Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 32

Chapter 323,533 wordsPublic domain

Queste ultime rogazioni avrebbero dovuto amicargli l’ordine equestre e gl’Italici: ma i cavalieri, se odiavano i patrizj che ne limitavano l’autorità e gli escludevano dalle cariche, più temevano la legge agraria che gli avrebbe spogli dei poderi usurpati, e a pari con essi ammetterebbe al suffragio i Socj latini o gl’Itali antichi. Tiberio dunque favorendoli non ne acquistò la grazia, e ingelosì la plebe: la quale, sebbene avesse tanto a lodarsi d’un sì favorevole magistrato, non ponea così immediato interesse alle leggi politiche, di cui non intendeva bene il vantaggio, e vana com’è e disunita, non sapeva sostenerlo nell’effettuare i suoi concetti, anzi dava ascolto alle suggestioni de’ nobili che denigravano il tribuno, e dicevano affettasse il regno.

Quanto agli Italioti, un nuovo riparto del territorio pubblico dava a temere che i magistrati ne profittassero per intaccare o molestare le possessioni confinanti, non ben delimitate ne’ contratti, essi pure ambigui o inintelligibili[363]; e pareva sovrastasse una nuova confisca in piena pace. Fors’anche i nobili di Roma aveano saputo spargervi il fermento, e il senato lasciatovi intendere che ai lamenti si darebbe ascolto, si farebbe larghezza di diritti, purchè resistessero ai triumviri o li tergiversassero. Fatto è che dappertutto la rogazione Sempronia parve aborrita.

[FINE DI TIBERIO]

Sentiva dunque Tiberio a qual pericolo resterebbe esposto appena uscisse di magistratura; onde gittatosi a farsi (contro la costituzione) prorogare il tribunato, ripeteva le patrizie minaccie, compariva in bruno, mostrava alla plebe i suoi bambini, pregandola a conservare ad essi il padre. Venuto il tempo de’ comizj per l’elezione, nuovo timore l’invase perchè due serpi aveano fatto le uova nel suo elmo, e quella mattina i polli non vollero sbucare dalla stia; egli stesso uscendo di casa inciampò alla soglia, e due corvi combattenti a sinistra fecero dal tetto cadere un sasso ai piedi di lui. Così Plutarco: ma più seria apprensione dovea cagionargli il vedersi incontro l’aristocrazia concorde e disposta a tutto, mentre in suo favore null’altro restava che il vulgo mutabile e le tribù rustiche, a cui l’opera della mietitura impediva di accorrere ai comizj.

[OPPOSIZIONE DEGLI SCHIAVI]

[133 xbre]

Radunati questi, i possessori alzano la voce contro il violator della legge; i senatori compajono armati, e cinti di clienti e di schiavi; gli amici di Tiberio s’accingono a tener testa; il tumulto s’incalorisce; la plebaglia quanto pronta alle grida, tanto è alla fuga e allo scoraggiamento. Egli, non potendo più farsi udire, ponsi la mano sul capo per indicare il pericolo; i nemici gridano ch’egli chiede la corona, cominciano a far macello degl’inermi, e trucidano lui stesso co’ suoi fautori, che senza onore d’esequie, gettati nel Tevere, scontano i brevi ed infausti amori della plebe.

Tra i fautori del Gracco alcuni furono processati, altri assassinati; Cajo Billio, senz’altro giudizio, chiuso in una botte piena di serpi; Blossio filosofo di Cuma, citato in giudizio, sostenne d’avere amato Gracco, ed essersi mostrato pronto ad ogni volere di esso.—E se egli avesse comandato di metter fuoco al Campidoglio?» domandò Scipione Nasica.—Non l’avrebbe mai fatto (rispose il Cumano): ma se me l’avesse imposto, l’avrei bruciato, persuaso ch’egli non potea volere se non cosa utile al popolo».

