Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 31
Così lo Stato cadeva nelle branche d’un’aristocrazia pecuniaria: unica potenza verace, la ricchezza decide del voto nelle assemblee, porta a capo dello Stato, padroneggia i comizj, riempie il senato e le cariche, dà a consoli e pretori le provincie da espilare, commette ai censori l’arbitrio delle terre d’Italia. Sì: erano aperte a tutti le dignità, ma che? le elezioni cadevano sempre sui nomi stessi, e negli ottantasei anni fra il 219 e il 133, nove famiglie ottennero ottantatre volte il consolato, e lentavasi quel movimento, per cui l’aristocrazia si risanguava continuamente colla eletta de’ plebei.
La sproporzione di ricchezze nelle antiche repubbliche trova spiegazione dal mancarvi l’industria, il commercio, ogni altr’arte, fuor la guerra e l’agricoltura. Fra i larghi possidenti e i miserabili non era interposta la classe media di negozianti e artieri, i quali vivono e arricchiscono coll’industria e coll’accumularne i frutti. La gente di campagna era tratta alla città, ma non per applicarsi ai mestieri; onde vi si sviluppavano i morbi che adesso pure ci rodono col nome di pauperismo e di carità legale. Oggi al pitocco noi diciamo:—Va, e lavora»; a un cittadino romano sarebbe stato un’ingiuria, un trattarlo da schiavo, al quale erano serbate le arti sordide, cioè le utili. Le bottegaje si confondevano con le infime serve fino ai tempi di Costantino; e Cicerone dice che il negoziare è un aumento di servitù, e che i mercanti non possono profittare se non col mentire[356].
[PLEBE SOFFRENTE]
Senz’arti, senza possessi, che far dunque della romana plebe? Menarla alla guerra; la quale perciò si perpetuava, come giovevole sì allo Stato che con essa riparava al pubblico debito, sì ai nobili che si rifaceano colle spoglie dei vinti, sì ai poveri che o vi erano mantenuti o morivano gloriosamente. Per disgrazia mancavano nemici da combattere? il vulgo doveva accattar pane o dai candidati cui vendeva il voto, o dalla pubblica limosina, onestata col nome di largizioni, ricevendo gratuiti o a buon mercato i grani e il sale che sovente era l’unico suo companatico. Dopo i trionfi, aveva bronzo coniato o terre lontane, come si fece di quelle tolte agli Italiani che avevano favorito Annibale, preferendosi il largheggiare possessi nelle colonie al concedere terreni legittimi. E voi soldati, terror de’ nemici in campo, che l’affezione per gli Dei penati posponete alla venerazione delle aquile legionarie, voi sarete altre vittime de’ ricchi ambiziosi: strascinati a combattere oltre i mari, non potrete più coltivare il campo avito, spesso lo perderete o per guerra o per debiti: voi che ergete trofei, o fabbricate catene ai popoli superbi, o spianate strade indistruttibili per congiungere i vinti alla vincitrice, non potrete che lasciare a straniera gleba le ossa affaticate ed incompiante.
Allorchè si propose la guerra contro Perseo, un centurione si fece avanti ai tribuni e al senato; e—Quiriti, io sono Spurio Ligustico, della tribù Crustumina, nato in terre de’ Sabini. Mio padre mi lasciò un jugero di terra e una casetta, nella quale io nacqui e fui allevato ed abito ancora: mi diede in moglie la figliuola di suo fratello, la quale null’altro recò che la libertà, la pudicizia, e per giunta una fecondità qual basterebbe per ogni casa ricca. Ho sei maschi e due fanciulle; queste accasate; di quelli, quattro hanno la toga virile, due sono in pretesta. Arrolato nell’esercito di Macedonia, due anni io militai come gregario contro Filippo; il terz’anno, Quinzio Flaminino in benemerenza mi assegnò il decimo ordine degli astati. Vinto Filippo, ricondotti in Italia i congedati, volontario passai in Ispagna; e Catone console, tanto operoso, diligente esaminatore e giudice della virtù del soldato, mi reputò degno d’affidarmi il primo ordine degli astati della prima centuria. Una terza volta militai volontario nell’esercito contro gli Etolj e il re Antioco, ove da Marco Acilio mi fu dato il primo grado tra i principi nella prima centuria. Cacciato Antioco e soggiogati gli Etolj, in Italia militai due volte nelle legioni che servivano annualmente; poi una volta in Ispagna. Da Fulvio Flacco fui menato al trionfo fra quelli di cui volle onorare la virtù. Richiesto da Sempronio Gracco, feci con esso una campagna. In pochi anni quattro volte stetti centurione principale, trentaquattro volte fui onorato di doni da’ miei capitani, ricevetti sei corone civiche, negli eserciti compii ventidue stipendj annuali; ed ora passo i cinquantanni».
