Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 20
Si narra che i Cartaginesi, quattro anni dopo, mandassero Regolo a Roma per consigliare il cambio dei prigionieri, fattogli giurare che, non ottenendolo, ritornerebbe. Anteponendo al proprio quel che credeva il meglio della patria, egli consigliò il senato di persistere nella guerra, e lasciar morire prigionieri coloro che non avevano saputo conservarsi liberi. Fedele alla parola, tornò a Cartagine, ove acerbe torture punirono la sua fedeltà; e Roma, gareggiando di barbarie, consegnò alla vendetta della moglie di Regolo i prigionieri cartaginesi, ch’ella straziò con lunghi spasimi, finchè l’autorità non glieli ritolse[252]. La gelosia di quel governo di mercanti ci fa meno difficili a credere che i Cartaginesi, sospettosi di Santippo vincitore, come i Veneziani del Carmagnola, lo buttassero in mare: fatto è che più non se ne ragiona.
[GUERRA IN SICILIA]
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Abbandonata allora l’Africa, si rinfocò la guerra in Sicilia. Il proconsole Cecilio Metello battè presso Palermo i Cartaginesi capitanati da Asdrubale, e menò trionfo in Roma: ma poi per otto anni i Romani n’andarono colla peggio, perdendo quattro flotte. La maggiore sconfitta toccarono da Aderbale presso Drepano quando, non volendo gli auguri che si attaccasse battaglia perchè i polli sacri davano malaugurio col non mangiare, il console Claudio Pulcro sorridendo,—Dunque bevano» disse, e feceli gettar in mare. L’empietà scoraggiò i soldati, vinti prima di combattere; e novantatre navi restarono perdute, morti ottomila Romani, prigionieri ventimila. Agrigento fu presa e messa al nulla dai Cartaginesi, i cui generali Annibale e Cartalone mostrarono di congiungere al valore l’abilità. Alfine però i Romani prevalsero, e tutta Sicilia tornò in loro potere. Solo Drepano e Lilibeo, promontorj all’occidente che potevano considerarsi come l’antemurale di Cartagine, furono insignemente difesi da Amilcare, detto Barca cioè fulmine, padre del più famoso Annibale. Postatosi egli sui promontorio d’Erice, senza alleati vicini nè fortezza nè speranza di soccorsi, vi si mantenne cinque anni, e di là corseggiava le coste d’Italia sino a Cuma, e molte volte profligò i Romani. Cartagine per sostenerlo spedì una flotta con danaro e provvigioni, ma con pochi uomini; la quale scontrata da Lutazio Catulo con ducento quinqueremi alle isole Egati, fu posta a sbaraglio. Anche i Galli disertarono da Amilcare ai Romani, che allora per la prima volta assoldarono Barbari.
[BATTAGLIA ALLE EGATI]
Se la popolazione ellenica avesse conservato in Sicilia lo spirito guerresco, avrebbe potuto prendere parte attiva in quella guerra, e Siracusa meritar di riprendere la preminenza nell’isola col soccorrere i Romani non solo di viveri, ma anche di navi. Però da un pezzo erasi contratta l’abitudine di comprare le braccia di Siculi e di Campani, i quali poi essendo divenuti ausiliarj de’ Romani, la Sicilia, eccetto il regno di Gerone, passò a dominio di questi.
In ventidue anni di guerra continua, tra le battaglie, tra la mala pratica, tra la difficoltà delle coste d’Africa, Roma avea perdute settecento galee: Cartagine appena cinquecento, ma scarseggiava di danaro a segno, che il moggio di frumento vendevasi un asse[253]. Roma, benchè diminuita di un sesto di abitanti, costretta ad alterare le monete fin dell’ottanta per cento, con indomita perseveranza diceva:—Non cederò mai; la guerra alimenterà la guerra». I Cartaginesi negozianti calcolarono gl’interrotti traffici e le esuberanti spese, sicchè l’avarizia divenendo ausiliaria dell’umanità, proposero la pace. Roma, che l’aveva rifiutata per consiglio di Regolo, allora l’accettò dopo tante spese e tanto sangue, a questi patti:—I Cartaginesi sgombrino la Sicilia e le vicine isolette; entro dieci anni paghino a Roma duemila ducento talenti (17 milioni di fr.) per contribuzione di guerra; restituiscano i prigionieri e disertori; non moveranno più guerra a Gerone re di Siracusa». Nuovi emergenti li costrinsero a cedere ben presto anche la Sardegna.