Questo Nasica, cugino dei Gracchi, erasi mostrato accanitissimo loro avversario; persuase di dar addosso alla plebe disarmata; tiratasi in capo la toga come solea ne’ sagrifizj, essendo sommo pontefice, e col bastone in pugno si pose a capo di quei che _amavano la repubblica_, cioè l’usufruttavano; poi osò con un decreto far giustificare quant’erasi commesso contro i Gracchi e i suoi. Sprezzatore della plebe, prendendo la mano d’un agricoltore per sollecitarne il voto, e sentendola callosa, gli chiese:—Che? cammini tu forse colle mani?» Perciò i popolani gli gridavano improperj, lo imputavano d’aver ucciso una sacra persona in luogo sacro; talchè il senato, volendo dare qualche soddisfazione e sciogliere se stesso da un impaccio, l’inviò con onorevole incarico in Asia, donde più non tornò.

[132]

Il senato non potè abrogare la legge agraria, ma confidava sulle difficoltà materiali, che all’atto comparvero inestricabili, intorno alla misura, all’origine del possesso, alla stima dei fondi. I Socj italici e latini che aveano ottenuto moltissima parte dell’agro pubblico, nojati o sbigottiti da questo misurare e stimare, ricorsero al senato, che fu ben contento di un pretesto per sospendere la mal gradita legge: e Scipione Emiliano, benchè cognato di Gracco, reduce allora dalla vinta Numanzia, postosi a capo degli scontenti, e unanimemente scelto a patrono dai Socj latini, ottenne si cassassero i tre a cui n’era affidato l’adempimento, questo commettendo a un console.

[OPPOSIZIONE DEGLI SCIPIONI]

[128]

La plebe, che prima idolatrava Scipione Emiliano e che gli aveva attribuito due consolati e la censura in violazion della legge, se l’era recato in contrario perchè, all’udire l’uccisione di Tiberio, avea proferito quel verso d’Omero: _Così perisca chi opera come lui_. Scipione da una parte rifuggiva da quanto avesse aspetto rivoluzionario; dall’altra teneva in vilipendio cotesta plebe, di cui Gracco avea sperato far eccellenti soldati, ma che realmente amava l’ozio cittadino questuante più che il possesso faticoso, nè erasi mostrata capace di difendere colui che per essa si sacrificava. Popolo e grandi in quella lotta che cosa aveano mostrato, altro che intrighi e codardia ed arroganza? Più dunque Scipione non mettea speranza in cotesta città di liberti togati, repubblica in decadenza, che doveva dar luogo all’Italia. Nè il disprezzo dissimulava, ed erane ricambiato d’odio; qualora egli parlasse dalla ringhiera, la plebe lo confondeva coi susurri, ne ridiceva i superbi motti, e l’accusò perfino di aspirare alla dittatura. Esso sprezzò l’imputazione, vantando i meriti suoi e del padre Paolo Emilio; e dalla campagna, ove coll’amico Lelio vivea studiando e spassandosi, tornava a Roma ogniqualvolta si trattasse d’opporsi a leggi popolari. Quando il minacciavano rispondeva:—I nemici della patria han ragione di desiderare la mia morte, perchè sanno che Roma non perirà finchè Scipione viva». Ma una notte fu trovato morto in casa; egli distruttore dei _due terrori di Roma_, fu sepolto senza esequie pubbliche; il popolo vietò ogni procedura, temendo di compromettere Cajo Gracco. La morte del più ostinato aristocratico annunziava che il conflitto si rinnoverebbe più violento, più passionato e criminoso.

E in effetto i tribuni, avendo appreso da Tiberio quanto formidabile potesse divenire la loro autorità, miravano a dilatarla. Il tribuno Papirio Carbone, che non rimetteva dal rinfacciare l’assassinio di Tiberio, propose che il tribunato si potesse prorogare quanto al popolo piacesse; ma la mozione restò inesaudita. Il tribuno Cajo Atinio, avendogli il censore Metello Macedonico voluto impedire l’entrata in senato, afferrò questo, e lo trabalzava dalla rupe Tarpea come reo di lesa maestà, se un altro tribuno non si fosse opposto: ma si profittò del caso per far decretare che ai tribuni competesse voto deliberativo in senato.

