Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 30

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Quando già s’era imparato a disobbedire al senato, Marcantonio senza riti mena una colonia a Casilino per soppiantare quella che prima vi sedeva; invade l’eredità di molti; altri poderi finge aver compri all’asta, che nessuno udì bandita; dall’ora terza fin a tarda notte dura in cene ubriache, giocando, bevendo, vomitando e ribevendo, tra bardassi e meretrici. Altrove il pretore, accolto ospitalmente a cena da uno spettabile cittadino, sopra mangiare gl’insinua di far condurre in mezzo l’unica figliuola; e resistendo questo, si passa alla violenza, nasce un battibuglio, si uccide; e i cittadini non osano far giustizia dell’insultatore. Costui chiamavasi Verre; nome che impareremo a conoscere come compendio di tante scelleraggini.

Anche dopo che l’interesse insegnò ad amicarsi le provincie, piuttosto che disanguarle e inasprirle con un giogo tanto grave quanto ingiurioso, si ebbero sempre in conto di dipendenze, non come parti integranti della repubblica: s’apriva la cittadinanza a molti individui, cioè s’interessavano i migliori all’incremento di Roma. il che equivaleva a formarvisi un partito; ma non furono mai chiamate, per via di rappresentanza, a costituire un’unità politica, quale ora l’intendiamo. Eccettuate le trentacinque tribù del territorio primitivo, l’amministrazione e la legislazione erano meramente locali: nè si sapeva estendere l’azione d’un governo centrale a tutte le parti del vasto dominio e ad ogni particolarità de’ pubblici ministeri. La vigilanza precisa, la regolata gerarchia di dipendenze, le rapide comunicazioni che a ciò son necessarie, mancavano agli antichi imperj; onde Roma dovea limitare la sua ingerenza agli oggetti generali, abbandonando la più parte dei parziali interessi o ad agenti spediti dalla metropoli, o a magistrati indigeni.

Vigevano dunque ne’ paesi sudditi a Roma due poteri: uno supremo che ordinava, eseguiva, giudicava come ben gli paresse, non propenso per natura ad estendere l’intervenzione sua di là da quel che credesse opportuno alla pubblica ragione; l’altro ordinario, lasciandosi alle città, oltre l’interna amministrazione e il decidere d’alcune cause civili e criminali, anche molti atti veramente legislativi, esercitati dall’assemblea dei cittadini, ed eseguiti da magistrati municipali. Se si rallenti l’oppressiva direzione suprema, quei corpi aspireranno all’indipendenza invocando diritti, o ampliando le attribuzioni, spesso collegandosi in una specie di reggimento federativo: il che noi vedremo succedere al decader dell’Impero, preparando il primario elemento della moderna civiltà europea.

Per le terre soggette diffondeansi in folla gl’Italiani, trattivi dagl’impieghi, dall’agricoltura, dall’appalto delle gabelle, principalmente dal traffico, che fu sempre la vita del nostro paese. In folla erano stanziati nella Numidia; Mitradate ne fece d’un colpo trucidare ottantamila nell’Asia, quaranta soli anni da che ridotta a provincia; aggiungansi i veterani cui circondavano i terreni dei vinti e i coloni: tutti modi di propagare la lingua, la civiltà e la riverenza del nome romano.

[FINANZE]

Le conquiste crebbero le rendite della repubblica. Essa traeva denaro dalla taglia fondiaria che i cittadini pagavano, determinata dal senato a proporzione dell’occorrente, e della quale più non fu mestieri dopo la terza guerra macedonica; o dagli alleati d’Italia, che contribuivano diversi generi, secondo i luoghi; o dalle provincie, alcune delle quali pagavano tassa agraria e capitazioni gravose, oltre somministrare derrate in natura per emolumento de’ governanti, o per approvvigionare la capitale, o per emergenti straordinarj.

