Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 25

Chapter 253,729 wordsPublic domain

Un popolo, del quale i cruenti trionfi crescono continuamente la gloria e la potenza, dovea desiderare di conservarne ricordanza. Ma l’incendio al tempo dei Galli avea distrutto gli antichi documenti; e le memorie de’ primi secoli rimanevano privilegio delle famiglie o de’ sacerdoti, che a loro senno le alteravano; il vulgo non sapea de’ fatti antichi se non quel che avea serbato nelle canzoni popolari, alterandoli, ingrandendoli, abbellendoli, mescolandovi prodigi e divinità, come sogliono la tradizione e la poesia.

Però i deboli cominciamenti di Roma, creata da un branco di fuorusciti, sollevatasi dal nulla a grado a grado, non lusingava abbastanza la boria della gente che si vedeva arbitra omai di tutta Italia e sgomento degli stranieri. Forse, fedeli alla nazionale tradizione, poco l’avranno blandita quegli Italioti, che primi scrissero intorno alle origini italiche, come Teagene da Reggio contemporaneo di Cambise, Ippi suo compatrioto vissuto al tempo della guerra Medica, Antioco di Senofane siracusano coetaneo di Erodoto. Ma ad appagare la vanità, ecco i vinti Greci, e primo Diocle di Pepareto, cercando nella storia non tanto il vero, quanto il bello, e di blandire la loro propria nazione e i patrizj romani. La tradizione di Trojani e Greci venuti in Italia dopo la impresa iliaca, forse avea fondamento di vero, certo correva da un pezzo, e quegli autori v’annestarono tutte le cronache municipali, le genealogie, le etimologie: ogni paese deduceva il nome dalla nave, dal figlio, dal compagno, dal piloto, dalla nutrice d’Enea; ogni casato ascendeva dirittamente fino a questo, e in conseguenza agli Dei; i Mamilj derivarono da Ulisse, i Sergj da Sergeste compagno d’Enea, i Nauzj da un suo seguace, i Lamj da Lamo re de’ Lestrigoni, i Fabj da un figliuolo d’Ercole; e nessuno dubitava di queste genealogie, come nel nostro Cinquecento non chiamavasi in disputa la derivazione dei Visconti dai re d’Angera, e degli Estensi da Ruggero paladino o da Rinaldo crociato.

[PRIMI STORICI E POETI]

Piacevano alla boria aristocratica queste propagini semidivine; piaceva alla politica del Tevere il mostrarsi in parentela colla vantata Grecia, che abbracciando come sorella, voleva incatenare come serva; piaceva alla Grecia consolarsi della perduta indipendenza col riguardare la vincitrice qual sua creatura. In questo consenso d’interessi non è meraviglia se le origini greche prevalsero nelle credenze, e fatti e nomi nuovi o alterati mescolarono ed elisero le indigene tradizioni[271].

[210-169]

Di Scipione Africano fu cliente, compagno nelle spedizioni, e inesauribile panegirista Quinto Ennio, di Rudia in Calabria, centurione in Sicilia e nella Spagna, e donato della cittadinanza per cura di Fulvio Nobiliore, Ennio studiava Omero di giorno, lo sognava la notte, e credeva l’anima di quello fosse in lui trasmigrata; poi vantava d’avere tre anime perchè sapeva osco, greco e romano; e volendo all’Italia aggiunger la gloria de’ carmi, scelse per tema di un’epopea la prima guerra punica; imitando però i Greci, de’ quali introdusse il verso eroico. Da’ suoi frammenti egli trapela austero repubblicano e buon amico. Diceva che Roma durava perchè conservatrice degli antichi costumi, _Moribus antiquis res stat romana, viresque_: eppure questi da’ suoi Scipioni più che da altri erano inforestieriti; ed egli stesso contribuì alla corruttela latinizzando l’opera di Archestrato sulla cucina, e quella dove Eveemero combatteva la religione, dimostrando che gli Dei erano uomini vissuti e morti.

