Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 27
I Cartaginesi ridotti all’estremo, osano un ultimo sforzo; e lavorando uomini, donne, fanciulli, scavano traverso alla rupe una nuova uscita al loro porto, ed avventano contro dei Romani un’altra flotta, compaginata col legname delle demolite abitazioni. Alcuni a nuoto s’avanzano fin presso le macchine, e di repente emergendo accendono fiaccole, e vi gettano fuoco. Scipione Emiliano d’assalto entra in Cartagine, eppure i cittadini difendono ancora via per via, casa per casa, durante sei giorni e sei notti; ed empiono de’ loro cadaveri la patria perita. Novecento disertori ricoverati nel tempio d’Esculapio, prevedendo qual sorte gli attendesse, posero fuoco a quell’asilo e perirono tutti. Il generale Asdrubale, che avea sempre intrepidamente diretto gli sforzi de’ suoi cittadini, negli estremi perdette il coraggio, e si prostrò al vincitore; ma sua moglie, rimasta cogli ultimi difensori, non volendo sopravvivere alla patria, sale sul fastigio del tempio vestita d’abiti sfarzosi, ed imprecato ogni male al marito disertore, si precipita coi figli nelle fiamme.
De’ superstiti Cartaginesi parte fu dispersa per Italia e per le provincie; 4,470,000 libbre d’argento ornarono il trionfo di Scipione Emiliano, nel quale si riprodusse il soprannome di Africano. Molti preziosi capi d’arte, fra cui il toro di Falaride, furono restituiti alla depredata Sicilia; donate ai re di Numidia le biblioteche, eccetto i libri di Magone sull’agricoltura, che furono portati a Roma e tradotti; smantellate tutte le città favorevoli a Cartagine, le contrarie ingrandite di territorio; attribuito agli Uticesi quant’è fra Cartagine ed Ippona; gli Africani sottomessi pagassero un annuo tributo, e lo Stato cartaginese fosse ridotto a provincia col titolo di Africa. D’ordine del senato, Emiliano condusse l’aratro attorno alle mura, ripetè le rituali imprecazioni che doveano rendere gli Dei nemici alla causa vinta; poi le fiamme in diciassette giorni consumarono la città, dopo sette secoli d’esistenza, e uno e mezzo di lotte con Roma.
[COMPIANTI SU CARTAGINE]
Questo sterminio senza scopo e senza ragione formò la gloria della colta famiglia de’ Scipioni che sempre vi s’era opposta, la gloria d’Emiliano, personaggio lodatissimo per dolce natura, e di cui fu proferito «non aver mai operato o detto cosa che non fosse degna di lode». Ma Roma nell’idea di lode non comprendeva mai quella di umanità, e a tutto ciò che non fosse romano mancava per lei ogni valore, ogni motivo di rispetto. Emiliano, vedendo lo strazio di tanta città, stette assorto in mesto silenzio, poi sospirando esclamò coll’Ettore di Omero:—Verrà giorno che il sacro iliaco muro e Priamo e tutta la sua gente cada». Chiesto da Polibio che intendesse per Troja e per gente di Priamo, egli, senza nominar Roma, rispose che meditava come gli Stati più poderosi alla loro volta dibassino e rovinino, secondo piace alla fortuna[310].
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Seduta trionfalmente sulle macerie di Cartagine e di Corinto, Roma poteva proclamare il trionfo della forza sopra l’industria; nessun nuovo nemico si presentava, sufficiente al tremendo duello; ai vinti non rimaneva vigore d’agitarsi sotto al pilo dei soldati d’Italia. Solo contro il gran furto delle aquile latine protestarono gli Spagnuoli, tremendi sempre nel difendere la patria indipendenza. Insorti, e sterminato il pretore Sempronio Tuditano coll’esercito suo, cominciarono una guerra micidialissima sì per la popolazione colà raffittita, sì per la natura de’ luoghi montuosi e degli abitanti.
[INSURREZIONE DELLA SPAGNA]
Si univano gl’Ispani in numerose fratellanze, congiurate per la vita e per la morte; nè uno mai falliva o sopravviveva agli altri consorti. Spirando in croce, i prigionieri con belliche canzoni insultavano ai loro carnefici; una madre cantabra scannò il figlio anzichè lasciarlo in balìa de’ nemici; un altro, per ordine del padre, rese la libertà ai genitori incatenati uccidendoli. Battuti più volte, non vinti mai, portavano allato il veleno pel caso d’una sconfitta: trovavansi ridotti schiavi? assassinavano i padroni, o mandavano a picco i bastimenti su cui erano caricati. Rilevata una rotta, fecero dire ai Romani vincitori:—Vi lasceremo uscire di Spagna, se ci diate un abito, un cavallo, una spada per ciascuno».
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Ogni arma adopravano dunque i Romani contro di loro, e più quelle dove i nemici meno valevano, l’astuzia e il tradimento, suscitando querele da fratelli a fratelli; e indeboliti gli aggredivano. Licinio Lucullo nella Celtiberia, Servio Galba nella Lusitania, in aspetto d’amicizia, offersero pingui terreni agli indomiti Ispani, e come li videro stanziati in sicurezza di pace, li scannarono, e Galba andò glorioso del macello di trentamila difensori dell’indipendenza.
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Gli Ispani ripagavano d’eguale moneta; onde la campagna della penisola era sì temuta, che i tribuni della plebe domandavano l’esenzione pei loro protetti; e non ottenendola, li sottraevano col chiuderli prigioni. Fulvio Nobiliore console ebbe da loro una tal rotta, che quel giorno restò nefasto nel calendario, come quello della battaglia di Canne. Pure Catone e Sempronio Gracco, guerreggiando a lungo nella Spagna citeriore (Castiglia ed Aragona), ed assalendo i Celtiberi nel proprio nido, oppressero quanto è fra l’Ebro e i Pirenei, e vantarono d’aver espugnato quegli quattrocento, questi trecento città. Nella ulteriore Publio Cornelio Scipione, Postumio ed altri vinsero i Lusitani, i Turditani, i Vaccei (Portogallo, Leon, Andalusia), e poterono gloriarsi d’aver soggiogata tutta la penisola. I proconsoli, spediti a tenere in freno queste belve indomite, vi satollavano la propria avarizia coll’esercitare il monopolio delle biade, ed affamare il paese.
[VIRIATO]
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Vendicatore de’ compatrioti sorse il lusitano Viriato. Nella pastorizia e nella caccia formatosi eccellente capo di bande, si propose di collegare Lusitani e Celtiberi, onde reggersi a fronte di Roma. Di trionfo in trionfo guidando i suoi, sconfisse cinque pretori, infine circondò il proconsole Fabio Serviliano; e mentre avrebbe potuto passar lui e l’esercito pel filo delle spade, propose pace al solo patto che i Romani, tenendosi la restante Spagna, lui riconoscessero padrone del paese che dominava. Il senato confermò l’accordo, e così Viriato conseguì un regno indipendente a spese della repubblica romana, e avrebbe potuto divenire il Romolo della Spagna, se non che Servilio Cepione console sollecitò i Romani a permettergli di rompere la pace; e senza ragione nè pretesto sperperò il paese, corruppe alcuni, i quali scannarono il valoroso lusitano. Il senato ricusò l’onore del trionfo all’infame Cepione.
[ASSEDIO DI NUMANZIA]
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Cessato con quel gran capitano l’accordo delle due Spagne, la Lusitania si rassegnò al giogo; ma più accannita divenne la resistenza di Numanzia. Questa città aveva ricoverato le reliquie dei fazionieri di Viriato, che sostennero una lotta generosissima, benchè sommassero appena a ottomila guerrieri. Gli stessi formidabili legionarj tremavano al nome dei Numantini, più che a quello di Annibale e di Filopemene. Popilio Lena console fu costretto calar con essi ad accordi, violati poi dal suo successore: Ostilio Mancino da quattromila di essi videsi uccisi trentamila soldati, e preso in mezzo dovette consegnare a discrezione se medesimo e l’esercito. Roma perfidiava i trattati, respingeva gli ambasciadori numantini, e rinnovava le scene sabine, facendo condurre alle porte di Numanzia Mancino incatenato, quasi potesse riversare su lui solo la responsabilità del trattato. I Numantini nol vollero ricevere se non fosse consegnato, secondo i patti, con tutto l’esercito.
Rinfocatasi pertanto la guerra, Emilio Lepido fu per fame ridotto ad allargare l’assedio di Numanzia; Fulvio Flacco e Calpurnio Pisone poco profittarono: onde le tribù di Roma gridarono ad una voce che la piccola città non potrebbe esser doma se non dal vincitore di Cartagine.
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Scipione Africano Minore fu rieletto console, malgrado la recente legge che il vietava; e non essendogli concesso di levar nuove truppe, armò da cinquecento volontarj a cavallo ch’e’ chiamava lo squadrone de’ suoi amici, e forse cinquemila uomini somministratigli dalle varie città italiche. Con questi, colla fiducia ispiratagli dalle vittorie precedenti, con una disciplina oltremodo severa ed operosa, e colla tattica più raffinata pervenne a circonvallare Numanzia; ricusò la battaglia, provocata in disperate sortite, ricusò ogni patto di dedizione. I Numantini, logorati gli animali e le cose più schife, divoravansi l’un l’altro; da ultimo posero fuoco alla città, e s’uccisero fra loro, sicchè cinquanta soli potè serbarne il vincitore per ornare il trionfo che condusse senza spoglie. La piccola città cadde più gloriosamente che non Cartagine e Corinto; e la memoria della sua resistenza visse in cuore degli Ispani, i quali anche dopo vinti s’accorsero d’avere braccia e petti.
LIBRO TERZO
CAPITOLO XVII.
Costituzione di Roma repubblicana.
Il piccolo Comune di Roma è dunque ingrandito a segno, da avere sottomessa tutta Italia non solo e le due penisole meridionali, ma molte altre parti dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa. Donde traeva le forze a tante conquiste, e alle ben maggiori che racconteremo? Dall’assimilarsi sempre nuovi cittadini.
La costituzione di Roma (già tanto il ripetemmo) da principio fu patriarcale, regolata dai seniori delle tre primitive tribù, aventi a capo il re, giudice supremo, sacerdote e capitano. I patrizj tendevano a limitare il potere di lui, egli ad emanciparsi col consentire diritti politici al Comune plebeo; al sollevarsi del quale, l’antica gente patrizia si trovò ridotta a non più che classe privilegiata. Quando Tarquinio Superbo volle esercitare il dominio senza consultare il senato, i patrizj insorsero, ed abolita la monarchia, costituirono un governo aristocratico. La plebe si trovò al fondo dell’oppressura sotto quella che intitolossi liberazione di Bruto: ma in quella irrequieta operosità che, propostosi un fine, non si stanca finchè non l’abbia raggiunto, da prima si riscosse da certi pesi, poi volle alcuni diritti, indi aver parte nell’amministrazione della repubblica. Questo è il senso della lunga lotta fra gli ottimati e la plebe, la quale ottenne magistrati comunali, acquistò vigor di legge alle decisioni prese dal Comune a pluralità di voti, e divenne partecipe di tutte le cariche dello Stato una dopo l’altra; onde uscì una repubblica, dove i veri cittadini erano legalmente più liberi che mai non sieno stati in verun governo.
Al modo che il vulgo nella nobiltà, così gli stranieri penetravano nella città, e per quest’atto appunto Roma si discerne dagli altri Stati antichi, il cui angusto patriotismo respingeva gelosamente ogni elemento straniero. Cartagine, Atene, Sparta rimasero sempre una città, e presto perirono: Roma divenne un gran popolo senza cessare d’esser città, e non solo assorbendo ma assimilando idee, costumanze, persone d’ogni parte, a tutte infondendo la vita, e alla forza del numero accoppiando la forza dell’unità.
[PATRIZJ E PLEBEI]
La disuguaglianza fra i cittadini è carattere di tutte le società antiche: nè pari diritto godevano quelli che Roma abbracciava. La cittadinanza romana portava alcuni diritti privati o civili (_jus quiritium_), ed alcuni politici (_jus civitatis_). I primi assicuravano il matrimonio colle forme e cogli effetti legali, la podestà patria, il liberamente godere e trasmettere la proprietà, far testamento ed ereditare, oltre la inviolabilità della persona: erano diritti politici il censo e suffragio nelle elezioni e nelle leggi, la capacità a qual si fosse magistratura, l’iniziazione ai riti religiosi, e l’essere coscritto nella legione[311].