Infelice! ed era chiesto a nuovi combattimenti. Noi riferimmo questo discorso per mostrare a qual condizione si riducessero i popolani che viveano di continuo negli accampamenti, e spesso, dopo servigi di trent’anni, nè tampoco si trovavano un camperello onde pascere la numerosa famiglia; denaro riceveano nelle distribuzioni de’ frequenti trionfi, ma sciupavanlo coll’imprevidenza solita ne’ militari: talchè i pochi che potevano riportare il mutilo corpo dall’Asia o dalla Spagna, stentavano nella miseria gli ultimi giorni.
Da principio alla terra cercavasi il massimo prodotto lordo, cioè grani da mangiare; di modo che la popolazione crebbe, e il villano non soffri. Dappoi si aspirò al maggior prodotto netto, convertendo in pascoli i campi a grano. Allora dunque che, conquistata Cartagine e l’Asia, Roma ingrandiva, la popolazione libera e le produzioni dell’Italia scemarono, quantunque si cessasse di pagare le taglie, meno braccia dovessero darsi alla guerra, fossero migliorati gli utensili, abbondanti i capitali, cresciuto il lusso: ai piccoli possessori erano sottentrati i grossi, che l’eccedente dei frutti non riversavano sui campi stessi, ma sprecavano in lusso nella città.
A coltivare gli ampj poderi basteranno gli schiavi, meglio convenienti perchè non colpiti dalla leva militare come i liberi: e il patrizio, beato di pingui ozj, applaudirà a Catone che insegna le possessioni migliori essere i pascoli, dove un mandriano schiavo basta a condurre un numeroso armento. All’antico libero agricola che resterà dunque? Portare le inutili braccia a Roma, dove sa che tratto tratto si largiscono viveri; dove i doviziosi ostentano generosità col gettargli un po’ del loro superfluo; dove spera esser mandato in qualche colonia, per divenire alla sua volta tiranno, e dire al possessore:—Vattene morir di fame in altra terra»; dove se non altro venderà il suo voto ai candidati, che del prezzo si rifaranno nelle lucrose magistrature.
[LA POVERAGLIA]
Ma ohimè! il senato, omai sicuro nella potenza ed ebbro dell’umiliazione dei re, più non si briga di molcere il popolo; va mezzo secolo senza che alcuna colonia sia fondata; fin l’immorale guadagno del voto cessa di fruttare al popolo re, dacchè i ricchi, eletti censori delle assemblee centuriate, ogni cinque anni stivano nella tribù Esquilina tutti i poveri, de’ quali non occorrerà il suffragio se non nei rari casi in cui a decidere non bastasse il voto dei doviziosi, mantenutisi nelle tribù rustiche, molte in numero e scarse di membri. Poc’a poco il senato, rinforzatosi come sempre succede nelle lunghe guerre, si dispensa dal chiedere l’assenso delle tribù a’ suoi consulti, e dopo trionfato dell’ultimo successore di Alessandro, delibera a sua voglia della pace e della guerra, e non prende cura del vulgo, perchè più non ne ha bisogno nè paura.
Rimanevano al popolo i giudizj; ma ad evitare i viluppi e accelerare le decisioni, si costituiscono quattro tribunali permanenti, composti di senatori che investigano i casi criminali cui non bastano i tribunali pretorj[357], e principalmente le accuse di broglio, di concussione, di peculato contro i senatori: così non occorrerà più pericolo che la plebe venda i suoi giudizj, nè che i nobili li temano. Il popolo campato alle guerre morrà dunque di fame. Che cale? la salute pubblica non ne patisce, giacchè migliaja di schiavi affluendo dai paesi conquistati, impingueranno le glebe di venale sudore, empiranno i palagi e le città servendo al fasto e alla depravazione dei padroni; nei quali uffizj ben meritando, acquisteranno di divenir liberi e cittadini, ricolmando i vuoti lasciati dall’antica gente romana.