[PRIMI STORICI E POETI]

I Romani nella tumultuosa pienezza della loro vita riguardarono gli studj meno come occupazione da uomo, che come distrazione e abbellimento. «I più assennati (scrive Sallustio) attendeano agli affari; nessuno esercitava l’ingegno senza il corpo; ogni uom grande volea mentosto dire che fare, e lasciava ch’altri narrasse le imprese di lui anzichè narrar esso le altrui». De’ libri aveasi sospetto, quasi intaccassero le istituzioni e la religione patria; e consoli Cetego e Bebbio, essendosene in un campo dissotterrati alcuni antichi, il console Petilio li fece bruciare perchè trattavano di filosofia[272]. E per filosofia forse intendeasi, come poco tempo fa da noi, l’incredulità e l’epicureismo. A questi greci maestri guardavasi dunque coll’ombra solita in chi si sente da meno; i caldi patrioti li chiamavano scrocconi e ladri[273]; si rideva quando Plauto introduceva sul teatro il parasito Curculione a dire:—Bada ch’io non sia arrestato da questi Greci, che passeggiano con lunghi mantelli, e coperti la testa: carichi di libri, portano nello stesso tempo i rilievi della mensa; hanno l’aria di unirsi per conferire insieme, ma non sono che birbi incomodi ed importuni; camminano sempre presidiati di sentenze, ma bazzicano la taverna; quando hanno fatto qualche ribalderia, s’inviluppano il capo, e trincano a josa, ed è bello vedere la loro gravità barcollante».

[EDUCAZIONE]

Anzi più volte la legge interdisse retori e filosofi, «presso de’ quali i giovani perdono le giornate»; forse per tôrre a questi la presunzione, facile compagna dello scarso sapere, e impedire contraessero il vizio de’ Greci di prestare alle parole la cura, che meglio è dovuta alle cose. Pure Catone a suo figlio colle leggi e colla ginnastica, cioè l’equitazione, il volteggiare, la lotta, il nuoto, l’armeggiare, insegnava anche gli elementi delle belle lettere[274]: e già eransi introdotte scuole, tenute generalmente da liberti, ove insegnavasi a leggere, scrivere, far di conto ai maschi e alle fanciulle indistintamente; quelli che a maggiore erudizione aspirassero, passavano a maestri di letteratura greca, e si compiva l’educazione con un viaggio in Grecia e nelle città dell’Asia anteriore, per ascoltarvi i rinomati precettori d’eloquenza e filosofia. D’arti belle pochissimi apprendeano, e fu incolpato Paolo Emilio perchè, alla greca, faceva istruire i suoi figliuoli anche da pittori; pochissimi la musica; molti invece la danza, per la quale si prese passione, disapprovata indarno dai più severi; e Scipione Emiliano diceva:—S’insegna alle fanciulle ad acquistar grazie indecenti; vanno accompagnate da arpe e da lire, coi giovani scapestrati, nelle scuole degli istrioni, ove sono istruite a cantare. Presso i nostri avi, siffatti esercizj disonoravano qualunque persona libera: al giorno d’oggi, fanciulle, giovanetti di nobili famiglie frequentano scuole di danza, e si mescolano a fanciulle prostitute. Quando io udivo narrare tali disordini, non potevo persuadermi che cittadini stimabili dessero siffatta educazione a’ loro figliuoli: fui condotto in una di queste scuole, e colà io ne vidi, il credereste? più di cinquecento dell’uno e dell’altro sesso. In quel numero, oh obbrobrio per la repubblica! ve n’aveva uno adorno della bolla d’oro, il figlio d’un candidato, di circa dodici anni; egli danzava col sistro in mano; mentre non si permetterebbe che uno schiavo impudico si atteggiasse a quella maniera»[275].

[COSTUMI ALTERATI]

Anche Plauto deplora questa mutata educazione:—Forse che a questo modo eravate governato voi nella vostra giovinezza? Sino a vent’anni, uscendo, non vi era permesso scostarvi d’un passo dal precettore. Se non eravate alla palestra prima del levar del sole, il maestro vi puniva non leggermente. Là si faticava a correre, a lottare, a lanciar giavellotti e il disco, a rimbalzare la palla, a saltare, a combattere a pugni, e non a far all’amore con bagasce. Ritornato dalla palestra e dall’ippodromo, voi andavate, in vestito semplice, a sedere s’uno scannello a fianco del vostro precettore; leggevate, e se aveste fallato una sillaba, la correzione rendeva la vostra pelle più maculata che il mantello d’una nutrice».—Altre volte (ripiglia) uno arrivava agli onori per suffragi del popolo mentre obbediva ancora al precettore: al presente un garzoncello di sette anni, se è toccato, rompe la testa al maestro colla sua tavoletta. Se ne fa richiamo ai genitori? il padre risponde al furbacciuolo: _Bravo, figlio mio; io ti rinnegherei, se tu ti lasciassi soperchiare_. Si chiama il precettore: _Ah vecchio imbecille! guardati di maltrattare questo fanciullo perchè ha mostrato aver cuore_. E il precettore se ne va colla testa involta in un pannolino, inoliato come una lanterna».

