prima i Pitagorici istituissero ricerche sui triangoli rettangoli aritmetici, l’attesta Proclo sulla proposizione 47ª del libro i d’Euclide. La formola di cui valeansi per formare un’infinità di triangoli siffatti, può esprimersi algebricamente:

( a² - 1 )² ( a² + 1 )² a² + ( ————————) = ( ————————) ( 2 ) ( 2 )

Delambre pretende che nè Archimede nè Euclide avessero idea della trigonometria rettilinea, nè della sferica. Vedasi la sua memoria in fondo alla traduzione francese di Peyrard delle opere di Archimede. Parigi 1808.

[236] _Da ubi consistam, et cœlum terramque movebo_. Se è suo questo motto prestatogli da Pappo, e’ non si fece carico del vette. Ora, per ismuovere, non che il cielo, la terra, si richiede una leva tale, che, quando Archimede avesse potuto correre colla velocità d’una locomotiva a vapore, cioè quarantotto miglia l’ora, gli sarebbero stati necessarj quarantacinque bilioni d’anni per sollevare d’appena un pollice la terra. Vedi NEIL-ARNOTT, _Mécanique des solides_, pag. 155.

[237] Degli specchi ustorj d’Archimede nessuna menzione fanno Polibio, Livio, Plutarco; ma solo Zonara e Tzetze, storici del Basso Impero, che alludono a passi perduti di Dione e Diodoro Siculo.

Se possa farsi uno specchio tale da incendiar una nave, fu discusso gravemente dagli scienziati. Parve risolvere la questione Buffon coll’esperienza, costruendo uno specchio formato di censessantotto specchietti, mobili in ogni senso, e curvati in modo da presentare una superficie convessa, talchè, come in una lente, tutti i raggi del sole vi fossero riflessi verso un unico objetto. Con questo s’incendiò una tavola grossa di abete alla distanza di cencinquanta piedi, essendo il 10 aprile, un’ora dopo mezzogiorno. Si aumentarono gli specchietti fino a ducenventiquattro, ed alla distanza di quarantacinque piedi vennero fusi de’ vasi d’argento in otto minuti. Alla distanza di ducento piedi si fece passar un bue, che cadde colpito.

Sopra tale costruzione, Monge avvertì la difficoltà di dover ad ogni istante cambiare la inclinazione degli specchi, atteso il moversi del sole, mentre non meno di mezz’ora si richiederebbe per infocare una nave. Quando Buffon diede questa spiegazione dello specchio d’Archimede, non si conosceva un passo di Isidoro da Mileto, che al tempo di Giustiniano scrisse περὶ παραδόξων μηχανημάτων. In uno dei quattro problemi che ci avanzano di quest’opera, egli si propone di costruire una macchina capace di accendere coi raggi del sole una materia combustibile fuori della portata del tiro. Trovando impossibile il conseguir ciò cogli specchi concavi, dimostra che Archimede potè ardere i vascelli di Marcello mediante l’unione di molti specchi piani esagoni. Il passo cui alludo, fu pubblicato da Dupuy nei _Mém. de l’Académie_, ecc. vol. XLII. Parigi 1774.

Peyrard, che tradusse Archimede, diede una nuova costruzione ingegnosa, la quale nel 1807 fu approvata dall’Istituto, calcolando che con cinquecentonovanta specchi da cinquanta centimetri di lato si potrebbe ridurre in cenere una flotta distante un quarto di lega. Ma dimostrato possibile il fatto, chi crederà che le navi romane stessero nell’immobilità necessaria perchè il fuoco s’attaccasse?

[238] Che pure lo disprezzava, con romanesca superbia dicendo: _Humilem homunculum a pulvere et radio excitabo_. Tusc. v. 33.

[239] Spesso ricorrono fra gli antichi queste armi parlanti: Agrigento mettea sulle sue monete il granchio, _acragas_ in greco; Ancona un gomito, che in greco dicesi _ancon_; Turio, un toro, alludendo all’aggettivo _tourios_ impetuoso, o al tauro. Più spesso ciò incontra pei nomi de’ triumviri monetarj, nomi che metteansi sulle monete battute sotto la loro direzione: così un toro su quelle di Thorio Balbo; un martello su quelle di Publicio Malleolo; un fiore per Manlio Aquinio Floro; un Giove Ammone cornuto per Quinto Cornificio; il pesce della porpora per Furio Purpureo; le sette stelle dei trioni per Lucrezio Trione; una musa per Pomponio Musa; un Saturno per Sestio Saturnino.

Vedansi: PARUTA, SICILIA NUMISMATICA.

PISANI, _Memorie sulle opere di scultura in Selinunte ultimamente scoperte_.

PRINCIPE DI BISCARI, _Viaggi per le antichità della Sicilia_.

