Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 36
[164] Le divinità romane di primo ordine sono le più di nome greco; alcune diversificano. Se ne cerca la ragione. J. Millingen (_Transactions of the royal Society of literature of the united kingdom_, vol. II. p. 1, 1832) vuol provare che non sono se non alterazioni dal greco. È inutile accennare _Bacchus, Hercules, Latona, Themis, Proserpina, Æsculapius, Pollux, Castor, Sol, Horæ, Musæ, Gratiæ, Nimphæ, Luna_ (apocope di Σελήνη), ecc.: ma stando agli Dei maggiori, facile è la derivazione di _Jovis_ da Ζεὺς, o Δὶς Διὸς, per trasposizione: di _Juno_ da Ζήνω, Αιώνη; di _Apollo_ o _Phœbus_ dall’identico; di _Diana_ da ϐεα o διὰ ἀνὰ; di _Vesta_ da Ἑστια; di _Ceres_ da ᾽Έρα colla gutturale. Quanto a _Mars_, sarebbe da Ἄρες col prefisso M; _Neptunus_ da νέω, νήχω ondeggio: nell’eolico si commutano ττ, σσ, e la terminazione _unus_ è comune a _Portunus, Vertunus, Tribunus_, ecc. _Consus_, altro suo nome, verrebbe da Πόντος, cambiandosi spesso il π in κ, come da πέντε _quinque_, da ἕπομαι _sequor_, da ἵππος equus. _Venus_ deriva non da _venire_ o da _feo_ (radice di _fetus, femina_), ma da εὐναῖα, εὐνήσσα o εὔνους: _Vulcanus_ da φλέγω e φλὸξ, radice di _fulgeo, fulgo, fulmen_: _Mercurius_ non da _merx_, ma da Ἐρμ, trasponendolo come _forma_ da μορφὴ e colla finale κοῦρο o κήρυξ. _Minerva_ poi sarebbe detta dall’epiteto suo ἐνέρεα, relativo alle spoglie nemiche che le si dedicavano, e col prefisso Μ e il digamma Ϝ.
[165] CANCELLIERI, _Le sette cose fatali di Roma antica_.
[166] Secondo la tradizione vulgare: ma Dionigi lesse nel tempio del dio Fidio il trattato conchiuso con Gabio, come alleanza tra eguali, e coll’isopolizia: talchè al suo territorio fu conservato il nome speciale di _ager gabinus_.
[167] Ai tempi di Cicerone, Tarquinio non passava pel mostro che Dionigi ci dipinge: _Atque ille Tarquinius, quem majores nostri non tulerunt, non credulus, non impius, sed superbus habitus est et dictus_. _~Philippica~_ III. 4. Ma ~_pro Rabirio_~, 4, gli dà taccia _superbissimi et crudelissimi regis_.
[168] Vedi l’~Appendice~ IV.
[169] Fatto opposto alla vulgata lezione, ma attestato da Tacito: _Nec Porsena, dedita urbe, neque Galli capta temerare potuissent_; e da Plinio (_Nat. hist._ XXXIV. 39): _In fœdere quod, expulsis regibus, populo romano dedit Porsena, nominatim comprehensum invenimus, ne ferro nisi in agri cultura uterentur_.
[170] Orazio, vincitore dei Curiazj, come fratricida doveva esser condannato a morte; ma fu fatto appello al popolo, che, attesi i suoi meriti, lo assolse.
[171] DIONIGI D’ALICARNASSO, III, 67, più attendibile che non Plutarco in _Numa_.
[172] Se fosse vero che ogni plebeo avesse per patrono un patrizio, come s’insegna nelle scuole, resterebbe inesplicabile la storia di Roma, che va tutta in lotte della plebe cogli aristocratici.
[173] PLUTARCO, in Romolo.
[174] Che i clienti votassero coi patroni non è asserito da alcun antico, e par ripugnante alla costituzione romana, che sempre ricusò la maggioranza del numero; _ne plurimum valeant plurimi_.