Plauto e Terenzio non fecero quasi che mutare in latino le commedie greche; e Terenzio respinge l’accusa di plagio col solo titolo di non aver usato la traduzione di verun altro: pure le relazioni esterne, il diverso modo di vedere e sentire, il grado differente di civiltà delle due nazioni, e in conseguenza il differente gusto, obbligavano questi traduttori a mutazioni importanti, e ad avvicinare sempre più il costume a quel del paese, acciocchè meglio si prestasse al riso e all’istruzione. Pertanto possiamo riscontrare alcune particolarità romane, singolarmente in Plauto, il quale, men colto, ricorre alla propria esperienza più spesso che alla memoria; e forse per questo, comunque sgradito ai più schifiltosi, continuò a piacere al popolo, che vi riconoscea ritratti gli originali a sè vicini: ai buoni invece, cioè agli aristocratici, rimase caro Terenzio per soavità di verso, dilicatezza di stile, urbanità di sali, tutti dedotti dal greco.

Benchè già il lusso s’introducesse, e sembrasse lesineria l’usare un vaso d’argilla ne’ sagrifizj agli Dei[276], e gli addobbi comparissero più vistosi, e i cocchi manifestassero il fasto, per quanto ancora grossolani e da villa[277]; sentesi però ne’ cittadini suntuosità, non eleganza; e al modo prisco, abitavano in Roma solo in tempo degli affari, il resto dell’anno in villa, a gran rammarico dei parasiti[278].

Le donne singolarmente moltiplicavano in vanità, in servi ed operaj[279], dedicati alle varie parti del loro assetto in casa; s’impadronivano delle redini, massime se inorgoglite da pingue dote, e dopo che la legge le autorizzò a contrar nozze senza spossessarsi dei beni; e tiranneggiavano quelli che dalla legge erano destinati a loro tiranni[280]. Dopo l’acquisto della Sicilia erano straordinariamente cresciute le sciagurate che metteano a prezzo l’affetto e la voluttà: i padri scontravansi rivali coi figli nelle case della disonestà[281], ove i giovani o portavano le vesti e il denaro sottratto in casa, o v’erano condotti non meno dal libertinaggio che dal desiderio di rubare il bello e il buono, vizio che non deposero tampoco ai più floridi giorni dell’Impero[282].

Anche dai frammenti de’ satirici, chi gli accetti con misura può dedurre come fossero alterati i costumi. In Ennio troviamo le donne già raffinate nell’arte di piacere e di tener a bada i diversi amanti[283]. Lucilio rimbrotta i Romani che portano miele in bocca e coltello a cintola, e fingendosi probi, agevolano gl’inganni nella guerra di tutti contro tutti[284]. Turno rinfaccia ai poeti gli osceni canti, con cui mettono in postribolo le vergini muse[285].

[LUSSO]

Poi il lusso crebbe a segno che, avendo la legge Oppia cercato porvi un freno nelle maggiori strettezze della guerra d’Annibale, le donne levarono a rumore la città, correndo senza ritegno e senza pudore a minacciare di non divenir più madri: le donne, che fin il molle Scipione Africano si lagnava di vedere educate da mime e cinedi, a sonare di cetra, a menar danze, e in mal onesti prestigi[286]. Nè il lusso era avvivatore delle arti, come fra un popolo industre, giacchè alimentavasi col rubare ai nemici e smungere i clienti: e sottentrata la cupidigia del guadagno, i senatori costruivano navi con cui fare trasporti.

Conosciuta la Grecia Magna e la propria, arricchirono subitamente delle dovizie d’Antioco, di Perseo, di Corinto, avendo ricevuto in contribuzioni di guerra da censessanta milioni ne’ soli dodici anni fra il ritorno di Scipione a Roma e il fine della guerra d’Antioco; altrettanto in preziosità portate ne’ trionfi; e non minori somme aveansi carpite uffiziali e soldati. Lucio Scipione mostrava in trionfo mille ducentrentuno dente d’elefanti; Flaminio e Fulvio più di cinquecento statue, e scudi d’oro e d’argento, e vasi cesellati; Acilio fin gli abiti d’Antioco; Paolo Emilio un valore di quarantacinque milioni.

