Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 2

Chapter 23,673 wordsPublic domain

Anzi sembra che oggi stesso la crosta terrena in molte parti si elevi e si adimi, secondando la marea dell’ignita lava sotterranea. Molte città e regioni ne portano testimonio in edifizj o depressi o rialzati; ma il più bizzarro sono le colonne del tempio di Serapide a Pozzuoli, non solo affondate ora nel mare, sopra il cui flusso posavano, come l’attestano i sottoposti scoli, ma a grande altezza traforate da folladi e terebratule, cui abitudine è di rimanere alla superficie dell’acqua: sicchè fu un tempo in cui anche la loro base sovrastava alle onde, ed uno in cui vi era sommerso lo scapo fin a metà[9]. Tale prova si ripete all’occhio indagatore per tutto il delizioso rivaggio di Baja e Posílipo, e nella roccia calcare di Gaeta e del capo Circeo, convincendo che quelle terre giacquero fin otto metri sotto all’acqua. Ma che? i litofagi stessi nel golfo della Spezia non lasciano traccia al disopra dell’odierno fior d’acqua; prova che l’ondeggiamento non ebbe luogo colà, o nei molti edifizj lungo quella costa, mentre la torre di Santa Liberata a capo Argentaro, certo fondata in asciutto, ora sta sotto al mare; e le paludi mostrano le une avvallamenti, le altre elevazioni di terreno. Qual induzione trarne dunque? che non v’è uniformità nel rigonfiarsi e deprimersi del littorale, ma la crosta è tuttora flessibile, e soggetta a parziali ondeggiamenti.

[ONDEGGIAMENTI]

Di queste disquisizioni c’imputerà solo chi non conosca quanto i procedimenti d’una nazione, non diremo dipendano, ma si assettino alla natura dei luoghi che occupa. E però seguitando diremo come l’Italia continentale dovette lunga stagione rimanere in balìa del Po e degli altri grossi fiumi, i quali, filando da ghiacciaje alpine, lasciarono l’impronta del loro dominio nella profonda ghiaja alluviale, sottostante alla ubertosa belletta della Lombardia e dell’Emilia; e scarnando i monti, elevarono pianure, colmarono valli e seni, e spinsero molto addentro nel mare le colmate; opera che proseguono tuttora a malgrado dell’arte.

[ALTERAZIONI MODERNE]

Vuolsi che nella pianura padovana fluttuasse il mare, da cui sporgevano a guisa di spòradi i colli Eugànei, gruppo trachitico isolato fra terreno terziario d’alluvione, e presso ai quali si colloca la caduta di Fetonte, cioè forse una pioggia di materie vulcaniche e d’aeroliti. Il Modenese pure, sospeso sovra acque correnti, dovette formarsi per rialzamento progressivo[10]; e le sue salse eruttano ancora fanghiglia, acqua salmastra e gas idrogene carbonato. L’Adige fin verso il 600 dopo Cristo lambiva i colli Eugànei, per isboccare al porto di Bròndolo. V’è chi sostiene il Po scendesse alla marina cento miglia più addentro d’adesso, talchè, dopo l’imboccatura del Taro ove cessa di voltolar ciottoli, fosse tutto maremma quel delta, che or accomuna in parte anche coll’Adige. La laguna estendevasi da Aquileja fino a Ravenna, ai confini padovani allargandosi ben trenta miglia, di maniera che riceveva tutti i fiumi dal Po all’Isonzo; i quali poi coi loro interrimenti finirono a distinguerla nelle tre di Aquileja, Venezia, Comacchio. Pel ventaglio del Po, sette canali scaricavano questo fiume a mezzogiorno di Ferrara; poi assottigliatisi i due principali di Primàro e Volàno, s’aprì un nuovo corso avvicinandosi all’Adige in modo da minacciare l’esistenza eccezionale di Venezia, se col taglio di Portoviro non gli si fosse schiusa la gran vena del Po grande[11]. Certo de’ terreni, ove il re de’ nostri fiumi liberamente spagliava, or è mutata del tutto la faccia. Il porto di Ravenna, che bastava a ducencinquanta vascelli dell’impero romano, Jornandes, che ne fu vescovo nel VI secolo, lo vedea convertito in giardino; ed ora la città dista quattro chilometri dal mare; venticinque Adria da quello cui diede il nome; e a gran fatica coi colossali murazzi Venezia si schermisce dai fiotti che ostruirebbero i suoi canali.