[175] Il vulgo potrebbe vedersi personificato in Bruto, plebeo, servo ribelle.
[176] Affare della statua d’Orazio Coclite.
[177] _Fere nulli alii sunt homines, qui talem in filios suos habent potestatem, qualem nos habemus._ GAJO, _Instit._ I. 55. Del despotismo paterno ritrae il nostro nome di padrone.
[178] Roma aveva promesso rispettare _civitatem_ di Cartagine; onde risparmia i cittadini, ma distrugge _urbem_, la città. Così dopo il fatto delle Forche Caudine; così nelle tregue, conchiuse pei giorni e violate la notte.
[179] DIONIGI, IV. 1. Cicerone (_De legibus_, III. 3) dice tenevansi registri del preciso numero de’ cittadini, de’ loro figli, degli schiavi, degli armenti, e l’enumerazione dei beni, e l’età delle persone. Il numero degli abitanti lo argomento dai centrentamila capaci dell’armi, noverati nel censo di Publicola nel 245. Che l’ammissione de’ forestieri si rallentasse al principio del governo consolare, lo prova il censo del 279, che dà solo centremila cittadini puberi, e il triplo di donne, fanciulli, schiavi, mercanti, stranieri, operaj, «giacchè a Roma non è lecito sostentarsi col traffico e coll’industria manuale», dice Dionigi, ix. 383.
Censimento della popolazione romana in varj tempi:
_Anno_ _Famiglie_ _Cittadini_
185 Sotto Servio Tullo 84,000 420,000 245 Allo stabilirsi della repubblica 130,000 650,000 261 Dopo istituiti i tribuni 110,000 550,000 279 Dopo le turbolenze della legge agraria 103,000 515,000 288 Durante la guerra cogli Equi e Volsci 124,215 621,000 294 Sotto la dittatura di Cincinnato 132,409 662,000 361 Al bando di Camillo 152,573 762,000 410 Durante la guerra dei Sanniti 160,000 800,000 460 Al consolato di Fabio Massimo 270,000 1,350,000 464 All’istituzione dei triumviri capitali 273,000 1,365,000 478 All’invasione di Pirro 271,224 1,356,000 489 Al rompersi della prima guerra punica 292,224 1,460,000 501 Durante la guerra di Sicilia 297,797 1,485,000 532 Al fine della prima guerra punica 260,000 1,300,000 533 Quando i liberti furono compresi nelle tribù urbane 270,213 1,350,000 545 Durante la seconda guerra punica 237,108 1,185,000 549 Alla spedizione di Scipione in Africa 214,000 1,070,000 559 Prima della guerra contro Antioco 243,704 1,218,000 564 Nella guerra colla lega Etolia 258,328 1,291,000 574 Prima della guerra di Perseo 273,224 1,366,000 579 Nella guerra illirica 269,015 1,345,000 584 Nella guerra macedonica 312,805 1,564,000 589 Dopo conquistata la Macedonia 337,552 1,687,000 594 Dopo la terza guerra punica 328,314 1,641,000 599 All’alleanza con Massinissa 324,000 1,620,000 606 Alla distruzione di Cartagine 322,200 1,611,000 611 —— di Corinto 328,342 1,641,000 617 Alla spedizione di Scipione in Ispagna 323,000 1,615,000 622 Alla morte di Tiberio Gracco 313,823 1,569,000 629 —— di Scipione l’Africano 390,736 1,953,000 639 Dopo la rotta degli Allobrogi 394,336 1,971,000 664 Dopo la guerra Sociale e l’ammissione degli Alleati 463,000 2,315,000 683 Dopo la guerra civile di Mario 450,000 2,250,000 703 —— —— di Cesare e Pompeo 420,000 2,100,000 725 Dopo stabilito l’impero 4,164,000 20,820,000 IIª numerazione di Augusto 4,233,000 21,165,000 IIIª numerazione 4,630,000 23,150,000 800 Sotto Claudio 6,944,000 34,720,000 Sotto Vespasiano ? ?