MARTELLI, _Le antichità dei Siculi_.

SERRADIFALCO, _Le antichità della Sicilia_.

CAPODIECI, _Antichi monumenti di Siracusa_.

HITTORFF e ZANTH, ARCHITECTURE ANTIQUE DE LA SICILE.

HARRIS e SANTANGELI, _Sculptured Metopes discovered amongst the ruins of the temples of the ancient city of Selinus_. Harris, nell’esplorare quelle ruine, contrasse una malattia che il portò a morte giovanissimo.

[240] Ausonio, _Nob. urbes_, vers. 97. E Virgilio, _Æn_. III. 692:

_Sicanio prætenta sinu jacet insula contra Plemmyrium undosum: nomen dixere priores Ortygiam, Alpheum fama est huc Elidis amnem Occultas egisse vias subter mare, qui nunc Ore, Arethusa, tuo siculis confunditur undis._

E Cicerone: _In hac insula extrema Ortygia est fons aquæ dulcis, cui nomem Arethusa est, incredibili magnitudine, plenissimus piscium, qui fluctibus totus operiretur, nisi munimine ac mole lapidum a mari disjunctus esset_.

[241] _Naturæ historia_, III. 9.

[242] Chiamavansi _latrones_, parola che acquistò trista significazione, come avvenne del nostro _masnadiere_.

[243] _Hist._, lib. X. Si confronti con DIODORO, XX. 104.

[244] PLUTARCO in _Pirro_. Ad altra conchiusione arrivava uno di que’ semplici filosofi, che si chiamano santi. Filippo Neri andò incontro ad un prete che veniva a Roma per mettersi in prelatura, e che coll’enfasi della speranza gli narrava che potrebbe diventar cameriere, poi segretario, poi protonotaro....—E poi?» chiedeva il santo—E poi potrò entrar monsignore—E poi?—E poi il cappello verde potrà mutarsi in rosso—E poi?—E poi, de’ casi se ne sono veduti tanti, e quel che riesce ad uno può riuscire anche ad un altro—Volete dire la tiara, eh? Ma e poi?» instava il santo; ed esitando l’altro a rispondere, gli soggiungeva:—E poi morire».

[245] _Cicerone_, _Tuscul._ IV. 2.

[246] ELIANO, _Variæ hist._, I. 38, dice che, per ispaventare gli elefanti, presentarono loro de’ majali. I narratori di questi fatti perirono, non restandoci che gli argomenti delle decadi di Livio, e qualche estratto di Dionigi, Diodoro, Appiano, oltre le vite di Plutarco.

[247] TITO LIVIO, XXXVIII. 28.

[248] Asdrubale e Amilcare, figli di Magone, conquistano la Sardegna, e Asdrubale vi muore dopo stato generale undici volte; Amilcare si uccide dopo vinto da Gelone. Da Amilcare nacquero Imilcone che gli succedette nel comando dell’esercito in Sicilia, Annone e Giscone. Da Asdrubale nacquero Annibale, Asdrubale, Saffo, generali fortunati contro Nùmidi e Mauritani.

[249] Ignoti agli storici romani, ce li conservò Polibio greco. Il capo Bello o Buono (τῷ καλῷ ἀκροτηρίῳ) è il promontorium _Hermœum_ al nord di Cartagine. Τὸ προκείμενον αυτῆς τῆς Καρκήδονος ὠς ρπὸς τὰς άρκτους, dice Polibio. S’ingiunge dunque ai Romani di non navigare lungo la costa del territorio cartaginese, verso la piccola Sirte, ov’erano le città e i distretti più fertili di Cartagine.

Per questi fatti principale autorità è questo Polibio, di cui abbiamo il racconto fino al 216, e frammenti sino al 165 av. Cristo. Livio e Appiano calcano le orme di lui. Si riferiscono a questi tempi le vite di Fabio Massimo, Paolo Emilio, Marcello, Catone, Flaminio, scritte da Plutarco. Quella d’Annibale, attribuita a Cornelio Nepote, parmi nulla più che compilazione retorica.

[250] DIODORO, XXII; POLIBIO, I.

[251] Zonara, scrittore dei bassi tempi, ci conservò memoria di tale congiura di quattromila Sanniti (VIII. 11).