[CONFINI E PASSAGGI]

Pochi paesi ebbero da natura frontiere così ben determinate quanto l’Italia, per crescervi una nazione autonoma, dagli stranieri separata pel mare e per le montagne: eppure da quello e da queste le vennero continuamente abitanti, educatori, devastatori, padroni. Polibio, un secolo e mezzo avanti Cristo, indicava quattro passaggi ne’ monti verso la Gallia: uno per le alpi Marittime littorali, aperto vetustamente da Ercole, e dove fu poi tracciata la via Aurelia; uno per le alpi Cozie e la piccola Dora ai Taurini; il terzo pei Salassi di val d’Aosta scandendo il monte di Giove, che ora è il San Bernardo; il quarto pel letto del Ticino. I Romani poi resero accessibili nelle alpi Retiche le vallate del Reno e dell’Adige, e nelle Carniche quelle del Tagliamento e dell’Isonzo; a tacere il littorale adriatico, ove le montagne si chinano fino al mare[12]. Lo svilupparsi delle coste per 5844 chilometri, con tante insenature e con eccellenti porti, e il riuscire poco discosti dal mare anche i paesi dell’interno, rendono l’Italia appropriatissima al commercio, e a divenire potenza marittima. Ma la sua lunghezza di seicento settanta miglia dal Capo Rizzuto fino al monte Bianco, ch’è la più elevata cresta d’Europa, sopra una larghezza che varia da venti sin a trecento miglia; e tanti fiumi e valli che la frastagliano, sembrano disporla a rimanere frazionata in piccoli Stati, quale la sua storia ce la mostra, essendo fin a jeri mancata di quell’unità di governo e di capitale, di cui si compiaciono altre nazioni.

[GLI ASPETTI]

Di qui pure la portentosa varietà di aspetti, che vi ravvicinano il clima di Costantinopoli a quello della Norvegia, vuoi in estensione, vuoi in elevatezza; sicchè tu raccogli limoni e melagrani nelle ridenti morene che fan piede alle alpi Retiche, sulle cui rapinose vette a pena il camoscio raspa qualche lichene di sotto al gelo perpetuo; di nevi s’incorona il Mongibello, le cui spalle sono sparse di scorie, e alle falde non cessa mai l’estate; come delle Madonìe e del Montisori di Sicilia un fianco biancheggia di neve, l’altro fiorisce di aromatiche rarità. Di qui ancora la moltiforme vegetazione: il cupo verde delle conifere spicca dalla corazza delle ghiacciaje, che il Cenisio, il San Bernardo, la Spluga oppongono ai dardi del sole e all’avidità de’ conquistatori; laghi cristallini, ricreati da freschi orezzi e incorniciati dalla perenne letizia dei mirti e degli allori, foscamente spiccanti dall’argentino ulivo, colla montana severità circostante imitano il contrasto della gaja fanciullezza colla pensosa canizie; a mezzogiorno deserti, ove rosseggia la ruvida soda spinosa; a settentrione fragranti praterie subalpine nutrono api, mandre, pecore; tra filari di gelsi cinesi e di pioppe pinate torreggiano in piano le città lombarde; e in limpidi pelaghetti si specchiano giardini a terrazzo, e poggi festonati di pampani quasi per una solennità, e pergolati che schermiscono dalla canicola e dalle protratte aridità del cielo splendidissimo; l’oro di migliaja d’agrumi rileva sul bruno delle boscaglie nella Campania, nel Genovesato, nella Calabria; boschetti di terebinto, di lentischi ombrano le tane de’ Trogloditi; lance di àgave e spatole di cacti assiepano campi, dove pompeggiano spontanei l’oleandro, il pistacchio, le palme a ventaglio e sublimi canne; le roccie irte di fichi opunzj, e i carrubi, e gli aloe sorgenti fin venti metri, e il castano che fa ombrello a cento cavalli, e i datteri di Catania e di Girgenti avvertono la vicinanza dell’Africa; la sorridente guardatura di Palermo e di Mergellina ti fa trovare veramente, com’è in proverbio, _un pezzo di paradiso caduto in terra_. E quando d’un’occhiata abbracci Italia e Sicilia, e tante rade e tanti seni, opportunissimi al comunicarsi della civiltà e delle produzioni; e tanta ricchezza di minerali, tanti agi del vivere, tanti vezzi che invitano d’ogni plaga gli invidianti stranieri, i curiosi del bello, i pellegrini dell’intelligenza; e città sepolte sotto i lapilli, o dimentiche fra gli scopeti e le macìe; ed altre già frequentatissime, or da pochi e poveri abitate; e i porti, da ciascuno dei quali uscivano cento navigli, ed ora appena schiusi a qualche barca peschereccia; e misteri dell’arte non meno stupendi di quei della natura; e memorie d’ogni gente che da settentrione e da mezzodì venne a bagnarla col suo sangue e col nostro; e una città eterna, che signoreggiò il mondo prima per la forza, poi per le leggi, indi per la religione: allora ti senti preso di maggiore affetto per un paese di glorie privilegiate e di privilegiate sventure, e che tre volte risuscitato dalle proprie ruine, nell’operoso silenzio rifà le ali della speranza.

