Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 23

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Filippo III re della Macedonia, paese ben munito e bellicoso, e possedendo la cavalleresca Tessaglia e molta terra ed isole fino all’Asia, chiesto dalla lega Achea in ajuto contro l’Etolia, avrebbe potuto congiungerle ambedue, e ai ventotto Stati greci sovrapponendo l’autorità militare della Macedonia, preparare un forte contrasto alle presentite ambizioni di Roma. Ma i Greci guatavano con gelosia l’antica dominante; Filippo stesso, per quanto scaltro in politica e dolce di naturale, era stato guasto dagli adulatori, e non che amicarseli, disgustò le due parti con bassi delitti; uccise a tradimento Arato, virtuoso capo della lega Achea, violentò donne, portò strage a Creta e Messene, turbò sepolcri e tempj, distrasse capi d’arte; in modo che, per salvarsene, Rodi, Sparta, la lega Etolia invocarono contro di esso i Romani, che già gli portavano rancore perchè aveva ajutato Annibale (pag. 315).

[SECONDA GUERRA MACEDONICA]

[200]

Il senato romano spiava, e coglieva sollecito queste occasioni di assumere la protezione dei deboli onde romper in faccia de’ forti. Se non che il popolo, spossato da sedici anni di guerre, quando ne’ comizj udì proporsi gagliardi armamenti e una nuova spedizione contro il Macedone, diede nelle furie, e trentacinque tribù votarono per il no: ma al senato premeva conservare colla guerra il potere dittatorio colla guerra acquistato, e che gl’indocili figli de’ prischi plebei, memori dell’Aventino e del monte Sacro, perissero combattendo, e facessero luogo a Latini, Italioti, liberti, gente nuova e pieghevole. Di fatto, colle arti onde un’assemblea sa prevalere alla moltitudine, vinse il partito, e ruppe le ostilità, ajutato di grano, di cavalli e d’elefanti dall’africano Massinissa. Qui pure volle assalire il nemico nel cuore; ma le ardue montagne dietro cui riposava la Macedonia, custodite dai fantaccini dell’Epiro e dalla cavalleria tessala, fecero costar caro il tentativo.

[FLAMININO]

[198]

Per due anni vacillò la fortuna, sinchè non venne al comando il console Tito Quinzio Flaminino, uno di quei figli della guerra, cui l’esercizio de’ campi raffina ne’ politici accorgimenti; e che, leone o volpe secondo il bisogno, adoprava popoli e privati per giungere a’ suoi fini. Parlava greco, usava modi cortesi, mostravasi caldissimo della libertà; e come Buonaparte da Cherasco gridava,—Popoli d’Italia, noi veniamo a spezzare le vostre catene; nostri nemici sono i vostri tiranni», così egli cominciò a promettere liberazione ai Greci, dirsi mandato da una repubblica a ripristinarvi le repubbliche; si ricordassero degli antichi fatti magnanimi; fossero di nuovo quali erano stati. Gli credevano essi e gli spalancavano le città; ed egli se ne rideva e faceva di fatti.

[197]

[196]

Filippo, al quale si era presentato un momento così opportuno per ristaurare la Grecia e il nome macedone, impaniato in una politica insolita, più non navigò che a caso; Flaminino gli dà battaglia, e la terribile falange macedone, lodatissima per forza compatta, trovatasi a fronte della legione romana, tanto più agile, presso le colline de’ Cinocefali soccombe, e perde la gloria d’invincibile, acquistata nelle guerre dell’Asia. Però Flaminino non annichilò Filippo, e sparpagliava parole d’umanità, di generosità, di rispetto ai vinti, e—Roma ha tornata libera la Grecia: tanto basta alla magnanima. Filippo lasci indipendenti gli altri Stati; tenga pure armata ed esercito, ma non imprenda guerra fuor della Macedonia, senza Roma consenziente; paghi mille talenti, e dia in ostaggio suo figlio Demetrio». Poi presedendo alla solennità de’ giuochi istmici, fece da un araldo bandire questo decreto:—Il senato e il popolo romano e Quinzio Flaminino proconsole, vincitore di Filippo e de’ Macedoni, dichiarano liberi ed immuni i Corintj, Focesi, Eubei, Locri, Ftioti, Magnesj, Achei, Tessali e Perrebi».