[AFFLUENZA A ROMA]
Al tempo ove noi siamo col racconto, soli omai liberti empivano il fôro; e un giorno che coi loro schiamazzi interrompevano Scipione Emiliano, questi, coll’orgoglio d’un nobile di antica schiusa, gridò loro:—Zitto, figliastri d’Italia. Forse vi temerò sciolti io che vi menai qua incatenati?»[358]. Cicerone insultava alla _feccia della città_, a questa plebaglia _nuda e digiuna_, a tanti servi introdotti nel recinto di Roma come uno sciame d’animali malefici, contro il quale sarebbero a invocare gli esorcismi degli aruspici[359]. Questa folla copiosissima e sprovvista, non aspirando a diritti ma a possessi, potea divenire arma terribile in mano d’un demagogo, il quale sorgesse a combattere la tirannesca aristocrazia.
Altra folla accorreva a Roma dalle provincie e dai municipj per sottrarsi alle angherie dei magistrati, per entrar membri d’una nazione temuta e grande, per la speranza di salire fino ai sommi gradi, e disporre della sorte dei regni. Più credevano meritarselo gl’Italiani, dacchè colle loro braccia eransi compiute le conquiste. Alcuni ottenevano la cittadinanza col darsi schiavi d’un Romano che poi li manometteva; altri si facevano per frode iscrivere nelle rassegne dei censori; ma poichè in modo legale non potevano ottenere la cittadinanza se non i Latini, l’Italia affluiva nel Lazio, e il Lazio a Roma, lasciando in patria il deserto. Sanniti e Peligni nel 177 protestarono di non poter più somministrare agli eserciti il contingente che era prestabilito, divenuto sproporzionato agli abitanti, atteso che quattrocento famiglie loro s’erano mutate a Fregelle, città latina. L’anno stesso i Latini dichiararono per la seconda volta che le città e le campagne loro si spopolavano pel continuo sciamare a Roma.
Questa dunque assorbendo tutte le popolazioni italiche, riboccava d’abitanti, sicchè nel censo di Cecilio Metello si numerarono 317,823 uomini atti alle armi, e cinque anni dappoi 390,736; nel 187 si respinsero dodicimila famiglie latine, nel 172 altre sedicimila persone. Ecco dunque come le immigrazioni, così opportune a rigenerarla, pregiudicavano la nazione perchè esorbitanti. Il concedere pienezza di diritto a tutti gl’Italici sarebbe stato l’unico spediente; ma vi si opponeva la nobiltà romana per invidia contro le altre case illustri del bel paese: dal che venne accorciata la giovinezza di Roma e guasta l’Italia.
Per la quale s’era diffusa la poveraglia di Roma, spedita nelle colonie, occupando i terreni migliori. Ma le colonie stesse andavano in peggio, preda destinata ai cavalieri, che od usurpavano o compravano i poderi, surrogandovi schiavi ai liberi coltivatori; e intesi come erano al guadagno inesorabile, nè più temendo dei giudizj dopo che questi in Roma furono affidati alla nobiltà, non conoscevano alcun freno nello smungere i liberi e nell’opprimere i servi.
Che guadagno era dunque venuto a Roma e all’Italia da tante conquiste e tanta gloria? il deperimento della moralità e dell’eguaglianza. Se in mezzo a questa corruzione si fosse levato alcuno, col proposito generoso di ridurre al meglio i costumi, di rinverdire nel popolo l’amor dell’industria e dei campi, di sostituire ai faticanti schiavi e alla plebe infingarda una classe laboriosa, come la moderna che respinge la miseria colle proprie braccia; di reprimere il despotismo del senato e l’avidità dei cavalieri, farsi eco ai lamenti delle provincie e dei municipj, regolare l’affluenza degli avveniticci in modo da impedire il rigurgito in Roma e lo spopolamento della restante Italia, non avrebbe dovuto meritar gratitudine almeno per l’intenzione? e se non la gratitudine dei contemporanei, i quali di rado perdonano il merito o riconoscono le intenzioni, almeno quella dei posteri? Ebbene, all’alta impresa di colmar l’abisso fra i pochi gaudenti e i troppi soffrenti s’accinsero i Gracchi: i contemporanei li travolsero nell’abisso; i posteri si contentarono di ripetere gl’insulti patrizj, neppur degnandosi sceverarne i savj intenti dai mezzi improvvidi.
