Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 22
Fa meraviglia che Cartagine non siasi opposta a quel tragitto: soltanto era riuscita a richiamare dalla sua re Siface, valendosi delle istigazioni di Sofonisba, figlia di Asdrubale Giscone, la quale adoperava la sua bellezza per trovare nemici a Roma. Scipione assalì questo re, e spodestatolo, ripristinò sul trono di Numidia il cacciato Massinissa. Costui, dotato di quella solida vecchiezza che spesso s’incontra ne’ militari, a ottant’anni valichi reggeva un giorno intero a cavallo, ed anelando a vendicarsi ajutò non poco la vittoria di Scipione; e avuto in sua mano Siface, gli tolse Sofonisba, e la sposò. N’ebbe dispetto l’innamorato Siface, e subillò Scipione:—Guaj ai Romani ove costei s’avvicina! come ha mutato l’animo mio ad odiarli, così torcerà Massinissa contro di voi». Il Romano adunque la richiede al re numida, il quale non osando negarla e non la volendo cedere, presenta a Sofonisba un nappo avvelenato.—Grazie del dono nuziale», esclama l’intrepida, e beve. Massinissa ne mostrò il cadavere a’ Romani venuti a richiederla, e Scipione posò sul capo del vecchio il diadema, meritato coll’assassinio d’una donna.
Cartagine, stretta sì da vicino, richiamò d’Italia gli eserciti. Magone, che non era mai riuscito a congiungersi con Annibale, pugnando nell’Insubria contro Quintilio Varo toccò una grave ferita, della quale morì mentre si tragittava in Africa. Annibale costretto a lasciare il bel paese che sedici anni aveva corso rubando e sperperando, smungendo amici e nemici, trucidando con barbarie calcolata, sterminando le famiglie infedeli o temute, o de’ cui beni avesse bisogno per nodrire i suoi mercenarj, non sapea celare il suo dispetto. Anche sul punto di uscirne, sotto finta di visitare le guarnigioni delle fortezze alleate, mandò suoi commissarj ad espellere cittadini, a saccheggiar case e tesori; e perchè i popoli si opponevano, ne seguirono violenze e sangue. Avrebbe egli voluto portare in Africa un ventimila Italiani che militavano sotto la sua bandiera; ma non aderirono se non quelli che sentivansi rei di delitto capitale. A questi egli regalò gli altri come schiavi; ma perchè si vergognavano di farsi carcerieri de’ proprj fratelli, Annibale unì quegli avanzi con quattromila cavalli e assai bestie da soma, e di tutto fece macello[265].
[ANNIBALE ESCE D’ITALIA]
[202]
Queste orme lasciava Annibale del suo passaggio, del quale gl’Italiani conservarono lungamente memoria d’orrore. Cartagine non appena rivide il gran generale, ripigliò la baldanza; fallendo la tregua invocata, malmenò alcune navi romane sospinte dalla tempesta, e tentò mandar a male gli ambasciatori venuti a richiamarsene. Annibale però non avea fretta di vincere; e quando que’ mercanti il sollecitavano alla battaglia, rispondeva:—Attendete a’ fatti vostri; il soprassedere o accelerare è affar mio». Abboccatosi con Scipione, esibì di cedergli Sicilia, Sardegna e Spagna, ma questi non accettò: a Zama si fe giornata, e benchè Celti e Liguri, ch’erano un terzo dell’esercito, combattessero coll’odio insito alla razza galla contro la romana[266], ed Annibale v’adoprasse tutta l’arte e il coraggio, la vittoria restò ai Romani.
[ZAMA]
[201]
Allora in Cartagine i negozianti prevalsero, e chiesero la pace; e Scipione, conoscendo la difficoltà di espugnar la nemica, o non volendo che un console successore finisse l’impresa da lui sì bene avanzata, la concedette, ma a duri patti: Cartagine conserverà il territorio e il governo suo, consegnando i prigionieri e i disertori, gli elefanti e le navi, eccetto le triremi; pagherà fra cinquant’anni diecimila talenti; non imprenderà guerra nè solderà mercenarj senza il consentimento di Roma; restituirà a Massinissa quanto gli avi di lui avevano posseduto, e lo terrà alleato; darà cento statichi.