La repubblica possedeva terreni sì in Italia, massime nella Campania, sì nelle provincie, che Cicerone chiama patrimonio del popolo romano; e li cedeva a lavoratori, esigendone un decimo del grano raccolto, un quinto del legname, e una lieve retribuzione pel bestiame: la quale rendita si dava in appalto di cinque in cinque anni. Ai porti ed al confine si riscotevano dazj sulle merci che entravano ed uscivano, e Roma e l’Italia ne furono esentate solo nel 694 per legge di Metello Nepote: ne’ porti di Sicilia tale diritto saliva alla ventesima[347]. Sulla compra o la vendita degli schiavi il fisco percepiva un ventesimo, serbato in apposito erario per le più stringenti necessità. Sul declinare della prima guerra punica, il censore Livio, per ciò soprannominato Salinatore, ridusse a monopolio il sale, onde impedire che i privati lo mettessero a prezzo eccessivo. Finalmente era pagata un’imposizione dai cavatori delle miniere, massime delle ricchissime d’argento nella Spagna. Uniamovi le ammende imposte dai magistrati, e il cui ricavo deponeasi nel tempio di Cerere.

Eppure sotto Silla dittatore, appena a quaranta milioni di franchi sommava l’entrata totale; giacchè, oltre le contribuzioni e i consumi in natura, un’infinità di spese erano lasciate ai singoli paesi, al modo che fassi ora dagl’Inglesi e dagli Stati Uniti d’America. Nelle strettezze ricorrevasi a prestiti; qualche volta si alterò anche la moneta, come nella prima guerra punica riducendola d’un quinto del peso e conservandone il valore; nella seconda s’acquetarono i creditori con una doppia operazione, per cui quelli del pubblico perdettero la metà, quelli dei privati un quinto, e si emisero viglietti del tesoro. Finite le guerre, riparavano ai debiti il bottino e le contribuzioni dei vinti, i quali ne restavano disanguati in modo da non poter rialzare la testa, mentre Roma ne acquistava mezzi di far nuove guerre e trarre nuovi guadagni.

Che veramente la scienza finanziaria dei Romani consisteva nella conquista; ignorando del resto come ben si crei, si consumi, si cambii e si diffonda la ricchezza. Cicerone nel trattato _Della repubblica_ investigando il principio e la miglior forma di governo, e i precipui elementi della vita dei popoli, parla della famiglia, dell’educazione pubblica, della giustizia, della religione; ma dell’economia tocca appena per incidenza[348].

Vinte Cartagine, Corinto, Siracusa, la Macedonia, Pergamo, traboccarono in Roma le ricchezze. A Taranto furono prese ottantamila libbre d’oro e tremila talenti d’argento: i tesori di Perseo eccedevano il valore di quarantacinque milioni: Scipione da Cartagine portò nel tesoro cenventimila libbre d’argento: alla qual città fu imposto nella prima guerra il tributo di duemila ducento talenti, di diecimila nella seconda, ad Antioco quindicimila, mille a Filippo, cinquecento agli Etolj, altrettanti a Nabide, trecento ad Ariarato; sicchè in dodici anni cinque sole guerre arricchirono l’erario di trentamila talenti (165 milioni di lire). Ben tosto le conquiste di Pompeo crebbero i tributi dell’Asia a cento milioni: nei quattro suoi trionfi Cesare pose in mostra il valore di sessantamila talenti, oltre duemila ottocenventidue corone d’oro. Al rompersi della guerra civile, il tesoro conteneva un milione novecenventimila ottocenventinove libbre d’oro; poi sul finire della repubblica valutavasi da trecencinquanta a quattrocencinquanta milioni la rendita generale delle provincie romane. L’Egitto ai Tolomei fruttava dodicimila talenti, ma molto più ai Romani dopo che l’ebbero conquistato. L’esazione affidavasi ad appaltatori, che per lo più erano cavalieri; o a compagnie, che divenivano un flagello delle provincie e una corruttela per la capitale.

Del denaro versato dai pubblicani nell’erario, il senato regolava l’erogazione, poco consultando il popolo per l’uscita come per l’imposizione. Venti questori vegliavano al pubblico tesoro ed alle rendite. Due sedevano in Roma, soprantendendo alla scossa delle imposte d’ogni natura ed ai conti, reprimendo anche le concussioni de’ pubblicani, e custodivano pure le leggi e i decreti del senato. Gli altri nelle provincie accompagnavano i consoli ed i pretori per fornire di viveri e denari le truppe, riscuotere le imposte e i generi dovuti alla repubblica, vendere le spoglie dei vinti; conservavano anche in deposito il peculio dei soldati; erano il secondo magistrato della provincia, e sostenevano le veci del pretore quando partisse. I conti erano riscontrati dai governatori, poi deposti al tesoro generale di Roma e negli archivj delle provincie.

