Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 21
E fu rotta quella che Livio chiama _bellum maxime memorabile omnium_, e che la posterità ricorda ancora come gravissima, dopo tante in cui si abbeverò di sangue la razza di Caino. Aveva Roma a fare con un esercito che da ventitre anni combatteva gli Spagnuoli, gente bellicosissima nelle difficili fazioni di montagna, e capitanato da un sommo generale. Come avviene delle guerre di passione, non meno che colle forze si armeggiò coi maneggi, e variatissima volse la fortuna, costosa la vittoria. Roma fece grandiosi preparativi di truppe proprie e d’alleate, e supplicazioni agli Dei: chiese a’ popoli della Spagna rimanessero saldi alla sua amicizia; ma questi risposero, l’esempio di Sagunto aveva insegnato quanto male essa proteggesse i suoi alleati: si volse ai Galli, pregando non concedessero il passo ai Cartaginesi; ma quelli, venuti in consiglio armati, risposero ridendo:—Che male ci ha fatto Cartagine? o che bene Roma? Questo sappiamo solo che Roma ha cercato espellere d’Italia i nostri fratelli».
[PASSO DELLE ALPI]
[218, 16 giug.]
Alludevano ai Galli Cisalpini, dei quali essendo recente la sconfitta, Annibale comprese come insorgerebbero non appena egli portasse le armi in Italia. La famiglia di lui era ricchissima, e da una sola miniera di Spagna traeva al giorno trecento libbre d’argento[258]; altri mezzi gli offrivano le spoglie della vinta Sagunto: laonde, lasciato cinquantacinque navi e sedicimila soldati col fratello Asdrubale per guardare la Spagna e per addestrarsi in quella faticosissima palestra, con novantamila veterani prese le mosse. I Romani l’aspettavano per mare: egli, al contrario, pensò venire pei Pirenei e le Alpi, donde si diceva che anticamente Ercole Tirio fosse dall’Iberia varcato in Italia; aprirebbe una nuova via, impresa che gli antichi consideravano gloriosissima; ed a pastura del vulgo diede voce che il dio patrio gli avesse in sogno, entro il santuario di Gades, preconizzate le vittorie, e mostro il cammino mediante le tortuosità di un serpente. Politicamente confidava ne’ Barbari, e di guadagnarne i capi sia coll’oro, sia coll’idea della vendetta e del saccheggio: onde spediva a sollecitare Boj ed Insubri; aprissero gli occhi contro questa Roma che tendeva avvolgerli in una catena, di cui erano i primi anelli le colonie di Piacenza e Cremona. Raggiunte le vette de’ Pirenei, acquietò i Galli della pendice settentrionale con un trattato, memorabile per la singolarità; giacchè si stipulava che qualsivoglia querela de’ Cartaginesi contro gl’indigeni sarebbe rimessa all’arbitrio delle donne galle[259]. Lasciando guarnigioni lungo tutto il cammino, innanzi che i Romani potessero abbarrargli la via tragittò il Rodano e la Durenza, e uscente ottobre cominciò a valicare le Alpi nevate, pericolose e difese[260].
[ANNIBALE IN ITALIA]
Tanto fu disastrosa la marcia fra i ghiacci nel salire, fra i torrenti e le smottature nel discendere, che di cinquantamila fanti e ventimila cavalli con cui aveva varcato il Rodano, dopo cinque mesi e mezzo e mille cenventicinque miglia di viaggio, gli avanzarono appena ventimila fanti e seimila cavalli. Col favore dei Galli e col proprio coraggio, probabilmente pel piccolo Sanbernardo nelle alpi Graje scese in val d’Aosta: riuscito fra i Taurini, proclamando la solita canzone del venire a liberare l’Italia da’ suoi oppressori, giunse al Po. All’avvicinarsi di lui, i Galli insorti aveano disperse le colonie di Piacenza e di Cremona, e rotto il console romano nella foresta di Modena; pure non caldeggiarono l’invasore quant’egli sperava, fosse paura de’ Romani, o avessero di buon’ora sperimentato i guaj di tali liberazioni: sicchè col fendente della spada dovette Annibale aprirsi un passo sanguinoso fra i Taurini.