[PACE]
I disertori latini furono decapitati, crocifissi i romani; l’erario di Roma risanguato con cenventitremila libbre d’argento. Cartagine si vide rapiti e incendiati i cinquecento vascelli, con cui non avea saputo impedire lo sbarco di Scipione; e collocato alle porte Massinissa, che incessantemente sarebbesi maneggiato a suo danno, mentr’essa non potrebbe chiarirgli guerra. Quando l’ambasciatore cartaginese andò a Roma a chiedere la sanzione del concordato, qualche senatore gli domandò:—Or quali Dei chiamerete in testimonio, voi che tutti li spergiuraste?» e il Cartaginese:—Chiameremo quelli che ci hanno punito con tanta severità». A tal punto Cartagine si sentiva abbassata! Ma paci che violano la sovranità d’un popolo, allettano a violarle.
[CONSEGUENZE DELLA PACE]
Quando Scipione di ritorno traversò l’Italia, fu un tripudio inesprimibile sui passi del giovane salvatore; ma egli potè vedere dappertutto la desolazione e lo spopolamento. E Roma gli accrebbe col voler castigare quelli che l’aveano disfavorita; i Bruzj furono condannati a non esser più combattenti, ma servi ai magistrati che andavano nelle provincie; del Sannio e della Puglia si confiscarono i terreni, per farne cortesia a quei che aveano fatto la campagna d’Africa.
[INSURREZIONE DELLA GALLIA CISALPINA]
[200]
Magone partendo per Cartagine avea lasciato nella Gallia Cisalpina un Amilcare cartaginese, guerriero sperimentato, che preferiva il vivere irrequieto fra i nemici di Roma all’indecorosa pace della patria. Costui infervorò tanto i Cisalpini, che Boj, Insubri, Cenomani, Liguri si collegarono, arsero la colonia di Piacenza, minacciarono quella di Cremona; ma sotto questa furono vinti da Lucio Furio, ed Amilcare stesso perì combattendo.
[197]
[196]
[194]
Chi non conoscesse la storia de’ nostri giorni, stupirebbe che i Galli si tenessero quieti allorchè sì formidabilmente avrebbero potuto unirsi ad Annibale, poi, vinto questo, insorgessero senza riposo. Per molti anni la fortuna variò, sinchè Roma, determinata di venirne ad un fine, mandò ad invadere quinci la Liguria, quindi l’Insubria; e che più valse, riguadagnò i venali Cenomani, che nel vivo della mischia disertando ai Romani, fecero intera la sconfitta dei Galli. Nè però Boj ed Insubri si tennero per domati; e solo dopo dure battaglie Claudio Marcello console prese Como e ventotto castelli là intorno, portando immense spoglie a Roma. Gl’Insubri più non appajono tra i nemici di Roma, ma i Liguri incessantemente correvano or contro Piacenza, or in Etruria e sulla marina pisana. Gli anni successivi tre eserciti furono mandati nella Gallia Cisalpina, i quali con accanimento nazionale tal guasto menavano, che alcuni de’ più ricchi chiedevano rifugio presso gli stessi Romani, e sovente vi trovavano orrendi oltraggi. Un bardasso di Lucio Quinzio Flaminino, fratello del vincitore de’ Macedoni, querelavasi di avere, per seguirlo, abbandonato Roma la vigilia di un combattimento di gladiatori, spettacolo a lui curiosissimo. Or mentre a tavola gareggiavano di stravizzo, annunziasi a Flaminino un capo de’ Boj colla sua famiglia; il quale, introdotto, espone i proprj infortunj, ed invoca protezione ed ospitalità. Un orribile pensiero balena a Flaminino, e voltosi al suo mignone:—Tu mi hai sacrificato il piacere d’un combattimento di gladiatori; io te ne compenserò col farti vedere la morte di questi Galli». Detto, brandisce la spada, e fiede sul Gallo, che, indarno invocando la fede divina e l’umana, è colla famiglia trucidato. Solo dopo otto anni, nella censura del severo Catone, a Flaminino fu chiesta ragione di tal nefandità.