[CAJO GRACCO]

[126]

[125]

Cajo Gracco, alla morte del fratello, si era ritirato come spaurito, dedicandosi all’eloquenza, in cui nessuno il superò; savio del resto, alieno dall’ozio, dalla cupidigia, dalle beverie in cui sciupavasi la gioventù. Molti il giudicavano un dappoco, e lo tassavano disapprovasse Tiberio; ma nel fatto egli si maturava a vendicarlo, risarcire la plebe, sgomentare i doviziosi, compire dopo resi più grandiosi, i disegni del fratello, il quale gli era apparso in sogno dicendogli:—Che cessi? la tua sorte sarà come la mia; combattere e morire pel popolo». Questore in Sardegna, acquistò la stima e la benevolenza del console e de’ soldati col valore e coll’esattezza; ricusando le città somministrare vestimenti, esso ve le seppe indurre. Per solo riguardo di lui, Micipsa re di Numidia mandò grano, con grave dispetto del senato, che cacciò i messi di quel re, e diede lo scambio alle guarnigioni. Il senato avea spedito lontano anche il violento Fulvio Flacco, uno dei triumviri per la spartizione dei terreni, e che giunto al consolato in onta dei nobili, moveva mari e monti per accomunare la cittadinanza a tutti gl’Italiani, e promovere la legge agraria; ma la città di Fregelle, che coll’armi avea voluto acquistare quel diritto, fu vinta e distrutta; e il non averla sostenuta le altre città italiche mostrava che il colpo non era maturo.

[123]

Ed ecco d’improvviso Cajo ricompare a Roma. I censori lo chiamano in giudizio come disertore, ed egli così favella:—Dodici anni io militai, benchè soli dieci ne esigano le leggi. Sortito questore, stetti oltre due anni presso il mio generale, ancorchè la legge permetta di ritirarsi dopo servito un anno. Vero è ch’essa m’ingiungeva di tornare col mio generale; ma essa suppose che un console nel luogo stesso campeggiasse solamente durante il consolato. Se piacque tenere tre anni in Sardegna Aurelio Oreste, era io obbligato ad ordini non diretti a me? Dolce riusciva al proconsole esercitar lungo ed assoluto imperio sopra legioni obbedienti: duro riusciva ad un questore il gettar nell’ozio un utile tempo. Me chiamano gl’interessi di tanti infelici che implorano la distribuzione de’ terreni, alla quale io fui deputato. Con quale intento io fossi tenuto sì lungamente discosto dalla capitale, tocca al popolo romano indagarlo, tocca agl’Italiani il lamentarsene; voi, censori, abbiate almeno riguardo al modo ond’io mi comportai in un’isola, ove l’avarizia e la dissolutezza corruppero gli uffiziali e i soldati del nuovo esercito speditovi. Pur un asse io non accettai in dono dagli alleati, nè soffersi che alcuna spesa sostenessero per me. Non ho fatto della mia tenda un luogo di stravizzi, un ricovero alla crapula e alla prostituzione dei giovani romani: apparecchiai banchetti, ma dove, sbandita la licenza, regnava modestia di parole e di atti: nessuna femmina scostumata a me entrò: non crebbi punto di ricchezze. Questo divario troverete fra me e i vostri uffiziali di Sardegna, che io solo torno con la borsa vuota, mentre gli altri tracannarono il vino ond’erano piene le anfore che riportano colme d’argento e d’oro»[364].

[POPOLARITÀ DI CAJO GRACCO]

[122]

Cajo restò assolto ed acclamato dal popolo, che in esso credeva rivedere il suo Tiberio; onde, allorchè egli chiese il tribunato, non che occorressegli di far broglio, il campo Marzio non bastò alla folla d’Italiani accorsi, che dai terrazzi e dai tetti gli davano il suffragio per acclamazione; e mentre il voler prorogare l’annuale dignità era costato la vita a suo fratello, a lui fu confermata l’anno successivo, a grand’onta de’ patrizj, i quali soleano rimandare d’oggi in domani le proposte de’ tribuni finchè il loro anno spirasse.