[180] Cioè cinquanta are; sicchè tutto il territorio legale era di millecinquecento ettare.
[181] _Nexa_ chiamavansi (secondo il Niebuhr) quelli che al plebeo, debitore d’un patrizio, stavano garanti colla propria roba, il che s’intende anche colla famiglia, promettendo soddisfare con fatiche personali; inoltre il plebeo che, non pagando, veniva fatto schiavo del patrizio creditore. Se alla scadenza il debito non si spegneva, accumulavasi il frutto al capitale.
Forse con più ragione il Vico crede che da principio i patrizj dessero in feudo ai plebei le terre per un annuo canone: non pagandolo, poteano questi ripeterlo col braccio governativo e farsi aggiudicare schiavi i debitori morosi. I prepotenti facilmente allargarono questa feudale prerogativa ad ogni altro debito.
[182] Il testo, riferito da A. Gellio, è preciso: _Tertiis nundinis capite pœnas dabant: si plures forent quibus reus esset judicatus, secare si vellent atque partiri corpus addicti sibi hominis permiserunt. Tertiis nundinis, partes secanto: si plus minusve secuerunt, se fraude esto_. Questa previsione del tagliar più o meno impedisce d’intendervi soltanto divisione dei beni dell’oberato, _sectio bonorum_: anzi se fra’ creditori un solo restava inesorabile, eragli conservato il suo diritto, potendo egli uccidere o mutilare il debitore. È a credere che di rado o non mai la legge fosse applicata, poichè il debitore si sarà riscattato consentendo al _nexum_, o parenti e amici avranno offerto ai creditori più di quello che potessero ritrarre dal venderlo; i tribuni si saranno opposti al furioso che ricusasse ogni patto al debitore.
Una legge del dittatore Petilio (o Petizio o Popilio) del 433 di Roma abolì il nexo, vietando per l’avvenire l’ipoteca sulla persona, e facendola cessare per qualunque debitore giurasse possedere abbastanza per redimersi: _Omnes qui bonam copiam jurarent, ne essent nexi, dissoluti_, dice Varrone. Gli _addicti_ erano garantiti contro i ferri, eccetto il caso che fossero condannati per delitto. In Plauto, il modo più terribile per farsi pagare da un cattivo debitore è l’_addizione_ o carcere privato. Anche durante la guerra d’Annibale vediamo in Tito Livio i condannati a restituzione di danaro essere gettati in carcere come criminali.
[183] Furono Giunio Bruto e Sicinio Belluto. Ecco ricomparire Bruto, cioè il servo ribelle della rivoluzione contro i Tarquinj: e un Bruto ritornerà all’altro tentativo di rivoluzione contro l’impero iniziato.
[184] Al tempo di Annibale i Romani avevano cinquantatre colonia in Italia. Vedi HEYNE, _De Romanorum prudentia in coloniis regendis_.—_De veterum coloniarum jure, ejusque causis_. Opuscoli I e VIII.
[185] La voce italiana _podere_ per fondo accenna un’origine eguale nel nostro medioevo: poteva chi possedeva.
[186] Tutta la lotta de’ plebei co’ patrizj è elegantemente espressa da Floro, col dire che i plebei volevano acquistare _nunc libertatem, nunc pudicitiam, tum natalium dignitatem, honorum decora et insignia_. Egli stesso scrive: _Actus a Servio census quid effecit, nisi ut ipsa se nosset respublica?_ È il _nosce te ipsum_, che il Vico dice aver Solone insegnato al vulgo attico.
[187] Lib. vi. 4. Il Vico impugna la compilazione delle XII Tavole: unica legge fatta dai decemviri fu, secondo lui, quella che accomunava alla plebe il dominio quiritario dei campi; poi, come ai tipi ideali, furono riportate ad essi tutte quelle che parteciparono grado a grado la libertà alla plebe.