Chi potrebbe descrivere la gioja de’ Greci all’udirsi regalata la libertà? Vollero sentir replicato il decreto, appena credendo ai proprj orecchi, quasi editti e dichiarazioni bastassero a far libero un popolo; fiori e ghirlande piovvero, acclamazioni empirono il circo; si dedicarono fin tripodi a questo eroe, schiatta d’Enea, alla sua gente da Enea fondata, e sacrifizj a Tito ed Ercole, a Tito ed Apollo Delfico; e per molti secoli un sacerdote di Flaminino l’onorò di libagioni, cantando un inno che diceva:—Veneriamo la fede candidissima de’ Romani, giuriamo serbarne eterna memoria. Cantate, o Muse, il sommo Giove, Roma, Tito e la romana fede. O sanatore Apollo, o Tito salvatore!» Più gentile ricompensa fu l’avere gli Achei ricomprati a cinque emine per testa, e donati a Flaminino mille ducento Romani che, caduti prigionieri nella guerra d’Annibale e venduti schiavi, gemevano sui terreni della Grecia, e che vie più si accoravano allora nello scontrarsi coi proprj figli e coi fratelli, acclamati liberatori.

Questo scaltro fortunato levò le guarnigioni dalle fortezze di Corinto, Calcide e Demetriade, e promise neppure un soldato romano lasciare in Grecia. Ma il volere che ogni città conservasse gli statuti proprj, era un tenerle disunite, per così facilmente e a voglia soggiogarle, e impedire il crescere e consolidarsi della lega Achea. Quasi ad agevolare l’impresa, in ciascuna città si formò un partito favorevole ai Romani, uno contrario. Alla Grecia come a Cartagine, Roma tolse la flotta, essendosi proposto di rimanere padrona dei mari senza troppe navi, e conservandosi potenza terrestre. Sconnesse le leghe, depressi i forti, gittati per tutto semi di zizzania, Flaminino menò in Roma un fastoso trionfo di tre giorni, portandovi armi e statue di bronzo e di marmo, e vasi di stupendo lavorìo, spoglie di Filippo, e centoquattordici corone d’oro regalategli dalle città liberate. Tristo il giorno in cui le nazioni si svegliano dal sogno plaudente! La Grecia si accorse di non essere stata redenta, ma mutata dalla servitù macedone alla romana; e dicea,—Ci furono levati i ceppi dai piedi per metterceli al collo».

[195]

Gli Etolj, già per natura inquieti, allora adombrati al vedere come Roma indugiasse a ritirare del tutto le truppe dalla libera Grecia, tentarono prendere Sparta, Calcide e Demetriade; al tempo stesso che Boj e Liguri resistevano tuttora a Roma fra le Alpi e gli Spagnuoli insorgeano. Forse questi fuochi erano desti o almeno attizzati da Annibale, che, intento a comunicare a tutti l’esecrazione sua contro Roma, procurava stringere in lega Cartagine con Antioco il Grande di Siria, e colla Macedonia, a cui si sarebbero certamente congiunti gli Stati minori, disingannati delle promesse romane, e persuasi che la libertà non si riceve in dono, ma conviene rapirla. L’indomito avventuriere pensava ottenere da esso un nuovo esercito con cui tornare in Italia; e all’uopo spedì a Cartagine un Tirio in aspetto di negoziante, che agli amici di Annibale divisò quello che non conveniva mettere in iscritto: ma scoperto, dovette fuggire, e i timidi Cartaginesi rinnovarono proteste di sommessione alla superba loro vincitrice.

[SPEDIZIONE CONTRO ANTIOCO IL GRANDE]

[193]

Antioco avea dispetto coi Romani perchè impacciavano le sue pretensioni sopra l’Egitto e sopra le città greche dell’Asia Minore; e trovava strano che si costituissero patroni della libertà dei Greci d’Asia, essi che i Greci d’Italia e di Sicilia tenevano servi. Avea dunque sostenuto Filippo di Macedonia; poi da Annibale fu incorato ad assalire i Romani da terra, mentre egli da mare: ma per fortuna di Roma, egli o non era capace d’intendere il genio d’Annibale, o ne invidiava la grandezza, e mal soffriva i rimbrotti con cui quel severo interrompeva le adulazioni ond’era assordato; e diede più volenteroso ascolto agli Etolj, che desideravano trarre la guerra in Grecia per farne loro pro.—Assicuratevi, che d’ogni parte i popoli si alzeranno a favor vostro», dicevangli essi; e il re:—Assicuratevi, ch’io coprirò di mie flotte tutti i mari». Gli uni e l’altro mentivano: Antioco menò appena diecimila armati in Grecia; gli Etolj rimasero soli in ballo, sicchè i Romani ebbero tempo di sopragiungere, e sconfiggerli separatamente.