Il tesoro serbavasi nel tempio di Saturno a Roma, diviso in tre casse: nella prima le rendite per le spese correnti; nella seconda la ventesima sulle emancipazioni legali e sulla vendita degli schiavi, per le maggiori urgenze; nella terza l’oro coniato o no, proveniente da conquiste. Gli scribi del tesoro, quantunque impiegati subalterni, diventavano importantissimi, atteso che, essendo perpetui, acquistavano una pratica che li rendeva indispensabili ai questori delle provincie, eletti man mano.

Dopo l’assedio di Vejo si diè paga ai soldati ed agli ausiliari, il che importava dispendio enorme. Di grave costo erano pure le flotte, sebbene il costruire e l’attrezzar le navi fosse obbligo di alcune provincie. Le costruzioni pubbliche e principalmente gli acquedotti e le strade portavano grande spesa, sminuita, è vero, dall’adoprarvisi i soldati o gli schiavi. Inoltre ai generali e ai soldati decretavansi regali, collane, statue; e spesso durante le guerre si votava qualche festa o tempio. Poco costava l’amministrazione delle provincie, ricevendo gli impiegati provvigione dal paese. Gli ambasciadori esteri venivano trattati suntuosamente coi vasi riservati pei banchetti sacri. La maggiore uscita derivava dalle distribuzioni di grano che si faceano ai cittadini bisognosi, dapprima soltanto nelle carestie, poi annualmente; crescenti a misura che la popolazione affluiva a Roma.

[TERRITORIO ROMANO]

Al momento ove siamo col nostro racconto, cioè centrent’anni avanti Cristo e seicenventiquattro dopo la fondazione di Roma, questa possedeva tutta quasi l’Italia, la Spagna, la Grecia; l’Adriatico le dava sicure comunicazioni dopo sottomessi gli Istrioti, i Giapodi, i Dalmati, gli Illirici; il passo fra l’Italia e la Spagna ben presto le fu assicurato dalle colonie d’Aix e di Narbona; nell’Asia Minore stendeva il dominio fin al Tauro; in Africa, sull’antico territorio di Cartagine; teneva l’Egitto in tutela, gli Ebrei alleati, ligi i re dell’Asia Minore; sicchè la città che dianzi si limitava fra Preneste e Tivoli, or sentivasi chiamare signora dall’oceano Atlantico alle rive dell’Eufrate e dall’Alpi all’Atlante. Questo territorio costituiva due grandi divisioni: l’Italia fin al Rubicone e alla Marca; e le provincie, che allora erano nove, cioè Sicilia, Corsica e Sardegna, la Cisalpina, la Macedonia colla Tessaglia, l’Illirio e l’Epiro, l’Acaja, vale a dire il Peloponneso, l’Ellade e le isole, l’Asia, l’Africa, la Spagna ulteriore e la citeriore. Affine di meglio sopravedere l’Italia, il senato la spartì fra quattro questori provinciali: uno risedeva ad Ostia, avendo sotto di sè l’Etruria, la Sabina, il Lazio fino al Liri; l’altro a Cales, regolando la Campania, il Sannio, la Lucania, i Bruzj; il terzo reggeva l’Umbria, il Piceno, i Ferentini, e via fin al lembo dell’Apulia; il quarto l’Apulia colla Calabria, nel qual nome erano congiunti i Salentini, i Messapi, i Tarantini.

Allorchè Scipione Emiliano, in qualità di censore, chiudeva il lustro, nel sagrifizio consueto il cancelliere lesse la formola solenne delle preghiere, in cui si cercava agli Dei l’ampliamento dell’impero. Egli, invece di ripeterla, esclamò:—Grande e potente è abbastanza: supplico i Celesti di conservarlo eternamente intatto»[349].

CAPITOLO XVIII.

Condizione economica. Leggi agrarie. I Gracchi.

Storici e critici, occupati principalmente della politica, poco avvisano che da questa dipende solo la minor parte del benessere delle popolazioni; e che l’aver pane, indipendenza e giustizia sono i supremi bisogni del popolo, il miglior frutto come la maggiore salvaguardia della libertà. Quanto n’erano soddisfatti gli Italiani sotto quella gloriosa repubblica, in tanta sapienza di leggi?

