Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 35
[85] Quanto era stato scritto intorno agli Etruschi prima del 1828, fu riassunto da Ottofredo Müller nei quattro libri intitolati _Die Etrusker_, editi a Breslavia in quell’anno. A quest’opera, buon tratto inferiore alla sua sui Dori, e pubblicata prima che s’aprissero i sepolcreti di Vulci, antepose una _Vorerinnerung über die Quellen der etruskischen Alterthumskunde_, ove ragiona le autorità greche, romane e tradizionali, e volge spesso la beffa contro la boria nostra del rifiutare l’origine greca della civiltà etrusca, assunto da lui sostenuto; eppure io non so se possa trovarsi un più pregiudicato ammiratore dei Greci che il nostro Luigi Lanzi. Questo trae molte etimologie dal greco, staccandone l’articolo _t_: così Turms si riduce a ὁ ὑρνῆς, Turan, ὁ ἄραν, Marte, Thalina, θ΄ἄλινα nata dal mare; Tarconte sarebbe ἄρχω coll’articolo; Tages, ταγὸς; capo; Tarquinia o Trachinia e Tarrachina, da τραχὺς; aspro, erto; Corneto da Corinthio; Faleria, Falisci da Ἁλοὼς; così Agylla, Pyrgos, Alsium Ἄλσος, Gravisca γραῖα, Volcium ἱόλκος o ὄλκος, Veji ἡρμῆον ecc. Argomentano pure dalle relazioni che l’Etruria mantenne continuamente colla Grecia; onde da Corinto venne una colonia con Damarato, quei di Cere tenevano il tesoro a Delfo, ecc.
Il Micali nell’_Italia avanti il dominio dei Romani_, 1810, suppone continuamente una gente di nascita e credenza indigena, cui sopravvennero altre con diversi riti; ma nella _Storia degli antichi popoli italiani_, 1832, mostrossi men risoluto nel negare l’influenza asiatica ed egizia sulla civiltà etrusca; e meno ancora nei _Monumenti inediti a illustrazione della storia degli antichi popoli italiani_, 1844.
Niebuhr fa identici i Pelasgi e i Tirreni, provenuti d’Occidente, dimorati in Etruria, e affatto diversi dagli Etruschi e dai Raseni. Millingen invece contende la parità di questi due nomi, come fa sempre Erodoto: da Τυῤῥηνοὶ o Τυρσηνοὶ egli trae Τυρησκοὶ, desinenza pelasgica che occorre in Drabesco, Bromisco, Dorisco, Mirgisco e altre città di Tracia; e qui in Volsci, Falisci, Gravisca. Da Τυρησκοὶ i Latini trassero Truschi, e prefiggendo l’e, Etruschi, poi Thusci, Tusci; al modo stesso Όπικοι fu cangiato in Opisci e Osci, Ποσειδονία in _Pestunum_ e _Pestum_, Πομυδεύκης in _Polluces_ e _Pollux_. Ma poichè nulla prova che in questi ultimi nomi la forma greca sia stata la primitiva, potendo anzi essere un’alterazione della pelasgica, l’analogia non soccorre a quella difficile etimologia.
Lepsius introdusse i Pelasgi-Tirreni. Giambattista Bruni, nelle _Ricerche intorno all’origine dei Pelasgi-Tirreni_, sostiene sieno Fenicj, al pari di Bochart, Mazzocchi, Dumont e altri.
Orioli, negli _Opuscoli letterarj di Bologna_ (De_’ popoli Raseni o Etruschi_), fiancheggia l’origine lidia. Poletti, _Dei popoli e delle arti primitive in Italia_, ripudia le immigrazioni, e vuol anzi che i nostri, col nome di Pelasgi, portassero altrove la civiltà.
Fra i moltissimi che ne discussero in questi ultimi anni, citiamo:
G. J. GROTEFEND, _Della geografia e storia dell’antica Italia fino alla dominazione romana_. Annover, 1840.
W. ABEKEN, _Mittelitalien vor den Zeiten römischer Herrschaft_. Stuttgard, 1843. Riconosce egli nella prisca Italia quattro razze principali:
1º I Tirreni, forse Pelasgi, di cui sono i Siculi, i Sabini, i Latini;
2º I Raseni o Reti, che fondendosi coi vinti, formarono gli Etruschi; per lo che i Tirreni fra l’Arno e il Tevere si distinguono dagli altri;
3º Gli Aborigeni, Baschi, Ausonj, Aurunci:
4º Gli Ellenici.
[86] _Erna_ in sabino diceasi la quercia e la rupe; ὄρος e βιῶν, vivente nei monti. Mannert (_Geogr. der Griechen und der Römer_, tom. III. p. 187) prova che Taurisci è denominazione celtica degli abitatori dei monti, e che fu applicata a gran parte dei popoli alpini.
[87] Può trarsene il nome da κώμη, villaggio; ma anche da _com_, che in celtico significa seno.
[88] _Berg-hom_ o _heim_ esprime in parlare germanico quel che Orobio in greco.
[89] È però nome latino, non etrusco, e vuol dire _mercato di Licino_. Nel Pian d’Erba v’ha un villaggio detto _Mercato di Incino_; e il cercare altrove Liciniforo sarebbe come voler trovare Mediolano in Toscana o Agrigento in Piemonte.
[90] V’è chi trae da Bara il nome di Brianza, che però è recentissimo. Parmi che gli eruditi, massime gli storici municipali, facciano troppa fondamento su quel passo di Plinio.
[91] TITO LIVIO, vi. 21. Quando costui entra a narrare le guerre de’ Romani coi Sabini, mette una protasi tutta poetica: _Majora jam hinc bella, et viribus hostium, et longinquitate vel regionum vel temporum spatio, quibus bellatum est, dicentur. Quanta rerum moles! quoties in extrema periculorum ventum, ut in hanc magnitudinem, quæ vix sustinetur, erigi imperium posset!_ VII. 29.
Orazio, lib. III. od. 6, cantava:
_...rusticorum mascula militum Proles, Sabellis docta ligonibus_ _Versare glebas, et severæ_ _Matris ad arbtrium recisos_ _Portare fustes._
[92] PLINIO, _Nat. hist._ XXX. 12. MAXIMILIEN DE RING, _Hist. des peuples opiques_. Parigi, 1859: oltre gli _Oskischen Studien_ di TH. MOMMSEN. Berlino, 1845.
[93] ARNOBIO, III. pag. 122.
[94] La vorrebbero denominata dai profondi suoi seni, κάμπη; mentre Apulia vorrebbe dire _senza porti_.
[95] Heine (_Opusc. acad._, tom. v. p. 345) vuole Capua detta da _capis_, che in etrusco significa avoltojo, perchè gli Etruschi abbiano veduto ivi l’augurio d’un avoltojo. _Vultur_ non ne sarebbe che la traduzione latina. La storia di Capua è tuttora piena d’incertezze, per quanto cercasse schiarirla Giulio Stein, _De Capuæ gentisque Campanorum historia antiquissima_. Breslavia, 1838.
[96] GALANTI, _Descrizione del contado di Molise._
[97] _Lucanus an Appulus, anceps,_ _Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus Missus ad hoc, pulsis_ (_vetus est ut fama_) _Sabellis._
Satir. Lib. II. I. 35.
[98] Pausania dice: Ὑπὸ δὲ Λιβύων τῶν ἐνοικούντων καλουμνη Κορσικὴ: _Dai libici abitanti chiamata Corsica_. Ottofredo Müller vorrebbe leggere Λιγύων, ma senza darne ragioni. Quanto propriamente alla Sardegna, la favola dice Sardo figlio del libico Ercole.
[99] Münter, nel libro sulla religione de’ Cartaginesi, ha un’appendice _Ueber Sardische Idole_. Polibio, nel libro i, ci mostra floridissima l’isola di Sardegna allorchè i Romani vi afferrarono; invece Aristotele, nel libro _De mirabilibus_, c. 105, dice che «i Cartaginesi avevano distrutto in Sardegna tutti gli alberi fruttiferi, e vietato agli abitanti, pena la vita, di darsi all’agricoltura». Beckmann, nell’edizione di quest’opera, dimostrò che tale asserzione non si appoggia che su qualche vaga tradizione, ed è smentita dall’accordo delle cose.
[100] Seneca, ivi relegato, dice che in Corsica la popolazione è iberica, ma la costoro lingua fu perduta per la ligure (_Consolatio ad Helviam_, cap. 8). Forse non significa se non la fratellanza di Liguri ed Iberi.
[101] Lib. v. § 13.
[102] Giano dovette essere il nome d’alcuno di quei primissimi savj, di cui rimase memoria fra popoli diversi. Pei Fenicj _Jonn_ corrispondeva a Baal; in gallese vuol dire signore, dio, causa prima; Bacco fu detto _janna_, _jon_, _jona_, _jain_, _jaungoicoa_, dio, signore, padrone; gli Scandinavi chiamano _jan_ il sole, che i Trojani pure adoravano col nome di _jona_ (JAMESSON’S, _Hermes scyticus_, pag. 60); _javnaha_ chiamasi in persiano quell’astro, e _jannan_ vuol dire capo (PICTET, _Culto dei Cabiri in Irlanda_, pag. 104). Raoul-Rochette in _Joan_, _Jon_, _Janus_ vede il capo d’una colonia jonica, giunta in Italia 1431 anni avanti Cristo. In somma egli ci sembra il simbolo della gente pelasga, e tiene molte somiglianze col Brama indiano, quadrifronte anch’esso, qual faceasi a Falera, mentre a Ilo ma non conservò che due facce.
Si disse che _Latium_ fu chiamato perchè cola _latuit_ Saturno:
_Is genus indocile, ac dispersum montibus altis Composuit, legesque dedit, Latiumque vocari Maluit, his quoniam latuisset tutus in oris._
VIRGILIO, _Æn._ VIII. 321.
In fenicio _saturn_ significa appunto _latens_ (POKOKE, _Specimen historiæ Arabum_, pag. 120); mentre i deboli etimologisti latini lo dissero _satur_ da _saturitate_, e Merkel lo deriva da _sarpere_. I versi Saturnini, le feste Saturnali mostrano e l’antichità di questo civilizzatore, e la rozzezza de’ suoi tempi. _Tot sæculis Saturnalia præcedunt romanæ urbis ætatem_, dice Macrobio, _Saturn._ I.
[103] _Politic._ lib. VII, c. 9.
[104] DORN SEIFZEN, _Vestigia vitæ nomadicæ, tam in moribus quam in legibus romanis conspicua_. Utrecht, 1819.
[105] Una tenue idea può aversene anche fra noi, ove la religione tiene separati gli Ebrei, benchè vivano in mezzo a noi.
[106] D’uno di questi accordi è cenno in quel verso dell’Eneide: _Sacra, deosque dabo: socer orma Latinus habeto_.
[107] MACROBIO, _~Saturn~._ IX: Saliorum quoque antiquissimis carminibus deorum deus canitur_. Valerio Sorano appo Varrone canta:
_Jupiter omnipotens, rerum, regumque deûmque Progenitor, genitrixque deûm, deus unus et omnis._
E Cicerone nelle _Tusculane_:—L’antichità quanto era men lontana dall’origine divina, tanto meglio conoscea per avventura le verità. Laonde a quegli antichi che Ennio chiama Casci era insito questo solo, che dopo morte durasse il sentimento, nè coll’uscire di vita si disfacesse l’uomo in modo da perire totalmente. Tanto si può raccorre, come da molt’altre cose, così dal diritto pontificio e dalle cerimonie funerali». Nei nomi di tre lettere, come _Ops_ e _Rea_ dei Latini, _Dio_ dei Greci, _Tin_ degli Etruschi, ecc. può vedersi un simbolo incompreso dell’unità e trinità.
[108] Prudenzio, poeta de’ primi tempi cristiani, deplorava questa profusione di genj:
_Quamquam, cur genium Romæ mihi fingitis unum, Cum portis, domibus, thermis, stabulis soleatis Assignare suos genios, perque omnia membra Urbis, perque locos geniorum millia multa Fingere, ne propria vacet angulus ullus ab umbra?_
[109] BRISSON, _De formulis_; SERVIO, ad. I GEORG. 21, citando Fabio Pittore.
[110] Della durata de’ sagrifizj umani a Roma ci abbonderanno prove; ma che continuassero oltre l’età d’Augusto, a pena si crederebbe ai Cristiani se non fossero così concordi e precisi, a fronte di gente che poteva smentirli. Porfirio pretende che _ogn’anno_ vittime umane s’immolassero a Giove Laziale fin nel iv secolo dell’era vulgare Ἀλλ̓ ἔτι καὶ νῦν τὶς ἀγνοεῖ κατὰ τὴν μεγάλην πόλιν τῇ τοῦ λατιαρίου Διὸς ἑορτῆ σφαξόμενον ἄνθρωπον. Tertulliano: _Et Latio in hodiernum Jovi media in urbe humanus sanguis ingustatur_. Minucio Felice: _Hodieque ab ipsis Latiaris Jupiter homicidio colitur_. Lattanzio: _Latiaris Jupiter etiam nunc sanguine colitur humano_.
[111] Oggi ancora dal lago di Celano vanno in volta ciurmadori maneggiando serpi, e i terrazzani confidano in san Domenico di Crellino per le morsicature.
[112] In osco il Comune chiamavasi _viria_, da cui il latino _curia_ (_co-viria_) e _decuria_, _centuria_.
[113] ORAZIO, III. od. 6.
[114] _Peut-on trouver une plus noble institution?_ esclama Montesquieu, _Esprit des lois_, VI. 17. Eppure in questo costume la donna è ridotta all’ultima degradazione, d’essere scelta senza scegliere nè poter rifiutare.
[115] Ὄμβρικοι ὅταν πρὸς ἀλλήλους ἔχωσιν ἀμφισβήτησιν, κατοπλισθέντες ὡς ἐν πολέμῳ μάχονται, καὶ δοκοῦσι δικαιότερα λέγειν οἱ τοὺς ἐναντίους ἀποσφάξαντες. _Gli Umbri, quand’abbiano litigio fra loro, armati come in guerra combattono, e pensano abbia ragione chi l’altro uccide_. Nicolò Damasceno, ap. STOBEO, _Serm._ XIII.
[116]
_Positosque vernas, ditis examen domus,_ _Circum renidentes lares._
ORAZIO, Epod. II.
[117] CICERONE, _Pro Milone_, 50; GIOVENALE, III.
[118] _Æn._ XII; STRABONE, IV.
[119] Lib. I. c. 8.
[120] PLINIO, _Nat. hist._, XV. 39; STRABONE, IV. V; VITRUVIO II, 10.
[121] _De re rustica_, I.
[122] _De re rustica_, I. 21; PLINIO, XVIII, 31.
[123] Lib. II. 4.
[124] Ad Augusto fu mandato d’Africa un cespo con quattrocento gambi: Nerone n’ebbe uno da cui sorgevano trecensessanta cauli spigati.
[125] _Olim ex Italiæ regionibus longinquas in provincias commeatus portabant_. TACITO, Ann. XII.
[126] PLINIO, _Nat. hist._, XVIII. 10.
[127] _Italus_, _vitulus_.
[128] POLIBIO, II.
[129] STRABONE, V; PLINIO, VIII. 48.
[130] VARRONE, _De lingua lat._
[131] STRABONE, V.
[132] _Plinio_, NAT. HIST. XVIII. 6.
[133] COLUMELLA, I. 3: XI. 2.
[134] CATONE, V. 34; PLINIO, XVIII. 21.
[135] PLINIO, XVIII. 13, 7.
[136] COLUMELLA, VI. prefaz.; PLINIO, XVIII. 5.
[137] Janelli (_Veterum Oscorum inscript._, 1841) in un’iscrizione umbra trovò un custode dell’annona.
[138] LIVIO, XXXIII. 4.
[139] STRABONE, IV e V.
[140] _Scienza nuova_, cap. X.
[141] Lo dimostra Janelli, _Op. cit._
[142] Vedi l’Appendice I e FABRETTI, _Osservazioni grammaticali sulle antiche lingue italiche_. Atti dell’acc. di Torino, 1874.
[143] La persona si definisce _homo cum statu quodam consideratus_; e per istato s’intende _qualitas cujus ratione homines diverso jure utuntur_.
[144] _Dionigi d’Alicarnasso_, I.
[145] Vedi la nota 1 al Capo precedente.
[146] Evandro era venerato in molte città dell’Arcadia e dell’Acaja. Manca d’ogni autenticità questa lista di antichi re del Lazio:
Giano verso il 1451 Alba Silvio verso il 1018 Saturno » 1415 Episto Silvio » 979 Pico » 1382 Capi Silvio » 953 Fauno » 1335 Carpento Silvio » 925 Latino » 1301 Tiberio Silvio » 912 Enea » 1250 Archippo Silvio » 904 Ascanio » 1175 Aremulo Silvio » 863 Silvio Postumo » 1136 Aventino Silvio » 844 Enea Silvio » 1107 Proca Silvio » 817 Latino Silvio » 1068 Amulio Silvio » 796
[147] Non c’illuda Virgilio, che fa Pelasgi i nemici di Troja, mentre Troja per certo era pelasga, e quella guerra rappresenta la lotta dei Greci uniti contro i Pelasgi.
[148] TITO LIVIO, I. 4. Dionigi dubita che Romolo abbia ripopolato una città antica abbandonata, detta Palanzia, e di cui sussisteano ancora cloache ed altre opere pubbliche.
[149] TACITO, IV. 65; DIONIGI, II. 6; III. 14, ecc.
[150] Dissero che il nome arcano fosse _Amor_, anagramma di Roma, per esprimere l’unione santa che doveva regnare fra’ cittadini. Sichel pretende fosse Angerona, che, secondo Plinio, rappresentavasi con una benda alla bocca e suggellata (_Revue archéol._ 15 gennajo 1846). Solo ai pontefici era dato proferirlo ne’ sagrifizj, e guaj se l’avessero rivelato al popolo! Sacerdotale era il nome di _Flora_; donde le feste Floreali, e il nome della nuova città di Florenzia. Il civile e vulgare di _Roma_ veniva fors’anche da _Ruma_, che in prisco latino vale mammella, e che appella al _fico ruminale_, sotto cui furono allattati Romolo e Remo. Guglielmo Schlegel, ricordandosi dell’οὖθαρ ἀρούρης di Omero, accetta quest’ultima etimologia, applicandola alle colline sorgenti dalla campagna romana.
L’êra della fondazione di Roma è posta da Varrone nel terzo anno della vi olimpiade; da Valerio Flacco nell’anno seguente, cioè nel 754 avanti Cristo; da Catone nel 752. L’opinione di Varrone del 21 aprile 753 è seguita da Dione Cassio, Plinio Maggiore, Vellejo Patercolo, Claudio imperatore: Dionigi d’Alicarnasso e Tito Livio stanno con Catone. Gli anni notavansi _ab urbe condita_, ma più comunemente col nome dei due consoli che reggevano. Le êre degli altri popoli italiani, cui Varrone aveva raccolte, vennero assorbite nell’unità romana, e caddero in dimenticanza. Al 21 aprile dicemmo come già si celebrassero le Palilie, talchè avremmo qui un effetto del costume antico di associare geroglifici agrarj, astronomici e storici.
[151] Solo, vuol dire con tutti i suoi clienti e famuli. Nel linguaggio eroico non si conta che il capo; gli altri sono cose. La formola è rimasta relativamente ai principi, come quando diciamo che Carlo VIII conquistò l’Italia, Napoleone vinse a Wagram, ecc.
[152] Cicerone nel _Bruto_: _Utinam extaret illa carmina, quæ multis sæculis ante suam ætatem in epulis esse cantitata a singulis convivis in Originibus scriptum reliquit Cato_.—Vedi l’Appendice III.
[153] Servio, ad _Æneid._ I, 267; IV. 620; IX. 745.
[154] Così Evandro marita ad Ercole sua figlia Launa: e Laurina, figlia d’un altro Latino enotro, è sposata a Locro.
L’ultimo che scientificamente sostenne la venuta d’Enea nel Lazio fu Rückhert, in una dissertazione comparsa ad Amburgo il 1846 sopra Troja. Essendo i Trojani razza pelasga, la loro venuta risponde a quella de’ Pelasgi e de’ Tirreni. Perchè l’esser quel fatto talmente connesso con tutte le tradizioni romane faccia men repugnanti ad infirmarne la fede, si ricordino i sogni di tutti i nostri genealogisti del Cinquecento. Virgilio stesso, che poeteggiò la venuta de’ Trojani, confessa la scarsa efficienza di quella colonia, facendo che Giove assicuri Giunone non ne rimarrebbero mutati nè la lingua de’ prischi Latini, nè i costumi, nè il nome o le vesti:
_Sermonem Ausonii patrium, moresque tenebunt, Utque est, nomen erit; commixti corpore tantum Subsident Teucri; morem ritusque sacrorum Adjiciam, faciamque omnes uno ore Latinos._
Æn. XII. 834.
[155] Secondo i Sabini, una fanciulla de’ contorni di Reati, fecondata da Marte Quirino, generò Modio Fabidio, che con vagabondi fondò Curi. DIONIGI, II. Ai Sabini era sacro il lupo, come fu ai Romani.
[156] Romolo sposa Ersilia. Dionigi (lib. II. c. 12) avverte che Tazio eresse a Roma tempj a divinità, i cui nomi non è facile esprimere in greco. Ciò mostrerebbe un’origine diversa dalla ellenica. Le prime città latine, come Albalunga, Lanuvio....., e le famiglie più antiche, Giulia, Servilia, Metilia, Curiazj, Quintilla, Clelia..., non hanno etimologia greca.
[157] Il notissimo monogramma _S. P. Q. R._, invece del vulgato _Senatus populusque romanus_, è dal Niebuhr interpretato _Senatus_, _Populus_, _Quirites Romani_.
[158] Eppure l’esercizio delle arti meccaniche era espressamente vietato (DIONIGI, IX), e tutte, eccetto poche attinenti a guerra, erano affidate agli schiavi.
[159] «Numa, siccome Romolo, acquistò il regno disponendo la città coll’augurio, e comandò che anche intorno a sè si consultassero gli Dei. Perciò dall’augure, che poscia per onore conservò questo pubblico e perpetuo sacerdozio, condotto nella rôcca, sedette sur un sasso vôlto a meriggio. L’augure sedette a sinistra col capo velato, tenendo nella destra una verga adunca senza nodo, che chiamarono _lituo_; e poi ch’ebbe determinato i punti nella città e nel campo, invocati gli Dei, segnò le regioni da oriente a occidente, e indicò siccome propizie le plaghe a mezzogiorno, infauste quelle a tramontana. Fissò in mente un segno di rimpetto, lontano quanto più potea la vista. Allora, trasferito nella sinistra il lituo, posta la destra sul capo di Numa, così pregò: _Giove padre, se è tuo volere che questo Numa, di cui io tengo il capo, sia re di Roma, chiarisci a noi i segni tra quei confini ch’io prefinii_. Allora con parole specificò quali auspizj voleva si mandassero; ottenuti i quali, Numa, dichiarato re, discende dal tempio». Livio, lib. i.