[193]
[191]
Se così operava il console, pensate che doveva la soldatesca; e vedete a qual delle due parti convenisse il titolo di barbara. Scipione Nasica pretore, in un giorno uccise ventimila Boj, tremila ne prese; chiedendo il trionfo, in senato si vantò di non aver lasciato vivi in quel paese che fanciulli e vecchi, e nella pompa fe marciare misti coi cavalli i più nobili prigionieri galli; egli che era stato premiato per virtuoso. Allora recò al tesoro mille quattrocensettanta collane auree, ducenquarantacinque libbre d’oro, duemila trecenquaranta d’argento in verghe e in vasi di fattura gallica, e ducentrentamila monete. Spedito poi come console a compiere l’opera sua, occupò armatamano il territorio confiscato: ma le insegne romane destavano tale ribrezzo, che i pochi avanzi di centododici tribù boje preferirono migrare, postandosi al confluente del Danubio e della Sava; e il nome de’ Boj, Lingoni, Anamani restò cancellato dall’Italia.
[GALLIA CISALPINA]
[189-177]
Oltre ripopolare quelle di Cremona, Piacenza, Modena, fondaronsi le nuove colonie di Bononia, Parma, Pisa; gl’Insubri si rassegnarono al giogo; i Cenomani ottennero il premio di loro perfidia; i Veneti anch’essi cedettero; i Liguri che resisterono lunga pezza al ladroneccio romano, a viva forza furono sottomessi; e la Garfagnana e la Lunigiana settentrionale distribuite alla colonia romana dedotta da Lucca[267].
Dell’alta Italia, che per quattrocent’anni avevano i Galli tenuta, da Belloveso in poi, allora si formò la provincia detta Gallia Cisalpina o Togata, e Roma dichiarò:—Natura ha posto le Alpi fra l’Italia e i Galli; guaj a questi se osano ripassarle!»
[APPIO CLAUDIO PULCRO]
[143]
L’eccesso dell’oppressione ammutinò ancora qualche volta i Galli Cisalpini, e nominatamente i Salassi; da essi rimase sconfitto il console Appio Claudio Pulcro, il quale però con sacre cerimonie ravvivato il coraggio de’ soldati, riparò il danno. Quando chiese il trionfo, gli fu negato; e poichè voleva condurlo non ostante, un tribuno gl’impedì la salita in Campidoglio. Ma sua figlia ch’era vestale, montò seco sul carro, talchè niuno osò opporsi alla vergine sacra; ed ella ne fu lodata, egli maledetto.
CAPITOLO XIV.
I Romani in Grecia e in Oriente.—I trionfi.
Nella guerra d’Annibale, se erasi veduto sperperare il paese, Roma si assicurò il dominio sull’intera Italia, sui mari, su floride provincie; internamente il senato acquistava la preponderanza che i corpi governanti sogliono ottenere in tempo di guerra, e colla guerra voleva conservarla: e trovandosi omai sottoposta tutta l’Italia, volgeva lo sguardo verso l’Oriente.
Accennammo come questo avesse mutato faccia per le conquiste d’Alessandro e per le successive discordie de’ suoi generali e successori (pag. 269). Fondarono essi molti regni anche in parti lontanissime; ma alla storia nostra basta rammentare quelli d’Egitto, di Siria, di Macedonia.
In Egitto formarono dinastia i Tolomei di Lago, che innestando la greca civiltà sull’egizia, fecero rivivere in Alessandria parte del sapere che, dopo tanto splendore, erasi eclissato nell’Oriente e nella Grecia; raccolsero nel famoso Museo i libri e i dotti, i quali applicaronsi massimamente a que’ lavori di erudizione, che sottentrano allorchè cessò il genio del creare: intanto il commercio continuava a fiorire in quella città, così opportunamente situata fra l’Africa, l’Asia e l’Europa.
Il regno di Siria comprendeva i paesi che gli antichi aveano denominati Mesopotamia, Media, Battriana, Assiria, e buona parte dell’Asia Minore; sicchè da Antiochia sull’Oronte i Seleucidi direttamente o indirettamente imperavano su quanto è tra l’Eufrate, l’Indo e l’Oxo, dal mare Egeo alle rive dell’Indo. Emuli cresceano a fianco di loro altri principi e popoli, un tempo vassalli della Persia, cioè i re della Georgia, della Cappadocia, dell’Armenia, del Ponto, della Bitinia, di Pergamo nella Misia; l’isola di Rodi, gloriosa di commercio; le repubbliche d’Eraclea, Sinope, Bisanzio; ed altre piccole potenze, or reluttanti, ora trascinate nell’orbita delle prevalenti.