Le differenze dalle leggi greche sono avvertite dai giureconsulti. In Atene il marito era protettore, qui padrone; non dava danaro al suocero, anzi ne riceveva, sicchè la moglie portando una dote nella nuova casa, vi conservava una corta indipendenza, e poteva accusare il marito, come egli lei; facile era la separazione. In Atene il padre non può uccidere il figlio, ma solo la figlia libertina; bensì può non assumere il neonato, nel qual caso è venduto schiavo; anche adulto può dichiararlo indegno: ripudio che in Roma non ha luogo, dove neppur emancipandolo, il padre non abdicava ai proprj diritti. Questi per età o per grado non cessavano, mentre in Atene il figlio a vent’anni era iscritto nella fratria, cioè diventava indipendente e capocasa, ecc.
[188] È nota la baja che delle formole si prende Cicerone _pro Murena_. Anche il diritto pubblico era sottoposto a formole; eccone esempj. TITO LIVIO, lib. I: «Tale fu la forma della dedizione dei Collatini. Il re interrogò: _Siete voi i legati ed oratori mandati dal popolo di Collazia, per consegnar voi e il popolo?_—_Siamo._—_Il popolo collatino è di propria balìa?_—_È._—_Deste voi medesimi, il popolo collatino, la città, i campi, l’acqua, i termini, i tempj, gli utensili, le cose tutte umane e divine in poter mio e del popolo romano?_—_Demmo._—_Ed io accetto_». E nel libro stesso: «Allora udimmo che così si fece, nè v’ha memoria d’altro patto più antico. Il feciale interrogò il re Tullo così: _Vuoi, o re, ch’io stringa patto col padre patrato del popolo albano?_ E comandando il re, il feciale disse: _Ti domando erbe sacre_. Il re rispose: _Prendine pure_. Poscia al re stesso chiese: _O re, mi fai tu regio nunzio del popolo romano de’ Quiriti? approvi i mallevadori e i compagni miei?_ Il re rispose: _Sì, salvo il diritto mio e del popolo romano dei Quiriti_. Feciale era M. Valerio; fece padre patrato Sp. Fuscio toccandogli il capo e i capelli colla verbena. Il padre patrato si elegge per _patrare_ il giuramento, cioè per sancire il patto; lo che egli fa con una lunga formola, che qui non occorre riferire. Poscia recitate le condizioni, _Odi_, disse, _o Giove; odi, o padre patrato del popolo romano; odi tu, popolo albano: il popolo romano non mancherà primo a quelle leggi, che da capo a fondo furono lette su quelle tavole cerate, senza frode, siccome furono oggi benissimo intese. Se pel primo mancherà per pubblico consiglio e frodolentemente, in quel giorno, o Giove, ferisci il popolo romano, siccome io oggi ferirò questo porco; e tanto più lo ferisci, quanto più sei poderoso._ Ciò detto, percosse il porco con un ciottolo di selce. Anche gli Albani recitarono la loro formola e il giuramento, per mezzo del dittatore e de’ sacerdoti proprj».
Essendo gli uomini naturalmente poeti (ragiona il Vico nella _Scienza nuova_, lib. IV), tutta poetica fu l’antica giurisprudenza, la quale fingeva i fatti non fatti, nati li non nati ancora, morti i viventi, i morti vivere nelle loro giacenti eredità; introdusse tante maschere vane senza subjetti, che si dissero _jura imaginaria_, ragioni favoleggiate da fantasia; e riponeva tutta la sua riputazione in trovare sì fatte favole, che alle leggi serbassero la gravita ed ai fatti ministrassero la ragione: talchè tutte le finzioni dell’antica giurisprudenza furono verità mascherate; e le formole con le quali parlavano le leggi, per le loro circoscritte misure di tante e tali parole nè più nè meno, nè altre, si dissero _carmina_. Talchè tutto il diritto antico romano fu un serio poema, che si rappresentava dai Romani nel fôro; e l’antica giurisprudenza fu una severa poesia.