[ORIGINE DEI GRACCHI]
Le famiglie bennate degli Scipioni e degli Appj avevano sentito la necessità d’imparentarsi colla equestre de’ Sempronj; e Tiberio Gracco, che nel suo tribunato avea protetto l’Asiatico e l’Africano, e impedito che venissero giudicati con invidiosa severità, dopo la morte del vincitore d’Annibale fu reputato meritevole di sposarne la figlia Cornelia, ricusata a un Tolomeo re d’Egitto[360]. Di molti figli che generò, soli le rimasero Tiberio, Cajo e Sempronia, e ne formava sua cura e sua delizia, sicchè ad una dama che le ostentava monili e collane, ella mostrò que’ figliuoli dicendo:—I miei giojelli sono cotesti». Ambendo di esser detta non tanto la figlia di Scipione, quanto la madre dei Gracchi, gli allevò colla squisitezza necessaria perchè potessero disputare agli Scipioni il primato. Tiberio, appena uscito dall’adolescenza, fu creduto degno di venir aggregato fra gli auguri, poi fu sposato colla figlia di Appio Claudio Pulcro principe del senato, mentre Sempronia con Scipione Emiliano.
[137]
I Gracchi, entrati negli affari, non fallirono l’aspettazione materna. Nell’eloquenza non aveano i pari: Tiberio, composto e mansueto in pubblico, parlava soave, elaborato, contegnoso; Cajo, vivace e focoso, splendido nel dire e passionato, fu il primo a passeggiare sulla tribuna, e tenevasi dietro un flautista che gli desse l’intonazione ogniqualvolta esagerasse. Nell’armi si addestrarono sotto al prode cognato, e Tiberio salì primo sulla breccia di Cartagine: alla corruzione eransi resi superiori mediante la severa dottrina degli Stoici, donde aveano attinto, forse esagerate, ma generose idee sulla dignità dell’uomo e sull’eguaglianza dei diritti.
[TIBERIO GRACCO]
Facendo Tiberio da questore a Numanzia sotto Ostilio Mancino, il campo fu sorpreso, e ventimila uomini sarebbero stati trucidati se il console non accettava la capitolazione. I Numantini però ricusarono di credere se non alla parola di Gracco, al quale di fatto concessero di ricondurre salvo l’esercito, lasciando ai vincitori gli accampamenti. Nel saccheggio essendo stati presi i suoi registri, egli tornò a ridomandarli: e i Numantini non solo glieli resero, ma il tennero a pubblico banchetto, e gli permisero di scegliere quel che volesse delle spoglie, donde egli non prese che l’incenso destinato agli Dei. La capitolazione che salvò ventimila cittadini, parve indecorosa a Roma; e proponendosi di consegnare tutti gli uffiziali come dopo le Forche Caudine, Tiberio insistette perchè il patto fosse mantenuto nella sua integrità; e non ottenendolo, impetrò che il solo Mancino fosse consegnato. I parenti dei risparmiati ne vollero bene al Gracco, che sempre più fastidì i patrizj, consigliatori di quell’iniqua legalità.
Tornando da Numanzia, quale spettacolo gli offerse l’Italia! Scomparse le piccole proprietà, disfatte le cascine, estesa la malaria, sottentrata alle biade la pastorizia, greggi e mandre sbrucavano l’erba dove erano fiorite città, e l’Etruria ormai vuota di liberi, nè coltivata che da schiavi. Ma se il deperimento appariva quivi più compassionevole, eragli evidente anche a Roma, dove accumulati gli averi in mano di pochi, mentre i più stentavano nella miseria; e se i Galli ripassassero i monti, o se gli schiavi si sollevassero, qual forza opporvi? Propostosi di rendere all’Italia la popolazione libera ed energica[361], che dispariva quanto più dimenticavansi le provvisioni di Licinio Stolone, Tiberio non dissimulava il dispetto, e—Quel ch’è del popolo, perchè non s’ha a dare al popolo? un cittadino non è egli di maggior vantaggio alla patria che non uno schiavo, un bravo legionario più che non un imbelle, un caldo patriota che non uno straniero? Cedete, o ricchi, porzione de’ vostri averi, se non volete vederveli un giorno togliere tutti. Che! le fiere hanno un covile, e quei che versano il sangue per la patria null’altro possedono che l’aria che respirano; senza tetto nè letto, si strascinano colla misera prole e colla nuda consorte. Mentiscono i capitani quando incorano i soldati a difendere i tempj de’ loro Dei, i sepolcri dei loro avi. Dov’è un solo fra tanti Romani che abbia una tomba, un’ara domestica? Muojono perchè pochi impinguino e lussureggino: son detti signori del mondo, e non possedono una zolla».