La Macedonia, non più capo del vasto impero d’Alessandro, costituì regno distinto, al quale attribuisce importanza la parte che ebbe nelle vicende del paese più colto del mondo, la Grecia.
[ARTI BELLE]
Quell’immensa luce delle lettere e delle arti belle, per cui la Grecia rimane modello insuperabile della classica perfezione, erasi offuscata colla libertà, cessando l’ingegno d’essere ispirato dalla vita pubblica, dai grandi interessi della nazione, dalle intrepide lotte contro gl’invasori della patria. Se vi fu tempo che mostrasse ad evidenza non bastare favor di principi al fiorire degli ingegni, fu certo allora, quando i Tolomei invitavano alla loro corte chiunque avesse merito, i Seleucidi e i re di Pergamo gareggiavano con quelli nel pagar meglio i libri, i quadri, i dotti. I Tolomei proibirono si portasse fuori d’Egitto la carta di papiro, quasi appena bastasse al loro bisogno; e i re di Pergamo vi sostituirono la membranacea, perciò detta pergamena, sulla quale fecero copiare ben centomila volumi per la loro biblioteca. Eppure da tante cognizioni, da tanta protezione non iscaturirono che scritti affati, esercizj di scuola, affinamenti di erudizione, ingegnosi artifizj; nulla che accenni genio e spontaneità. Sopita la facoltà del creare, surrogata la memoria all’ispirazione, que’ letterati sottigliaronsi nell’analisi del già fatto, nei precetti del da farsi; indicarono tutti i difetti da evitare, non valsero a raggiungere le bellezze, che sole dan vita a un lavoro; seppero giustificare cogli esempj e coll’autorità ogni passo dato, anzichè per vigoria di genio farsi perdonare i felici traviamenti.
[SCUOLE CRITICHE E FILOSOFICHE GRECHE]
L’Egitto, l’India, fors’anche la Persia e la Babilonia, coltivarono la filosofia, ma soltanto in Grecia essa fu unita in vere scuole, con quella evoluzione ordinata di cognizioni che costituisce la scienza: e dal nostro Pitagora e da Socrate erano uscite le due sètte fondamentali, de’ Platonici o Accademici, che faceano innate nell’anima le idee, e perciò eterne la bontà e la giustizia; e degli Aristotelici o Peripatetici, che tutte le nozioni traevano dai sensi, ripudiando ciò che non fosse dato dall’esperienza.
Ma la filosofia più non avea impero quando la forza avea ridotto ogni cosa alla teorica che or chiamiamo dei fatti consumati; e deperite le istituzioni repubblicane, spento lo spirito pubblico, le dottrine cessavano d’aver predominanza sulla vita politica. In questa trista situazione, della quale il lettore non dovrà andar lontano per trovare un riscontro, l’uom pensante che si riconosce impotente ad ostare alle nauseanti realità, è indotto a cercare nella filosofia (poichè religione nel vero senso non esisteva) le ragioni di rassegnarsi a’ mali attuali, o di divenirvi indifferente. Tre vie gli si aprono a ciò: o di considerar come bene il solo piacere, e solo male il dolore, e quindi procacciarsi le sensazioni e i sentimenti gradevoli, schivare i diversi, godere degli affetti sinchè non rechino noja, accortamente soddisfacendo alle inclinazioni egoistiche: tale fu la dottrina degli Epicurei, varia nelle applicazioni, ma che sempre conchiudeva all’individuale benessere, a sottrarsi dalle pubbliche cure, come da tutto ciò che può sovvertire la quiete.
[SCUOLE FILOSOFICHE GRECHE]
Per riazione contro costoro, altri nell’anima riscontrano innata l’idea del vero e del buono, e ne deducono una serie logica di canoni, ai quali deve l’uomo uniformarsi invariabilmente, e così quetarsi nella beatitudine, qualunque sieno gli avvenimenti esterni. Quest’era l’insegnamento di Zenone e degli Stoici, pretendendo una virtù rigidissima, indomita da dolori, da passioni, pronta a far gitto della vita non solo ove il dovere lo chiedesse, ma anche dove ella diventasse gravosa. Riuscivano dunque alla medesima pratica conchiusione di evitar le cure pubbliche, giacchè non era possibile regolarle sopra quell’inflessibile loro modello.