Fu sventura che Cajo Gracco non venisse insieme con Tiberio, e che la fine di questo lo sgomentasse dal procedere con sicura risolutezza, e lo facesse astioso contro del senato. Mentre prima l’oratore, arringando nei comizj, volgevasi al senato, egli si piegò verso il popolo; nel che imitato, venne a trasferire in questo l’importanza. Poi, invece di dimenticare, siccom’è necessario a chiunque vuol riconciliazione e riforme, ogni tratto rammemorava Tiberio.—Dove andrò io? dove troverò un asilo? In Campidoglio? ma è lordo ancora del sangue di mio fratello. Nella casa paterna? ma vi troverò una madre inconsolabile. Romani, i vostri padri chiarirono guerra ai Falisci perchè aveano insultato il tribuno Genuzio; dannarono nel capo Veturio perchè non avea ceduto il passo a un tribuno che traversava il fôro; e costoro sotto i vostri occhi scannarono Tiberio, ne trascinarono il cadavere nel Tevere, i suoi amici fecero morire senza giudizio: mentre dapprima era costume che, quando uno fosse imputato di causa capitale, il banditore di buon mattino andasse alla porta di esso e lo citasse a suon di tromba, nè prima di ciò veruno votasse; tanto rispetto aveasi alla vita de’ concittadini».

[SUOI PROVVEDIMENTI]

Per conseguenza propone che un magistrato, il quale abbia colpito alcuno senza giudizio, venga tradotto avanti al popolo: legge diretta contro Ottavio, la quale dava il mal esempio d’azione retroattiva. Vôlto quindi agli interessi generali, propone che niuna condanna capitale valga senza la conferma del popolo; poi ogni mese facciasi una vendita di grano a buon patto, ogni anno una distribuzione di terreni; si disponga a profitto del popolo l’eredità del re Attalo; ai soldati si dia il vestire senza detrarre la paga, e non s’arrolino avanti i diciassette anni, mentre prima i patrizj facendosi iscrivere ancor fanciulli, si assicuravano dell’anzianità per ottenere i gradi: insomma fa a ritaglio accettare la legge del fratello. Le distribuzioni del grano erano necessarie per evitare i tumulti che la fame potea causare; ma introdussero l’idea che il popolo avesse diritto di vivere a spese dello Stato. Chi però avrebbe potuto opporvisi? e quanto non ne ricrescea la popolarità di Gracco! Tanto più che avendo fatto decretare grandiose opere pubbliche, vi dava impiego a migliaja di braccia; fece abbattere i palchi donde i doviziosi guardavano gli spettacoli del circo, acciocchè non rimanesse distinzione dai poveri. Doveva egli talora recedere da una sua rogazione? mostrava piegarvisi per riguardo a Cornelia, madre sua venerata e cara.

Col favore del popolo cresciuto d’ardire, volgesi a politiche innovazioni contro i privilegiati, e propone s’aggiungano nel senato seicento cavalieri: eccessiva domanda, ch’egli avventurò per ottenerne una più moderata, qual era che i giudizj fossero tolti ai senatori[365] e conferiti all’ordine equestre, che così fu reso un corpo politico da equilibrare il senato. Per tal passo gli amministratori delle provincie non si trovavano assicurata l’impunità dalla condiscendenza del senato: ma i nuovi giudici poteano vendere e vendettero la connivenza; e mentre umiliando i grandi credeva istituire una classe media, Cajo non creò che un partito, e come gli rinfacciavano i vecchi patrioti, diede alla repubblica due teste, che presto verrebbero ai morsi. Egli però vantavasi d’aver fitto nel fianco dell’aristocrazia il dardo mortale, compiacevasi d’avere consolidata la costituzione in modo, che il senato colla nobiltà, i cavalieri coi giudizj farebbero argine alle intemperanze della popolaglia.

[ROGAZIONI DI CAJO GRACCO]

Per sostenere l’opera sua e togliersi ogni limite, chiese agl’Italiani tutti si comunicasse la piena cittadinanza. Voleva egli con ciò amicarsi i Socj latini, perchè cessassero dall’opposizione; e sebbene l’averli il senato sbanditi dalla città, e impedito che a migliaja venissero dal Lazio ai comizj, eludesse la proposta, da quell’ora essi fecero causa coi poveri di Roma contro de’ nobili e del senato.

Colla legge frumentaria affezionatesi le tribù urbane, i cittadini coll’agraria, i cavalieri colla giudiziaria, l’Italia colla lusinga della cittadinanza, tutte le forze della repubblica e della penisola opponeva al senato, che si vide costretto a cedere. Ma la distribuzione dei grani smungeva l’erario; l’affidare i giudizj ai cavalieri spartiva in due la repubblica, e sottoponeva i senatori ai pubblicani; poi ai cavalieri rimaneva il dispetto delle scemate proprietà, e il popolo vedeva mal volentieri che Cajo intendesse accomunare a tutti gl’Italiani i suoi privilegi ed il suffragio.