Vedi CHASSAN, _Essai sur la symbolique du droit, précédé d’une introduction sur la poésie du droit primitif_. Parigi 1847.
[189] DIONIGI, lib. 1; FESTO, ad V. _Prætor ad portam_.
[190] LIVIO, lib. IV.
[191] _Mei-land_, mio paese; _Mayland_, paese di maggio; _Medellam_, città della vergine; _Mittelawn_, in mezzo ai piani; _Medio-amnium_; _Medo_ e _Olano_, due condottieri; _Medio-lana_, per una scrofa lanosa trovatavi: differenti etimologie di Milano. Questo nome è comunissimo nella Gallia transalpina e designa il paese medio (_mitta-land_); la terra per antonomasia, la terra santa, la legale.
[192] _Ele-dore_, il turbine.
[193] Prima chiamavasi _Bodincos_, cioè senza fondo, poi fu detto Pado da _pades_, che in gallico suona abete.
[194] Adotto la vulgata denominazione latina, desunta dalla situazione di Roma.
Edwards pretese riconoscere ancora in Italia il tipo delle due stirpi gallica e cimra: quelli, testa lunga, profilo sporgente, fronte alta e sviluppata, mento prominente, naso aquilino; questi, faccia piatta e corta, pomelle larghe, naso rincagnato, poco sporgente. I moderni ripudiano la dottrina di Thierry, e fanno consanguinei i Cimri e i Galli.
[195] _Saluberrimos colles, flumen opportunum, quo ex mediterraneis locis fruges devehantur, quo maritimi commeatus accipiantur; mare vicinum ad commoditates, non expositum nimia propinquitate ad pericula classium externarum; regionum Italiæ medium, ad incrementum urbis natum unice locum._ LIVIO, v. 54.
[196] Quand’anche una finzione legale potesse mai tramutare in giustizia l’iniquità, nel caso presente mancava sin l’apparenza a favore de’ Romani. Fra questi e i Sanniti vigeva lo _jus exulandi_; onde Postumio, estradetto dalla patria sua, poteva acquistare la cittadinanza presso quegli altri.
[197] LIVIO, X. 42.
[198] VALERIO MASSIMO, VI, 3, 2.
[199] Che tutte le pesti ricordate a Roma fossero epidemie, fino a quella di Lucio Vero nel II secolo dopo Cristo, è sostenuto da Heyne, _Opusc._ III.
[200] Al Pireo si trovò, non è guari, un decreto, per cui stabilivasi mandare ad Adria una colonia sotto Milziade, successore dell’omonimo vincitor di Maratona, circa l’olimpiade CXIII; e ciò per avere emporj di frumento e formare barriera a’ Tirreni. _Bullettino di corrispondenza archeologica_, 1836, pag. 135.
Vedi SAINTE-CROIX, RAOUL-ROCHETTE, HEYNE, _Prolusiones XV de civitatum græcarum per Magnam Græciam et Siciliam institutis et legibus_ nel vol. II de’ suoi _Opuscula academica_, Gottinga 1787. Al vii vol. dell’Heeren, traduzione francese, è soggiunta la bibliografia compiuta delle colonie.
_Metaponte, par le duc de_ LUYNES _et_ F. J. DEBACO; Parigi, 1833, in fol., non è una compiuta monografia, ma un’elegante esposizione delle antichità di quel luogo in disegno e scrittura.
DOMEN. MARINCOLA PISTOJA, _Delle cose di Sibari_. Napoli 1845.
[201] Il nome di Magna Grecia non ricorre in Erodoto nè in Tucidide, ma primamente in Polibio, lib. II. c. 12. Strabone lo attribuisce all’esservisi i Greci molto allargati; Festo e Servio (_ad Æn._, i. 573) alle molte città greche fondate in quel paese; altri ad altro; Delisle, d’Anville, Micali, all’essere più estesa che non la Grecia propria; taluni ne fanno onore alla filosofia di Pitagora, colà nata e diffusa; altri all’aver precorso la Grecia orientale in civiltà e filosofia. Quel nome complessivo pare durasse fino allo scorcio del iii secolo di Roma, quando ciascuna contrada si denominò dal popolo che la occupava.