Altri, scorgendo impotente l’umano intelletto a scernere la vera natura delle cose, e la sapienza filosofica non fondarsi che sovra ipotesi, credettero non si desse alcun vero assoluto, e poneano il riposo dell’anima nell’equilibrio dello spirito fra le negazioni e le affermazioni. Tali erano gli Scettici, che, rivocate in dubbio le nozioni tutte, tutti i doveri, facevano i vizj e le virtù mutevoli secondo i tempi e secondo i paesi; il savio, cui meta è la tranquillità dello spirito, deve astenersi dal prestare assenso a nulla, giacchè l’aderire è stoltezza, mentre di nulla non si può acquistare intima convinzione; fra le illusioni dei sensi e dell’intelletto deve l’uomo bilanciarsi in un giusto mezzo che meglio conduca alla felicità, nulla curandosi degli scandali e dei mali del mondo reale.
Tutte pertanto, quantunque da principj opposti derivando, riuscivano alla conseguenza di ridurre gli spiriti indifferenti sopra la realità. Entrato allora il gusto dell’erudizione, l’Accademia Nuova che fiorì principalmente ad Alessandria, distillava dalle scuole precedenti ciò che migliore le pareva, delle opinioni nessuna asseriva positivamente, tutte accettava come probabili; eclettismo inefficace, che arriva a togliere la distinzione tra il vero e il falso, dacchè vi toglie il carattere d’assolutezza, e accetta per unico criterio l’esperienza.
[I SOFISTI]
Il decadimento del ben pensare è sempre accompagnato dall’imbaldanzire della parola. I Sofisti, gazzettieri d’allora, ebbri della potenza dell’argomentazione, qualunque ne sia lo scopo, dopo che furonsi avvezzati alle esorbitanze nella guerra del Peloponneso, volsero l’ingegno a sostenere del pari il bene e il male, e giustificavano la violenza, glorificavano la forza, trasportando nella vita civile le leggi della guerra. Di là la smania del potere, l’ardor della lotta, il delirio della vittoria, ben espressa da Euripide allorchè cantò:—La sapienza e la gloria dagli Dei concesse ai mortali, non sono altro che tenere la mano poderosa sulla testa de’ nemici». Combinazione consueta, al tempo stesso i filosofi snervavano giustificando la voluttà, togliendo la differenza tra il bene e il male, il vero e il falso, rendendo la volontà dell’uomo schiava dei sensi, e proponendo alle persone colte per unico esercizio l’arte frivola della retorica, che pervertiva l’anima e l’intelletto, la coscienza e il gusto.
[CARNEADE]
[180]
Chiunque sa che l’uomo opera in conseguenza di ciò che crede, vedrà quanto sulle azioni dovessero contribuire tali dottrine. Il più illustre de’ nuovi Accademici fu Carneade di Cirene, il quale insegnava la verità non possedere un carattere indefettibile a cui conoscerla, atteso che siano illusorie le sensazioni che somministrano la materia delle nozioni: se anche esiste una verità assoluta, è fuori dei confini dell’intelligenza dell’uomo, il quale perciò non può fondare i pensieri e gli atti proprj che sulla verosimiglianza, ed ha assoluta impossibilità a decidere. Collo stoico Diogene e col peripatetico Critolao egli fu dagli Ateniesi mandato ambasciatore a Roma, ove della prodigiosa sua sottigliezza nell’argomentare volle dar prova col sostenere un giorno che l’uomo deve operare secondo la giustizia, e al domani argomentare il contrario, e che giusto ed ingiusto sono sinonimi di utile e dannoso: dal vulgo è spesso reputato pazzo chi compie un’azione giusta con proprio nocumento, mentre vanno in voce di savj taluni, che operano iniquamente ma con vantaggio personale. Si sgomentò di tali dottrine Catone censore, e fece la mozione al senato che subitamente facesse espellere costui, il quale la virtù riduceva ad un esercizio d’argomentazioni. Perciò ancora Fabrizio, quando alla mensa di Pirro udì esporre le dottrine d’Epicuro, invocò che a queste si conformassero sempre i nemici di Roma (pag. 277).