Roma avea destinato un esercito per l’Africa, uno per la Spagna, il terzo per la Gallia. Quest’ultimo andò sconfitto; il secondo col console Cornelio Scipione molestò alle spalle Annibale, ma vedendolo scalar le Alpi, accorse a difesa, mentre l’inatteso suo arrivo fece trattenere in Italia l’esercito destinato all’Africa. Scipione, che aspettava Annibale pel più facile varco dell’alpi Marittime, se lo trovò improvvisamente sulla propria linea di operazione, e voltato fronte, lo pettoreggiò al Ticino; ma inferiore di cavalleria, rimase colla peggio. Sempronio Longo console, richiamato in diligenza dalla Sicilia, oppose alla Trebbia circa quarantamila uomini agl’invasori; ed anch’egli fu vinto, e costretto abbandonare le posizioni sul Po. Molti dei Galli, arrolati dai Romani, disertavano ad Annibale dacchè lo vedeano sorriso dalla fortuna: ond’egli novantamila guerrieri spiegava sulla valle del Po, in pianure opportunissime all’ottima cavalleria numida.
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Pure non avea troppo onde rallegrarsi. I Galli, dopo che si furono disfatti delle colonie, di mal occhio vedeano messo a contribuzione il paese e a repentaglio la propria indipendenza per favorire codesti stranieri. Gli altri mercenarj ond’era composto l’esercito, ragunaticci indocili nella quiete, burbanzosi nella vittoria, volevano imporre al capitano l’ora e il luogo della battaglia, della marcia: frenati con man di ferro, tramavano contro Annibale, il quale, per eluderli, era costretto mutare ogni tratto di vestimento. Però appena il consentì la stagione andata nevosissima, egli muove alla volta di Rimini, e per la valle del Ronco o quella del Savio piega sull’Appennino, e verso Arezzo per la via men frequentata delle maremme dell’Arno e del Clani, ove in marcia disastrosissima perdè fin sette elefanti[261] e assai uomini e cavalli; tra il monte di Cortona e il lago Trasimeno sconfisse di nuovo i nemici, uccidendo il console Flaminio Nepote; e l’Etruria, quasi risorgesse a libertà, illuminò tutte le alture con bellissimo tripudio, che i loro discendenti continuano a celebrare annualmente ne’ dintorni di Cortona. Perocchè è natura dei vulghi il salutare come liberatore ogni nemico de’ loro padroni; e le popolazioni che Roma aveva assoggettate, e di cui offendeva il patriotismo colle colonie e co’ magistrati suoi, davan mano ad Annibale, e dall’Alpi al Peloro ridestavasi il grido dell’indipendenza.
[FABIO MASSIMO]
Roma, vistasi in tal frangente, e sconfitti i due consoli, elegge dittatore Fabio Massimo Verrucoso, il caporione de’ nobili, che preso per ajutante Minucio Rufo plebeo, decreta devozioni, una primavera sacra, giuochi solenni, e insieme munisce la città, taglia i ponti, accortosi che occorreva di proteggere non più tutta Italia, ma la capitale; propone però di lasciar consumare Annibale anzichè combatterlo, ed ha il coraggio di temporeggiare, affrontar la ciarla degli eroi da parole che lo abbajavano inetto, codardo, tentennone, e fin traditore; e senza mai lasciarsi tirare a battaglia, soffre che Annibale sotto gli occhi di lui passi nell’Italia meridionale e nell’Umbria fino a Spoleto, e devasti le vitifere campagne di Falerno, di Massico, di Sinuessa, fra l’abbondanza instaurando i suoi de’ sofferti disagi.