[RICCHEZZE]

A che stentare nell’agricoltura quando così facilmente poteasi arricchire colla guerra e col rubare? Quella dunque si neglesse; e i poveri divennero miseri, mentre gli altri guazzavano nell’opulenza. Più non si sofferse la parsimonia avita; il superfluo sembrò necessario, rustichezza la temperanza; case splendide, banchetti fra suoni e canti, e codazzo di servi, e costose compre d’oggetti di lusso furono l’aspirazione universale. Uno schiavo bello fu pagato più che un fertile campo; più alcuni pesci che un par di bovi: la gola, il sonno, le oziose piume, i profumi, le meretrici e i bardassi sbandivano l’antica morigeratezza. Già si additavano con maraviglia quegli Elj, quel Tuberone che ancor viveano sobrj e pudichi; e avendo esso Tuberone ne’ funerali di Scipione Emiliano apparecchiato il banchetto pubblico in vasi di terra e su tappeti di lana caprina, stomacò il popolo a segno che gli negò la pretura[287].

[NEVIO]

[202]

Il campano poeta Gneo Nevio, per contrastare all’aristocrazia ed ai grecizzanti, preferì ai metri jonici usati da Ennio i rozzi versi saturnini, indigeni del Lazio; agli eroi greci nella tragedia surrogava caratteri e vesti nazionali; e bersagliava cotesti superbi Claudj, Metelli, ed altre famiglie potenti, che tenaci del gius patrio, con cui i loro avi dirigevano le famiglie dei clienti e di schiavi, e favorite anche dalla vittoria e da meriti personali, ponevano l’orgoglio al posto della ragione, il diritto eroico al posto dell’equità, impedendo la plebe di attuare l’acquistata eguaglianza. Egli dunque faceva esclamare a’ suoi personaggi:—Soffri, giacchè anche il popolo soffre»; e al popolo:—Cotesti re non ardiranno saettare ciò che io in teatro sanzionai co’ miei applausi. Quanto la tirannia qui soverchia la libertà!» Avendo messo in un verso,—I Metelli nascono consoli in Roma», questi gli risposero sull’egual tono:—I Metelli daranno male a Nevio poeta»[288]. E lo fecero cacciar prigione: ma di là pure bersagliò gli Scipioni; e questi invocarono contro di lui le XII Tavole, che pronunziavano morte contro i libelli infami: i tribuni però s’interposero, e parve bastasse la pubblica esposizione e il bandirlo in Africa. Andandosene, egli compose il proprio epitafio «pien di superbia campana», invitando mortali ed immortali a compiangere che l’originalità italiana fosse con lui perita[289]. Il popolo nol dimenticò, dedicò una porta al nome di esso, e tutti, ancora ai tempi d’Orazio, il sapevano a memoria[290].

[ARROGANZA DE’ NOBILI]

Re chiamava Nevio que’ magistrati, perchè, connessi fra loro in parentela, opponevano la comune forza e quella dei clienti alla legge ed alla giustizia. Cajo Flaminio console cozzava non solo col senato, ma cogli Dei immortali; sprezzava la maestà dei padri e delle leggi, e gli auspizj divini[291].

La fantasia si compiace di certi tratti di costume eroico, che appajono ancora in questi tempi. Fabio Massimo, accusato dal tribuno, risponde:—Fabio non può essere sospetto a’ suoi cittadini»; ed essendo un suo genero imputato di tradimento, egli si presenta e dice:—Se fosse reo, non sarebbe rimasto mio genero», e basta per farlo assolvere. Emilio Scauro, incolpato d’avere per oro tradito la repubblica, dichiara falsa l’accusa, e basta. Un Metello è fatto reo di concussione, ed il senato storna gli occhi dai registri addotti in prova[292]. Allettano, io dico, la fantasia; ma come doveva stare la plebe colà dove ai nobili valevano siffatte discolpe per farsi indipendenti dalla legge? Scipione Africano ricusò il consolato in vita, ma ritenne sempre un’autorità dittatoria; ed esitando un giorno i questori ad aprire il tesoro perchè le leggi lo vietavano, egli, quantunque privato, tolse le chiavi ed aprì. La statua di lui sorgeva nel santuario di Giove; in Campidoglio quella di Lucio Scipione, con mantello e coturni alla greca[293].