Troppo ristretto vede chi in Roma avvisa soltanto le anguste combinazioni d’una repubblica militare: mentre porzione delle vicende e dello svolgimento di essa concerne l’intero genere umano, ch’ella si assimilava, e al quale dovea poi dettar leggi, durature più di qualunque impero. Chi sappia tradurre il linguaggio antico in moderno, l’accidentale in perpetuo, non v’incontra soltanto baruffe di patrizj con plebei, siccome si fa nelle scuole, nè l’immortale nimicizia di chi non ha contro chi ha, ma le quistioni oggi più dibattute, come sono la legge elettorale e l’estensione del diritto di suffragio, i provvedimenti sui poveri e sul colonizzare, il governo dei paesi tributarj, la connessione delle amministrazioni locali colla centrale; e come nell’odierna Inghilterra, ad un’aristocrazia patrizia, radicata nei possessi, opporre una timocrazia, poi una democrazia, potente per numero, per opinione, per istituti.

[DEI POSSESSI]

Il vero patriziato, quel che non riconosceva alla plebe matrimonj legali e famiglia, che riduceva schiavo il debitore, e fin lo tagliava a pezzi, da tempo era soccombuto ai lenti sforzi de’ plebei; e i nati nobili (_ingenui_) restavano distinti soltanto pel vantaggio che assicurano l’illustre casato e la tradizione di avite clientele. D’abolire questa nobiltà non fu mai discorso; e a che pro tentarlo, quando non reggevasi che sopra l’opinione? La differenza di stato derivava dalla proprietà; e il plebeo, pari in diritti al nobile, soccombeva a questo perchè sfornito dei mezzi onde farli valere, e ridotto a vivere delle limosine di quello o delle pubbliche largizioni. I prischi Romani aveano cerca la libertà col tener pareggiate le condizioni, di modo che la povertà era decorosa, laureato l’aratro[350]; con leggi suntuarie repressero il lusso, quantunque allora pure le arti, come sordide, s’abbandonassero agli schiavi, il commercio si restringesse a tenere approvvigionata la città, e l’economia fosse quella d’un popolo guerresco ed agricola. Sminuzzate le proprietà; poche affittavansi a coloni per una quota parte de’ frutti; nelle più la terra, il capitale e gl’istromenti per lavorarla, spesso il coltivatore medesimo erano proprietà d’un solo; il padrone manteneva i villani come i bovi. In tal condizione non presentasi differenza d’interessi fra il proprietario, il fittajuolo, il villano; nè gli economisti d’allora aveano a sottigliare su tutti quegli spedienti, mediante i quali dai nostri cercasi la miglior distribuzione della ricchezza nazionale, come gli accordi fra il padrone e il bracciante, la misura dei salarj, il profitto de’ capitali, l’influenza del prezzo delle sussistenze sul valore degli oggetti, le norme dell’imposta e del suo riparto sovra le varie entrate.

[NATURA DEI POSSESSI]

Ma chi aspiri a giusta intelligenza delle leggi agrarie, duopo è che ben comprenda la natura della proprietà fra gli antichi e specialmente fra i Romani. L’indipendenza personale era data dal possesso stabile; la cittadinanza, dal possesso entro al territorio auspicato, corrispondente a quel che oggi direbbesi territorio legale. Da principio non l’aveano posseduto che i patrizj; i tribuni poco a poco ne resero partecipe anche la plebe: ma sebbene il possesso, da religioso, poi aristocratico, infine divenisse individuale e privato, il concetto di proprietà nazionale si conservò sempre, almeno come finzione, talchè Gajo, giureconsulto dell’età degli Antonini, ancora diceva appartener essa allo Stato, e l’uomo non averne che il possesso e l’usufrutto[351]. I sacerdoti prima, poi gli agrimensori e il magistrato davano solennità alla trasmissione de’ possessi, che lo Stato lasciava godere ai privati, ma che poteva richiamare a sè col terribile diritto della proscrizione o colla confisca, quando un membro fosse cancellato dal ruolo de’ cittadini. Sacro perciò il termine; sacro, o almeno di pubblica autorità l’uffizio dell’agrimensore[352].