Null’ostante egli godeva di grandissima autorità, circondato da magistrati, militari, artisti greci, ambasciadori come un re: ma conoscendola esosa al senato, badava di non dargli che consigli utili e decorosi. Avendo il propretore Fabio mandato frumento dalla Spagna, Cajo persuase il senato a venderlo, e il denaro ritrattone spedirlo agl’Iberi, affinchè non sentissero eccessivamente grave il giogo di Roma: autorizzò i provinciali a prendere essi medesimi l’appalto delle imposte: fece fabbricare granaj, e mentre andava coi triumviri a misurar l’Italia, vi procurò belle e dritte strade con ponti e colonnette miliari, e pietre per salire a cavallo, com’era duopo prima d’inventare le staffe, soprantendendo egli stesso ai lavori: propose di collocare colonie ove Roma possedeva maggiori territorj, e di rassettare le antiche emule di Roma, Capua, Tàranto e Cartagine.

I senatori mostravano assecondarlo, ed offersero a lui stesso andasse a rimettere in essere quest’ultima, e piantarvi la colonia Giunonia, che fu la prima fuori d’Italia. Egli il fece: ma sottratto che fu dagli occhi della moltitudine, i senatori giocarono a due mani per diroccarlo, e con un artifizio spesso imitato subornarono Druso collega di lui, acciocchè lo sorpassasse con proposizioni esorbitantemente popolari. Cajo diceva di mandare due colonie? ed egli dodici; di distribuire i terreni con un tenue canone? ed egli di darli gratuitamente; fece che i generali non potessero sferzare i soldati latini; davasi premura di esprimere che tali consigli moveano dal senato, tutto viscere per la plebe; nè mai cercava posti ed onori per sè, quasi a raffaccio di Gracco che assumevasi tutte le commissioni, abile a tutte per la sua operosità meravigliosa.

[FINE DI CAJO GRACCO]

[121]

Con queste lustre e coi paroloni a vuoto che fan colpo sul vulgo, venne a diminuirsi l’animosità concepita contro il senato; e quando tornò dalla rifabbricata Cartagine, Gracco trovò che in quei tre mesi la plebe avealo quasi dimentico. Domandando il terzo tribunato, ebbe i voti contrarj: un suo ospite sotto gli occhi suoi fu trascinato in prigione: ai Latini dato il bando da Roma: e per colmo, vide eletto console Opimio Nepote distruttore di Fregelle, e suo ereditario nemico; il quale domandò fosse disfatta la colonia cartaginese, tanto aborrita dagli Dei di Roma, che i lupi ne aveano portato via i termini. Ricevuto dal senato l’arbitrio dittatorio, occupò il Campidoglio, dichiarò Cajo nemico della patria, bandì una taglia sulla testa di esso, indi a capo delle truppe investì Fulvio Flacco. Questo ribaldo intrigante, imputato non forse a torto dell’assassinio di Scipione Emiliano, disonorava la causa di Gracco col farla assomigliare ad una sommossa, e armava i proprj partigiani colle armi tolte da esso ai Galli, e che come trofeo conservava in casa. Assalito, aspettò da valoroso e manesco qual era, ma nella zuffa perdè la vita. Gracco, cui mancava l’audacia d’un rivoluzionario o la freddezza d’un generale, ricoveratosi nel bosco delle Furie, si fece uccidere da uno schiavo, unico fedele alla sua sventura. Tremila furono morti quel giorno sull’Aventino e gettati nel Tevere, persino un fanciullo di Fulvio che s’avanzava col caduceo in segno di pace; ad altri tortura e supplizio; confiscate le facoltà, proibito il lutto alle mogli, a quella di Gracco tolta perfino la dote; e Opimio, vincitore della prima guerra o strage civile, fondò il tempio della Concordia.