[LEGGE AGRARIA]
Lelio, l’amico di Scipione, già avea tentato la riforma agraria; ma vedendo repugnante l’aristocrazia e conoscendo i tempi, si tolse dal nobile divisamento, ed ebbe il titolo di prudente, spesso sinonimo di pusillanime. Ora Tiberio, venuto tribuno della plebe, d’intesa col suocero Appio Claudio Pulcro, con Licinio Grasso sommo pontefice e oratore applaudissimo, e con Muzio Scevola il più destro fra’ giureconsulti, rinnovò la proposta di Stolone, che nessuno possieda, o piuttosto tenga in appalto più di cinquecento jugeri di terreno pubblico; nessuno mandi ai pascoli comuni più di cento teste di bestiame grosso, cinquecento di piccolo; ognuno tenga sulle terre un numero di coltivatori liberi. Ai detentori di beni pubblici che ne soffrissero scapito, benchè avessero violata la legge Licinia, si darà un’indennità pei fatti miglioramenti. Le terre così acquistate non sarebbero più revocabili, ma proprietà assoluta, scarca da livello, però non vendibile. De’ terreni che sopravanzassero, si costituerebbe un fondo da spartire fra i poveri e restare inalienabile: era l’unico modo d’impedire che ricadesse in man de’ ricchi, e forse per ciò Tiberio pensava dar loro i terreni più prossimi alla città. S’aggiungevano da cencinquanta jugeri per ogni figlio emancipato dal proprietario: primo esempio di rimunerazioni assegnate per favorire i matrimonj. Insomma, vedendo la difficoltà di riconoscere i titoli e la misura di ciascun possesso, ordinavasi un rimpasto generale, dove spropriati tutti, distribuivasi ancora a sorte tutto il terreno pubblico. Il quale sovvertimento di tutti gl’interessi e le abitudini ripugna dalle idee presenti, non così dalle antiche, ove il proprietario supremo era sempre lo Stato, siccome oggi in Turchia.
Tiberio non era mosso da manìa d’illustrarsi, e ancor meno dalla universale benevolenza che in ogni uomo ci fa riconoscere un fratello; bensì dal patriotismo alla romana, dal voler cioè assicurare a Roma la sovranità del mondo col non lasciar perire la robusta razza italica che le avea procacciato già tante provincie. Non trattavasi dunque di elevare la seconda classe al grado della prima, come al tempo di Stolone, ma di dar incremento alla popolazione libera, la sola che empisse l’esercito. Era legge aristocratica, se la misuriamo ai concetti di oggi; nè fa meraviglia se da aristocratici venne sostenuta.
Ma sebbene Tiberio fosse uomo di teorie, alle quali sagrificava i fatti e i patimenti della generazione presente, al torto si apporrebbe chi alle follie del comunismo annettesse quelle leggi che tendevano a costituire una proprietà e creare proprietarj; ledevano la proprietà attuale, non già il possedere; anzi volevano estenderla, impedendo l’accumularsi de’ possessi, all’uopo di moltiplicare i piccoli coltivatori, cioè i soldati.
La plebe confermò lietamente la proposizione di lui: v’ha però abusi tanto radicati[362] (l’intendano i novatori), che mettervi la scure non si può senza che lo Stato intero se ne risenta. I nobili poteano allegare il diuturno godimento, durante il quale aveano piantato, migliorato, fabbricato; ivi le memorie della fanciullezza, le tombe degli avi, le doti delle mogli: il cessare dal rendere il livello avea fatto dimenticare quali fondi fossero pubblici, quali allodj: coloro che per lungo ordine di avi o per retaggio o per dote possedevanli allora, erano di buona fede, e v’aveano fatto assegnamento. Il rimpasto dell’agro pubblico adunque traeva interminabili difficoltà per riconoscerlo, la necessità di dare compensi, e l’opposizione di quanti vedeansi sturbati da’ loro poderi. Questi esasperati comparvero per le vie e le piazze vestiti a bruno, supplicando la plebe contro il tribuno di essa: ma Tiberio persiste; valendosi del pien potere tribunizio, suggella il tesoro, sospende i giudizj e l’esercizio delle magistrature finchè la legge non sia votata.