Il territorio primitivo di Roma, che stendeasi appena otto chilometri fuor della città, fu distribuito a ciascun capofamiglia in porzioni sì scarse, che a Quinzio Cincinnato per coltivare la propria di quattro jugeri bastava uno schiavo. Altrettanto era nelle altre città che coronano le alture del Lazio, perciò popolose e colte; e fra’ Sanniti e Sabini, e fra gli altri alle falde dell’Appennino, che adopravano come schiavi le genti primitive soggiogate, quali erano i Pelasgi per gli Etruschi. Alla lor volta soggiogati, gli abitanti di questi paesi dovettero cedere il posto a colonie romane, e il territorio o in tutto o in parte si confiscava a pro dello Stato.

Restavano dunque distinti i possessi privati e i pubblici. La gente antica di Roma continuava a vivere sui campi aviti, e il possedimento di questi consideravasi come condizione dell’indipendenza, cittadino di pien diritto essendo chi teneva una parte di quel terreno: ond’è che, dopo la cacciata dei Galli, essendosi formate quattro nuove tribù, furono assegnati a ciascuna famiglia sette jugeri; quantità probabilmente desunta dall’ordinario possesso delle famiglie preesistenti.

[CONCENTRAZIONE DE’ POSSESSI]

L’eredità intestata distribuivasi a parti eguali tra i figli: eppure il suolo, non che andare eccessivamente suddiviso, anzi si concentrò in poche mani, per violenza, o per artifizio legale, o per compra. I terreni conquistati, oltre quelli distribuiti come ricompense militari, divenivano in parte proprietà pubblica (_ager publicus_), e se ne facevano tre classi: i coltivati erano venduti o affittati dai censori, od assegnavansi a coloni che vi si stabilivano; gl’incolti abbandonavansi a chi volesse utilizzarli, retribuendo il decimo dei grani e il quinto delle frutte; i pascoli restavano comunali, potendo ciascuno mandarvi il bestiame, pagando una tenue tassa (_scriptura_). Chi acquistasse terreni colti, non n’era proprietario assoluto, ma precario, e pagava un canone (_vectigal_). Però il riparto dei conquistati terreni si faceva dai patrizj; talchè essi tenevansi il bello e il meglio, poi accordandosi cogli appaltatori, loro consorti, lasciavano cadere in disuso il livello, e li confondevano coi beni patrimoniali, che perciò ingrossavansi in quella sproporzione che ruina le repubbliche.

[LEGGE LICINIA]

[366]

Quindi i liberali proponevano di dividere tra’ plebei l’agro pubblico, dai grandi usurpato; e poichè questo era revocabile, il senato non ricusò mai la proposta, solo armeggiò per eludere questa, che chiamavasi _legge agraria_[353]. Ma se Cassio Icilio, Manlio Capitolino ed altri non aveano proposto che di dar terre come retribuzione ai soldati della repubblica, il tribuno Cajo Licinio Stolone improntò alla legge agraria un carattere politico, chiedendo pel popolo non soltanto la terra onde vivere, ma anche la potestà civile che le va annessa (pag. 184). Pertanto, oltre sminuir le usure e rimettere in circolazione una quantità di terreno, a lunghi stenti ottenne che uno dei consoli potesse esser plebeo, ed a’ plebei si comunicasse il diritto degli auspizj. La sua legge portava che nessuno possedesse oltre cinquecento jugeri (125 ettare) di suolo e cento teste di bestiame grosso, e vi mantenesse un certo numero di villici, cioè coltivatori liberi. Tali provvedimenti riferivansi unicamente ai campi pubblici[354]; e non pare chiedesse tampoco che venissero legalmente spropriati quei che già possedevano di più, contentandosi di multarli. Con ciò arrestando alcun tempo la agglomerazione dei poderi e lo squilibrio delle fortune, grandemente giovò la cosa romana. Ma la sua legge non tardò ad essere elusa; i figli de’ Fabrizj e de’ Cincinnati ambirono sempre maggiore opulenza; e gente senza industria, con quali arti doveva acquistarla? col valersi della potenza, loro attribuita dalla costituzione, per trarre a sè il buono e il meglio della conquista.