[PACE DELLE ISOLE EGATI]
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Il tempio di Giano a Roma fu chiuso, ma poco tardò ad essere riaperto, per non serrarsi più fin ai giorni di Augusto. E prima occasione di rifar guerra fu la spedizione contro gl’Illirj, che corseggiavano l’Adriatico. Roma, esibendosi protettrice degl’Italiani finchè non potesse rendersene padrona, avea fatto accordi con que’ pirati acciocchè non li molestassero; ma quelli seguitavano a predar le navi e le coste. Spedì essa a lamentarsene con Teuta loro regina, vedova d’Agrone; ma costei uccise gli ambasciadori. Subito le si porta guerra, passando per la prima volta il golfo jonio; e vintala, e privata di parte degli Stati, Roma è benedetta dagli Italiani e dai Greci come liberatrice del mare, e da questi ricevuta in cittadinanza ordinaria e ammessa ai misteri eleusini; e passeggia trionfante anche sul campo dove prima non grandeggiava che Cartagine.
[SPEDIZIONE IN ILLIRIA]
Ormai del potere come della ricchezza riguardava essa per fonte prima le armi, talchè dottrina suprema era quella della guerra. In pace non tenea milizia nazionale nè forestiera, anzi era vietato il portar armi entro la città; solo all’occorrenza d’un pericolo, dal console e dal pretore urbano erano chiamati tutti alle armi, collocati dagli edili o dai triumviri criminali ai posti minacciati e alle ronde, col pilo o colla spada: tardi le fazioni introdussero bande di barbari o di schiavi[254]. Ogni cittadino era obbligato alla milizia se non avesse quarantasei anni, o finite sedici campagne a piedi, o dieci a cavallo.
[LEGIONE]
La legione, così detta dal riempirsi d’uomini eletti, variò di numero secondo le età; e da tremilatrecento, di cui si componeva sotto Romolo, fu portata fino a seimila al tempo delle guerre macedoniche. Ordinariamente ciascun console levava due legioni; e più, se ne nascesse bisogno. In battaglia disponevansi in cinque divisioni: nella prima i principi o classici, che in appresso formarono la seconda; poi gli astati; quindi i triarj o pilani; infine i rorarj e gli accensi, dall’armatura leggera (pag. 163). La legione dividevasi inoltre in coorti, manipoli e centurie. Più tardi fu da Mario riordinata la coorte, che contava trenta uomini di fronte e dieci di profondità: disposizione agilissima, e opportuna a qualunque terreno o forma.
[ARMI]
Armi erano le freccie, le frombole e il tremendo pilo, giavellotto di sette piedi, e più lungo pei triarj; lanciato il quale a tutta forza di braccio, colla spada risolvevasi la giornata. Lancia e sciabola erano pure le armi offensive della cavalleria; le difensive elmo, corazza e leggiero scudo. Nerbo degli eserciti teneasi la fanteria: la cavalleria, sebbene formasse talvolta un corpo separato, non servì d’ordinario che a fiancheggiare i pedoni; e la minore abilità dei Romani in questa disajutò le loro imprese contro i Numidi e i Parti. I rorarj, frombolieri ed arcieri ingaggiavano la mischia, poi consumati i projetti, ritiravansi a lato della legione; ed allora gli astati giocavano de’ giavellotti, e mentre i nemici attendevano a liberarne gli scudi ove s’erano confitti, essi gli aggredivano colle sciabole. Che se trovassero valida resistenza, subentravano freschi i principi, da sezzo i triarj; di maniera che il nemico, esposto a tre rinnovati attacchi, mal si poteva reggere. Gli accensi componevano il battaglione di deposito.
Oltre il vivere, i soldati portavano seco i pali per formare la trincea; e dovunque fermassero il piede, munivano il campo con un terrapieno quadrato, e una fossa dieci piedi profonda. Nel mezzo dell’accampamento tendevasi il padiglione pretorio, all’intorno gli uffiziali, indi i restanti guerrieri; e dal centro partivano quattro strade rette, fino alle porte schiuse nella trincea. Nelle marcie procedevasi in colonne; ma se temessero un attacco, si ordinavano in linea, togliendosi nel centro i bagagli. Il soldato romano faceva venti o ventiquattro miglia in cinque ore, con tutto il suo fardaggio, del peso di sessanta libbre. Evitando però quei rapidi passaggi dalla inazione alla fatica, che uccidono tanti dei nostri, negli esercizj usavano armi pesanti il doppio di quelle da battaglia; anche in pace si stancavano a continue opere, massime a tagliare strade; Scauro, riconducendo l’esercito dalle Gallie, lo pose a scavar canali nel Parmigiano e Piacentino per ovviare i dilagamenti del Po.