La plebe, che aveva fiaccamente abbandonato il suo protettore, appena si riebbe dall’abbattimento, palesò l’indignazione sua come potè, prima scrivacchiando sui muri[366], poi ergendo statue ai Gracchi, consacrando i luoghi dove furono uccisi, e offrendovi le primizie d’ogni stagione. Cornelia portò decorosamente quella perdita, dicendo che i suoi figli aveano sepolcri degni di loro in luoghi consacrati; e lungamente visse a Miseno, ospitando letterati e Greci, ricevendo messi dai re, piacendosi di raccontare le virtù di Scipione Africano e la tragedia de’ suoi figliuoli. Le fu poi dedicata una statua coll’iscrizione: _Cornelia madre dei Gracchi_.

[108]

La partizione dei terreni era cominciata, nè il senato osò sospenderla, ma con proposizioni accorte si eluse quel che contenevano di meglio le rogazioni dei Gracchi. I nobili indussero uno de’ commissarj a dire che, difficilissima essendo quella ripartizione secondo la legge agraria, meglio tornerebbe l’obbligare i possessori a pagarne un canone perpetuo, da ripartirsi fra i poveri; dato il quale, i possessori non fossero più sturbati. Talentò la speciosa proposta al popolo, e adottandola riconobbe inalienabile proprietà di privati i terreni già pubblici: ma poco andò che un altro tribuno fece cessare quel livello, dicendo che i nobili già contribuivano abbastanza col sostenere le dignità; e la plebe, senza nè terreni nè rendite, trovossi rituffata nella primitiva miseria. La legge Thoria poi abolì tutti gli effetti di quelle de’ Gracchi.

[LORO LEGGI ABOLITE]

Ben dicemmo dunque che le leggi agrarie toccavano ai problemi che oggi stesso agitiamo, del pauperismo, de’ soccorsi pubblici alla mendicità, dell’arresto personale, della libera usura del denaro, dello smembramento delle proprietà. Quelle portate da Stolone aveano stabilito lo sminuzzamento de’ possessi e l’equilibrio dei poteri, dando stabilità e potenza alla repubblica: abrogate, ne sminuirono la popolazione libera e i prodotti. Tiberio Gracco volle ristabilirle quando, le usurpazioni dei ricchi essendo ancora recenti ed illegali, non ne veniva profondo sovvertimento alla società, onde sarebbonsi rimessi in equilibrio i possessi e le ricchezze fra i tre Ordini. L’oligarchia vi si oppose, e diede il primo esempio di quelle guerre civili, in cui essa dovea perire. La nimicizia fra plebe e nobiltà s’invelenì; i cavalieri, fatti arbitri dei tribunali e appaltatori delle gabelle, poteano imporne al senato e sviare qualunque riforma: onde invano l’eloquenza di Marc’Antonio, di Lucio Crasso e d’altri tonava contro i dilapidatori delle provincie; invano altri tentavano ridurre queste a migliore amministrazione. Però fra i Socj latini del popolo romano sopravivea il pensiero di poter anch’essi entrare a parte della dominazione; e a mutar il fremito in insurrezione non mancava se non un capo, il quale all’ardimento accoppiasse l’abilità.

FINE DEL TOMO PRIMO

INDICE

LIBRO PRIMO

CAPITOLO I. Dell’Italia e della sua storia _pag._ 9 » II. Dei primitivi italiani » 34 » III. Gli Etruschi » 64 » IV. Popoli minori » 103 » V. Istituzioni italiche » 113 » VI. Primordj di Roma. I re » 137 » VII. Governo patrizio e sue trasformazioni fino alla democrazia » 158 » VIII. Politica esterna. I Galli. Il Lazio e l’Etruria soggiogati. Fine dell’età eroica » 187

LIBRO SECONDO

» IX. Magna Grecia.—Pitagora.—I legislatori » 205 » X. Sicilia » 229 » XI. I Romani nella Magna Grecia.—I Venturieri.—Pirro » 266 » XII. Cartagine. Prima guerra punica. Sistema militare de’ Romani. Conquista dell’Insubria » 280 » XIII. Seconda guerra punica. Annibale. Sommessione della Gallia Cisalpina e di tutta Italia » 303 » XIV. I Romani in Grecia e in Oriente.—I trionfi » 325 » XV. Interno di Roma. I costumi eroici si mutano. Innesto greco » 355 » XVI. Terza guerra punica. La Spagna vinta » 382

LIBRO TERZO

» XVII. Costituzione di Roma repubblicana » 395 » XVIII. Condizione economica. Leggi agrarie. I Gracchi » 439

FOOTNOTES: