Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 26
E Catone è il modello dell’antica austerità, il flagello della irruente depravazione; il nome suo dinota fin ad oggi proverbialmente un severo incontaminato. Valerio Flacco ammirandone l’austerità, lo chiamò a Roma, dove, spalleggiato dai Fabj, diventò colonnello, questore, console, poi censore insieme coll’antico suo patrono. Ito nella Spagna pretore, congedò gli abbondanzieri dicendo che la guerra nutrirebbe se stessa: in trecento giorni prese quattrocento città o borgate, che all’istess’ora fece tutte smantellare: immenso bottino riportò all’erario, ma nell’atto d’imbarcarsi vendette il proprio cavallo di battaglia onde risparmiare, diceva, al fisco la spesa del tragitto. Aveva fatto tutte le marcie a piedi, recando le proprie armi, con solo uno schiavo che gli portasse quel poco da vivere: ottenne il trionfo, ma non appena deposto il paludamento solenne, andò come semplice colonnello contro Antioco il Grande; e il generale lo abbracciò al cospetto dell’esercito, e confessò dovere a lui solo la vittoria delle Termopile, e lo spedì a recarne la nuova a Roma. Amministrando la provincia di Sardegna, cacciò gli usurieri, e abolì le spese che i sudditi doveano fare per onorare i pretori. Vestiva poveramente, marciava pedestre a capo d’eserciti; nè il pranzo gli costava più di trenta soldi; e diceva che non è mai buon mercato una merce superflua, costasse pure tre quattrini.
Per moda ammiravasi la Grecia? ed egli a vilipenderla; non volle conoscerne la letteratura, e rimbrottava suo figlio di porvi studio; e se più tardi guardò in Tucidide e Demostene, severamente li giudicava; Socrate gli pareva un ciarliere che con novità pericolose turbasse la patria; appuntava Isocrate di lasciar incanutire i discepoli nella scuola, talchè ormai non potevano andar a perorare che agli Elisi: aveva in orrore i medici di quella nazione, dando voce ch’e’ si fossero assunto di tôrre dal mondo tutti i Barbari, compresi i Romani; soprattutto esecrò l’eloquenza loro, massime dopo che udì i sofismi di Carneade.
Non risparmiandola a popolani nè a ricchi,—Come mai (esclamava) salvare una città, dove un pesce si vende più caro d’un bue? O Romani, voi siete simili alle pecore, che tutti insieme vi lasciate menar da persone, cui niuno vorrebbe affidarsi... Se diveniste grandi mercè delle virtù, non volgetevi in peggio: se per l’intemperanza e i vizj, cambiatevi, giacchè per queste vie cresceste abbastanza». Di quei che brigavano per aver cariche,—E’ mi somigliano a persone ignare della strada, che han bisogno del littore che li preceda». E perchè spesso si nominavano a magistrati gli stessi,—Convien dire che le cariche consideriate di ben poca importanza, o troviate ben pochi che le meritino». Vedendo far la corte a re Eumene perchè lo dicevano buono,—Sarà; ma un re è per natura una bestia vorace: e nessun re de’ più vantati pareggia Epaminonda, Pericle, Temistocle, Curio Dentato».
Diceva pure che i savj imparano dai matti più che questi da quelli, giacchè essi evitano gli errori in cui vedono cadere i matti, mentre i matti non imitano i buoni esempj de’ savj. Ingiuriato da un libertino,—Troppo è disuguale la contesa fra te e me; tu odi volentieri le scempiaggini e volentieri le dici; io m’annojo a intenderle, e non uso a dirne». E ad un vecchio vizioso,—La vecchiaja ha tante deformità, che non conviene unirvi anche quella de’ vizj».
«Egli superava (dice Tito Livio) di gran lunga plebei e patrizj, anche delle più illustri famiglie: di sì grand’animo e ingegno fornito, che, in qualunque condizione nato egli fosse, formata avrebbe la propria fortuna. Non vi ha arte veruna nel maneggio de’ pubblici e de’ privati affari che a lui fosse ignota: amministrava con egual senno gli affari della città e que’ della campagna. Altri salgono a sommi onori per lo studio delle leggi, altri per l’eloquenza, altri per la gloria dell’armi: egli ebbe l’ingegno così ad ogni arte adatto, che l’avresti creduto nato unicamente a quella, qualunque fosse, a cui rivolgevasi. Coraggioso nelle battaglie, famoso per illustri vittorie, fu generale supremo: nella pace peritissimo delle leggi, eloquentissimo nell’arringare; e ne rimane tuttora in onore l’eloquenza, consacrata ne’ libri d’ogni argomento da lui composti».
Dei quali Cicerone, giudice molto competente, diceva: «Qual uomo fu egli mai Catone, Dei immortali! Lascio in disparte il cittadino, il senatore, il generale d’eserciti; a questo luogo cerco sol l’oratore. Chi più di lui grave in lodare? chi più ingegnoso ne’ sentimenti? chi più sottile nella disputa e nell’esposizione della causa? Le cencinquanta sue orazioni ridondano di cose e di espressioni magnifiche...; tutte le virtù d’un oratore vi si trovano. Le sue _Origini_ poi, qual bellezza e qual eloquenza non hanno esse? È vero che antiquato n’è lo stile, e incolte alcune parole, chè così allora parlavasi: ma svecchiale, aggiungivi l’armonia, adorna lo stile..., e non troverai chi anteporre a Catone»[302]. Meglio d’ogni lode vale quella sua definizione, che l’oratore è un galantuomo che sa ben parlare. E noteremo questa particolarità che, avendo stesa la storia di Roma fin ad Annibale, tacque i nomi, descrivendo le imprese; quasi temendo che la gloria di Roma dovesse rimanere minorata dalla gloria d’individui[303].
Voi comprendete come accanito dovesse costui combattere le novità romane.—I ladri privati (intonava) arrivano ai ceppi ed alle sferze; i pubblici nuotano nell’oro e nella porpora. Fremete sui mali che l’avvenire ci prepara. Assaporammo le delizie di Grecia e d’Asia; le nostre mani han preso i tesori dei re: padroni di tante ricchezze, a poco andare ne saremo gli schiavi.... Gli antichi in giorno di festa si contentavano di due piatti per desinare. Col recarci le statue di Siracusa, Marcello introdusse fra noi pericolosi nemici: più non odo se non gente che ammira il marmo e lo scalpello di Corinto e d’Atene, cuculiando i nostri numi d’argilla»[304].
Mal soffriva le persone pingui «tutte ventre»; nè quelle dedite alla gola, poco acconciandosi con chi avea più sentimento nel palato che nel cuore. Stando censore, propose leggi suntuarie, con gravi imposizioni sul lusso donnesco, e prescrizione pei conviti; ammonì molti uomini consolari, a molti cavalieri tolse il cavallo, sette senatori fece condannare, tra cui quel Flaminino infamemente crudele coi Galli (pag. 323), ed uno perchè si era lasciato scorgere dalla figlia a baciar la moglie; impedì il trar le acque di pubblico uso ad abbellimento di case e giardini privati, mentre egli raddrizzava strade, purgava cloache, edificava portici e la basilica Porzia. Qual meraviglia se molti malevoli si attirò? e fin quarantaquattro accuse dovette sostenere; ma il popolo lo onorava, e nel tempio della Salute gli pose una statua per avere risarcito la declinante repubblica[305].
[CATONE E GLI SCIPIONI]
Non si creda però che le massime lo garantissero dalle passioni; esercitò l’usura allora più infamata, la marittima; talvolta s’avvinazzava; in casa teneva tresche con una serva, e ad ottant’anni sposò la figlia d’un suo cliente. Forse non meno del patriotismo aveva parte il livor personale nella sua contrarietà verso gli Scipioni. Fin quando stava questore in Sicilia, avendo accusato l’Africano di soverchia suntuosità e d’imitare troppo i Greci, questi il rimandò dicendo:—Non so che farne d’un questore così appuntino; delle imprese devo io render conto, non delle spese». Catone legossela al dito, e citò gli Scipioni a dar preciso conto delle entrate e spese nella guerra d’Antioco. Si potea dire veramente ch’essi l’avessero condotta a senno e conto proprio, guerreggiando anche dove il popolo non avea decretato, regolando a talento le paci; e chi saprebbe quali somme avessero smunte dall’Asia e dai successori d’Alessandro, impinguati dalle spoglie del mondo?
Scipione Africano, suntuoso in tutto, cinto di poeti, i quali cantavano che dal Levante e dalla palude Meotide non v’era uom pari a lui[306], operava da principe, rifuggendo dall’eguaglianza repubblicana a segno che ai giuochi pubblici fece stabilire posti distinti pei senatori. Questo contrapposto di Catone, sentendosi citato, salì la tribuna, e—Romani, in questo giorno medesimo, auspici gli Dei, vinsi in Africa Annibale e i Cartaginesi. Ascendiamo in Campidoglio a ringraziare i numi, e pregarli vi diano sempre dei capi a me somiglianti». E tutti, popolo, tribuni, giudici, accusatori, il seguirono in Campidoglio con un trionfo ancor più segnalato dei primi, ma dove il vinto non era Annibale, non Siface, bensì la integrità delle leggi repubblicane. E avendo dappoi i tribuni messo in accusa il fratello di lui, esso il tolse loro di mano, e lacerò i registri, dicendo:—Renderò ragione di quattro milioni di sesterzj io, che ne feci entrare nel tesoro ducento milioni, senza conservare per me altro che il titolo d’Africano?»
[183]
Qui respira ancora l’eroismo patrizio: ma se alcuni esclamavano contro l’ingratitudine di chiamare in giudizio sì alti personaggi, altri sosteneano che, in buona repubblica, nessuno deve elevarsi di sopra delle leggi; e prevalse la voce popolare, che tende ad uguagliar tutto, fin la vera superiorità del merito, e che perciò sì spesso è tolta per maschera dall’invidia. E poichè s’insisteva nell’accusa, Scipione andò esule volontario a Linterno nella Campania, dove i tribuni nol molestarono, ma neppure lo richiamarono; ed egli eludeva la noja cogli studj, cogli esercizj ginnastici, coll’amicizia di Lelio e del poeta Lucilio[307], e morendo fece scrivere sulla sua tomba:—Ingrata patria, non avrai le mie ossa».
L’inquisizione fu continuata contro suo fratello; e sovra proposta dei tribuni Petilio e Nevio, fiancheggiata da Catone e passata per voto unanime delle trentacinque tribù, si sentenziò che Scipione Asiatico, per fare più larghi patti ad Antioco, ne avea ricevuto seimila libbre d’oro e quattrocentottanta d’argento più di quelle riposte nell’erario; Aulo Ostilio suo legato, ottanta d’oro e quattrocento d’argento; Cajo Furio questore, centrenta d’oro e ducento d’argento. Tanto erano lontani i tempi di Fabrizio e di Cincinnato! La povertà di Scipione, il quale non trovossi in grado di soddisfare la multa, parve argomento di sua incolpabilità; non si soffrì che gli Scipioni andassero nel carcere ov’essi aveano condotto i re stranieri: ma l’aristocrazia era ferita nel cuore; Catone fu inanimato a proseguire le indagini, alle quali chi poteva omai sottrarsi se gli Scipioni avevano soccombuto?
[DEPRAVAZIONE]
Però quando una repubblica stia in mano d’un corpo qual era il senato romano, poco importa si cambino i personaggi; chè la loro scomparsa è immantinenti da altri riparata. E per verità, come sperare il miglioramento privato, e quel disinteresse che pospone se medesimo alla patria, quando dal pubblico venivano esempj di corruzione; quando a Catone la censoria severità non toglieva di procedere con astuta ed immorale politica; quando la cabala, il raggiro, e subdole astuzie, e aperte violenze calpestavano o eludevano il diritto delle nazioni; quando i censori stessi davano l’esempio della prevaricazione; e Lepido, principe del senato e pontefice massimo, adoprò il denaro pubblico a costruire una diga per preservare i proprj fondi a Terracina; e un messo del senato in Illiria ricevette denaro per fare un ragguaglio favorevole; e un Metello, richiamato di Spagna ove sperava gloria e potenza, disordinò l’esercito; quando si ricusava il governare provincie non ricche, e vendeansi congedi ai soldati; quando i messaggieri in pien senato faceano vanto ai generali d’avere ingannato con finte tregue Perseo; quando alle strida de’ popoli spogliati, venduti, uccisi, il senato si contentava di rispondere che non fu per suo decreto; quando istituito un tribunale permanente (_quæstio perpetua_) onde punire le concussioni, i senatori che lo componevano facevansi indulgenti per denaro ricevuto, per connivenza di corpo; quando generali portavano guerre senza averne ordine, eppure n’ottenevano onori trionfali perchè sostenuti da parentela e da clienti; quando tutto si valutava a denaro, e stima ottenevasi in proporzione dell’avere[308]; quando non si cercava che corrompere per acquistare il diritto di estorcere, estorcere per aver mezzi di corrompere, e il prosperamento della repubblica non guardavasi che come un mezzo d’ingrandire se stessi, e ricompensare i proprj aderenti?
CAPITOLO XVI.
Terza guerra punica.—La Spagna vinta.
Insuperbita di tanti vinti nemici, non contenta d’aver domato l’emula Cartagine, Roma aspirava a distruggerla. Gravandola della maledizione del _væ victis_, sempre nuove umiliazioni ne esigeva; offendevala e si lamentava: stile dei prepotenti. Cartagine, ridotta inerme e disanguata, vacillava come i popoli in agonia, ora tramando con altri deboli, ora cercando giustizia da un popolo che non ascoltava più se non l’interesse.
[PARALLELO FRA ROMA E CARTAGINE]
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Massinissa re di Numidia, padre di quarantaquattro figliuoli, fiero ed irrequieto vecchione che la morte pareva rispettare per sciagura di Cartagine, denunziava questa or di dare ascolto ad Annibale, or d’avere nottetempo nel santuario d’Esculapio ricevuto emissarj del re Perseo; poi ne invase città e provincie. Cartagine, che per patto non potea muover guerra senza assenso di Roma, a questa ne portò querela; e Scipione Africano, mandato a farne ragione, non volle disgustare sì prezioso alleato: pure Roma, temendo che quella repubblica si unisse a Perseo, le assicurò l’integrità del territorio; ma che? poco stante il Numida occupa un’altra provincia e settanta città o villaggi, e Roma il lascia fare. Lo stesso Catone censore, spedito a conciliare questi dissidj, mostrossi così parziale ed inflessibile, che i Cartaginesi ne ricusarono l’arbitramento. Quel severo ed orgoglioso più non dimenticò l’affronto, e non rifiniva di consigliare,—Distruggete Cartagine». Gli Scipioni, o godessero di lasciar sussistere quel vivo trofeo della gloria loro, o temessero che Roma s’infiacchisse quando fosse cessato l’instante pericolo, sconsigliavano dall’annichilare l’emula città: il censore, al contrario, anche per l’irreconciliabile sua avversione ad essi, ne andava rammentando la gran vicinanza e la popolazione crescente; e qualunque mozione facesse in senato, conchiudeva sempre,—Opino inoltre si deva distruggere Cartagine».
Bastava conoscer Roma per prevedere che il partito più violento prevarrebbe; e la città fenice, colla fatalità solita alle cause soccombenti, scavavasi di propria mano la fossa. Oltre la fiacchezza naturale d’un’aristocrazia di ricchezze, nella quale anche le cariche più elevate si conferivano per denaro, vedemmo sorgervi e crescervi le fazioni, guidate dalla famiglia dei Barca, ricchissima ed incline alla guerra, e da Annone che, per contrariarli, consigliava la pace ad ogni costo. I disastri di Spagna e d’Italia, e infine la rotta di Zama scassinarono la potenza dei Barca, ma non li tolsero d’avere principale autorità nel senato. Finchè si dilatò col commercio e colle colonie, Cartagine venne in fiore, ed in quattro secoli si era resa donna dei mari, capitale dell’Africa, rispettata, quieta: innestatale dai Barca l’ambizione delle conquiste, quei che le importava di tenere amici pel commercio avversava come guerriera; i vascelli, convertiti in uso di battaglie, cessavano dal portar merci lucrose; le spese sottigliavano l’erario quanto il commercio l’aveva impinguato; i cittadini non bastavano a guerre grosse; le città suddite maltrattate vi si prestavano con ripugnanza; di modo che bisognava soldare stranieri, i quali non combattendo per la patria, potevano o dettarle legge, o disertare al nemico, o divenire un’arma pel generale che aspirasse ad abbattere la libertà.
Al rompersi delle ostilità con Roma pareva tutte le contingenze andassero propizie alla città africana; essa ricca, essa potente in mare, essa padrona di mezza Sicilia e d’altre isole del Mediterraneo, da cui poteva sbarcare minacciosa nei porti dell’indifesa rivale. Ma Roma a forza di guerre s’invigorisce; cresce coll’assimilarsi i vicini e dilatare i proprj dominj; ha cittadini guerrieri dall’infanzia, o formati negli utili travagli dei campi e nella robusta povertà; mentre i Cartaginesi crebbero al banco e nei traffici, ed ogni via di guadagno tengono per buona e ambita perchè reca al potere. Cartagine fidava negli alleati e nel denaro, Roma soltanto in sè: e mentre questa immobile stava sulla sua rupe, l’altra scivolava sopra arene d’oro. Quel coraggio disperato che crea le vittorie o ripara le sconfitte, mancava ai Cartaginesi; vinti, temono di perder tutto e piegano: mentre i Romani nella peggiore estremità mettono all’incanto il terreno su cui è accampato il nemico; e se questo propone la pace, gli rispondono:—Va fuori d’Italia, e tratteremo».
[TERZA GUERRA PUNICA]
Le sconfitte di Roma non ne alterarono la costituzione; Cartagine dopo la rotta di Zama restringeva l’autorità dei magistrati in modo, che prevalse il popolo; e questo fluttuava per impeti, mentre a Roma decideva un senato accorto e calcolatore. Fu merito dei sommi generali di cui fu fortunata, se Cartagine talvolta pose in dubbio la decisione della fortuna: ma l’educazione non dirigeva essenzialmente a formare eroi; non serbava ai vincitori la solennità dei trionfi; nel mezzo delle vittorie i capitani si vedevano incagliati dalla gelosia o dal sottilizzare finanziero; doveano paventare la sconfitta che li sottoponeva ad un processo; e il pericolo della croce stava sugli occhi del generale allorchè meditasse una battaglia. Roma invece esce incontro al console vinto a Canne, lo ringrazia di non avere disperato della patria, e dà ogni aver suo, spoglia i tempj e le donne per fornire un nuovo esercito.
E il nuovo esercito vinse, e obbligò Cartagine a vergognosa pace. Il dispetto dell’umiliazione tornò in favore Annibale; e poichè seimila cinquecento mercenarj, avvezzi con lui a vincere e predare, lo rendeano arbitro della disarmata patria, e’ si fece nominar sufeto e cominciò riforme: la perpetua magistratura de’ gerusj ridusse annuale; migliorò le finanze esigendo crediti antiquati, richiamando al fisco il mal tolto, e convincendo che il reprimere i concussori frutta meglio che un tributo nuovo; i soldati oziosi occupò a piantare ulivi, sperando coll’agricoltura e col commercio risanguare la svenata città, cui destinava far centro d’una gran lega contro Roma. Ma guaj alle riforme troppo tarde! Annibale soccombette e dovè esulare, lasciando la patria in quella debolezza che proviene dall’essere abbattute le istituzioni vecchie, non istabilite le nuove.
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Se ne incalorirono le fazioni, e la patriotica cacciò in bando quaranta dei fautori dello straniero, i quali ricoveratisi a Massinissa, lo istigarono contro la repubblica. Egli estese le sue usurpazioni, e tuttochè ottagenario menò in persona la guerra; preso in mezzo l’esercito punico, lo affamò, e ne uccise cinquantottomila. Roma avea mandato ambasciadori, i quali, se l’evento uscisse prospero per Cartagine, le intimassero di deporre le armi ed osservar la pace. Vedendola invece colla peggio, inanimarono il Numida, del quale Cartagine comprava la pietà con nuove cessioni, e condannando come rei di Stato i consigliatori di quella guerra. Ed ecco Catone comparire nel senato di Roma, e traendo di sotto la toga dei fichi che pareano appena côlti,—Questi (dice) tre giorni fa erano attaccati al loro ramo ne’ giardini di Cartagine. E voi tollererete così prossima una tale città?»
[ULTIMI SFORZI DI CARTAGINE]
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Strana ragione per distruggere un popolo! eppure gli è menata buona, e Roma intima a Cartagine che, avendo violata la pace, s’aspetti il castigo. I consoli Manilio Nepote e Marcio Censorino partono con ottantamila fanti, quattromila cavalli, cinquanta galee da cinque file di remi, oltre innumerevoli navi di trasporto, e l’ordine di non cessare finchè Cartagine non sia diroccata. I Cartaginesi non trovandosi pari all’attacco, spediscono nuovi ambasciadori con piena autorità d’accettare qualsiasi condizione, e perfino di rimettersi alla discrezione de’ Romani, _purchè si risparmii la città_. Questi, inorgogliendo a misura che vedevano abbassarsi la rivale, chiedono fra trenta giorni trecento ostaggi delle primarie famiglie. Parve enorme la condizione, eppure si sottomisero; e fra il pianto de’ genitori e il fremito de’ generosi, i trecento partirono. I consoli si riservarono di far conoscere la volontà del senato quando giungessero ad Utica; ed affinchè l’eccesso non portasse i Cartaginesi alla disperazione, proposero una ad una le condizioni: prima di fornire l’esercito di grani, poi di consegnare tutte le triremi, poi tutti i tormenti da guerra, da ultimo tutte le armi, giacchè non n’aveano bisogno se veramente deliberati alla pace. Duemila macchine e ducentomila armadure compite furono consegnate: ben perdute veramente se non si sapeva usarle all’ultima difesa della patria.
Come li vedono sguerniti e incapaci di sostenere un assedio, i consoli intimano che la città sia demolita, gli abitatori prendano stanza a tre miglia dal mare, cioè dove non possano più attendere a navi nè a commerci nè a pericolose speranze. S’erano i Romani obbligati a risparmiare la città; ma in loro lingua _civitas_ significa gli abitanti, non le abitazioni!
Storditi a tal colpo, per alcun tempo i Cartaginesi non seppero che piangere, desolarsi, e quali lamentando i figli dati in ostaggio, quali imprecando agli avi che non avessero preferito una morte gloriosa ai turpi patti subìti; poi vergognandosi di se stessi, mutano lo sgomento nella disperata risoluzione di non soggiacere all’infame sentenza. Subito son chiuse le porte, uccisi tutti gli Italiani; qualunque metallo rimane è convertito in armi, qualunque officina in armeria; ogni dì si fabbricarono cento scudi, trecento spade, cinquecento lancie, mille dardi; le donne si recidono le trecce per farne le cocche; gli schiavi sono chiamati a libertà. Asdrubale, capo della fazione nazionale, che maltrattato da’ suoi, era fuoruscito, e menava ventimila uomini contro della patria, si riconcilia, riduce ad obbedienza la campagna, ed ajuta a respingere i consoli e incendiare la flotta; e Cartagine si conforta di almeno soccombere con onore. Benchè i Romani adoprassero contro di essa ogni arte murale, e la percotessero con un ariete mosso da seimila fanti, e con un altro spinto da innumerevoli rematori (APPIANO), l’accortezza d’Asdrubale e il valore de’ Cartaginesi eludeva gli assedianti.
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Pareva che la vittoria nelle guerre puniche fosse fatata al nome degli Scipioni. Emiliano, figlio di quel Paolo Emilio che vinse Perseo, adottato da Scipione Africano, portato console innanzi l’età, è spedito in Africa; salva l’esercito da gravissime strette, raccoglie l’eredità dell’estinto Massinissa, prende un quartiere di Cartagine, circonvalla l’istmo con un muro turrito da cui padroneggiare la città, e le interdice i viveri; poi aggiungendo i riti sacri, proferisce contro Cartagine la rituale imprecazione per inimicarle gli Dei e per consacrare alla vendetta delle Furie chiunque resista a Roma[309].
[CARTAGINE DISTRUTTA]
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