[CANNE. CAPUA]
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Sceglieva dunque per nuova base d’operazione il mare d’Apulia, donde potrebbe ricevere sussidj da Cartagine: base infelice però è il mare a chi non abbia una fortezza, o amiche le popolazioni, e una flotta robusta. Quest’errore aveva conosciuto Fabio; e il titolo di temporeggiatore (_cunctator_), affissogli per ischerno, restò come sua gloria allorchè l’esito chiarì quanta nell’indugio fosse prudenza. Perocchè Annibale, consunti i viveri e i foraggi, serrato nell’Italia meridionale senza comunicazioni colla Spagna, staccato dai Galli, non vedendo le città e i popoli muoversi a secondarlo, già era costretto a meditare una ritirata nella Gallia: quando, avendo Fabio dopo i sei mesi deposto la dittatura, il console Terenzio Varrone, levatosi in fiducia, e mal resistendo al desiderio di popolarità, antepose le grida vulgari ai consigli di esso Fabio e del collega Paolo Emilio, e presentò battaglia a Canne sull’Ofanto. Ne esultò Annibale, e squadronò i suoi Africani, coperti d’armi acquistate alla Trebbia e al Trasimeno; i Galli ignudi dall’umbilico in su, con lunghe e ottuse spade; gl’Ispani colle sciabole puntute e vestiti di bianco. Accanita battaglia si mescolò; e riuscì disastrosissima pei Romani, di cui forse quarantamila perirono; diecimila prigionieri; tre moggia e mezzo d’anelli, distintivo dei cavalieri uccisi, furono da Annibale inviati a Cartagine; e Paolo Emilio, prodigando sul campo la grand’anima, mandava dire a Roma, si fortificasse prima che le giungesse addosso il vincitore. Questi in fatto s’inoltrò fino a sventolare il punico vessillo in vista della città nemica; ma poi scostandosene, accettò in dedizione molti popoli della Lucania e dell’Apulia, e singolarmente Capua. In questa ricca e splendida città sul Vulturno, emula di Cartagine e di Corinto, e non seconda che a Roma nella penisola, egli piantò il quartier generale, in luogo munito, e opportuno a guidare l’Italia meridionale sollevata.
[DIFFICOLTÀ DI ANNIBALE]
Qui tutti fanno eco a quel motto di Maarbale luogotenente d’Annibale,—Tu sai vincere, non usare della vittoria». Ma se si riflette che tredici anni ancora egli si sostenne in Italia, mal si crederà che l’ozio molle indisciplinato e le vaghe donne e i generosi vini fiaccassero il suo esercito. Del resto, poichè la guerra non si fa con parole, con quali mezzi poteva egli spingerla alla risoluzione? In tante battaglie avea consumato il fiore de’ suoi veterani: disgiunto com’era dalla propria base nel settentrione dell’Italia, non rimanevagli modo di rifare gli eserciti colle cerne della bellicosa Gallia; avea perduto la più parte de’ cavalli, così preziosi per gli Africani e in generale pei soldati mercenarj che, privi di patria e di famiglia, pongono il cuore in quest’unico lor possesso e scampo. Annibale avea fatto stima che Roma fosse odiosa alle colonie quanto Cartagine, ma il fatto ormai lo convinceva altrimenti. Molte delle piccole popolazioni si erano avvezze a considerare i Romani come capi; da loro avevano avuto riparo nella recente irruzione dei Galli; da loro vedevansi provvedute di strade, canali, ponti; difese le coste; protetto il commercio contro Illirici e Cartaginesi; in ricambio domandando solo uomini, tributo men sentito che quello dell’oro. L’indipendenza tumultuosa degli Staterelli disgregati avea stancato i più; e se le plebi la rimpiangeano, dappertutto i nobili si erano attaccati alla fortuna dei Romani, che d’altra parte acquistavano benemerenza e parentele ne’ varj comuni; Appio Claudio diede una figlia a un Campano; Livio sposò quella d’un senatore di Capua; Curio scavò a Reate un canale per isfogo del lago Velino. Ecco perchè degl’Italiani gran parte rimasero in fede: quelli che voltavansi contro Roma perchè stanchi di riempirne le file, ben presto si indignavano di dover dare e roba e uomini al Cartaginese, il quale, attento ad occupar le città, massime quelle a mare, trovavasi spesso respinto, o dovea vincerle a gran costo d’uomini e di tempo.
[CONTEGNO SUO E DE’ ROMANI]
[212]
Restavagli di chiedere soccorsi da Cartagine; ma questa n’era dissuasa da Annone, capo della parte contraria ai Barca.—Che bisogno ne ha fra tante vittorie ch’e’ ci ricanta? Non ha egli ucciso ducentomila Romani, fattone prigioni cinquantamila, assoggettato Apuli, Bruzj, Lucani, Campani?» Nè la sola costui gelosia tratteneva il prudente senato cartaginese dall’ajutare Annibale, ma anche il sentire come divenisse pericoloso alla patria cotesto generale, che per proprio conto aveva guerreggiato nella Spagna, ed ora nell’Italia. Conoscendo però di quanto momento alla sua gloria ed a’ suoi possessi fosse quell’impresa, deliberò sostenerlo: ma ad Annibale non bisognavano nuove cerne, bensì un esercito già agguerrito nella Spagna. Di fatto, lasciate le reclute d’Africa a tener fronte ai Romani nella penisola, Asdrubale fratello di lui si mosse co’ veterani: ma gli Scipioni che vi capitanavano i Romani, gli attraversarono la via; impedirono anche Magone, venutovi colle truppe fresche d’Africa; e le vittorie d’Ibera, d’Illiturgi, di Munda salvarono l’Italia da una nuova invasione.