[ANTIOCO VINTO]

[191]

[190]

Antioco si governava nel modo più sciagurato, cioè tentennando: ora restituiva tutta la confidenza ad Annibale, che predicava i Romani non potersi vincere altrove che in Italia; ora se ne insospettiva, e cercava altrove alleati; intanto, quando più gli era mestieri di conciliarselo, si alienò Filippo di Macedonia, il quale, non abbastanza risoluto per valersi di quelle dissensioni a vantaggio della Grecia ed incremento del proprio regno, concedette ai Romani il passo traverso alle sue difficili montagne; per mare l’agevolarono i vascelli del re di Pergamo e de’ Rodj. Gli adulatori seguitavano ad accertare Antioco che i Romani non penetrerebbero mai in Grecia; ed eccoveli comparire minacciosi: ed egli, sconfitto alle Termopile dal console Acilio Glabrione, e nel mar Jonio da Emilio Regillo, finalmente fu snidato di Grecia. Ridotto a guerra difensiva, e vedendo, siccome Annibale gli avea predetto, che i Romani lo cercherebbero in Asia, mal difeso da loro l’Ellesponto, radunò tutte le sue forze a Magnesia alle falde del Sipilo. Sedicimila armati alla macedone, millecinquecento Galati, cavalieri e corazzieri di Media, argiraspidi, arcieri sciti e misj, Cirtei, Elimei, Traci, Cappadoci, Cretesi, dromedarj di Arabi, cinquantadue elefanti d’India, moltissimi carri falcati, componevano l’esercito d’Antioco; supremo sforzo di tutto l’Oriente contro la prevalenza occidentale. Ma i Romani, guidati da Lucio Cornelio Scipione e da Eumene II re di Pergamo, col valore e coll’accorgimento superarono il numero, e sconfissero il gran re, uccidendogli cinquantamila uomini, prendendone centonovantamila.

[188]

Fu l’ultimo crollo alla potenza della Siria. Roma, nella pace che in Apamea accordò ad Antioco, non intese a cacciarlo di là del Tauro, ma a tagliargli i nervi e tenerselo in assoluta dipendenza, massime col ripartire sopra dodici anni i dodicimila talenti che doveva pagarle, e i trecencinquanta che doveva a re Eumene; cedesse tutti gli elefanti e i vascelli, che furono bruciati; desse venti ostaggi e il proprio figliuolo; consegnasse l’etolio Toante ed Annibale; condizione che forse non istette da lui il non adempire, e che deturpa la diplomazia di coloro che poco prima avevano denunziato a Pirro il medico avvelenatore. Vuolsi che in quell’occasione Scipione ed Annibale avessero in Efeso un colloquio, ed il primo chiedesse ad Annibale qual giudicasse il maggior capitano.—Alessandro, che con sì pochi sconfisse innumerevoli eserciti» rispose Annibale.—Quale il secondo?—Pirro, che primo insegnò l’arte degli accampamenti.—E quale il terzo?—Me stesso». Di che Scipione punto nel vivo soggiunse:—Or che diresti, se tu avessi vinto me?»—In tal caso (ripigliò Annibale) mi porrei sopra ad Alessandro, a Pirro, a qualunque capitano».

[TRIONFI]

[189]

Glabrione menò trionfo per la vittoria delle Termopile; Regillo per quella sulla flotta sira; Scipione per quella di Magnesia, traendosi dietro al carro i vinti capitani, centrenta simulacri di città, trecentrentaquattro corone d’oro, e inestimabili tesori; gloriato del titolo di Asiatico. Anche l’Etolia, prolungata la lotta, in fine accettò la pace, pagando cinquecento talenti; e con essa Cefalonia e Samo; e il console Fulvio Nobiliore ne trionfò con cento corone, ducentottantacinque statue di bronzo, ducentotrenta di marmo, gran quantità di argento, d’armi, di spoglie. L’altro console Manlio Vulsone vinse i Galli che, col nome di Gàlati, molestavano la Grecia e le città della Troade, dell’Eolide, della Jonia, le quali perciò gli offersero corone. Roma, fedele all’assunto, non conservava per se neppure un palmo di terra, distribuite le conquiste ai due più efficaci alleati suoi in questa guerra, la repubblica di Rodi ed Eumene di Pergamo.

