Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 24
Le latomie di Roma e le carceri di tutte le città latine e delle colonie bastarono appena a tanti prigionieri, che portavano al piede ceppi di almeno cento libbre. Poeti, storici, oratori vantarono che coll’ultimo degli Eacidi si fossero vendicati gli avi di Troja[268]; ed esaltarono la gloria del gran popolo che _debellava i superbi e perdonava ai soggiogati_.
[168]
I Romani, secondo la politica adottata in quell’impresa, non tolsero alla Macedonia le leggi e i magistrati, cioè non la ridussero a provincia. L’Illiria, soggiogata in trenta giorni dal pretore Anicio Gallo, fu trattata in egual modo, e il re Genzio condotto prigioniero a Roma. Un decreto del senato annunziò al mondo questa nuova magnanimità:—La Macedonia e l’Illiria provino a tutti i popoli che Roma è disposta a vendicarli in libertà».
[RODI]
Aveva ella rimesso al fine della guerra il punire non solo quei che l’avevano sfavorita, ma quelli ancora che le si fossero mostrati meno zelanti. Per questo titolo Rodi avrebbe incontrato sorte eguale all’Epiro, se Catone non avesse osato metter argine alla prepotenza. Questo severo censore perorò la causa dei legati romani, che in sordide vesti giravano supplicando per Roma; mostrò come quella gloriosa repubblica marittima avesse per Roma combattuto contro Filippo ed Antioco, nè si fosse proposto che di conservarsi indipendente.—Se augurò vittoria a Perseo, poteva essere altro il voto di chiunque vedesse nella caduta di lui la servitù comune? O che, punirete i desiderj? ma e voi come vi comportate allorchè ve ne torni il conto? Li chiamate superbi: vi rincresce dunque che altri lo sia al pari di noi?» Con siffatta franchezza ottenne che a Rodi fossero soltanto ritolte la Siria e la Caria, attribuitele già dalle spoglie d’Antioco. Perocchè questa repubblica, simile per tanti riguardi a Venezia, fu come quella danneggiata dal volere possedimenti in terraferma, i quali ne prepararono la rovina.
[PERGAMO]
[157]
Eumene re di Pergamo, che pure si era spiegato nemico di Perseo sino a fare da spia ai Romani, fu ripagato d’ingratitudine dal senato, che, insospettito degli incrementi di lui, ne trasferì la corona al fratello Attalo II. Prusia re di Ritinia, cui nulla costava l’avvilirsi, venne in persona a fare le sue discolpe; e col capo raso e berretto da liberto, prosternato alla soglia della curia, esclamava:—Salvete, o numi conservatori; ecco un liberto vostro, pronto ad ogni combattimento». Con tali abjezioni, e col lasciare in ostaggio suo figlio, serbò la corona. Massinissa, il vecchio re di Numidia, mandò egli pure suo figliuolo a querelarsi col senato di due cose: la prima, che avesse da lui pregato soccorsi, mentre aveva diritto d’imporglieli; l’altra, che avesse voluto pagargli il grano somministrato, mentre della sua corona la proprietà apparteneva al popolo re, a lui bastava l’usufrutto.
[L’EGITTO]
[201]
[164]
Pensate se queste ed altre vigliaccherie dei re attizzavano l’orgoglio insolente dei Romani! E da quell’ora essi concepirono l’idea di diventare signori del mondo, rinunziando al personaggio di arbitri, sostenuto fin là. Con tale sentimento guardavano gli altri successori d’Alessandro, pigliando assunto d’infiacchirli durante la pace, perchè fossero inetti a difendersi quando provocati in guerra. I Tolomei d’Egitto e gli Antiochi di Siria facevansi tra loro guerra or sorda or aperta, e Roma vi soffiava, e chiamata o no intrometteasi. Quando essa mandò ad annunziare alla Corte d’Alessandria le sue vittorie e la pace co’ Cartaginesi, i tutori del fanciullo Tolomeo V Epifane posero questo in tutela del senato romano, che l’accettò e affidolla a Marco Lepido, poi ad Aristomene. Ma il giovane mal riuscì, e a ventott’anni periva, lasciando due figliuoli, che poco stante si spartirono il regno, Tolomeo Filometore prendendosi l’Egitto e Cipro, e Tolomeo Fiscone ottenendo Cirene e la Libia. Presto vennero a baruffe; e il Filometore, costretto a fuggire, approdò in Italia, ed in meschino arnese, pedestre, polverulento entrò in Roma, e vi prese alloggio nella casipola d’un pittore alessandrino. Il senato ne avea gusto, pur finse di fargli scuse di quel trattamento, e l’invitò a venire in veste più conveniente ad esporre le sue querele: udite le quali, entrò di mezzo a riconciliare i fratelli, e per allora lasciò l’Egitto respirare sotto il Filometore.
