Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 34

Chapter 343,216 wordsPublic domain

Abbondano i paesi nell’alta Italia, simili di nome a quei della Gallia: come, a dirne pochi, Missaglia (_Massalia_), Arluno (_Arlun_), Olona (_Olonne_), Moncucco, Montbar, Pallanza, Nogarete, Arlate, Asso, Lecco e _Leucate_, Gessate e _Gesates_, Adda e _Abduatici_, Canturio e _Cantuaria_, Brivio e _Brives_, Canzo e _Kent_, ecc. Molti più sono i nomi di radice celtici: Piacenza da _plac_ ed _ent_ bella abitazione; Felsina da _fel_ grassa e _zin_ abitazione; Crema e Cremona da _crem_ grasso e _mon_ luogo; Marignano da _mar_ sopra e _nan_ riviera; Bologna da _boun_ estremità e _on_ montagna; Canossa da _can_ rupe e _oc_ alto; Modena da _mot_ fortezza; Reno da _ren_ acqua corrente; Monteveglio a’ confini bolognesi e Montevecchio in Brianza da _mon_ monte e _vell_ fortificazione; Almeno da _al_ vicino e _man_ monte; Lugano da _logh_ e _an_ acqua tranquilla; e le tante terminazioni in _ago_, in _ate_, in _duno_, comuni all’Italia e alla Gallia. Potremmo aggiungere alcuni numerali, estranj al greco, e conformi al celtico: _viginti_, che in bretone dicesi _ugent_; _centum_, che in bretone _hant_; _mille_, che _mil_ in gallico.

Il signor Lombardini adunò un copiosissimo parallelo di fiumi dell’Italia settentrionale con omofoni della Francia. Fin qui potrebbero attribuirsi ai Galli, dominatori dei due pendii delle Alpi: ma proseguendo, e’ ne rinvenne altrettanti nella Lunigiana e in tutta l’Etruria, non abitata mai da’ Galli (Vedi _Mem. dell’Istituto lombardo_, vol. III); poi altri nell’Asia centrale, e dal Caucaso al mar Giallo. Il che convince che bisogna ampliare assai quell’assunto.

Nel secolo passato entrò la smania del celtico, giacchè accade agli uomini, la prima volta che imparano una cosa, di volerla applicare a tutto, e non vedere se non le somiglianze. L’eccesso screditò que’ sistemi, i quali presumevano da un ignoto spiegare il noto, e nella lingua e nelle arti celtiche, di cui sono scarsissimi e disputabili gli elementi, trovare l’origine e la spiegazione di monumenti e di parlari positivi: ma forse anche lo sprezzo eccedette. Le ricerche sul celtico furono ripigliate da A. Pictet, in una dissertazione coronata dall’Istituto di Francia il 1837. Ivi egli prova che le radici dell’idioma celtico sono la più parte identiche colle sanscrite; che il sistema delle consonanti è corrispondente nelle due lingue, e così le leggi eufoniche; che le derivazioni e composizioni di parole e le forme grammaticali del celtico si connettono a quelle del sanscrito, e trovano in queste la ragione delle anomalie. Ne conchiude che le due lingue, da sì gran tempo distinte, hanno però origine comune, e anche il celtico appartiene al ramo indo-europeo.

La linguistica infirma le induzioni troppo precise, dedotte da somiglianze verbali o lessiche, insegnando che le lingue del medesimo ceppo hanno radici comuni, e perciò facilmente si confondono una coll’altra le nazioni semitiche o le nazioni indo-germaniche. (Vedi la nota 15 del c. XXV).

[32] _Aqua_, _mare_, _pisces_, _vejæ_, _rota_.... da _ach_, _mor_, _fische_, _wagen_, _räder_. Noi non ne dedurremmo se non che il latino è una delle lingue indo-germaniche, non venuta attraverso al greco.

[33] ERODOTO, II, 23; IV. 4; DIONE, XXXIX; Arriano, 1; APPIANO, _Illirio_, § II; PLINIO, _Nat. hist._, lib. III.

[34] A Gubio, loro città ch’essi chiamano _Ikuveina_, furono trovate nel 1444 le famose Tavole Eugubine, cinque in caratteri etruschi, due in latino e in lingua umbra, sulle quali si esercitò la pazienza e l’immaginazione di moltissimi eruditi. Vedi la nostra ~Appendice I~.