Di pieno diritto (_optimo jure cives_) erano i patrizj, discendenti dai primi Quiriti, ovvero aggregati fra essi per merito particolare, o perchè i loro padri avessero sostenuto cariche curuli, com’erano la dittatura, il consolato, la pretura, la censura, la grande edilità. Di tale pienezza di diritto era segno il portar le armi; laonde i giovani restavano in tutela sino all’età in cui solennemente deponeano la pretesta e la bulla, abiti e insegne giovanili, onde assumere la toga. Le donne rimanevano sempre sottoposte al padre o al marito o al tutore.
I patrizj potevano conservare in casa e portare alle pompe funebri le effigie degli avi, di cera con iscrizioni (_jus imaginum_), privilegio equivalente al nostro nobiliare degli stemmi; essi soli possedevano l’agro romano o pubblico, cioè quello attorno alla città, al cui possedimento era affisso l’esercizio della sovranità; essi adunavansi nei comizj per curie; essi soli giudici o pontefici; soli potevano prendere gli auspizj, senza de’ quali le decisioni non consideravansi autorate.
Distinta di culto, di diritti pubblici e privati, come se avesse abitato di là dai mari, inferiore in tutto al vero popolo era la plebe, abitante fuor del Pomerio, e che era venuta in città o per trovare asilo, o come vinta; senza auspizj, senz’avi, senza famiglia, come disse Appio. Pure essa aveva e ricchi e capi e adunanze proprie e decisioni; anzi, dopo presa Roma da Brenno, avea deliberato migrar tutta a Vejo, e piantarvi una città nuova: e fu essa che, lottando coi patrizj, poc’a poco formò un ordine, colla libertà civile dei beni e delle persone, cioè l’autorità di adottare, di testare, di aver il matrimonio e la paternità legale; indi a passo a passo penetrò nella città politica.
[TRIBÙ]
Delle tribù discutemmo altrove l’origine (pag. 159 e seg.): ognuna dividevasi in dieci curie, da dieci genti ciascuna con un curione[312]. Trenta erano le tribù sotto Servio Tullio: espulsi i Tarquinj, si ridussero a venti: dopo che dai vinti Sabini vi migrò tutta la gente Claudia, s’aggiunse la tribù Crustumina. All’aumento della popolazione non si potè badare nel tempo che i due Ordini lottavano per la libertà interna; ma respinti i Galli, si riparò al danno recato da questi col concedere la cittadinanza a Vejo, Capena, Faleria, formando le tribù Stellatina, Tromentina, Sabatina, Arniese, che tanto giovarono nella guerra contro i Latini. Profligati questi, Roma li mutò in cittadini nelle tribù Mezia e Scapzia, e poscia i Volsci nella Pontina e Publilia, gli Ausonj nella Oufentina e Falerina, gli Equi nell’Aniese e Terentina, i Sabini nella Velina e Quirina; restando così il numero di trentacinque, che più non fu oltrepassato[313]. Quattro erano urbane, cioè la Collina, l’Esquilina, la Palatina, la Suburrana; le altre rustiche: e poichè alle prime vennero aggregati quelli destituiti di patrimonio sodo, le rustiche rimasero sempre in maggiore onoranza. Possedeano esse quel che chiamavasi agro romano, che però non era uniforme e compatto in giro a Roma, attesochè fin presso alle porte di questa v’avea città _straniere_, come Tivoli e Preneste, sul cui circondario poteva da sè esigliarsi chi volesse prevenire una condanna. Il popolo romano originario sommava appena alla metà; ma diviso in ventuna tribù, contava ventun voti, sicchè, quantunque la sovranità sembrasse comunicata, ne rimaneva pur sempre l’esercizio ai veri Romani.