[AGONIA DELLA GRECIA]
La Grecia era in dipendenza di fatto ma non di nome, e Roma aspirava ornai a ridurla provincia. Caldi d’ammirazione per sentimento dell’armonica bellezza onde fu privilegiato quel paese, e mossi dalla somiglianza di glorie e di sventure col nostro, siam côlti di pietà meditabonda all’agonia sua, alle umiliazioni, agli oltraggi, traverso ai quali arrivò all’ultima ora. Se qualche vigore restituì alla lega Achea Filopemene, dopo di lui essa più non mostrossi che odiosa o spregevole, alternando servile compiacenza al senato romano con ridicole disperazioni, quasi volesse da sè privarsi della compassione che la generosità attira su chi è destinato a perire. La vittoria dei Romani aveva resi audaci ad ogni eccesso i fautori loro, gente avara ed impertinente, come quella che si sentiva sostenuta in ogni caso dai vincitori. Chi resistesse, chi generoso amasse la patria e ne propugnasse i diritti, chi osasse contraddire ai commissarj stranieri, veniva denunziato a Roma.
[CALLICRATE]
Tra questi venduti primeggiava di potenza e viltà Callicrate ateniese, uno di quei demagoghi, la cui morale consiste nell’ottenere denaro e gradi; e secondo lo stile de’ pari suoi, denigrava chiunque lo superasse di merito; e sulle piazze non men che nelle arringhe, non sapeva che gridare:—Costui ha dato favore a Perseo: quest’altro s’è lasciato comprare dall’oro nemico». Due commissarj furono spediti alla lega Achea, acciocchè istruissero il processo di questi accusati; e uno di essi arrivò a tanto da proporre all’assemblea,—Condannate a morte i fautori di Perseo, ed io dappoi li nominerò». Parve pazzamente furibonda la domanda, e gli Achei si limitarono a promettere li condannerebbero qualora non potessero giustificarsi.—Poichè il promettete (ripigliò il commissario), dico che tutti i vostri capitani e generali, e quanti sostennero cariche nella repubblica vostra, sono macchiati di tale delitto».
A simili voci sorge Zenone, e,—Io comandai l’esercito e fui capo della Lega, e protesto non aver nulla commesso contro gl’interessi di Roma. V’è chi osa imputarmi di questo che chiamano delitto? eccomi pronto a giustificarmene o nella dieta degli Achei o avanti al senato di Roma». Colse al volo questa parola il commissario, e soggiunse, non potevano appellarsi a tribunale più equo; indi recitando tutti quelli che Callicrate aveva denunziati, intimò andassero a Roma a scagionarsi. Erano oltre mille, fior del paese: e così con un solo colpo, quale mai non avevano osato i più sfrontati tiranni, la Lega restò privata dei suoi capi. Giunti in Italia, furono relegati in varie città, senza tampoco udirli, nè badare ai loro richiami, o alle replicate deputazioni dell’Acaja.
[167-150]
Callicrate, divenuto capo dell’avvilita Lega, udiva senza commoversi i gemiti de’ loro parenti che li ridomandavano, e gli urli de’ fanciulli, che, qualora uscisse in pubblico, gli gridavano dietro al traditore, al nemico della patria. Diciassett’anni que’ deportati continuarono a sollecitare un giudizio, e udire vanti della _romana equità_: finalmente Catone, replicando che la questione trovavasi omai ridotta a deliberare se dovessero esser sepolti da becchini romani o da greci, ottenne fossero ascoltati, e restituiti alla patria i pochi ch’erano sopravissuti alla fame, al carnefice, al crepacuore. Sozza tirannia contro un paese indipendente qual era l’Acaja, contro persone di merito, e che la più parte aveano combattuto per Roma.