[35] PLINIO, _Nat. hist._ III. 19: _Umbrorum gens antiquissima Italiæ existimatur_.—DIONIGI, I. 18: ἕθνος ἐν τοῖς πάνυ μέγα τε καὶ ὰρχαῖον—PLINIO, ivi: _Tercenta eorum oppida Thusci debellasse reperiuntur_. Il far celti gli Umbri oggi è contraddetto affatto, massime che la loro lingua è affine colla latina, e viepiù colla osca. Vedi AUFRECT e KIRKHOFF, _Die Umbrischen Sprachdenkmäler_; e per tutto GROTEFEND, _Sulla geografia e storia dell’antica Italia_. Annover 1840.

Le città degli Umbri sono noverate da Plinio e corrette nell’edizione del Sellig (Amburgo 1851) così: Ameria, Acerra, Attidiate, Asisinate, Arnate, Æsinate, Camerte, Casuentillana, Carsulana, Camellia, Dolata, Fulginate, Fonenpiense, Frentana, Iguvio, Interamna, Mevanate, Mevaniolense, Matilicata, Mergentina, Narti, Narniense, Nequino, Nuceria, Ocricolo, Ostrano, Pitulana, Pisuerta, Plestina, Salentina, Sarsina, Spoleto, Suasana, Sestinate, Suillata, Tadinata, Trebia, Tuderto, Tuficana, Vesinisicata, Vettonense, Vindinata, Viventana, Vafria, Usidicana.

[36] I grecanici traggono il nome dei Pelasgi πελαργὸς gru, quasi somigliandone le migrazioni a quelle di quest’animale. Ottofredo Müller lo deriva da _ἀργὸς pianura_, voce arcaica conservatasi ne’ dialetti di Tessaglia e di Macedonia, e da πελέω o πέλω _abito_ (_Gesch. hellenischer Stämme und Städte_. Breslavia 1820). Potrebbe anche venire da πέλλας γῆ _vecchia terra_; espressione conforme a γρικὸς. La Croix fa pelasgi tutti gl’Italiani e gli Etruschi: altri vuole pelasgi gli Umbri. Per quarant’anni Petit-Radel seguitò a raccogliere notizie o monumentali o scritte o di tradizione intorno a questo popolo, in tutti i paesi ove ne sia traccia. Più di quattrocentocinquanta città antiche furono esplorate dal 1810 in poi da ottanta viaggiatori, e massime nella spedizione scientifica della Morea dopo il 1829; e a Parigi nella biblioteca Mazarina furono collocati sessanta monumenti a rilievo in gesso colorato, che rappresentano le varie costruzioni dei Pelasgi storici e del favolosi Ciclopi. Quasi al modo con cui si stimò l’età della terra dagli strati sovrapposti, si valutarono le epoche della fondazione delle città dai diversi metodi di costruzione delle mura.

Sui monumenti pelasgi vedansi principalmente:

RAOUL-ROCHETTE, _Histoire de l’établissement des colonies grecques.—Notices sur les Nuraghes_.

HOUEL, _Voyage pittoresque_. 1787, tom. I.

MAZZERA, _Temple antédiluvien_, 1829.

DODWEL, _Classical tour, ecc.—Veduta e descrizione delle rovine ciclopee in Grecia e in Italia_. Londra, 1834.

MARIANNA DIONIGI, _Viaggi in alcune città del Lazio che diconsi fondate da Saturno_. Roma, 1809.

MIDDLETON, _Grecians remains in Italy_. Londra, 1812.