Neppure si conviene sull’estensione indicata da questo nome; e Sinesio vescovo del v secolo (_ep. ad Pœonium_) lo dice accomunato a tutti i paesi ove si praticavano gli arcani riti pitagorici. Suole dividersi in otto regioni: Locrese, Caulonite, Scilletica, Crotoniate, Sibaritica, Eracleese, Metapontina, Tarantina; sicchè in digrosso abbracciava l’Apulia, la Lucania, il Bruzio.
_Cronologia delle colonie greche in Italia._
1300, o 1050, Cuma, fondata dai Calcidesi d’Eubea: generò Napoli e Zancle, dalla quale derivarono Iméra e Mile.
1260, o 900, Metaponto posta dai Pilj reduci da Troja, poi ripopolata d’Achei e Sibariti.
756 Nasso, dai Calcidesi.
753 Crotone, dagli Achei.
750 Leontini, dai Nassani, e poco dopo Catania.
732 Siracusa, dai Corintj; donde Acra, Casmena, Camarina.
725 Sibari, dagli Achei: nel 444 le succede Turio.
723 Reggio, ripopolata da Messenj.
707 Taranto, ripopolata da Lacedemoni.
683 Locri, fondata dai Locresi Ozolj. Dicono vi precedesse un’altra loro colonia nel 757.
667 Zancle, ripopolata da Messenj, e detta Messina.
645 Selinunte, posta dai Megaresi.
605 Gela, dai Rodj.
582 Agrigento, dai Gelani.
536 Elea o Velia, dai Focesi.
510 Posidonia, dai Sibariti.
444 Turio, dagli Ateniesi.
433 Eraclea di Lucania, dai Tarantini.
[202] STRABONE, lib. VI.
[203] Ode 6 del lib. II.
[204] DIONIGI, lib. XII. 9; STRABONE, lib. VI.
[205] Laerzio e Giamblico danno il primo numero; l’altro Valerio Massimo, lib. VIII. Vedi anche Tito Livio, lib. IV.
[206] STRABONE, lib. V.
[207] Vedi la l. cit. nel _Timeo_ di Platone, ed in Plutarco.
Su Pitagora, e sul governo de’ Pitagorici, si paragonino HEYNE, _Opusc. acad._, tom. II; MEINERS, _Gesch. der Wissenschaft in Gr. und_ ecc., I. 401, 464, 469; MUELLER, _Dorici_, II. p. 178: WELBKER, _Proleg. ad Theogn._ p. XLII; ma principalmente KRISCHE, _De societatiis a Pythagora in urbe Crotone conditæ scopo politico_, Gottinga 1830; TERPSTRE, _De sodalitii pythagoræi origine, conditione, consilio_, Utrecht, 1824; CRAMER, _De Pythagora, quomodo educaverit et instituerit_, Stralsunda, 1833.
[208] Ἀληθεύειν καὶ εὐεργετεῖν. ELIANO, _Variæ historiæ_, XII. 59. Εὐεργεσία καὶ ἀλήθεια. LONGINO, _Del sublime_.
[209] GIAMBLICO, _Protrept._ 21; SUIDA, in Πυθάγορας. La dottrina pitagorica si raccoglie principalmente da Filolao di Crotone.
[210] Ap. PLATONE, _Della repubblica_, lib. III.