[CLASSI]
Oltre questa divisione d’origine e locale, un’altra ne fu introdotta quando si ruppero le barriere aristocratiche, onde aggregare le case nobili col Comune plebeo in modo, da proteggere le franchigie di questo, pur lasciando ai patrizj il governo. Il popolo fu dunque partito in sei classi[314], a proporzione delle facoltà: nella prima, chi possedesse più di centomila assi di beni tassabili; nella seconda, chi settantacinquemila; nella terza, chi cinquantamila; nella quarta, quelli di venticinquemila; nella quinta, quelli di dodicimila cinquecento; gli altri erano accumulati nella sesta; e di sotto a tutti rimaneano gli _erarj_, che allo Stato contribuivano denaro, ma non servizio militare, nè davano suffragio. Il censo o catasto, dov’erano registrati tutti i cittadini e l’avere di ciascuno, rinnovavasi ogni cinque anni.
Con ciò all’aristocrazia di origine sottentrava l’aristocrazia di ricchezza; le quistioni interne di Roma si dibatterono fra ricchi e poveri, fra possidenti e no; e l’arte con che un tempo i nobili rimoveano dal dominio i plebei, l’esercitarono i ricchi per escludere i poveri.
[CENTURIE]
Le sei classi comprendevano diverso numero di centurie; cioè la prima novantotto, venti la seconda, terza e quarta; la quinta trenta; l’ultima una sola; non contando tre centurie di fabbri militari. Ogni centuria esprimeva un voto complessivo; sicchè di quante più centurie era composta una classe, maggior denaro contribuiva all’erario ed uomini agli eserciti, e maggiori voci avea ne’ comizj. Pertanto la prima classe bastava da sola a preponderare a tutte le altre insieme; e qualora le sue novantotto centurie concordassero nel voto, non occorreva interrogare le altre. I cittadini godevano dunque autorità differente secondo la classe; tanto maggiore quanto più ricchi, e quanto minori di numero nella propria centuria.
Il potere supremo repubblicanamente risedeva nell’assemblea dei cittadini. Da prima convocavansi secondo le curie, cioè le famiglie dei Quiriti unite da un culto, e votavano i capicasa, costituendo una compatta aristocrazia: poi i comizj _curiati_ si ridussero a mera formalità, conservata soltanto per rispetto agli auspizj onde convalidare i testamenti e le leggi delle tribù, ma il popolo più non v’interveniva, e le trenta curie non erano rappresentate che dai trenta littori, i quali solevano un tempo adunarle.
[COMIZI]
La plebe vi aveva sostituito i comizj _tributi_. Le tribù, che erano da principio divisioni locali e religiose, presto si convertirono in politiche attorno ai tribuni, ed ebbero assemblee proprie con diritto d’eleggersi i tribuni e gli edili, e nelle quali non era mestieri degli auspizj, privilegio dell’aristocrazia. Estesero poi le proprie attribuzioni, sino a rendere obbligatorie anche ai patrizj le loro risoluzioni; vi eleggeano le cariche inferiori di Roma e tutte quelle delle provincie, il pontefice romano ed altri sacerdoti; conferivano la cittadinanza; giudicavano di alcune trasgressioni, passibili di ammende.
Maggiori di tutti erano i comizj _centuriati_, dove ogni Romano della città o della campagna che pagasse tassa e servisse in campo, conveniva per nominare i maggiori magistrati, approvare le leggi, discutere dei delitti di Stato, della pace e guerra, avendo così il potere legislativo, eleggendo l’esecutivo, giudicandolo, accettando o ricusando le leggi proposte[315].
Ma nell’intervallo fra la prima e la seconda guerra punica un sostanziale cambiamento si operò, fondendo queste due sorta di comizj, ossia riducendo democratici anche i centuriati, e così ovviando gli eccessi dell’oligarchia in quelli, e della democrazia nei tributi.
[SENATO]
Il senato[316], composto in parte di capicasa antichi (_patres_), in parte di aggregati (_conscripti_), non avea la sovranità, ma la dirigeva; dava l’approvazione alle decisioni de’ comizj e alle nomine de’ magistrati; esaminava se convenisse far guerra o pace, e ne redigeva il decreto; riceveva gli ambasciatori, dettava le condizioni dei trattati, che il popolo per mera formalità riconosceva. A lui solo la soprintendenza delle cose religiose, l’interrogare i libri Sibillini, l’introdurre divinità o riti nuovi; a lui l’amministrazione del tesoro, il rivedere i conti, il levare e congedar truppe, l’istruire i più gravi processi criminali, come quelli di Stato e di assassinj ed avvelenamenti commessi in Italia; il nominar il dittatore, e decretare il trionfo od altre ricompense ai generali vittoriosi. In appresso fu arbitro delle provincie, le quali assegnava ai magistrati, come conferiva il titolo di re o d’alleato del popolo romano, e decideva le quistioni fra città federate e suddite.