I Romani dalla sconfitta di Canne rimasero sgomentati per modo, che aveano proposto perfino d’abbandonare la patria inauspicata; e un pugno di garzoni nobili già dava lo sciagurato esempio di trasportarsi altrove, se il giovane Publio Cornelio Scipione non fosse riuscito a stornarli. Fabio (racconta Plutarco) spiegando tutta la maestà dittatoria, di cui era novamente rivestito, preceduto da ventiquattro littori, uscì incontro al console Varrone, ringraziandolo non avesse disperato della patria; ma gli ordinò deponesse le insegne di sua dignità, mentre invece faceva mettere agli Dei pomposissimi addobbi, quasi a mostrare che la sconfitta era dovuta al generale e al suo sprezzo per la divinità, non a codardia delle truppe; e che il popolo dovea non ispaventarsi del nemico, ma placare i numi sdegnati. Allora si ricorse ai libri Sibillini, e conforme a quelli prepararono il letto e la mensa agli Dei; si votò una primavera sacra[262]; si rinnovarono tutte le superstizioni etrusche; si sepellirono vivi nel fôro due Greci e due Galli; e così due Vestali violatrici dei voti, e il loro seduttore fu ucciso a vergate dal pontefice massimo.
[PERSEVERANZA DEI ROMANI]
Se a questi segni di sgomento si consolava, Annibale dovette sconfortarsi allorchè intese come quelli ch’eransi salvi colla fuga, furono mandati a servire senza soldo in Sicilia, fintanto che Annibale stesse in Italia: all’ambasciadore spedito a trattar di pace e del riscatto de’ prigionieri, udì rispondere non saper Roma che farne di gente che si era lasciata prender viva; entro la notte uscisse dal territorio romano. E messosi all’incanto il terreno sul quale era piantato il campo cartaginese, fra i compratori sorse gara, come se piede nemico non calpestasse Italia. Di fatto, nel disastro moltiplicano le forze di Roma; a gara si portano gli argenti nel pubblico tesoro; chiunque compì i diciassette anni si arruola; con armi tolte in altri tempi ai nemici, e sospese nei delubri e negli arsenali, sono forniti ottomila schiavi volontarj; Gerone II di Siracusa manda viveri e denaro; Napoli esibisce quaranta pàtere d’oro pesanti trecenventi libbre, trecento moggia di frumento, ducento di orzo, e mille frombolieri che vengono aggraditi. Levate contribuzioni gravissime in proporzione degli averi, proibito ogni lusso d’oro e di vesti, si pensò con uno spediente finanziero riparare alla mancanza di contante. I censori chiamarono al tesoro le ricchezze dei minori, delle vedove, delle non maritate, che stavano deposte in mano de’ tutori, ai quali si rilasciavano dei boni sui pubblici banchieri[263]. Questi viglietti del tesoro giravano sotto la fede pubblica; con essi si fecero gli appalti e i mercati, avendo i fornitori dichiarato non chiederebbero il rimborso che a guerra finita. In tal modo rifluì il danaro, si munirono di navi le coste, si coscrissero da ducentomila uomini, e la somma delle cose fu affidata ancora al valore di Claudio Marcello vincitore dei Galli, e all’animosa prudenza di Fabio Massimo, chiamati l’uno spada, l’altro scudo di Roma.
Annibale non infingardiva a Capua, anzi rattizzava contro Roma le ire degli Italioti non solo, ma dei Sardi, del nuovo re di Siracusa, di Filippo III re di Macedonia. Pure egli decadeva a misura che Roma alzavasi: Marcello potè vincerlo presso Nola, e così ripristinare ne’ guerrieri romani la confidenza. Filippo Macedone, venuto per danneggiare l’Italia, fu sconfitto ad Apollonia dal pretore Levino, e tosto si rimbarcò per riparare a’ guaj che in patria gli suscitava Roma, la quale spediva Marcello a punire Siracusa.