[DISCIPLINA]
Rigorosissimi erano gli statuti militari. La legge Porcia esimeva dalla bastonatura il cittadino, non il soldato. Quello che avesse gettate le armi, deserto il posto, o combattuto senza comando, era condannato in pubblico giudizio; ma se il generale lo toccasse colla sua canna, gli era permesso fuggire; guaj però se si lasciasse più trovare nel campo! ogni soldato teneva ordine di ucciderlo. Se un corpo avesse mostrato viltà, il generale lo decimava, mandando a vituperoso supplizio uno ogni dieci, tratti alla ventura; agli altri, esiglio ed onta. Lo spirito militare animava ogni cosa; dal senato uscivano i generali come gli ambasciatori; non saliva alla sommità della repubblica chi non avesse fatto dieci campagne: onde le guerre conducevansi con finezza politica, e le assemblee spiravano ardor guerresco; l’ambasciatore nella pace prendeva cognizione del popolo che poi veniva a combattere come generale; quegli stessi che aveano risolto in consiglio, eseguivano in campo. A questo doppio uffizio educavasi la gioventù, armeggiare e discutere, arringar il popolo e disciplinare la truppa, governare, combattere e trionfare. E il trionfo portava al consolato, talchè i generali ambivano le battaglie, il senato ne faceva nascere occasioni coll’intromettersi agli interessi delle nazioni straniere. Colui poi che dianzi avea capitanato un esercito, non isdegnava di servire in quello. Entrando in una nuova campagna, il generale sceglieva i tribuni o vogliam dire i colonnelli, questi gli uffiziali inferiori, onde stringevasi saldamente l’unione fra’ superiori e i soldati; comune sentimento li moveva, speranza comune; e l’entusiasmo per la patria e per la gloria recava ad esser prodi, l’obbedienza al capo rendeva questo onnipossente.
Così il braccio dei forti era diretto dal senno dei prudenti: e mentre l’arte militare in tutti gli altri paesi andava in dechino, avvilita da mercenarj, o regolata per impeti folli di plebe o capricci di tiranni, qui non meno che a guadagnar battaglie provvedeasi a preparare poco a poco la vittoria colla pacifica intervenzione, coi subdoli maneggi, coll’artifiziosa perseveranza in prevenire o sciogliere le leghe, che la gelosia o l’amore dell’indipendenza opponessero alle conquiste.
[NUOVE INVASIONI DEI GALLI]
[299]
Ed ebbero a farne buona prova contro i Galli Cisalpini, i quali profittavano d’ogni disastro di Roma per minacciarla. Dopo respinti dal Campidoglio, eransi tenuti ventitre anni sulla sinistra del Po; poi ricominciarono a molestare il Lazio e la Campania colle correrie. Roma a snidarli, essi a tornare, e un avvicendarsi di attacchi e di sconfitte. Da lunga pezza però mostravano più non pensare a invasioni, quando alcune bande vennero d’oltr’Alpe nella Cisalpina, chiedendo terre:—Queste sono già nostre (dissero i Galli); ma se volete ubertose campagne, la media Italia ne abbonda». Ed essi calarono nell’Etruria, la quale, vinta ma non domata, guardò, come si suole, il nuovo flagello come un alleviamento dell’antico, e propose di prendere i nuovi Galli, quanti erano, al suo soldo contro Roma. Questi accettarono, ma non appena ebbero tocco il denaro pattuito, ricusarono combattere, e ripassarono l’Appennino.