PETIT-RADEL, _Voyage dans les principales villes d’Italie_. Parigi, 1815.—_Recherches sur les monumens cyclopéens, et description des modèles en relief composant la galerie pélasgique de la bibliothèque Mazarine_. Ivi 1841; e spessissime volte il _Bullettino_ e le _Memorie_ dell’Istituto di corrispondenza archeologica. Quivi nel 1832, pag. 77, Gerhard diede il catalogo di tutte le opere ciclopiche d’Italia. Niebuhr nella _Storia romana_ dice:—«I Pelasgi non erano un’accozzaglia di zingari, come alcuno li dipinge, ma nazioni stabilite su proprie terre, fiorenti e gloriose in un tempo che precede la storia nota degli Elleni; e forse costituivano la popolazione più estesa in Europa, abitavano dall’Arno al Po e fin verso il Bosforo; se non che nella Tracia la loro stanza era interrotta, e le isole settentrionali del mar Egeo rannodavano la catena che congiungeva i Tirreni d’Asia coi Pelasgi argivi... Sotto la denominazione di Pelasgi sembra in Italia vadano compresi gli Enotrj, i Morgeti, i Siculi, i Tirreni, i Peucezj, i Liburni, i Veneti; e circondavano di lor dimore l’Adriatico, non men che l’Egeo. Quella parte di loro che lasciò il nome al mar Inferiore (Tirreni), di cui occupava la costa molto innanzi nella Toscana, aveva pure uno stabilimento in Sardegna: in Sicilia gli Elingi, al pari dei Siculi, appartenevano a questo ceppo. Nelle contrade interiori dell’Europa, i Pelasgi occupavano il pendìo settentrionale delle Alpi Tirolesi, e li troviamo col nome di Peon o Pannonj fin sul Danubio, _se pure_ Teucri e Dardani non erano popoli differenti».

[37] PAUSANIA, _Arcadia_, cap. III. v. 603.

[38] Lib. II, 52.

[39] _Hestia_, _Vesta_, dalla radice medesima di _esto_, _sto_. _Zeus Herkeios_ era il dio della proprietà; e rimase tal radice nel latino verbo _herciscere_, distribuire l’eredità d’un padrefamiglia.

[40] Scoliaste di Apollonio Rodio _ad Argonauticam_, I, 917.

[41] GIUSEPPE SANCHEZ, _La Campania sotterranea, o brevi notizie degli edifizj scavati entro roccia nelle Sicilie e in altre regioni_. Napoli, 1833. A migliaja sepolcri ha l’isoletta di Sant’Antioco (Enosi) presso a Sulci, or divenuti casolari; e così l’isola di Gozo.

[42] PETIT-RADEL, _Notices sur les Nuraghes de la Sardaigne considérées dans leurs rapports avec les résultats des recherches sur les monumens cyclopéens et pélasgiques_. Parigi, 1826. I molti altri che ne trattarono sono sorpassati dal cav. La Marmora, che applicò tutta la vita a studiare la Sardegna e i suoi monumenti. Egli crede i nuraghi non siano edifizj ciclopici, nè trofei, nè vedette, ma probabilmente pirei, cioè are del fuoco, somiglianti ai _telayot_ delle isole Baleari; per ciò elevati sopra colline, e forse li sormontava un terrazzo a cui salivasi per una scala interna. Più antichi e con minor arte costruiti vi si trovano circoli e ammassi di smisurati pietroni, simili alle pietre levate che presentano la Bretagna continentale e la Caledonia.

[43] Δἐ μονίοις τισὶ χόλαις ἐλαστρηθέντες. DIONIGI, I.

[44] Così ύρσεις greco mutossi in _turris_ pei Latini. Agrezio ci dice che _Tusci natura linguæ suæ S literam raro exprimunt: hæc res fecit habere liquidam_ (ediz. Putsch., pag. 2269). Di fatto negli antichi poeti latini la troviamo elisa.

[45] Su questo passo fanno grande assegnamento i sostenitori delle origini greche. Si rifletta però che Lidia fu spesso sinonimo d’Asia; Erodoto stesso dice che Asio fu re di Lidia, e diede il proprio nome a questa terza parte del mondo (lib. IV e X); e gli scoliasti d’Apollonio Rodio, al lib. I dell’_Argonautica_, confermano che la Lidia dapprima si chiamava Asia.

[46] In Virgilio _passim_.

[47] Mecenate è lodato da Orazio e da Properzio come discendente da re tirreni:

_Mæcenas, atavis edite regibus._

OR., lib. I, od. 1.

_Mæcenas eques, etrusco de sanguine regum._

PROP., lib. III, el. 7.

Persio (III. 27) domanda a un vanitoso

_an deceat pulmonem rumpere ventis_ _Stemmate quod tusco ramum millesime ducis._

[48] PLINIO, _Nat. hist._, III, 14.

[49] Tavole Eugubine. Tito Livio, IX. 30, dice che Umbri e Tusci parlavano la stessa lingua.