Allora i patrizj ricorsero agli spedienti legali; e poichè l’opposizione d’un tribuno impediva l’azione dell’altro, essi guadagnarono Ottavio Cecina collega di Tiberio, giovane ricco e di costumi austeri, affinchè interrompesse col suo voto la deliberazione. Tiberio non lasciò via per trarlo dal suo parere; generoso e tenero, irremovibile di volontà quanto dolce di indole, esibì pagargli del suo i fondi ch’egli perdeva, lo supplicò, baciollo perfino in pubblico; ma trovandolo ostinato, propose fosse deposto, malgrado il sacro carattere tribunizio.—Il tribuno (diceva egli) è inviolabile, anche se incendiasse l’arsenale, se smantellasse il Campidoglio: ma non se minacci il popolo stesso. Sacra era la regia dignità, eppure gli avi nostri espulsero Tarquinio: sacre eminentemente le Vestali, eppure peccando sono sepolte vive. Così il tribuno che offende il popolo, non deve in prerogativa trascendere il popolo stesso, poichè egli medesimo scassina la potenza, da cui trae sua forza».
[DEPOSIZIONE D’UN TRIBUNO]
Già le tribù aveano cominciato a dare il voto per la destituzione di Ottavio, quando Gracco tornò alle preghiere, agli scongiuri: il collega s’intenerì fino alle lagrime; ma fosse ostinazione od onoratezza, persistette, e il suffragio della decimottava tribù decise che Ottavio venisse degradato. Primo colpo recato alla sacra autorità tribunizia; ed era recato da un tribuno.
Ora qual è l’uomo, quale principalmente il demagogo, che, preso il pendìo delle novità, possa fermarsi ove gli talenta? che per la quistione presente non sacrifichi o dimentichi l’avvenire? Tiberio, ch’era veramente il miglior uomo della fazione plebea, come della nobile gli Scipioni, coll’abilità, col buon senso, coll’amor dell’ordine disacerbava un’impresa tanto risoluta; ma alfine, stomacato dalle tergiversazioni del senato e dalla perfidia degli oligarchi che attentavano alla sua vita e persino alla sua fama, ripropose la legge Licinia nell’antica rigidezza, non facendo più cenno di risarcimento per l’eccedente dei cinquecento jugeri; senza por tempo in mezzo, gli usurpatori abbandonassero l’agro pubblico, al quale uopo si attribuiva potere grandissimo a triumviri, eletti per verificare i possessi e spartirli. A questa carica fa scegliere se stesso con Appio e col fratello Cajo.
[132]
Tra i regni che si formarono dal rompersi della signoria di Alessandro Magno accennammo quello di Pergamo nella Misia (pag. 326). Lo ingrandì il re Eumene II favorendo i Romani contro di Antioco e di Perseo; poi Attalo III suo figlio, abjetto e crudele tiranno, testando chiamò _erede de’ suoi beni_ il popolo romano; e questo interpretò che per beni s’intendesse anche il regno ed occupollo, riducendo così provincia, col nome di Asia, la più bella e più grande porzione dell’Asia Minore.
Eredità di genere così nuovo dovea costare carissima a Roma. Intanto Tiberio Gracco, trasferendo nel popolo quel disporre degli affari esterni ch’era privilegio del senato, propone che la nuova provincia non venga amministrata dal senato, ma profitti pei cittadini poveri, onde abbiano di che comprare gli attrezzi e le scorte pei nuovi campi: aggiunge che si abbrevii alla plebe il tempo del servizio militare; i cavalieri possano entrar a parte de’ giudizj coi senatori; si ristabilisca l’antica _provocatio_, cioè l’appello dai giudizj al popolo congregato. Poi comprendendo che su tropp’angusta base poggiava la mole immensa dell’impero romano, uscì dallo stretto patriotismo per elevarsi fin alla nobile idea dell’unità italica, proponendo che a tutta la penisola si estendesse il diritto della cittadinanza romana.
[ROGAZIONE SEMPRONIA]