[LA STORIA]

E poichè un popolo tanto più sente la propria dignità quanto è più lungo il tempo a cui dilata la sua storia, diventa un dovere di pietà lo studiar quella degl’Italiani dai primordj fino al presente. E quanti già la raccontarono! eppure senza toglierne la voglia ad altri, avvegnachè ogni età abbia un linguaggio suo proprio, ogni autore un proprio modo di scorgere, di connettere, di valutare i fatti, pur beato chi può dire,—La patria ha inteso il mio!

E noi, quando giovinetti domandavamo ai maestri una storia d’Italia, approvata dai dotti, intelligibile agli indotti, accettata dalla nazione, e non ce la sapevano indicare, un eccelso concetto ci formavamo di questo lavoro di memoria, d’immaginazione, di giudizio, di sentimento; e che a compirla bisognasse raccogliere con erudizione sicura e vagliare con logica sagace le sempre crescenti notizie; le quistioni affrontare con intrepidezza, risolvere con imparzialità; ostinarsi a scoprire, accertare, depurare il vero, volerlo dir tutto, e non dire che quello; evitare i luoghi comuni, pur senza avventarsi nei paradossi, nè sostituire alle osservazioni l’intuizione, alla indagine le divinazioni e i presentimenti, alle particolarità vivificanti le metafisiche generalità; non assegnare a grandi effetti piccole cause, bensì spinger l’occhio nella storia interiore, di cui l’esterna è mero riflesso; non credendola fatale ma neppure fortuita; nello svolgimento de’ fatti cercar quello delle idee, l’eterna realtà sotto alle volubili contingenze; non che disanimarsi a tanto spettacolo di miserie, di bassezze, d’iniquità, a tante esperienze ove al desiderio fallirono le forze o alle forze la perseveranza, riconoscere che la giustizia e il senno di Dio si compiono anche mediante le ingiustizie e gli sbagli degli uomini, e serbar fede a quel progresso cristiano, che, dopo lunghe interferenze, si manifesta in una più giusta economia della società, in una più chiara luce degli intelletti, in una più saggia moralità delle azioni: credevamo infine si dovesse tutto esporre con nettezza, calore, rapidità, atteggiando i personaggi col loro carattere, avvivandoli coll’alito del loro tempo, non coi pregiudizj e i risentimenti del nostro; aspirando a quell’originalità che deriva da verità sentite e volute, espresse senz’arroganza, nella lingua meglio intesa.