[211] DIOGENE LAERZIO, lib. VIII
[212] «Nulla esiste; esistesse anche, è impossibile conoscerlo». Tale era il suo teorema, e lo provava così: «Se esiste qualche cosa, essa è l’_essere_ o il _non essere_, o le due cose insieme. Il non essere non è possibile perchè non può esser nato, nè non esser nato, nè esser uno nè multiplo. Ciò poi che è, non è possibile che sia essere e non essere; imperocchè se questi fossero nel medesimo tempo, quanto all’esistenza sarebbero una cosa sola; ma se una sola cosa fossero, l’essere sarebbe il non essere. Siccome però il non essere non è, neppure l’essere sarebbe. Se poi tutti e due fossero la medesima cosa, non sarebbero due cose, ma una sola». Eppure Platone credette dover confutare questa argomentazione ne’ suoi dialoghi; segno che allora non parea frivola e ridicola, quanto oggi la giudichiamo.
[213] Anche nelle XII Tavole il principio era _Deos caste adeunto_; e Giustiniano mise a capo del suo codice _De summa Trinitate et fide catholica_.
[214] Questa clausola fu introdotta posteriormente. DIODORO SICULO, lib. XII.
[215] Esempio di piena e meravigliosa concisione potrebb’essere questo: χρὴ δὲ ἐμμένειν τοῖς εἰρημένοις, τὸν δὲ παραβαίνοντα ἕνοχον τῇ πολιτικῇ ἀρᾷ. Vedi DIODORO, lib. XII. 11 e seg.; STOBEO, _Serm._ XLIV; ARISTOTELE, _Politic._, lib. II. 9.
[216] Vedi BENTLEJO, _Opusc._, pag. 340; HEYNE, _Opusc. acad._, tom. II, p. 273; SAINTE-CROIX, _Sur la législation de la grande Grèce_ negli atti dell’Accademia delle Iscrizioni, lib. XLII; RICHTER, _De veteribus legum latoribus_, Lipsia 1791.—NITZOL, _De historia Homeri_, negò che Zaleuco sia il più antico legislatore; ma lo confutò Müller nel giornale di Gottinga 1831, pag. 292.
Eliano riferisce una sua legge:—Se un malato, senz’ordine del medico, beva vino, quantunque guarisca, sia condannato a morte». Pastoret s’affatica invano a cercar la ragione di sì pazzo ordine; ma Eliano, come spesso, s’inganna, giacchè Ateneo, da cui esso la trae, dice: εἵ τις ἃκρατον ἐπίῃ, μὴ προστάξαντος ἱατροῦ, θεραπείας ἒνεκα, θάνατος ἦν ἡ ζεμία. _Se alcuno beva vino senz’ordine del medico per ragion di salute, sia reo di morte_.
[217] Mangiatori di loto; il _rhamnus lotus_ di Linneo, del cui frutto gli Africani si nutrono anche oggi, e ne preparano un vino o idromele, che regge pochi giorni.
[218] Diodoro attribuirebbe questa migrazione verso occidente a un’eruzione dell’Etna. È notevole che Omero non fa verun cenno di questo vulcano, così acconcio a fantasie poetiche. Tucidide riferisce che ricordavansi tre eruzioni di esso, ai tempi di Pitagora, di Gerone, e a’ suoi. Di due sotto ai Dionisj ci è testimonio Platone, che fu invitato ad osservarne i fenomeni. Ne ricorsero spesso sotto la dominazione romana, e particolarmente nel 662 di Roma, e due volte durante le guerre civili; poi negli anni di Cristo 225, 420, 812, 1163, 1285, 1329, 1333, 1408, 1444, 1446, 1447, 1536, 1603, 1607, 1610, 1614, 1619, 1634, 1669, 1682, 1688, 1689, 1702, 1766, 1781, 1819, a tacere le recenti.
[219] BRUNET DE PRESLE, _Recherches sur les établissements des Grecs en Sicile_, Parigi 1845.
[220] ELIANO, II. 4; ATENEO, XIII. 8. È apocrifa la raccolta di lettere di Falaride, che sino dal 1491 comparvero tradotte in italiano a Firenze da Bartolomeo Fonti, poi da Francesco Accolti d’Arezzo. Dodwel e Bentley disputarono intorno all’età di Falaride, senza accertarla.
[221] Timeo, ap. DIODORO, lib. XIII.