Così Roma con veste di liberatrice in dieci anni era divenuta non la signora, ma l’arbitra di quanto è dall’Eufrate all’Atlantico, sicchè non vi si spiegava una bandiera senza assenso di essa. Gli Stati principali erano sgagliarditi; i minori ne ambivano l’amicizia od invocavano la protezione; essa, presente dappertutto mediante ambasciatori che erano spie e sommovitori, fomentava le reciproche gelosie, le fazioni interne e le esterne guerre anche nei più piccoli paesi; si facea carico di tutte le lamentanze che si portassero contro Filippo o Antioco o gli Etolj, dando sempre ragione ai deboli contro i forti. Quel ch’è maraviglioso, tante guerre non l’aveano spossata, anzi spediva sempre nuove colonie; tanto operava efficace il suo sistema di risarcirsi incessantemente colle genti italiane e coi liberti assimilandoli.

[FINE DI ANNIBALE]

[184]

[183]

Due nemici però continuavano a darle ombra, Annibale e Filippo, vivi i quali, doveva temere una lega generale. Perciò blandiva Antioco, Rodi, l’Acaja, Eumene, e spiava ogni passo d’Annibale, che pareva non prolungare la robusta vecchiaja se non per cercarle nemici. A lui diede ascolto Prusia II re di Bitinia, e mercè sua riportò vittoria sopra Eumene. Ma ecco arrivare a quel re Flaminino, il liberatore della Grecia, e ingiungergli di consegnare Annibale. Questi n’ebbe sentore, e disse:—Liberiamo Roma da sì grave apprensione, poichè le tarda la morte di questo vecchio odiato. Ma il costoro trionfo sopra un vecchio inerme gl’infamerà presso gli avvenire». E col veleno si diè morte, l’anno stesso che a Linterno moriva Scipione suo vincitore.

Scarchi di questo timore, i Romani s’applicarono a fomentare la Licia contro Rodi, Sparta contro gli Achei. Fra questi ripullulavano le dissensioni, eterno retaggio delle repubbliche greche; e i Romani se ne giovarono por ingagliardire la loro ingerenza; e una fazione a loro venduta tra gli Achei, preparava la rovina della patria col corromperla. Filippo di Macedonia s’avvide che i Romani gli usavano riguardi sol quando il temevano, ma di fatto non miravano ad altro che a renderlo fiacco ed esoso; onde agognava ad una riscossa, e a rintegrare la mutilata potenza. Satollo di umiliazioni, facea rileggersi ogni giorno il suo vergognoso trattato con Roma; lasciavasi sfuggire parole minacciose, che sono ridicole o pericolose quando non sostenute da buone armi; esigeva nuove gabelle sulle merci dei Romani, escludendoli dai privilegi degli altri forestieri; in loro odio fece sterminare gli abitanti di Maronea; ruminava i grandi divisamenti di Annibale; al figlio Demetrio, il quale nel tempo che rimase ostaggio a Roma, avea di questa meritato la benevolenza e forse sposato la causa, diè morte col veleno; allora tra il rimorso e il sentimento della propria impotenza, invaso da umor negro morì.

[PERSEO]

[178]

Perseo, succeduto al padre con capacità poco minore, si trovò a mano i mezzi che questo da gran tempo allestiva per osteggiare i Romani, pingue erario, popolazione cresciuta, devota la più parte della Tracia, vivajo di prodi, e molti mercenarj pronti a seguirlo in Italia. Qui lo invitavano le guerre, non grosse ma continue, che Roma dovea menare contro la Spagna e la Liguria, e nell’Istria, nella Corsica, nella Sardegna, repugnanti al giogo; ma egli conoscea quanto poco si potesse fidare de’ mercenarj, e quanto Roma giganteggiasse nell’opinione e nel fatto. Sulle prime dunque dissimulò l’avarizia e l’ambizione, e pose il proprio diadema a piè del senato, dichiarando non voler riceverlo che da esso. Allora colle frequenti udienze, colla generosità, colla giustizia, fa credere ai Macedoni risorto il tempo degli antecessori di Alessandro; alletta i Greci tenendo dai poveri contro i ricchi, parziali per Roma; lega amicizia coi Rodj e con Genzio re degl’Illirj; dà sua sorella a Prusia re di Bitinia, e sposa Laodice figlia di Seleuco Filopatore re di Siria, tutti appoggi contro i Romani; manda emissarj ai popoli confinanti coll’Italia, e ambasciadori a Cartagine; s’accorda coi Traci per averne truppe ad ogni uopo; raccoglie ingenti somme da nutrire per molti anni l’esercito, che crebbe a trentamila pedoni e cinquemila cavalli.