In ciò da ogni cosa si trovavano ajutati. Le materie preziose introdotte per via de’ trionfi, diminuirono il valore del denaro, per modo che poterono facilmente spegnersi i debiti; il canone dai patrizj dovuto restò ridotto a un nulla, e pochissimo bastava a comprare gli schiavi che lavorassero i campi. A questi schiavi permettono di fare qualche risparmio sopra il necessario, o di esercitare un traffico minuto, con cui si creano un peculio che depongono a mutuo in mano del padrone medesimo, il quale di tal passo si trova ad un tempo proprietario, agricolo e banchiere.

I minuti possessori, ascritti alla quarta e alla quinta classe, alcun guadagno ritraevano dal militare, dall’assistere come patroni ai forestieri od ai plebei che chiedessero giustizia[355]; talora anche ottenevano qualche brano del territorio conquistato. Ma i grandi possessi, sostenuti da capitale abbondante, tendono a dilatarsi, ogni giorno tirano a sè qualche patrimonio modesto, e i nobili, vale a dire quelli entrati nel senato e nelle cariche maggiori, colle arti e coi cavilli della legalità assorbono i piccoli appezzamenti toccati al plebeo. I censori stessi potevano torli a questo, e darli a tenue fitto ai ricchi, che poi, per connivenza d’essi censori, desistevano di pagarne il canone, e ne divenivano proprietarj diretti.

[MISERIA DE’ PICCOLI POSSIDENTI]

La condizione de’ prischi agricoli era tutt’altro che felice. Una siccità, un turbine potea sperdere il ricolto, e la difficoltà delle comunicazioni rendeva impossibile il supplirvi. La vicinanza alle frontiere esponeva alle correrie de’ nemici: e devastati i campi, perduti i bovi, era forza ricorrere per imprestiti al ricco, le cui terre, più vicine alla città, erano più fruttuose e meglio difese. Il minuto possidente come poteva reggere ai grossi interessi, con cui procurarsi gli stromenti del lavoro? come sopportare la concorrenza delle operazioni in grande, intraprese dai padroni di schiavi? Lasciatosi prima ipotecare, poi oppignorare il possesso, lo spropriato diveniva schiavo del ricco. Molti già erano a tal condizione nel 340 avanti Cristo, quando alcune legioni ammutinate liberarono grandissimo numero di siffatti debitori. Pertanto il territorio romano pigliò presto l’apparenza d’una federazione di principotti; e non è guari si scoprì presso Viterbo l’iscrizione d’un acquedotto, lungo 8776 metri, che traversava soli undici poderi di nove proprietarj.

I piccoli possessori dovevano sulle terre, sulle case, sugli schiavi, sulle bestie, sul bronzo coniato (_res mancipi_) una tassa, variabile ogni lustro: i grandi invece, pei fondi acquistati al modo che dicemmo e senza titolo, non pagavano imposizione, come neppure sui mobili di lusso (_res nec mancipi_) che costituivano la loro principale opulenza. Lautissimi lucri poi trovavansi schiusi dall’appalto delle gabelle, che ogni cinque anni i censori metteano all’incanto. Qui come altrove il delitto grosso otteneva onore, il piccolo infamia; perocchè i pubblicani erano cittadini autorevoli per impieghi e per aderenze, cui gli oppressi non osavano accusare, sfogandosi contro i subappaltatori che operavano per loro conto. Queste insaziabili sanguisughe colle vessazioni raddoppiavano il debito delle provincie, e ne assorbivano le rendite dell’anno successivo colle enormi usure, a moderar le quali tutti i provvedimenti furono o conculcati o elusi.

[POTENZA DEI RICCHI]

[193]

Trarricchiti pei doni affluenti nel senato e per gl’immensi profitti delle magistrature e delle missioni nelle provincie, i nobili rinunziarono a guadagnare coll’usura, e allora tentarono reprimerla ne’ cavalieri, ai quali per compenso si attribuirono l’appalto delle entrate e i pubblici poderi tolti ai poveri; in tal modo crescevansi i latifondi a misura che il grosso della popolazione impoveriva. Quando i grandi più non avessero modo a rubare, vendevano il nome con indegne adozioni; vendevano la propria libertà anelandosi nelle legioni, i cui capi connivevano alle loro rapine per tenerseli amici.