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[295]
[283]
Gli Etruschi, che aveano lasciato trapelare i loro intenti, sentirono d’essere esposti al pericolo, e conoscendo che i deboli non possono resistere ai forti se non coll’associarsi, giurarono la lega coi Sanniti che dicemmo (pag. 201), spedirono ambasciadori a Sinigaglia e Milano per sollecitare ajuti dai Galli, infidi ma necessarj. E gli ebbero, e con loro osteggiarono i Romani per ricuperare l’indipendenza, ma soccombettero al valore di Fabio e Decio. Poco stante, Roma spedì Cornelio Dolabella console a devastare il territorio dei Senoni, uccidendo uomini, donne, fanciulli, quanti incontrasse. Druso portò a Roma molto oro ed ornamenti trovati nel tesoro de’ Senoni, vantando aver ricuperato il denaro con cui era stato ricompro il Campidoglio; e a Seno-gallia venne stabilita una colonia.
[I GALLI]
Fu la prima sul terreno gallico; e mentre serviva di sentinella avanzata, era pure un fomite perpetuo ad intrighi, ed uno spionaggio nella Cisalpina. In questa i Galli fiorivano nell’abbondanza, talchè per quattro oboli vi si comprava una misura di frumento, per due una di orzo o di vino, e nelle locande un quarto d’obolo bastava a pranzare. Fra tali agi smettevano l’antica mania del correre e del conquistare; talchè At e Gall, due re de’ Boj stanziati attorno, a Bononia, avendoli eccitati a romper guerra ai Romani e disfare Arimino, altra loro colonia piantata nel 268, vennero trucidati a furor di popolo.
Eppure quei due consigliavano il meglio della loro gente, attesochè da Arimino e da Sinigaglia i Romani non cessavano di recar molestia ai Galli; posero impacci al commercio, massime a quello delle armi; finalmente il tribuno Flaminio propose che le terre, tolte ai Senoni cinquant’anni prima e rimaste in mano de’ patrizj, venissero compartite fra il popolo, e ridotte tutte a colonie.
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A quest’ultimo colpo si riscossero i Boj, e ordirono una lega dei popoli dell’Italia superiore. Ma i Veneti, gente slava stanziata presso all’Adriatico, ricusarono l’alleanza di questi temuti vicini: i Cenomani, posti fra Brescia e Verona, erano stati guadagnati dal denaro romano: i Liguri, dopo lunga guerra sostenuta colla fierezza ad essi naturale, erano stati dal console Fulvio snidati dagli inaccessibili loro ripari; Bebio li trasse al piano; Postumio li disarmò, non lasciando ad essi altro ferro che l’occorrente ai mestieri. Trovandosi dunque soli, i Boj e gl’Insubri ricorsero ai Galli Transalpini che formavano la lega di Gesda (_Gesatæ_); e Lingoni, Anamani, Boj, Insubri s’accolsero in riva al Po. Minacciati alle spalle dai Cenomani e dai Veneti, una parte dovettero rimanere a difesa: cinquantamila con ventimila cavalli e moltissimi carri scesero per la penisola, giurando di non scingere le spade che in Campidoglio.
Roma sbigottì del _tumulto gallico_, e già prevedea nuovi Brenni e nuove sconfitte di Allia; tanto più che il fulmine colpì la rôcca del Campidoglio, tre lune apparvero in cielo, e i fiumi corsero sangue: onde, consultati i libri Sibillini, credè stornare i minacciosi presagi sepellendo vivi nel fôro Boario un Gallo ed una Galla. La superstizione non arrestava i migliori provvedimenti, e si decretò la leva a stormo per tutta l’Italia, la quale deponeva le gelosie quando importava salvarsi da feroci predoni.
[FORZE DI ROMA]
Qui un importante documento statistico n’è esibito dallo storico Polibio. Secondo lui, il senato si fece presentare i registri di tutte le popolazioni italiche, e ne cavò il prospetto delle forze sì attive che in riserva, e fu siffatto:—Coi consoli stavano quattro legioni romane da cinquemila ducento fanti e tremila cavalli; inoltre trentamila pedoni e duemila cavalli degli alleati; cinquantamila fanti e quattromila cavalli sabini e tirreni, collocati alla frontiera dell’Etruria sotto un pretore. Gli Umbri e Sarsinati dell’Appennino diedero ventimila uomini; altrettanti i Veneti e Cenomani. A Roma teneansi in riserva ventimila fanti e duemila cavalieri fra gli alleati; contavansi presso i Latini ottantamila fanti e cinquemila cavalieri; presso i Sanniti settantamila fanti e settemila cavalieri; presso gli Japigi e Messapi cinquantamila fanti e sedicimila cavalieri; presso i Lucani trentamila de’ primi, tremila degli altri; Marsi, Marrucini, Frentani, Vestini armavano ventimila fanti e quattromila cavalli; di più aveansi in Sicilia e a Taranto due legioni romane da quattromila ducento fanti e ducento cavalieri; e nella popolazione di Roma e sua campagna erano atti alle armi altri ducencinquantamila persone a piedi e ventitremila a cavallo. In numeri tondi risultavano dunque settecento mila fanti e settantamila cavalli[255]. Siccome in caso di tumulto tutti prendeano l’armi, può la popolazione qui indicata stimarsi per un quarto della totale; onde ne risulterebbero tre milioni di liberi. Ma i proletarj, i padri senza figliuoli, i pupilli non erano soggetti al servizio[256]: restava poi a contare lo sterminato numero degli schiavi.