[159]
I reduci non poterono che piangere l’avvilimento cui trovarono ridotta la patria. Ma la perfidia e la crudeltà v’aveano procacciato molti nemici a Roma, i quali, in onta del partito avverso, osavano o mormorare, o protestare contro i raggiri e le concussioni; e parevano disporsi ad aperta rottura. Ve li spingeva l’esempio della Macedonia, la quale avendo poc’anzi dominato il mondo sotto Alessandro, fremeva nel trovarsi tolto fin il più sacro diritto, quel di disporre di se medesima. Alcuni ricoverati a Roma non risparmiavano preghiere, non denaro per comprarsi amici nel senato, acciocchè non fosse fatta violenza ai loro compatrioti; coltivavano Paolo Emilio finchè visse, poi suo figlio Scipione Emiliano, il quale, se non fossero stati i movimenti di Spagna, sarebbe ito in Macedonia a far ragione delle querele: ma il senato, intento a raggiri politici e a profittare degli errori de’ principi, nè pensando che lo scontento dei Macedoni potesse recare a conseguenze, lasciava che i suoi uffiziali li trattassero un dì peggio che l’altro, e conferiva i primi gradi a chi più ligio.
[PSEUDO-FILIPPO]
[152]
[148]
Raccolse quei sospiri sdegnosi un tale Andrisco, persona bassissima dicono i Romani, unici narratori di questi eventi; dodici anni vissuto presso un povero, che poi gli rivelò come fosse nato da una concubina di Perseo; allora egli tentò farsi seguaci, ma non ascoltato, ricoverò presso Demetrio Sotero, ch’ebbe la viltà di consegnarlo ai Romani. Questi, non temendo del pseudo-Filippo, come e’ lo chiamarono, il lasciavano con sì mala guardia, ch’egli fuggì, e ricoveratosi nella Tracia, girò fra i signorotti, esponendo i suoi diritti, le soperchierie de’ Romani, e quanto facile sarebbe una insurrezione. Al suo appello i Traci si sollevano, egli ha Corte, esercito, alcune piazze forti; bentosto tutta Macedonia, credendo o no, ma volonterosa di turbare lo stagno, si dà a questo rampollo degli antichi suoi re, il quale, sapendo che il miglior modo di difendersi è l’assalire, invade le provincie vicine. Roma non avea eserciti in quelle parti, sapeva che Cartagine aveva mandato ambasciatori ad Andrisco per allearselo nell’imminente guerra, e potea temere che la Grecia cogliesse il destro di vendicare gli affronti; ma questa affrettò proteste e prove di divozione alla sua tiranna. Scipione Nasica, uomo affabile e giusto, servì la patria meglio che colle armi girando per le città della Lega; col render ragione de’ pianti e de’ gravami loro, le saldava nella fede; e traendo da ciascuna qualche truppe, raccozzò un esercito. Le armi romane andarono più d’una volta sconfitte; sinchè Andrisco fu novamente tradito ai Romani, che ne ornarono i loro trionfi.
[DECIO GIULIO SILLANO]
[147]
Anche altri pretesi figliuoli di Perseo tentarono dar valore ai diritti colla forza, ma tutti furono vinti. Finalmente il pretore Cecilio Metello sottomise interamente la Macedonia, e vi piantò un governo d’arbitraria severità. Singolarmente iniquo tra i governanti parve Decio Giulio Sillano, contro cui i Macedoni mandarono querela. Suo padre Tito Manlio Torquato ottiene di giudicarlo in casa, secondo l’antica consuetudine patrizia; e udite le parti, convinto il figlio, lo condanna a più non comparirgli davanti. Sillano se ne trova così disonorato, che s’appicca; e Manlio nè chiude la casa, nè veste il bruno, dichiarando non più appartenere alla sua famiglia chi avea perduto la virtù.
Si sarà levata a cielo l’equità romana, e continuata l’oppressione della Macedonia.