[DOTTRINE D’EPICURO]
In fatto gli Epicurei, ponendo per mira dell’attività umana il godimento, e per prima condizione di questo la tranquillità dell’animo, svogliavano dai maneggi civili, dal tempestoso patriotismo, sin dalle affezioni domestiche, perchè circondate di tante spine. I Greci, che avevano ucciso Scorate perchè spargeva dubbj su que’ loro Dei, non punirono Epicuro che ogni Dio negava; e negli ultimi loro tempi si abbandonavano al costui disastroso insegnamento, o al dubbio micidiale: e quando sarebbe stato maggior bisogno di forti pensieri e di generose azioni, si tuffavano in bagordi o assopivano nell’esitanza, e della patria avvenga che vuole.
A gente che così pensa, offra teatri, ballerini, mense, donne, prosperità materiale, ed un ambizioso potrà facilmente farsene tiranno; un nemico potrà anche soggiogarli, perchè que’ fiori, soffogano il robusto germe delle virtù patriotiche, e invece delle virili gioje della resistenza e del sagrifizio, si calcola quanto si guadagnerà, come meglio si godrà. Così fatti i Greci, scaduti dalla grandezza delle vantate repubbliche, corrotti in opulenza lussuriosa e in costumi forestieri, agitati da demagoghi, i quali più sogliono pompeggiare di ciancie quanto più scapita il vigor de’ guerrieri e il senno de’ politici, avvicendavano fra tirannide di principi e sbrigliamento di plebe, e questa e quelli avvoltolati nella gozzoviglia. Atene la meravigliosa sua floridezza più non attestava che con meravigliosa corruttela; Sparta la sua severità che colla disumana rozzezza; e i Macedoni ora coll’armi, ora cogl’intrighi e coll’oro vi esercitavano micidiale ingerenza.
[LEGHE ACHEA ED ETOLIA]
[284]
[280]
Per riparo contro di queste si formò la lega Achea, di piccoli Stati, che in dieta generale eleggevano uno stratego e dieci magistrati, allo scopo di mantenere eguaglianza e libertà nell’interno, sicurezza al di fuori; ed ebbe la fortuna di vedersi a capo una sequela di eroi, Arato, Cleomene, Filopémene. La imitò la lega Etolia delle città della Beozia, della Locride, della Focide, dell’Arcadia, della Tessaglia ed altre, federatesi non tanto alla difesa come gli Achei, quanto alla guerra, giacchè soli in Grecia possedeano una forza nazionale, quando gli altri non si valevano più che di mercenarj: ma violenti più che coraggiosi, violatori delle leggi e delle proprietà, faceansi esecrare più che temere.
[220]
Sciaguratamente poi non seppero durare in pace nè una lega coll’altra, nè tampoco i membri della lega stessa, e la guerra soqquadrava i piccoli Stati di Grecia non meno che i maggiori dell’impero d’Alessandro. Macedonia, Siria, Egitto, sotto re talvolta prodi e magnanimi, più spesso osceni, molli, intriganti insieme e feroci, avvicendarono paci e nimicizie; dappertutto sotto la vernice della urbanità, della letteratura, delle arti covava un’immensa corruttela; e dalle guerre dirotte usciva un governo immorale ed iniquo. Ma gli Stati per poter essere iniqui conviene sieno forti: e invece questi od erano minuti e dipendenti, o i maggiori compaginavansi d’elementi eterogenei, sempre inclinati a sfasciarsi, e non si appoggiavano che a truppe europee, sgagliardite dalle molli delizie dell’Asia; simili alle potenze d’Europa ne’ due secoli anteriori al nostro, reggevansi per via d’alleanze e d’equilibrio positivo: sistema vacillante, che dovea soccombere alla vigile ostinazione di Roma, la quale, idolatrata da figli, pronti a sacrarsi per lei ai numi infernali o precipitarsi nelle voragini, per la forza delle cose dovea prevalere su tutte.
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Vincendo i pirati dell’Illiria, i Romani avevano assicurata da costoro la Grecia; onde la lega Etolia e l’Achea a gara gli onorarono di ambascerie e ringraziamenti; i Corintj gli ammisero alla celebrazione dei giuochi istmici, gli Ateniesi alla cittadinanza e ai misteri della Cerere eleusina; pel qual modo essi fecero la prima comparsa fra gli Elleni in aspetto di liberatori. La loro amicizia poi era ambita da Attalo re di Pergamo, non meno che da Rodi e dalla lega Etolia: e poveri di forze quanto copiosi di pretensioni, gli Etolj paragonavano se stessi alla repubblica romana, i Rodj presumevano tenere la bilancia tra questa e la Macedonia.
[FILIPPO]
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