[50] Le altre potrebbero essere Rusella, Capena o Cosa: Müller aggiunge Pisa, Fesule, Falerj, Aurinia e Caletra, Salpino, Saturnia. Forse alcune dipendevano da altre, restando dodici le rappresentate. Pare in fatto che sotto a Vejo stesse Sabate, del cui territorio i Romani formarono poi la tribù Sabatina; Gravisca dipendeva da Tarquinj, Aurinia da Caletra; Populonia era colonia di Volterra. Ma le relazioni fra le principali e le dipendenti ci sono ignote, come quelle fra le tre Etrurie.

[51] _Sed Roma tam rudis erat, cum, relictis libris et disciplinis etruscis, græcas fabulas rerum et disciplinarum erroribus ligaret, quas ipsi Hetrusci semper horruerunt._ CATONE, Origines.—_Deum demagorgona, cujus nomen scire non licet... principem et maximum deum: ceterorum numinum ordinatorem._ PIAC. LUTATIO, ex _Tages_, Schol. ad Thebaidem Statii. IV. 516.

[52] _Rituales nominantur Etruscorum libri, in quibus præscriptum est quo ritu condantur urbes, aræ, ædes sacrentur, qua sanctitate muri, quo jure portæ, quo modo tribus, curiæ, centuriæ distribuantur, exercitus constituantur, ordinentur, cæteraque ejusmodi ad bellum, ad pacem pertinentia._ FESTO.—_In agro Tarquinensi puer dicitur divinitus exaratus, nomine Tages, qui disciplinam cecinerit extispicii, quam lucumones, tum Etruriæ potentes, exscripserunt._ CENSORINO, De die natali, IV.

[53] Vedi CREUZER, _Simbolica_.

[54] _Etruria erumpere quoque terra fulmina arbitratur._ PLINIO, _Nat. hist._, II, 55.

[55] _Pict. Etr. in vasis_, vol. II, p. 11.

[56] Goes ne’ _Geomatici o Agrimensori_, pag. 258, riferisce questo _~Fragmentum Vegoiæ Arrunti Voltumno~_:—_Scias mare ex æthere remotum. Cum autem Jupiter terram Hetruriæ sibi vindicavit, constituit jussitque metiri campos, signarique agros; sciens hominum avaritiam vel terrenam cupidinem, terminis omnia scita esse voluit, quos quandoque ob avaritiam prope novissimi (octavi) sæculi datos sibi homines malo dolo violabunt, contingentque atque movebunt. Sed qui contigerit moveritque, possessionem promovendo suam, alterius minuendo, ob hoc scelus damnabitur a diis. Si servi faciant, dominio mutabuntur in deterius. Sed si conscientia domestica fiet, celerius domus extirpabitur, gensque ejus omnis interiet: motores autem pessimis morbis et vulneribus afficientur, membrisque suis debilitabuntur. Tunc etiam terra a tempestatibus vel turbinibus plerumque late movebitur; fructus sæpe lædentur decutienturque imbribus atque grandine, caniculis interient, robigine occidentur; multæ dissensiones in populo fient. Hæc scitote, cum talia scelera committuntur: propterea neque fallax neque bilinguis sis, disciplinam pone in corde tuo._

[57] ARNOBIO, III, 40; MUELLER, _Etruschi_, II, 87; GERHARD, _Memoria sul Panteon etrusco_, letta all’Accademia di Berlino l’aprile 1845.

[58] Dionigi d’Alicarnasso (I. 67) reca le varie qualificazioni dei Penati, ιεοὶ πατρῶι, γενέθμιοι, κτήσιοι, μυχιοι, ἕρχιοι.

[59] _Manus per bonus_ dovettero dire i Latini; e Servio e Macrobio traducono quello in questo; e resta il contrario _immanis_.

[60] MARCIANO CAPELLA (_De nuptiis philologiæ et Mercurii_, II, 9) scrive, conforme agli antichi: _Verum illi (Hetrusci) manes, quoniam corporibus illo tempore tribuuntur quo fit prima conceptio, etiam iisdem corporibus delectantur, atque cum iis manentes, appellantur Lemures. Qui si vitæ primoris adjuti fuerint honestate, in Lares domorum urbiumque vertuntur; si autem depravantur ex corpore, Larvœ perhibentur ac Maniæ._

Sulla religione degli Etruschi il Creuzer è scarso assai, nè molto vi aggiunse Guignaud negli ampissimi supplementi: più largheggia il Müller nei cap. 4, 5 e 6 del lib. III.