[160] È l’opinione di Schlegel. Plinio e Valerio Massimo narrano d’un cittadino, che, accusato d’avere ucciso un bue per imbandire a uno scapestrato, fu messo a morte. Columella dice che ammazzare il bue era colpa capitale. Come si concilia coi tanti sacrifizj di tori e coi _suovetaurilia_?
[161] «Le antiche tradizioni italiche, schiette, grossolane, talvolta anche oscene nella forma, ma di senso profondamente espressivo, differiscono capitalmente dalle storie divine dell’epopea greca, dominate da un antropomorfismo elegante, ma puramente esteriore. Il sentimento religioso dei prischi Romani era gran tratto superiore alla facile e favoleggiatrice eloquenza che aveva invaso la religione de’ Greci.... I Romani accolsero in gran parte le religioni pelasgiche, e le serbarono lunga pezza. Nella pompa del Circo portavasi in giro un numero di divinità antiche. Al tempo stesso ricevettero certi riti molto vecchi ed espressivi, gli augurj, l’arte di consultar le viscere delle vittime, ed altri ancora, dimenticati buon’ora quasi affatto in Grecia, almeno nel culto pubblico. In Grecia la mitologia, quale era stata sviluppata dai poeti epici, esercitò imperio irresistibile sugli spiriti, e sopra le ruine delle antiche credenze e d’un profondo sentimento religioso si elevò la maestà sensibile e affatto umana dello splendido Olimpo. In Etruria, per lo contrario, ed a Roma giammai l’elemento poetico, nella credenza dei popoli, non prevalse così sopra l’elemento mistico, perchè i poeti e gli artisti non acquistarono mai troppa influenza sulla religione dello Stato, confidata a un sacerdozio venerabile. Gli elevati ed austeri genj dell’Etruria antica non potevano lasciarsi irretire dalla magica epopea jonica; superavano collo sguardo gli angusti confini dell’Olimpo quale i poeti l’aveano fatto, per penetrare negli abissi del cielo e della terra. I pii e degni padri di questo antico Lazio, soggiorno di pace, di felicità, di virtù, neppur essi non potevano dalla mobile immaginazione degli ellenici cantori esser rapiti all’abitudine della loro religione, semplice quanto i loro costumi. Per censettant’anni i Romani servirono gli Dei dei loro avi senza bisogno d’immagini (PLUTARCO, in _Numa_, c. VIII.—SANT’AGOSTINO, _De civ. Dei_, IV. 31): e quando gl’idoli ebbero preso posto nelle nicchie sacre, il culto della gran Vesta perpetuò la memoria della primitiva semplicità. Una pura fiamma ardente nel santo e silenzioso suo tempio bastò alla dea, che non volle nè statua nè rappresentazione di sorta. Quando in un tremuoto il misterioso potere delle forze nascoste della natura facevasi risentire con tutto il suo orrore, il Romano, ripiegandosi sulle credenze oscure, ma tanto più profonde de’ suoi padri, non invocava alcun dio determinato e conosciuto (A. GELLIO, _Notti attiche_, ii. 28.—DIONIGI, _Excerpt_. XVI. 10. p. 91): ma invece di restar fedele all’antica credenza nazionale, invece di conservare le sue disposizioni sotto quel giogo sacro, sì convenientemente chiamato _religione_, amò meglio correr dietro a divinità forestiere, imitare i Greci, e coll’imitarli non togliere da essi che una superficie più o meno lucente. Così colla indifferenza per la religione tanto augusta, pura e morale dei vecchi Romani, prevalse ben tosto, fra i loro discendenti, il dispregio dei costumi e delle idee antiche, di quanto esse avevano di semplice, di grave e veramente religioso. Dionigi d’Alicarnasso a ragione vede in ciò una delle cause principali della decadenza della repubblica». CREUZER, _Simbolica_.
[162] _Principes Dei Cælum et Terra._ VARRONE, _De lingua lat._, v. 57.
[163] _Ex Ope Junonem memorant Cereremque creatas_ _Semine Saturni: tertia Vesta fuit._
OVIDIO, Fast., VI. 270.