[LA STORIA D’ITALIA]

E ogniqualvolta alcuno si segnalasse nel tormentoso esercizio dello scrivere, noi chiedevamo perchè non tessesse una storia d’Italia, onde preparare alla nazione un altro pegno d’unità e di fiducia; onde emendare la febbrile abitudine del leggere a corsa, del credere o negare senza esame, del ricevere per consenso le immagini e le impressioni, anzichè esercitarvi la propria attività; onde prevenire alcuna delle rovinose temerità, che nascono da incommensurabili pretensioni accoppiate con cortissima esperienza.

Principalmente noi v’incalzavamo quel venerabile nostro amico che fu Cesare Balbo, il quale allora dai casi pubblici e dalle accoglienze fatte ai primi volumi della sua _Storia d’Italia_ trovandosi gittato in uno sconforto, da cui seppe poi bene rialzarsi, ci rispondeva:—In un secolo che, educato sistematicamente nello spirito di parte, impugna la verità conosciuta; l’incontestabile critica storica esinanisce colla contestabile controversia politica; ciò che ha formato per secoli la gloria e la venerazione dell’umanità, sacrifica alla parola convenzionale che ogni giorno gli è suggerita da oracoli d’un giorno; in un paese sprovvisto d’opinione pubblica, cioè di sentimenti comuni alla più parte de’ pensanti; con una letteratura vagabonda, ricca d’orpello, scarsa di bontà e d’amore; con una scienza isolata, lineare, di meri dilettanti; con leggitori pregiudicati, creduli, distratti, la cui pazienza a tutto indiscretamente ingojare infonde la sfacciataggine di tutto dire: dove il sentenziar dei migliori si rimette assurdamente a Tersiti, presuntuosi più quanto meno competenti; dove, allorquando il grido de’ nemici accusa, il silenzio degli amici condanna; dove nessuno coadjuva allo studioso, tutti cospirano a menomargli quella fiducia che è la condizione d’ogni riuscita; tra giovani che al grave e al serio preferiscono i dilettevoli nulla e le ammirate inutilità, o che a vent’anni pronunziano scioperandosi quella bestemmia di Bruto, che appena avrebbe senso dopo un’intera vita d’azione; tra adulti che nulla vogliono dimenticare dell’antico, nulla ammettere del nuovo; tra faziosi inesausti di ciance, il cui applauso si carpisce coll’incensare l’amor proprio, coll’impudenza nella ciurmeria, collo sfoggiare gagliardezza contro i deboli; tra intolleranti che, per liberalità fattisi inquisitori, vogliono guardare con un occhio solo, e mutilano la verità per costringerla entro la loro forma; tra riazionarj d’esagerazione opposta, che vi denunziano agli oppressori come contumaci, agli oppressi come codardi; tra avventati che compromettono, e pusillanimi che rinnegano l’avvenire, perciò aborrenti entrambi dall’esperienza; tra il bombo di passioni che non s’illuminano, d’interessi che non si persuadono, come potrebbe sorgere, come perseverare uno storico? Perocchè, oltre non professare altro culto che della verità, altra passione che della giustizia, è dover suo diffondere luce, benevolenza, abitudine del riflettere; salvare e invigorire il senso comune contro il sofisma e l’utopia, cioè il falso in pratica; difendere l’autorità senza vigliaccheria, la libertà senza sovvertimento, l’ordine senza smentire la generosità e il progresso; e di tutta l’opera sua fare un atto d’educazione morale e politica, un esempio di coraggio civile, e di quella tolleranza che è la cortesia della libertà».