[61] _Templum_, donde _contemplare_, che si trae da τέμενος intersecato.

[62] I Romani dissero re Porsena per mala intelligenza, seppure egli non fosse re di qualche Stato particolare, e, posto a capo della federazione, conservasse quel titolo. A tal modo si spiegherebbe anche quel passo di Dionigi, III. 61: Τυῤῥηνον ἔθος ἐδόκει, ἑκάστῳ τῶν κατὰ πόλιν βασιλέων ἕνα προηγεϊσθαι ῤαβδοφόρον, ἄμα τῇ δέσμῃ τῶν ῥαβδων πέλεκυν φέροντα· εἰ δὲ κπινὴ γίνοιτο τῶν δώδεκα πόλεων στρατεία, τοὺς δώδεκα πελέκεις ἐνὶ καραδίδοσθαι τῶ λαγόντι τὴν αὐτοκράτορα ἀρχὴν. Altri pretese trovarvi una serie di re, discendenti da Giano; e il Dempstero fa in duemila e cinquecento anni regnare quattro dinastie, i Gianizeni, i Coriti, i Larti, i Lucumoni. Müller argomenta le istituzioni civili dell’Etruria da quelle di Roma antica, partendo dal supposto che questa le traesse dalla prima.

[63] Pare che, nell’intenzione degl’Italiani, questa magnificenza esteriore avesse del simbolico, e ravvicinasse gli uomini ai numi; perciò il trionfante in Roma compariva vestito da Giove e colla faccia tinta di minio, come l’effigie di questo in Campidoglio. _Enumerat auctores Verrius, quibus credere sit necesse. Jovis ipsius simulacri faciem diebus festis minio illini solitum, triumphantumque corpora._ PLINIO.

[64] La salsiccia _lucanica_ conservò il nome nei nostri vulgari. _Obesus Hetruscus_; CATULLO, XXXVII. 11. _Pinguis Tyrrhenus_; VIRGILIO, _Georg._, II. 193. E nell’_Æn._ XI. 735:

_At non in Venerem segnes, nocturnaque bella, Aut ubi curva choros indixit tibia Bacchi, Expectare dapes et plenæ pocula mensæ._

Vedi Teopompo presso ATENEO, XII. 3. E DIONIGI, IX, 16: Αβροδίαιτον γὰρ δη καὶ πολυτελές τὸ τῶν Τυῤῥηνῶν ἔθνος ἦν, οἴκοι τε καὶ ἐπὶ στρατοπέδου ὑπεραγάμενον ἔξω τῶν ἀναγκαίων πλούτου τε καὶ τέχνες ἔργα παντοῖα πρὸς ἡδονὰς μεμηχανημένα καὶ τρυφὰς.

Anche delle belle donne loro, che Teopompo chiamò τὰς ὄψεις καλὰς, poco felice concetto ci dà quel d’Orazio, III. od. 10:

_Non te Penelopen difficilem procis Tyrrhenus genuit parens;_

e peggio Plauto, _Cistellaria_, II. 3:

.... _Non enim hic, ubi ex tusco modo Tute tibi indigne dotem quæras corpore._

[65] Tutte le loro misure e divisioni sono multiple e submultiple del 12 e del 10. La misura agraria (_vorsus_), come il _plectron_ greco, è un quadrato di cento piedi.

[66] ERODOTO, VI. 17.

Si disputa fra i dotti se i Fenicj o gli Etruschi introducessero la civiltà nella Scandinavia, dove ora si trovano monete antichissime greche e fino d’Egina per ornamenti. Le vie per cui gli Etruschi vi andavano erano probabilmente, una per le Alpi Pennine, l’Elvezia, il Reno, l’Annover fin verso il Weser e l’imboccatura dell’Elba: l’altra per la Stiria, Vienna, la Slesia verso le bocche della Vistola o il Brandeburgo riuscendo nella Pomerania a sinistra dell’Oder e a Rugen, ove dovea confluire un’altra strada che da Val di Po e dall’Adige pel Brennero e la Baviera veniva da Halle. Erodoto pone l’Eridano verso il Baltico, e forse lo confonde col Po, dove non si raccoglieva l’elettro, ma si deponeva quello recato dalla Vistola, dall’Eider, dal Giutland. Però l’ambra si trova non solo in Sicilia, ma nella pineta di Ravenna, negli strati subappennini dei Bolognese e nelle sabbie del Po, donde poteano esser tratti i pezzi che ora si cavano dalle tombe etrusche e dalle terramare, per quanto lo neghi Virchow nel _Ragguaglio sulla cosmologia ed etnologia italiane (Berlin Gesellschaft für Anthropologie, Ethnologie und Urgeschichte)_.