[NUOVE DIVINITÀ]

L’irruzione delle idee forestiere veniva viepiù funesta a Roma perchè il suo genio pratico la traeva subitamente alle applicazioni. E già nel fôro e sul Campidoglio si adorava con altri riti che i patrj; il latino Saturno venne ammogliato con la greca Rea; il sabino Marte, privato dell’antica sposa Neriena, fu confuso con l’Arete omerico; l’etrusco Giano con Diana, o fu posto accanto allo Zeus dei Greci, benchè gli andasse sempre innanzi nelle invocazioni; agli agricoli e pastorali sottentrò una generazione di Dei guerreschi, fra’ quali primeggiava Remolo. Nel 534 di Roma, il senato decretava si demolissero i tempj degli egizj numi Iside e Serapide; e poichè nessun cittadino l’osava, Emilio Paolo pel primo diè della scure nelle imposte di quelli. Ottant’anni appresso, il pretore Cornelio Ispallo cacciò di Roma e d’Italia i Caldei astrologi e gli adoratori del Giove Sebazio: ma era egli possibile escludere gli Dei dalla città che tutti gli stranieri accoglieva? Nella seconda guerra punica, per avvivare il coraggio, si consultarono i libri Sibillini, e d’ordine di quelli si trasportò dalla Frigia la Madre Idea, fomento di nuove superstizioni fra oscene e spietate.

Queste raddoppiavano ne’ pericoli, e più che mai negli spaventi della guerra cartaginese: un fanciullo di sei mesi gridò _Trionfo_ nel fôro Olitorio; figure di navi rosseggiarono in cielo; il tempio della Speranza venne fulminato; Giunone brandì l’asta; nel Piceno piovvero sassi; altrove scaturì sangue; s’apersero i cieli, i simulacri sudarono, galline mutaronsi in galli, nacquero capre lanose, la luna cozzava col sole, e compariva doppia e tripla.

In Grecia la varietà dei numi e l’introduzione di culti forestieri non faceva che aprire nuove fonti di bello; ma negl’Italiani, portati ad applicare le idee, alterava la vita e la condotta, e porgeva alimento alla ferocia ed alla sensualità. E lascivie e sangue parvero dunque religione; il popolo accorse ai giuochi gladiatorj, recati allora dalla Campania, inebbriandosi allo spettacolo dell’uccisione, e ad eccessi di voluttà proruppe ne’ Baccanali.

[BACCANALI]

Antico era presso gli Etruschi il culto di Bacco[294], simbolo della vita e della distruzione; e tre dì ogni anno si facevano le iniziazioni, di giorno e da sole donne. Paola Minia, sacerdotessa di Capua, e un sacerdote greco li pervertirono accomunandoli a uomini e donne, e crescendo a cinque per mese le adunanze notturne, ove s’insegnava e praticava il dogma _Ciò che piace, lice_. Di là segretamente quei riti si erano traforati in Roma; e Tito Sempronio Rutilo propose a suo genero d’iniziarvelo. Costui ne fa cenno ad una sua amasia, la quale gl’insinua il sospetto non sia un’astuzia del suocero per trarlo alla perdizione, onde non rendergli conto dei beni per esso amministrati. Il genero crede, e rifugge presso una zia; questa denunzia il fatto ai consoli, laonde vengono a pubblica notizia que’ misteri. E si diceva che in essi gl’iniziati mescolavansi alla rinfusa nel bujo, indi da furiosi correvano al Tevere, tuffandovi delle fiaccole; chi ricusasse partecipare alle infamie, era ghermito da una macchina e precipitato in cupe voragini. Difficile è sapere quanto il vero fosse alterato dal terror volgare, dall’astuzia signorile, dall’abitudine di giudicare scellerato tutto ciò che è arcano: sappiamo però che la notte si posero scolte, si fecero indagini, settemila iniziati si scopersero nella sola Roma; moltissime donne chiarite ree furono consegnate ai parenti che ne prendessero domestico supplizio; poi di città in città si estese l’indagine, trovandone una folla dappertutto.

Atrocità o nel delitto o nel processo; ed altri se ne moltiplicarono, e in un anno solo censettanta donne furono convinte d’avere avvelenato i mariti per passare a nuovi. Che dirò delle cerimonie onde s’invocava la vittoria o si celebrava, come il sepellire uomini vivi, o scannarli a torme ne’ trionfi?