[GRECIA RIDOTTA A PROVINCIA]
[147]
Le sommosse di questa erano parse alla lega Achea un’opportunità per riscuotersi dal giogo; e poichè Sparta se n’era separata onde tenersi coi Romani, vollero ridurla a soggezione: ma essa ricorse a Roma. I commissarj romani, convocata la dieta a Corinto, esposero quanto la loro città si affliggesse del vederli straziarsi a vicenda; esserne cagione la forma loro di governo federale, ove i deputati non potendo intendersi, erano costretti venire alle armi; nella sua sapienza il senato romano s’era accorto che, meno uniti, sarebbero più felici; e però dichiarava escluse dalla Lega le città che non v’aveano partecipato sin dal principio, Corinto, Sparta, Argo, Eraclea, Orcomene. Con indegnazione fu accolta la micidiale proposta, il popolo accannito trucidò quanti Spartani colse in Corinto, e a stento gl’inviati romani poterono salvarsi. Roma, in guerra ancora con Cartagine e coi pretesi figli di Perseo, non potendo far seguire tosto la vendetta, spedì nuovi messi con moderate querele: ma le città tutte, prese da una vertigine d’eroismo e di libertà, gridavano esser più decoroso il perire combattendo che il cedere vilmente; e giunsero a far dichiarare guerra contro Roma e Sparta. Però mancava il concerto di salde volontà, onde Metello il Macedonico li vinse facilmente presso Scarfia; e alcuni invocarono la clemenza del vincitore, altri s’uccidevano, chi ritiravasi vilmente, al tempo stesso che si ricusavano le proposizioni di pace. L’impresa fu terminata da Lucio Mummio console, che espugnò ed arse Corinto, la ricchissima del mondo, come centro del commercio d’Asia e d’Europa; vendette il popolo, e fece immenso bottino. I capolavori di scoltura, di pittura, di fusione, che la rendevano insigne, andarono preda d’ignoranti soldati; sopra un quadro d’Aristide, meraviglia degli intelligenti, giuocasi ai dadi; si mettono all’incanto tavole d’Apelle e statue di Fidia. Attalo re di Pergamo esibì seicentomila sesterzj d’un quadro; onde Mummio maravigliato,—Convien dire queste tele posseggano qualche magica virtù»: e toltele dall’incanto, le inviò a Roma, intimando ai portatori,—Se le guasterete, sarete condannati a rifarle».
Sbigottita dall’incendio di Corinto, la Lega più non pensò nè a resistere al vincitore, nè a placarlo. I collegati furono raccolti in vasta spianata, cinti dalle legioni romane; e dopo rimasti alcun tempo in terribile aspettazione, udironsi intimare che i Corintj e i servi sarebbero venduti schiavi, gli altri Achei andassero prosciolti. Nè le città che aveano sostenuto gli stranieri, salvarono le mura: il governo popolare fu abolito, e tutta Grecia ridotta a provincia, benchè alcune città staccate, come Atene, mantenessero alcuna ombra di libertà.
[LA SIRIA]
[174]
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Era omai decisa anche la sorte degli altri regni usciti da quello d’Alessandro. La Siria fioriva ancora delle belle provincie della Comagene, della Cirrestica, della Seleucide, della Palmirene; nelle ricche valli tra l’Antilibano e il Mediterraneo cresceano Antiochia, Seleucia, Laodicea, Apamea; e nel deserto Palmira, emporio alle carovane fra l’India e l’Europa. Antioco Epifane, figlio d’Antioco il Grande, era stato allevato a Roma come ostaggio; e venuto re, cercò combinare il fasto patrio colla repubblicana famigliarità de’ Romani, ma non riusci che a rendersi oggetto d’odio e di sprezzo. Carezzò i Romani pur odiandoli; guerreggiò prosperamente l’Egitto, che gli disputava la Palestina e la Celesiria; prese Pelusio, e invece di sterminarne gli abitanti, perdonò, col che indusse molte città a soggettarglisi: avuto in mano Tolomeo Filometore, lo trattò cortesemente; poi giovandosi delle costui inimicizie col fratello Fiscone, stava per unire alla Siria l’Egitto, quando Popilio Lena, ambasciadore romano, gl’intimò:—Devi abbandonare le conquiste». E chiedendo egli tempo a deliberare, Lena colla mazza gli descrisse un cerchio attorno, e—Non uscirai di questo prima di risolvere». Antioco dovette cedere, e agli ambasciadori ch’egli spedì, il senato rispose si congratulava che avesse obbedito; e per patto di pace gl’ingiunse di cedere Cipro e Pelusio.
[ANTIOCO EPIFANE]
Il tributo che la Siria doveva a Roma, era un nulla a petto ai regali con cui era costretta adescarsi fautori nella gran metropoli, ove tutto diveniva venale. Tiberio Gracco, spedito dal senato a sindacare i re e gli Stati d’Oriente, dovette concepire d’Antioco tanto maggiore disprezzo, quanto più questi s’umiliava per ingrazianirlo, portandosi seco più da schiavo che da re, cedendogli la reggia, esibendogli fin la propria corona: onde potè assicurare il senato che nulla aveva a temere dal re di Siria.