[LA SICILIA RIDE A PROVA]
[214]
[212]
Geronimo, sciocco e dissoluto nipote di Gerone, tiranneggiava in questa; la quale presto si redense coll’assassinarlo. Ne seguirono turbolenze violente: i demagoghi aizzavano contro di Roma in nome della indipendenza; lo perchè Appio Claudio per terra, Marcello per mare l’assediarono per tre anni, Invano per difesa della patria il gran matematico Archimede adoprava l’ingegno (pag. 259); Marcello finalmente la prese, e l’abbandonò al saccheggio e al fuoco. Vi si trovarono più ricchezze che non da poi in Cartagine; e Roma si fregiò delle statue e colonne di colà trasportate. Ai Siracusani parve duro il vedersi castigati per la perfidia dei loro tiranni, e chiedeano che le spoglie almeno fossero restituite; e Manlio Torquato sostenendoli diceva:—Se resuscitasse Gerone, egli così fedele al nostro nome, che direbbe vedendo la sua città sperperata, e Roma adorna delle sue spoglie?» Il senato rispose gliene rincresceva, ma che Marcello aveva operato con buon diritto di guerra: e tutta Sicilia fu ridotta all’infelice condizione di provincia.
[211]
Così le sorti d’Italia si libravano sul mare, in Ispagna, in Sicilia, in Grecia: poi Roma concentrò gran parte di sue forze contro di Capua. Annibale, che intanto avea corso l’Italia ed erasi mostrato fin presso Roma, adoprò tutta sua possa per salvare i Capuani; i quali, dopo ch’ebbero perduta ogni speranza, imbandirono un voluttuoso banchetto, dove i primarj, dopo sollazzatisi, fecero circolare la tazza avvelenata che dovea sottrarli alla vendetta dei Romani, poi altri si ritirarono nelle proprie case, altri stettero insieme sbevazzando, finchè l’un dopo l’altro cadevano estinti. Capua fu trattata senza pietà, priva de’ suoi ornamenti e dei magistrati, molti venduti schiavi, confiscate le terre. Alcuni furono condotti a Roma, dove essendo scoppiato un incendio, ne fu data ad essi la colpa, e coi tormenti indotti a confessare, ebbero l’estremo supplizio.
[PUBLIO CORNELIO SCIPIONE]
[212]
Con ritirata stupenda Annibale, carico di bottino, erasi ridotto nella Daunia e nella Lucania, vicino allo Stretto: ma la sorte di Capua avea aggiunto a’ suoi nemici tanta baldanza, quanta ne sottraeva agli amici. Restavagli a sperare nell’esercito del fratello Asdrubale; ma questo era trattenuto dalla guerra che, altrettanto viva quantunque men rinomata, conducevasi nella Spagna dai fratelli Publio e Gneo Cornelio Scipioni. I quali, ajutati dai popoli insorti che aveano scannato fin quindicimila nemici, prosperavano di vittorie, ricuperarono Sagunto, ma poi sconfitti perirono entrambi. Il caso fece tal colpo in Roma, che niuno ardiva domandare quel comando: ma Publio Cornelio Scipione, di soli ventiquattr’anni, si esibì vendicatore dello zio e del padre. Questo garzone, che doveva ottenere il soprannome d’Africano, di diciassette anni avea salvata la vita di suo padre alla battaglia del Ticino, poi dissuaso i giovani dall’abbandonar Roma dopo la rotta di Canne; rammorbidiva l’eroismo de’ patrizj antichi coll’affabilità della greca educazione; stava coi nobili, ma blandiva la plebe per giovarsene; ai devoti lasciava credere d’essere nato miracolosamente e d’aver comunicazione cogli Dei; coi dissoluti gavazzava; delle leggi, della religione, dei patti sapea valersi e ridersi secondo l’occorrenza; uno di quegli uomini, la cui popolarità e l’esempio possono divenire rovinosi alle città libere.