[DEPRAVAMENTO DELL’OPINIONE]

In quel tempo la filosofia greca era caduta in mano de’ Sofisti, i quali, per esercizio di argomentazione, sosteneano il vero e il falso, l’identità della virtù e del vizio; Panezio, amico di Scipione Emiliano, sillogizzava che tutto finisce colla morte[295]; Diogene, Critolao, Carneade venivano a spargere il dubbio su tutto, e dipingere la giustizia e la morale come un trovato dei legislatori; Ennio cantava che gli Dei vi sono, ma non si brigano di ciò che gli uomini facciano[296]; nè mancava chi fin il culto verso la patria conculcasse, dicendo che patria è dove si sta bene[297]. Fin d’allora i letterati non gareggiavano di ben dire, ma di dir male, palleggiandosi quelle contumelie, in cui ancora s’imbragano i loro imitatori[298]: Plauto, dopo aperta una commedia coll’elevarsi al cielo dove risiede la giustizia che tutto vede e governa, la chiude colle lodi del tornaconto, esser onore la ricchezza, e sanzione del dovere l’utilità: Lucilio fa che gli Dei Consenti si burlino degli uomini che li chiamano padri, e che Nettuno si trovi imbarazzato da un’argomentazione da cui, dice, Carneade stesso mal saprebbe tirarsi.

Tante esterne guerre e lotte interne erano riuscite a distruggere la classe media che è nerbo degli Stati, e collocare una nobiltà orgogliosa e precocemente depravata sopra una plebaglia scioperata, misera, pretensiva. Que’ ricchi e magistrati che lavoravano di propria mano e attendevano ai campi, divenivano rari ogni dì più; e volgeansi piuttosto ai guadagni, con arte qual si fosse[299].

[CATONE CENSORE]

[234-143]

Terribile alla novità e all’aristocrazia fu la censura di Marco Porcio Catone. Questo plebeo, sagace come dinotava il suo nome (_catus_), coraggioso in atti, eloquente e mordace in parole, di diciassette anni militò contro Annibale; indi abitando in Tusculo sua patria, la mattina girava le città del contorno, facendo gratuitamente da patrocinatore; poi reduce, mettevasi a lavorare i campi co’ suoi schiavi, com’essi ignudo, mangiando con essi, al par di essi bevendo vinello. Pure agli occhi suoi quegli schiavi non erano che bestiame; li comprava, istruiva e rivendeva; e diceva che un buon capocasa dee vendere le carrette vecchie, le vecchie sferre e i vecchi servi. Avea fissato una tassa agli schiavi che volessero abbracciare una schiava; dopo ciascun convito facea frustare quelli che si erano mostri negligenti nel servizio; alimentava fra loro continue dissensioni, per impedire i pericolosi accordi.

Il suo podere stava presso a quello ove Curio Dentato, dopo ottenuti tre trionfi, avea passato gli ultimi anni ripastinando la terra e congegnando macerie; e sulla propria esperienza dettò censessantadue precetti _De re rustica_, nel tono imperioso d’un padrone a schiavi, senza connessione o varietà, nè anco forbitezza di stile, della quale pure mostravasi geloso nelle altre opere. Abbonda di formole magiche e superstiziose osservazioni. Alla pitagorica, considera i cavoli come una panacea, vieta di dar nulla alle bestie malate per man di donne, regola secondo il numero ternario gl’ingredienti dei rimedj per le giovenche, e pretende guarire le lussazioni con carmi magici[300]. Predicava meraviglioso l’uomo che acquista maggiori beni che non glien’abbiano lasciato i suoi antenati[301]; ed al vero lo riconosciamo nel _Carmen de moribus_, ove dice:—Potrebbe tornar conto il procacciare lucro dal commercio, se pericoloso non fosse, od esercitare l’usura se fosse onesto. Ma gli avi nostri stanziarono che il ladro pagasse il doppio della somma involata, l’usuriere il quadruplo, mostrando così tenere l’usurajo peggiore del ladro. Quando poi voleano dare a un cittadino l’elogio maggiore, sì lo chiamavano buon agricolo e savio massajo. Il mercadante sottiglia a guadagnar denaro, ma lo stato suo l’espone ad ogni sorta pericoli e calamità. L’agricoltura in quella vece produce uomini robusti ed eccellenti soldati; presenta il vantaggio più onesto e sicuro, nè da altri invidiato; a chi v’attende, non rimane tempo di pensare il male».

[178]