[169]
Per quante ricchezze Antioco avesse acquistate nell’Egitto, e gliene procacciassero gli amici e le provincie d’Oriente, volgevano però sempre in peggio le sue finanze, onde per risanguarle avea ricorso ai tesori dei tempj, spediente sempre pericoloso. Erasi anche avversato i sudditi colla smania di alterarne i costumi nazionali, e d’introdurre il culto greco, non per zelo religioso, ma perchè più adatto alle pompe, dietro cui egli andava pazzo. Per ciò gli si ribellarono molte provincie, e massime gli Ebrei, popolo custode della intemerata tradizione, che all’invasore prepotente oppose la devota magnanimità de’ Macabei.
[DEMETRIO]
[164]
Morto Antioco, la discordia sevì, e Roma si diede aria di togliere in protezione il fanciullo Demetrio Solero, figlio di Seleuco IV, e nominò tre tutori al re di Siria, come avea fatto a quel d’Egitto. Se lo scopo del senato non fosse già manifesto, lo rese evidente l’ordinare a que’ tutori bruciassero tutte le navi d’una certa portata, e tagliassero i garetti a tutti gli elefanti. A Demetrio poi, quando chiese di passare da Roma in Siria, il senato disdisse la domanda; ma egli fuggì sopra una nave cartaginese, e fece proclamarsi re. Sebbene protestasse non operare che in nome della repubblica romana, questa ne stava in apprensione, e spediva agenti a vigilarlo: ma, o soddisfatta de’ suoi portamenti, o piuttosto perchè non le convenisse romperla seco, il riconobbe re.
Demetrio, anelante a battaglie, inimicossi i re d’Egitto e di Pergamo, dispiacque a’ proprj sudditi per gli stravizzi a cui si sfrenò: onde formossi una vasta congiura, alla quale egli soccombette. I suoi successori precipitarono di mal in peggio: intanto i Parti avevano occupata l’Asia Superiore fino all’Eufrate, gli Ebrei si erano riscossi dalla dipendenza, talchè il gran regno si limitava alla Siria propria ed alla Fenicia: e da questo momento la storia dei Seleucidi più non presenta che uno sciagurato intrecciarsi di guerre civili, dissensioni domestiche, enormi crudeltà, che ai Romani avvicinavano l’istante di stendere la mano anche su quel regno, e farsene una nuova provincia.
CAPITOLO XV.
Interno di Roma. I costumi eroici si mutano. Innesto greco.
[INTERNO DI ROMA]
Ma Roma perdeva il carattere originale, e il vinto Oriente si vendicava collo spargere le idee ed i costumi suoi fra i vincitori.
Ad una gente che coll’arti e colle scienze lotta ogni giorno onde signoreggiare la natura, gli effetti del lusso non riescono micidiali quanto là dove l’industria è sconosciuta, sicchè la comune povertà è testimonio di costumatezza e assicuramento di libertà. E di fatto, come persone allevate alla campagna, lontano dallo spettacolo della depravazione, eransi conservati i Romani semplici e forti in quei che diconsi buoni costumi vecchi, piuttosto per ignoranza del vizio che per dottrine discusse nè per austere credenze. Il ricco non men che il povero attendeva ai campi; le illustri famiglie Asinia, Vitellia, Suillia, Porcia, Ovinia trassero il nome dalla cura che ponevano ad allevare somari, vitelli, majali, pecore; come i Fabj, i Pisoni, i Ciceroni dalle fave, dai piselli, dai ceci coltivati. I senatori viveano alla campagna, se non quando fossero convocati; i possessori non tornavano in città che al mercato ogni nove giorni, nella quale occasione leggevano le ordinanze esposte, o udivano le proposizioni dei tribuni.
[DISINTERESSE]
Il disinteresse di Fabrizio, la laboriosa povertà di Cincinnato ci sono conosciuti. Il console Regolo chiede di ritornare dall’Africa perchè, essendo fuggito l’unico suo schiavo, rimarrebbe incolto il suo podere; e il senato non gli assente la domanda, ma fa lavorare la terra di lui a pubbliche spese[269]. Curio Dentato dai messi de’ vinti Sanniti fu trovato seduto sopra un trespolo a mangiare fagiuoli da una scodella di legno; e avendogli offerto grossa somma, n’ebbero in risposta:—Dite ai Sanniti che Curio non vuole oro, ma comandare a chi l’oro possiede»; e avendo il senato fatto distribuire il territorio da lui conquistato a sette jugeri per testa, e a lui cinquanta, egli ricusò questa misura superiore, dicendo essere pericoloso alla repubblica chi non si contenta di porzione eguale ai concittadini. Fra tutti i senatori non aveano che un servizio d’argento, e sel prestavano a vicenda. Chi ne argomentasse la pubblica povertà, si ricordi come si profondesse l’oro nei pericoli della patria; Annibale il seppe.