[TERZA GUERRA COLLA MACEDONIA]

[173]

I popoli oppressi sogliono crearsi un fantasma di liberatore, e adorarlo; salvo a sputacchiarlo quand’egli appaja qual era, non quale l’aveano essi fantasticato. Così i Greci vedeano in Perseo il rappresentante della causa nazionale, bene checchè egli facesse, in lui ogni fiducia: ma la vigilanza e gl’intrighi degli agenti di Roma tenevano in soggezione gli Achei, massime dacchè ebber perduto il loro capo Filopemene, detto l’ultimo dei Greci; gli Etolj, ritorcendo le armi contro se stessi, eransi tolta la capacità di più tentare nulla di efficace; altrettanto gli Acarnani; la lega dei Comuni beoti era stata annichilata da Roma. Questa occhieggiava ogni passo di Perseo per côrgli addosso cagione; e l’accusò d’aver cercato a morte Eumene, re fedele a Roma, e tentato avvelenare i primarj cittadini di questa. Egli, invece di scendere a giustificarsi, nè di estradire le persone richiestegli, rinfacciò a Roma il superbo governo che faceva dei re e delle repubbliche, disdisse la paterna alleanza, e accettò la guerra prima che Roma vi fosse ben preparata.

Ma al primo comparire dell’esercito, guidato dal console Publio Licinio Grasso, chiaritosi che poco potea promettersi dalle città sbranate in fazioni, egli gittò proposte di pace; Roma mostrò accoglierle, e con una subdola tregua lasciò svampare il primo bollore, e acquistò tempo per procurarsi amici, sudditi, ostaggi. Come fu lesta di tutto, cacciò a strapazzo i commissarj di Perseo: pure, quando si venne all’esperimento dell’armi presso il monte Ossa, Perseo diede ai Romani la più fiera sconfitta che da quarantanni avessero tocca. Se egli allora incalzava la vittoria, e colla falange assaliva il campo romano, forse la guerra era finita, massime che i Greci d’ogni parte scotevano le catene, e la democrazia patriotica prevaleva alla servile aristocrazia. Perseo invece si limitava a piccoli vantaggi, e per più anni combattè utilmente, ma tenendosi alla difensiva, troppo mal acconcia ai casi supremi; in tal modo lasciò sfuggirsi il destro; poi supplichevole chiese e richiese al console la pace, togliendo l’onore a se stesso, il coraggio a’ suoi fedeli. Ma nella pace intrigava e faceva armi; onde risoluti di venirne ad un fine, i Romani allestiscono centomila uomini, e ne affidano il comando a Paolo Emilio.

[PAOLO EMILIO]

Nasceva egli da quel console che perì generosamente alla battaglia di Canne; si era formato nelle tremende guerre di Spagna e di Liguria, e a sessantanni conservava giovanile robustezza. Ma poichè egli erasi educato nell’alterigia della prisca aristocrazia, il popolo indispettito gli negò il consolato, e da gran tempo lo lasciava nella solitudine privata a badare all’educazione dei proprj figliuoli. Vedendosi allora eletto console, disse in pubblico:—Comprendo che la sola necessità vi ha determinati; adunque il popolo non s’impacci del modo ond’io guiderò la guerra, i soldati tengano pronta la mano, aguzze le spade; del resto nè ciancie, nè pareri; a me solo la cura di tutto».

[168]

Con centomila uomini, tra’ quali rinnovò severissima disciplina, si spinse innanzi, superò le difficili gole del monte Olimpo, ma alla battaglia di Pidna la potente falange macedone era ad un punto di sbaragliare le romane legioni; se non che un’eclissi atterrì i soldati di Perseo, e parve indicare l’offuscarsi del regno d’Alessandro. Emilio e le aquile romane rimasero superiori. Il console Cajo Licinio Grasso, radunato il popolo nel circo di Roma, mostrò lettere coronate d’alloro, ed annunzio:—Il nemico è vinto; ventimila Macedoni, di quarantaquattromila ch’erano, perirono combattendo; undicimila restarono circuiti e presi; tutte le città aprono le porte alle nostre legioni».