[252] Se alcune nebbie osiamo spargere s’un nome che da fanciulli s’impara a venerare, si vorrà noverarci tra quelli che dubitano della virtù perchè non la credono? I libri di Livio, in cui avrebbe dovuto esser narrato l’eroismo di Regolo, perirono; Polibio non ne fa cenno; Dione Cassio lo dà come una tradizione, che Silio Italico abbellisce o gonfia colla sua poesia. In Diodoro Siculo, narratore così circostanziato e spesso esatto, manca il libro xxiii ove il fatto dovea trovar luogo; ma due frammenti di quello possono smentirlo. Nel primo narra la sconfitta di Regolo, imputandone affatto l’arroganza di esso, che compromise gl’interessi della patria quando poteva di decorosa pace giovarla: «Nè della calamità la minor parte cadde sull’autore di tanti mali; giacchè la gloria che erasi dapprima acquistata, offuscò coll’ignominia maggiore che gliene venne; e coll’infelicità sua valse ad ammaestrare altrui che nelle prospere vicende non insolentiscano». Diodoro con nessuna parola disacerba il rimprovero; anzi in un altro frammento divisa gli orribili trattamenti che la moglie di Regolo fece ai prigionieri a lei abbandonati: «Non sapendosi dar pace del morto marito, i figliuoli indusse a infierire contro i prigionieri. Serrati in angustissimo camerotto, trovaronsi obbligati a stare aggomitolati come bestie, indi per cinque giorni privati d’ogni alimento, Bodostare per tristezza e fame morì; Amilcare di grand’animo andava sostenendosi, e spesso con pianti pregando la donna, le narrava la cura che avea preso del marito di lei; ma non potè piegarne il cuore ad alcun sentimento umano, a tal che la spietata donna tenne ivi per cinque giorni chiuso con esso il cadavere di Bodostare, e ad Amilcare dava quanto cibo bastasse a tenere in lui vivo il senso delle sue calamità. Amilcare, vedendo perduta ogni speranza che le sue preghiere avessero effetto, incominciò a scongiurar Giove ospitale e gli Dei che hanno in cura le umane cose, e a gridare d’esser troppo punito della buona opera che avea fatto. Nè però in sì tormentoso stato morì, fosse misericordia degli Dei, fosse la sua buona fortuna che infine gli recasse non isperato sostegno. Già agli estremi, tanto per l’orrendo lezzo del cadavere, quanto per le altre miserie, alcuni servi della casa raccontano il fatto a persone estranee, che indignate di tanta crudeltà, il denunziano a’ tribuni. Verificata la cosa, chiamati gli Attilj dai magistrati, poco mancò non fossero condannati nel capo, per avere di tanta infamia macchiato il nome romano; però di gravissima pena li minacciarono se di buona fede non avessero in appresso custoditi i prigionieri. Essi, accagionandone la madre, abbruciarono il cadavere di Bodostare, e ne spedirono le ceneri alla patria; Amilcare poco a poco refocillarono, finchè dai patimenti sofferti si riebbe».

L’argomento più concludente contro quell’eroismo potrebbesi trarre dall’inutilità, se non anche peggio, del consiglio che si fa dare da Regolo. Col cambio dei prigionieri Cartagine non avrebbe ricuperato che mercenarj, de’ quali poteva rifarsi altrove con puro danaro; Roma riacquistava cittadini e veterani, che avrebbero, come quelli resi da Pirro, cancellata l’infamia con maggiori prodezze. Non poteano i prigionieri essere altrettanti Regoli, gran capitani e gran cittadini? forse che l’aver avuto le braccia incatenate avea prostrato l’animo del console? La ragione più forte che Orazio esponga, è la paura del cattivo esempio: ma non è ancora deciso che possa mandarsi a morte un uomo per dare esempio ad altri. La pace poi che Regolo sconsigliava, Roma l’accettò alcuni anni appresso, ond’egli persuadendola non avrebbe fatto che risparmiare i guasti e il sangue del tempo interposto: ma le vite non si contano nei calcoli dell’ambizione. Il far poi tante meraviglie perchè Regolo mantenne la parola giurata di ritornare, non fa troppo onore alla specie umana.

Fu Palmerio il primo che, nel secolo xvi, suppose quella morte una favola della famiglia Regolo per iscusar le sevizie di essa sui prigionieri. A lungo ne discusse Halthaus, _Gesch. Rom. in Zeitalter der punischen Krieg_, Lipsia, 1866, e propende per l’opinione vulgata.

[253] PLINIO, _Nat. hist._, XVIII. 13.

[254] Vuolsi ricordare un singolarissimo tratto di Cajo Alimento, conservatoci da A. Gellio, XVI. 4. Vi si legge che, quando levavansi truppe, i tribuni militari faceano giurare ai soldati della loro compagnia, che nè in campo nè nel contorno di dieci miglia non ruberebbero più del valore d’una moneta d’argento al giorno; se _trovassero_ alcun che di maggior prezzo, lo porterebbero ai capi loro: potevano però appropriarsi una lancia, la legna, il foraggio, le rape, un otre, un sacco, una fiaccola.

[255] In queste cifre, date da Polibio, II. 23. 69, convengono ad un bel circa Fabio Pittore (ap. PAOLO OROSIO, IV. 15), Diodoro Siculo (_framm._ 3 del lib. XXV), e Plinio (_Nat. hist._ III. 24). Si vede che contavasi solo l’Italia fino al Rubicone e a Luni, al 44 grado di latitudine, eccettuando sempre i Veneti e i Cenomani.