[67] Ναυτικαῖς δυνάμεσιν ἰσχύσαντες, καὶ πολλοὺς θάλαττα κρατήσαντες. DIODORO, V. L’antica navigazione nel Mediterraneo durava da maggio sino al cominciar di novembre, cioè dal levare eliaco sin al tramonto eliaco delle Plejadi. Questa costellazione potrebbe trarre il nome, non già da πλείοι _più_, _molti_, ma da πλεῖν _navigare_.

[68] _Etrusci campi..... frumenti ac pecoris et omnium copia rerum opulenti._ LIVIO, XXII. 3. _Etruscos.... gentem Italiæ opulentissimam armis, viris, pecunia esse._ Lo stesso, X. 16.

[69] NIEBUHR. _Dell’anno dei Romani antichissimi e degli altri Italiani._ Vedi l’~Appendice~ II.

[70] Τυῤῥήνων γενεὰν φαρμακοποιὸν ἔθνος, _I Tirreni genìa da farmachi_. Eschilo presso TEOFRASTO, IX. 15; se pure non intendeva di farmachi magici.

[71] Aristotele, presso POLLUCE, IV. 56; PLUTARCO, _Del frenar l’ira_; ATENEO, XII. 5.

[72] CICERONE, Brut. 10; Tuscul. IV. 2. _Romuli autem ætatem jam inveteratis literis atque doctrinis.... fuisse cernimus._ De rep. II. 10. E presso AGOSTINO, _De civ. Dei_, XVIII. 24, dice esser Romolo venuto _non rudibus atque indoctis temporibus, sed jam eruditis et expolitis_.

[73] _Genesi_ X. 22. Vedi l’~Appendice~ I.

[74] Διεσώζοντο... παρὰ τοῐς ἐπιχωρίοις μνῇμαι κατὰ ἔθνη τε καὶ κατὰ πόλεις, εἲτ̓ ἐν βεβηλοῖς ἀποκειμέναι γραφαὶ. DIONIGI.

[75] Thiersch (_Ueber das Grabmal des Aliattes_, Monaco 1833) sostiene la somiglianza del sepolcro di Aliatte descritto da Erodoto, lib. I. c. 95, con questo di Porsena, descritto da Plinio, e ne induce la parentela dell’Etruria colla Lidia.

[76] Nel 1852 vi fu scoperto l’ipogeo della famiglia Vibia, sul quale l’anno appresso stampò una memoria Gian Carlo Conestabile, rivelando molti sbagli presi dall’illustre Vermiglioli nel leggere le iscrizioni etrusche. In questo solo ipogeo ve n’ha venti, ma che non ci ajutano a conoscere quella lingua.

Altri scavi fecero Noël de Vergers e Alessandro François alla Cucumella di Vulci. Vi si trovarono due torri, una quadrata e una conica. Sulle rive della Fiora si trovò un ipogeo colla camera sepolcrale, ricca di pitture, di cui la principale è il sacrifizio umano offerto da Achille a’ mani di Patroclo; e di fronte un altro sacrifizio di schiavi, con nomi etruschi, che indicano un fatto della storia nazionale.

Importantissimi scavi furono fatti in questi ultimi tempi, formati nuovi musei: del che tutto informa il _Bullettino dell’Istituto di corrispondenza archeologica_.

[77]

_Aut porcus Umber, aut obesus Etruscus._

CATULLO, XXXVII. 11.

[78] Dai sepolcri volle conoscere la vita etrusca Giorgio Dennis, _The cities and cemeteries of Etruria_. Londra 1848. Hamilton Grey, _Tour to sepulchr. of Etruria_, 1840, dice che la necropoli di Tarquinia, di quattromila centoquarantasei ettari di superficie, giudicandone dalle duemila tombe aperte finora, può contenere due milioni di sepolti; sicchè dovette servire per sei secoli a una popolazione di centomila abitanti.