[210]
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Egli rincorò le legioni; e dicendo che Nettuno glielo ordinasse, traverso ai nemici andò attaccare Cartagena, arsenale e granajo del nemico, e vi pose ad effetto la legge che comandava ai Romani, quando entrassero in una città, di scannar tutti, uomini, animali utili e fino i cani (POLIBIO). Gli ostaggi degli Spagnuoli che vi rinvenne, rimandò con ogni cortesia, e intatte le donne; col che s’ingrazianì i natii. Non potè peraltro impedire che Asdrubale menasse un esercito in Italia con rapida marcia traverso ai Pirenei ed alle Alpi. Roma dunque stava in nuovo frangente: che se era vincitrice nell’Italia meridionale, dove avea preso anche Taranto, sentivasi però esausta da tanti sacrifizj: fin il terreno delle trentacinque tribù circostanti alla città era sperperato; l’Etruria ribolliva; molte colonie latine, logore di tanti sacrifizj, davano lo scandalo di ricusar danaro e uomini; Claudio Marcello, che a sessant’anni aveva voluto dare una nuova battaglia ad Annibale, cadde sul campo. Ma altre colonie latine si professarono disposte a tutto soffrire per Roma; i senatori e i magistrati di questa offrirono quanto avevano d’oro e d’argento, e il popolo gli emulò: si chiesero rinforzi d’ogni parte, e i consoli Livio Salinatore plebeo e Claudio Nerone patrizio guidarono mirabili fazioni. Il primo teneva testa ad Asdrubale con trentacinquemila uomini; Nerone con quarantamila fronteggiava Annibale: ma non esitò di abbandonare la sua posizione per raggiungere il collega, facendo in otto giorni ducensettanta miglia; e menatigli dodicimila uomini, poterono affrontare il nemico a Sinigaglia, e raggiuntolo mentre rampicavasi per la valle del Metauro, l’ebbero sconfitto ed ucciso. Nerone, che per quest’impresa merita luogo fra i migliori strategi, non si addormentò nella vittoria, ma in sei giorni ritornò sull’Ofanto a fronte de’ Cartaginesi, e il teschio ancor fresco di Asdrubale fu dai magnanimi Romulidi gittato nel campo di quel _barbaro_ Annibale, il quale, avendo da Magone ricevuto il cadavere del vinto console Sempronio Gracco, anzichè farlo a brani, come gli si suggeriva, l’onorò di magnifiche esequie, e l’ossa mandò al campo nemico.
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Rincalzato adunque agli estremi di quell’Italia che dianzi scorrea da vincitore, più non poteva Annibale che altalenare sulle difese tra gli Abruzzi, insuperabili qualora occupati da uomini. Ben doveva esser mirabile la prudenza di lui ne’ disastri, se i nemici non osarono assalirlo benchè malconcio e disordinato, e se l’esercito suo, composto di mercenarj d’ogni favella e religione e costumi, e mancante di paghe e spesso di viveri, non gli perdè il rispetto, come avviene al cessare della fortuna. Cartagine delibera un’altra volta d’inviargli soccorsi: e Magone, fratello di lui, con quattordicimila uomini sbarcato a Genova, tenta di trarre dalla sua i Liguri, ed ingrossato penetra nella Gallia Cisalpina, e vi si regge lungamente. Anche in Sicilia spedirono Imilcone: ma la guerra trascinavasi lenta, come allorchè nessuna delle parti ardisce un colpo risoluto. Questo era riservato a Publio Cornelio Scipione.
[PASSA IN AFRICA]
La partenza di Asdrubale aveva fatto agevolezza a questo di sottomettere tutta la Spagna cartaginese fino a Cadice; colà fondò pei veterani la colonia d’Italia presso Siviglia; e la vittoria costante sopra quattro generali e quattro eserciti gli meritò d’esser eletto console innanzi l’età.—Non si potrà finire la guerra d’Italia che collo sbarcare in Africa», pensò egli; e con tal mira strinse alleanza con Siface re della Numidia: ma i vecchi generali di Roma, tra cui anche Fabio Massimo, fosse cautela o invidia, lo contrariavano di maniera che a stento ottenne trenta galee[264]. Alla renitenza del senato supplì l’ardore degl’Italiani, impazienti di porre un termine alle perenni devastazioni delle bande d’Annibale quando più non lo sperarono liberatore. Gli Etruschi disingannati trassero dagli arsenali le armi e gli attrezzi, copiosissimo avanzo della loro grandezza; Populonia somministrò il ferro, Tarquinia le tele, Chiusi, Perugia, Rusella gli abeti, Arezzo trenta migliaja di scudi, celate, pili, cinquantamila aste lunghe, e quante occorrevano scuri, asce, fasci, vasi d’acqua, macinette; sicchè un poderoso armamento Scipione radunò nella Sicilia, mentre simulavasi tuffato nella mollezza e nei piaceri, e sbarcò in Africa.
[SOFONISBA]
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