[FAMIGLIA]
Per cenventi anni non accadde divorzio, e la città si scandolezzò quando Carvilio ne diede il primo esempio. Guardavasi in sinistro la vedova che con nuove nozze si togliesse quella corona di pudicizia che le prime le avevano data. Al banchetto annuale delle caristie non doveano convitarsi che parenti, affine di tor via se qualche ruggine si fosse formata. Coriolano sagrificava i suoi dispetti alla riverenza materna. Cajo Flaminio sosteneva sui rostri una legge respinta dal senato, quand’ecco suo padre viene a prenderlo e trarlo di là. Fabio Massimo è mandato luogotenente del proprio figlio console; questo gli esce incontro, e vedendolo restare a cavallo, gl’intima di scendere per rispetto alla magistratura; e Fabio lo ammira di aver fatto ammutolire l’affezione privata a fronte del pubblico dovere.
[ZOTICHEZZA]
Con questa naturale onestà accoppiavano molta zotichezza. La medicina, sacerdotale o magica, era abbandonata a empiriche superstizioni, fin quando non venne qualche Greco ad esercitarla. Orologi non si ebbero prima che il console Valerio Messala recasse di Sicilia un quadrante solare, 263 anni avanti Cristo; e sì poco se ne conosceva la teoria, che si pensò potesse valere per Roma, benchè fatto per tutt’altra latitudine: un secolo ancora si tardò prima di piantarne uno esatto: nè avanti il 159 Scipione Nasica Corculo introdusse le clepsidre od oriuoli a acqua. Di questo tempo, un altro Scipione pel primo si rase la barba.
[CIVILTÀ GRECA]
Fra una gente siffatta buttate d’improvviso cumuli di ricchezze, mostrate gli esempj d’una corruzione raffinata, d’un lusso degenerato in mollezza, e qual non deve seguirne funesto cambiamento! Così fu, appena che i Romani conobbero i Greci, e ammirandone i modi, le arti, il sapere, se ne posero imitatori a scapito dell’indole e della coltura nazionale. E di là vennero ben presto persone che, mettendo a lucro le cognizioni e traendo profitto dall’ignoranza, vendicavansi dei vincitori della loro patria.
[GRECI FAMILIARI]
Alla famiglia degli Scipioni va il merito delle prime sollecitudini date al dirozzamento de’ Romani, e dell’aver protetto i letterali della Magna Grecia, fossero condotti prigionieri, o attaccatisi a qualche famiglia. Fin allora i giovani di famiglie ricche si mandavano a scuola in Etruria per impararvi que’ riti augurali, senza cui non acquistavano efficienza i pubblici atti; e in quel tanto vi conosceano alcuna amenità di lettere. Ben presto ogni casa grande volle alimentare, come il cuoco e il celliere, così uno schiavo greco che insegnasse ai fanciulli la lingua d’Omero e la generosità: uno schiavo! E tosto il greco divenne la lingua del bel mondo; greco parlavasi nelle sale, greco scrivea chi volesse lode d’uomo educato. Dafni Lutazio, maestro di greco, fu compro per ducentomila sesterzj da Quinto Catulo. Livio Salinatore, così severo che nella sua censura ammonì ventiquattro delle trentacinque tribù, teneva per ajo de’ suoi figliuoli il tarentino Livio Andronico, il quale voltò in latino l’_Odissea_, e primo espose sulla scena imitazioni di drammi greci. Di Paolo Emilio la casa era piena di pedagoghi, sofisti, grammatici, retori, scultori, pittori, scudieri, cacciatori, tutta merce greca. Plauto e Terenzio, scrittori di commedie, furono protetti da Scipione Africano e dal suo amico Lelio, e forse Terenzio ne fu coadjuvato nel comporre le sue, perciò di graziosa ed elegantissima dicitura: il filosofo Panezio e lo storico Polibio accompagnavano que’ due prodi nelle loro spedizioni[270].
[TRADIZIONI]