[I GALLI]
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I Galli seppero destramente avanzare tra gli eserciti nemici fino ad Arezzo e a Chiusi: quivi sconfissero sei mila Romani; e già erano a tre giornate da Roma, quando in fierissima battaglia, presso al capo di Telamone nella maremma toscana, furono sgominati; il console Regolo vi perì, ma quarantamila Galli rimasero sul campo, oltre diecimila fatti prigionieri.
[L’INSUBRIA VINTA]
[224]
[222]
[221]
I nuovi consoli, spingendo la vittoria, invasero la Cispadana, poi l’anno appresso varcarono il Po verso lo sbocco dell’Adda, favoriti dai Cenomani. I Galli, ridotti alla lor volta a mezzi estremi, trassero dai tempj gli _immobili_, insegne d’oro fino, venerate come dai Musulmani lo stendardo di Maometto; e intorno a quelli si levarono in massa. Eppure furono vinti ancora presso Clastidio da Marcello, che prese Milano e la restante Insubria da Arimino fin al Ticino, pose grosse contribuzioni, confiscò gran parte del territorio, e potè offrire a Giove Feretrio le spoglie opime del loro capo Virdumaro. Solenne trionfo ne menò Roma, e per meglio santificarlo, scannò ad uno ad uno tutti i prigionieri della gente ch’essa chiamava barbara; sul Po piantò le colonie di Piacenza e Cremona; e vantava:—Noi abbiamo domi gl’Insubri, assicurato il dominio dei due mari che ci separano dalla Spagna e dalla Grecia, occupato l’Istria e l’Illiria, sottomesso al voler nostro tanta Italia, da armare ottocentomila uomini».
Eppure fra poco dovea vedersi ridotta a disputare ad un nemico ostinato fin i terreni circostanti alla capitale.
CAPITOLO XIII.
Seconda guerra punica. Annibale. Sommessione della Gallia Cisalpina e di tutta Italia.
[238]
Piccolo intelletto bastava a comprendere che quella delle isole Egati, più che una pace, era un armistizio, durante il quale Roma si allestirebbe di nuove forze onde all’emula, dopo tolto l’onore e l’influenza politica, togliere e le ricchezze e l’indipendenza. Nella guerra micidialissima, Roma avea perduto cittadini, e Cartagine soltanto mercenarj: ma Roma rifondeasi il sangue versato coll’adottare nuovi figli, mentre a Cartagine, in tempo di pace, i soldati diventavano nemici. Già durante la guerra i mercenarj aveano causato non lievi disturbi ai generali: sicchè questi sotto Agrigento mandarono a macello tre o quattro migliaja di Galli, altri fecero condurre sopra un’isola deserta, e quivi abbandonare. Quando poi, conchiusa la pace, si trattò di congedarli, i Cartaginesi lasciavansi rincrescere tanto esborso; onde i mercenarj mossero contro la città, e in favelle varie, ma con eguale prepotenza chiesero i soldi. Cartagine, pretestando il vuoto erario, esibiva un tanto meno: ma quei forti che avevano sottocchio le ricchezze del popolo più trafficante, e quanto facilmente il loro braccio prevarrebbe alle costoro industrie, s’ammutinano; dalle città africane settantamila uomini si rannodano coi ventimila mercenarj, e stringono d’assedio Cartagine. Sono di quei frangenti, ove la superiorità è restituita agli uomini d’azione; e in fatto la fazione guerresca dei Barca, venuta in dechino in grazia della pace, torna a rivalere; ed Amilcare, rimesso al comando, con ferocia combatte la ferocia de’ mercenarj, e ne fa macello.