Benchè sovrano vero fosse il popolo, il senato potea guardarsi come un altro capo della repubblica; i limiti del potere giudiziario e del legislativo non erano ben distinti; e il senato, più cauto ed accorto, sovente arrogavasi molti dei diritti del popolo, senza che questo abbia mai con un provvedimento generale assicurata l’inferiorità del senato. Le determinazioni di esso (_senatusconsulta_) si aveano per obbligatorie, nè poteano abrogarsi che dal senato stesso, onde Cicerone trova _potestas in populo, auctoritas in senatu_; oltrechè coll’interpretare o sospendere modificava di fatto la legislazione.
Al senato ebbero presto accesso anche plebei[317], e non tardarono ad esservi in maggiorità; e fu allora che si formò una nobiltà, ben distinta dal patriziato. I patrizj discendeano dalle primitive famiglie; i nobili erano figli di magistrati o di persone benemerite della repubblica: sicchè il senato fu il rappresentante non più de’ patrizj, ma della nobiltà, e perdette sempre maggior parte delle sue attribuzioni legislative, riducendosi a corpo consultivo. V’era ascritto il meglio del paese, antichi magistrati curuli, prodi capitani, benemeriti della repubblica; ma non ci consta per quali condizioni di meriti, d’età[318], di censo, e ci ha del probabile che n’avesse uno ciascuna delle dieci decurie. Erano a vita, ma potevano esser rimossi. I censori sceglievano un presidente (_princeps senatus_), il maggior onore a cui un Romano potesse aspirare.
[CAVALIERI]
Agli Ordini patrizio e plebeo si suole aggiungere l’equestre; ma come Ordine distinto mai non figura, almeno nei cinque primi secoli di Roma: d’altra parte v’avea cavalieri plebei e cavalieri nobili, talchè forse non significava che distinzione accidentale di persone o di famiglia; una funzione militare, che portava ingerenza politica perchè attribuita a persone e famiglie distinte.—Voi (diceva Perseo a’ suoi soldati) avete vinto la parte più considerevole de’ Romani, la loro cavalleria, nella quale si vantano insuperabili. I cavalieri sono il fiore della loro gioventù, il semenzajo del loro consiglio pubblico, da cui si traggono i senatori per farne poi consoli e generali». Plinio maggiore, tardo testimonio sì, ma pur cavaliere, asserisce che solo i Gracchi interposero quest’Ordine fra la plebe e i padri, attribuendogli i giudizj; poi Cicerone li consolidò all’occasione del tumulto di Catilina, dopo il qual tempo l’Ordine equestre fu aggiunto al senato e alla plebe[319]. Forse dunque non dinotava a principio se non i cittadini delle diciotto prime centurie della prima classe, cioè i più ricchi, patrizj fossero o plebei, i quali poteano militare a cavallo, e da questo trassero il nome, come dalla lancia (_quir_) eransi detti quiriti i nobili della prima costituzione. L’onore guerresco diede loro importanza anche in città, dove poi ottennero privilegi, tanto da formare una specie di terz’Ordine, forse da prima non molto differenti dagli _squires_ d’Inghilterra. Per entrarvi bisognava esser nato libero e onestamente, possedere un dato censo, o aver meritato per azioni e virtù personali: pure non può tenersi in conto di corpo stabile nè politico, giacchè ciascuno continuava ad appartenere alla plebe o al patriziato[320], nè godeva speciale attribuzione legislativa; e uno poteva esservi ascritto ed escluso può dirsi a capriccio dei censori, che ogni cinque anni ne faceano la cerna.
Neppure gli altri due Ordini erano esclusivi: e qualche patrizio faceasi adottare da un plebeo per conseguire le cariche alla plebe riservate; e il plebeo mediante l’adozione o coll’entrar nel senato potea sorgere fra’ nobili.