[79] Marziale, lib. XIV, come se si trattasse di scodelle di Biella, dice:

_Aretina nimis ne spernas vasa monemus, Lautus erat tuscis Porsena fictilibus._

Persio, II. 60:

_Aurum, vasa Numæ, saturniaque impulit æra, Vestalesque urnas, et tuscum fictile mutat._

Giovenale, XI, 108:

_Ponebant igitur tusco ferrata catino._

Plinio, XL. 45, scrive che l’arte delle stoviglie è _elaborata Italiæ, et maxime Etruriæ_. Però Seneca racconta che i coloni piantati da Giulio Cesare a Capua, per fabbricare case rustiche disfaceano gli antichi sepolcri, tanto più che _aliquantulum vasculorum operis antiqui reperiebant_. E mille anni dopo, Giovan Villani (_Cronache_, lib. I. 47) sapeva che «in Arezzo anticamente furono fatti per sottilissimi maestri vasi rossi con diversi _intagli_, che veggendoli pareano impossibili esser opera umana, e ancora se ne trovano».

[80] _Relazioni d’alcuni viaggi nella Toscana_, tom. I. p. 47. Anche descrivendo la spiaggia di Cecina, riparla di grandi ammassi di rottami d’anfore, tubi, embrici e altri lavori di terra cotta, con anfore intiere, e misti a ossa umane. Sembra però si tratti di figuline de’ tempi romani, giacchè egli porta molte iscrizioni latine che v’erano impresse.

[81] PLINIO, XXV. 43.

[82] Crizia presso ATENEO, I. 28: Τυρσήνη δὲ κρατεῖ κρυσότυπος φιάλη, καὶ πᾶς χαλκὸς ὅτις κοσμεῖ δόμον ἔν τινι χρείᾳ. —Ferecrate, ivi XV. 700: Τὶς τῶν λυχνείων ἡ ἐργασία; τυῤῥθνικὴ ποικίλαι γὰρ ἦσαν αἱ παρὰ τοῖς Τυῤῥενοῖς ἐργασίαι.

[83] La priorità delle arti belle in Italia fu sostenuta dal Guarnacci (_Origini italiche_), dal padre Paoli (_Antichità pestane_), dal conte d’Arco (_Patria primitiva del disegno_), e da molti moderni, massime dopo le ultime scoperte, cominciando da Luciano Buonaparte.

Sulle arti etrusche possono vedersi pel secolo passato: TH. DEMPSTER, 1619, coi paralipomeni del Passeri; A. F. GORI, _Musæum etruscum_, 1737-43, colle dissertazioni del Passeri: _Musæi Guarnacci ant. mon. etrusca_, 1744. Erano mal distribuiti, raccolti senza critica, classificati a capriccio, per modo che il Müller credette non poter farne verun conto per chiarire la storia e le credenze degli Etruschi. Profittarono delle scoperte recenti il cavaliere Francesco Inghirami, _Monumenti etruschi o di etrusco nome_, sette volumi di testo, sei di tavole, 1821-56; e _Pitture di vasi fittili_, 1832; le moltissime memorie delle Accademie di Cortona, di Parigi, dell’Istituto di corrispondenza archeologica di Roma, ecc.; e libri e opuscoli senza numero di Vermiglioli, Cardinali, Orioli, Teani, Arditi, Gerhard, Raoul-Rochette, Visconti, Grifi, Bunsen, Campanari, Micali, Gargallo, Candelori, Feoli, Stackelberg, Dorow, Bröndstedt, Lewezow, Böck, Luynes, Svelcker, Panofka.... De Witte e Lenormant pubblicarono una scelta di vasi ceramografici a Parigi, 1840. Vedansi pure _Musæi etrusci, quod Gregorius XVI in ædibus vaticanis constituit, monumenta_; Roma, 1842. I musei che più se ne arricchirono, son quelli di Londra, cui fu venduta la raccolta del principe di Canino; di Monaco, di Leida, di Berlino, del re d’Olanda; e in Italia il Gregoriano e il Campana a Roma, il Borbonico a Napoli, le collezioni Buccelli a Montepulciano, Ruggeri a Viterbo, Venuti a Cortona, Ansidei, Oddi ed altri a Perugia, Guarnacci e Franceschini a Volterra, Jatta e Santangelo a Napoli.

[84] _Eversosque focos antiquæ gentis hetruscæ._

PROPERZIO, II. 28.