[ANNIBALE IN ISPAGNA]
[237]
Vinti questi nemici, restava non meno temibile il loro vincitore. I Cartaginesi, non avendo potuto perderlo con un’accusa, lo mandarono a guerreggiare fra i Numidi. Sottomessa la costa d’Africa sino all’Oceano, di là egli traeva numerose cerne d’Africani, Numidi, Mauritani, imbizzarriti dalla vittoria; e non avendo altro modo d’alimentarli che la guerra e la preda, li menò di qua del mare nella Spagna, ricca di terreno, di commercio, di miniere. Cartagine non se ne diede per intesa, sperando o che il valore conosciuto degli Spagnuoli toglierebbe di mezzo l’esercito pericoloso; o se questo vincesse, non si potrebbe sostenere che ricorrendo alle flotte di Cartagine, e cedendole il frutto delle sue conquiste.
[228]
Campeggiava dunque Amilcare, si può dire, indipendente dalla sua repubblica, e volgeva per la fantasia un’impresa maggiore, suggeritagli dal dispetto d’aver visto la Sicilia ceduta per intempestiva disperazione, e la Sardegna ciuffata dai Romani nel cuor della pace. Ma in mezzo a tali divisamenti rimase sconfitto e ucciso; tolto un gran nemico a Roma, e fors’anche a Cartagine.
[226]
[220]
Asdrubale genero di lui si mise a capo dell’esercito ch’egli abbandonava, e guerreggiò in Ispagna a suo talento; coll’affabilità e coi maneggi più che colla forza trasse dalla sua i regoli del paese, e in faccia all’Africa fondò Cartagine nuova (_Cartagéna_), con eccellente porto e formidabili munizioni, predestinata sede d’un dominio spagnuolo che forse egli ruminava alzare emulo di Cartagine e di Roma. Ma uno schiavo gallo lo scannò a piè degli altari.
L’esercito si tolse a capo Annibale figlio d’Amilcare, giovane ventiseienne, che poteva dirsi straniero alla patria, dalla quale era uscito a tredici anni. Suo padre l’avea formato negli aspri esercizj della guerra spagnuola e nell’odio di Roma; e consacrandolo col fuoco sull’ara di Melcart, gli avea fatto giurare perpetua nimicizia ai Romani. Annibale congiungeva facoltà disparatissime; obbedire e comandare, tenersi cari i soldati e gli uffiziali, divisare un’impresa ed eseguirla; versatissimo in quanto allora sapevasi di tattica e stratagemmi, primo tra i fanti, primo tra i cavalieri; indistinto dagli altri nelle marcie e nell’accampamento, nella mischia distinto per armi e cavallo più vistosi; indomito alle fatiche, primo all’azzuffarsi, ultimo al ritirarsi; senza pietà, senza fede, senza riguardo a santità, a giuramenti.
[219]
Le città di Emporia, Roda, Sagunto, fondate dai Greci nella Spagna, si videro esposte alle ambizioni puniche; onde ricorsero a Roma, che già estendeva la sua politica di là delle Alpi, e che, ingelosita dallo estendersi de’ Cartaginesi in quella penisola, s’interpose, e concordò con essi avesse a considerarsi limite de’ possedimenti l’Ebro, di mezzo alle due potenze restando franca Sagunto, città di origine greco-italica[257]. Annibale, desideroso di romperla coi Romani, ad onta dei trattati assediò Sagunto; i cui abitanti, dopo generosissima resistenza, vedendo disperato della patria, e non volendole sopravvivere, si precipitarono nelle fiamme. Roma stava consultando ancora sul soccorrerla quando la udì perita; onde spedì ambasciadori ad Annibale per lamentarsene, i quali, da lui non ascoltati, tragittarono a Cartagine, chiedendo fosse loro consegnato Annibale, violatore del diritto pubblico. Il senato rispose nol potrebbe quand’anche il volesse; e dicea vero, ma Fabio Massimo Verrucoso, fatto un seno col lembo della toga, lo sporse ai gerusj cartaginesi, e disse:—Qua entro vi offro guerra e pace, scegliete». I gerusj risposero unanimi:—Dia qual vuole»; ed egli, scosso quel lembo, esclamò—Guerra».
[SECONDA GUERRA PUNICA]