[LA MACEDONIA SOTTOMESSA]

La Macedonia non erasi mostrata indegna di sè nell’ultimo suo giorno: ma appoggiato al solo esercito, coll’esercito perì quel regno, e in due giorni restò sottomesso. Perseo ferito si era avventato senza corazza in mezzo alla sua falange, smentendo la taccia di viltà che gli storici romani gli apposero. Coll’indivisibile suo tesoro ricoveratosi nel tempio dei Cabiri a Samotracia, veneratissimo per le antiche religioni pelasghe, invocò patti dal console: ma abbandonato da’ suoi, carpitogli il tesoro da un astuto Cretese sott’ombra di agevolargli la fuga, dovette rendersi a discrezione del vincitore. Questi, accoltolo in mezzo agli uffiziali con tutta la solennità latina, gli rinfacciò il passato, poi gli strinse la mano, e finì coll’assicurarlo della clemenza romana; indi voltosi a’ suoi uffiziali,—Tenete a mente quest’insigne esempio della volubile fortuna, e vi convinca come il vero coraggio consista nel non insuperbirsi delle prospere vicende, nè lasciarsi abbattere dalle sinistre».

[167]

Solennizzata con splendidi giuochi la costituzione data alla Macedonia, bruciate le armi che non poteano servire al trionfo, uccisi quei pochi che serbavano fede a Perseo o zelo per l’indipendenza, settanta città dell’Epiro che dai Romani erano disertate ai Macedoni, dopo toltone i tesori, furono abbandonate alle spade de’ soldati, che cencinquantamila uccisero o vendettero. Il virtuoso Paolo Emilio, dopo essere pellegrinato ad ammirare le città greche e tante meraviglie della natura e dell’arte, tornò colmo di gloria in Italia, traendo come ostaggi tutti quelli che aveano avuto uffizj o magistrati sotto il re, e come prigioniero Perseo colla famiglia. Allorchè questo il supplicò a risparmiargli l’infamia d’essere trascinato dietro al carro trionfale,—Sta in tua mano», rispose il duro vincitore. Ma il povero coraggio d’uccidersi mancò a Perseo, che ornò colle sue miserie il più splendido trionfo che sin allora si fosse menato.

[PAOLO EMILIO TRIONFA]

Paolo Emilio entrò nel Tevere sopra la nave regia di sedici ordini di remi, e tre giorni durò la pompa, tra una folla che mai la maggiore. Nel primo, mille ducento carri portavano gli scudi d’argento massiccio, altrettanti gli scudi di bronzo, trecento le aste, le sciabole, gli archi, i dardi; precedevano uomini colle armadure di bronzo o colle statue, poi ottocento barelle cariche d’armi di ogni maniera. Nel secondo giorno comparvero mille talenti coniati, duemiladucento in verghe, un’infinità di tazze, cinquecento carri d’immaginette e statue, poi scudi d’oro e molte statue delle reali gallerie. Nel terzo, cenventi bovi affatto bianchi, ducentoventi vasi d’argento, un’anfora tempestata di gemme del valore di dieci talenti d’oro, e dieci altri in masserizie pur d’oro; duemila denti d’elefanti da tre cubiti; un cocchio d’avorio, messo a oro e pietre; un cavallo col fornimento aspro di gemme, e la restante bardatura d’oro, con coperte a fiorami; una lettiga a oro e porpora; quattrocento corone regalate dalle città; e sopra uno stupendo carro eburneo il trionfante. Dietro di lui Perseo a bruno, cinto da amici in catene, da due figliuoli e da una fanciulletta, alla quale i conduttori insegnavano a tendere le innocenti manine al popolo romano per invocarne compassione, o piuttosto per lusingarne la vanità col mostrargli a che miserie esso potesse ridurre i monarchi.

[MORTE DI PERSEO]

[164]

L’ultimo re di Macedonia fu gittato in tenebrosa segreta, ove tenevansi i rei fino al momento del supplizio, e sette giorni lasciato senza nutrimento: gli altri prigionieri divisero con lui lo scarso cibo che i carcerieri gettavano loro in mezzo alle lordure, e gli offersero un laccio ed un coltello; ma ancora non osò far getto della sua vita. Paolo Emilio, o per umanità o per riverenza alla sventura, ottenne dal senato di mutarlo in meno squallida stanza, ove dopo due anni i suoi custodi si presero il barbaro giuoco d’impedire che più dormisse, sicchè spossato morì. Il solo figliuolo sopravissutogli guadagnò il vitto lavorando da tornitore, poi divenne scrivano dei magistrati d’Alba.