[256] TITO LIVIO, III. 3. Sì scarsa popolazione ci fa conchiudere, al contrario del Durando (_Mem. dell’Accademia di Torino_, tom. IV, p. 617, 1811) e di Dureau de la Malle (_Mémoires de l’Académie française_, tom. X, 1833), che grandissimo fosse il numero degli schiavi. Esso Durando dà alla Gallia Cisalpina in quel tempo soli quattro milioni d’abitatori, altrettanti al resto d’Italia.

[257] POLIBIO, III. 6; LIVIO, XXI. 2. 7.

[258] PLINIO, _Nat. hist._, XXXIII. 6.

[259] PLUTARCO, _Della virtù delle donne_.

[260] Tito Livio e Cornelio Nepote, per far drammatico il racconto, lesero la verosimiglianza dei fatti e la prudenza del gran capitano. Quelle Alpi, che Cornelio ci dà come inaccesse, e tali che appena un uomo scarco potea passarvi, quante volte non erano state superate dai Galli per venir a saccheggiare l’Italia o a collocarvisi? Popolatissime appajono esse dal racconto medesimo, e certo i Galli servirono di guide ad Annibale pei colli impraticati.

Una biblioteca intera si scrisse intorno alla marcia d’Annibale dalla Spagna in Italia; segno che i dati sono arbitrarj, quanto inutili le conseguenze. Noi, senza entrare in discussione, rimandiamo a Polibio, lib. iii. 42-56; ma neppure da lui si aspetti l’esattezza numerica, insolita agli autori antichi. Egli misura il viaggio da Cartagena a Taurino in novemila stadj: poi i viaggi parziali non riescono che di ottomila seicento.

Fra altre favole, Livio racconta che Annibale ruppe le Alpi coll’aceto. Baja ridicola; pure anch’oggi nelle famose miniere dell’Hartz spaccasi la rocca coll’accendervi grandi fuochi, e quando sia ben riscaldata, gettarvi acqua: operazione che doveva esser comune prima dell’invenzione della polvere.

Vedasi ABBOTT, _History of Hannibal the cartaginian_, Londra 1849.

[261] Polibio dà cinquanta elefanti ai Cartaginesi che assediavano Agrigento; cento alla battaglia di Rodi contro Regolo; ottanta a quella di Zama. Secondo Diodoro Siculo, Asdrubale, fondatore di Cartagena, ne avea ducento in Ispagna; cencinquanta erano alla battaglia di Tapso, ultima d’Africa ove questo animale compaja. Li traevano non dall’interna Africa, ma dal paese contiguo a Cartagine, sul piovente meridionale dell’Atlante, ove da gran tempo più non se ne incontra. Così nell’Africa meridionale in numero sterminato si trovavano al tempo che primamente fu colonizzato il capo di Buona Speranza, poi furono messi in fuga o distrutti dai coloni.

[262] _Lectisternium, ver sacrum._ LIVIO, XXVII. 39.—ARRIANO, _De bello hispanico._—SILIO ITALICO, XV. 495.

[263] _Triumviri mensarii._ LIVIO, XXIV. 18.—Vedi ARNOLD, _Storia romana._

[264] Anzi Appiano mette dieci, fornite solo da volontarie contribuzioni: χρήματα οὐκ ἕδωκαν πλὴν εἴ τις ἤθελε τῷ Σκιπίονι κατὰ φιλίαν συμφέρειν.

[265] Il fatto è riferito da Diodoro ne’ frammenti, e da Appiano; Livio ne tace, come di molti altri. Fra Catanzaro e Crotone, mostrano la Torre d’Annibale, ov’è tradizione ch’egli s’imbarcasse.

[266] Τὸ τρίτον τῆς στρατιὰς Κέλτοι καὶ Λίγυες: APPIANO.—_Galli proprio atque insito in Romanos odio incenduntur_. LIVIO, XXX. 33.

[267] Ne fanno segno ancora i nomi di Minuciano, Antognano, Petroniano, Sillano, Gragnano, Albiano, Elio, ed altrettali di colà. I Romani dovettero spingervi gli eserciti lungo la Garfagnana, risalendo da Pisa il Serchio fra valli anguste e scoscese pendici.

[268]

_Ille triumphata Capitolia ad alta Corintho Victor aget currum, cæsis insignis Achivis. Eruet ille Argos, agamemnoniasque Mycenas, Ipsumque Æacidem, genus armipotentis Achillei: Ultus avos Trojæ, temerataque templa, Minervæ._

VIRGILIO, _En._ VI. 836.

[269] VALERIO MASSIMO, lib. IV. cap. 4.