Il calcolare le scabrosità di un’impresa è utile finchè se ne induca la necessità d’adoprarvi tutte le forze; è viltà se scoraggi dall’usarle: e mentre aspettando il grand’uomo e l’opera perfetta molti si consumano in isterili rimpianti, perchè non confortarsi di quel proverbio che _Chi fa a potere fa a dovere_? E senza reputarsi da più dei precedenti, nè trovatore di fatti nuovi e di non più concinnati sistemi, uno può assumere la storia d’Italia, purchè con buona fede, con volontà perseverante, coll’affetto di chi parla della cosa più caramente diletta, e insieme colla sincerità di chi teme che il dissimulare i mali tolga di conoscere ed applicare i rimedj; simile a chi, presso ad una madre che altri svenò, poi col sangue trattole scrisse _È morta_, la esplora fra lacrimoso e venerabondo, se mai a qualche guizzo del cuore potesse consolarsi che morta non è.

Da che _popolo_ divenne parola di partito, popolari si dissero lavori impregnati di collera e d’orgoglio, vacillanti di principj, frivoli di concetto, abjetti di forma, chiari forse ma come un ruscello che al fondo lascia vedere il nulla, e dove l’autore si presta complice d’insani pregiudizj e di ridicole pretensioni, anzichè elevarsi a correggere le passioni vulgari, guidare i calcoli, i principj, gli affetti tra l’abuso dell’esame e quello della credenza. Non a questa popolarità aspirano i buoni libri; bensì a comparir decentemente fra intelletti colti, fra donne che si educano per divenire educatrici, fra studiosi che vi trovino lo stillato del senno, della dottrina, della pazienza dei loro pari; fra cittadini che la patria amano da mariti non da vagheggini; fra statisti che sanno la felicità d’un paese non elevarsi solidamente se non fondandola sulle origini sue e sul suo passato.

Dopo di ciò, l’autore abbandona l’opera sua a chi si senta il ruzzo fanciullesco di dilaniarla, o il virile proposito di giovarsene per compirne una migliore. È appuntato d’errori, di dimenticanze? accetta la correzione, ringrazia dell’insegnamento, quand’anche vi manchino quelle forme che gli danno o crescono valore. Trovasi bersagliato dagli estremi opposti perchè, nè minace nè pauroso, rispettando quella degli altri, pretende l’indipendenza del proprio pensiero, e fra due abissi si equilibra soltanto sulla propria coscienza? ascolta a questa che gl’intima «Vien dietro me, e lascia dir la gente»; e alle tribolazioni, che oggi rendono opera espiatoria lo scrivere, si rassegna nel sentirsi sicuro che, se forse ha taciuto cosa che pensava, non disse cosa che non pensasse; certo di errare, ma non di errare apposta; e sovratutto di aver amato e rispettato il proprio tema, e speratone alcun giovamento ai compatrioti che con lui soffrono, lottano, confidano.

E a noi vogliano gl’Italiani perdonare se nei gravi anni ci perigliammo a compiere l’opera, che fu l’esercizio e la mira de’ fiorenti; battendo un sentiero corso da tanti, ma pur con passi nostri. Oh felice quel talento che si guadagna le simpatie, a dispetto della frivola beffa e della sistematica denigrazione! Ma se noi troveremo anche adesso l’affettato frantendere, l’interpretare sinistro, la maliziosa insinuazione, il petulante compatire; se si perseveri ad invidiarci quella benevolenza dei connazionali, che invocammo unici mecenati nella fatica, giudici nelle accuse, conforto nelle speranze, ci rimarrà qual supremo compenso l’esserci procurato questo lungo colloquio col fiore della nazione, con quelli che maturano per un avvenire più ragionevole, più libero, più morale.

Il quale allorchè si schiuderà, sappiano almeno i nostri figliuoli che noi lo vagheggiammo ancora in boccia; e ad inaffiarne il germe portammo una stilla d’acqua che negavamo ai piaceri nostri e all’agevolezza del rimanere in pace coi gagliardi violenti e coi fiacchi stizzosi.

CAPITOLO II.

Dei primitivi Italiani.

[ANTICHITÀ DELL’ITALIA]

Quell’amore di patria, che pare si acuisca quant’essa e più immeritamente sventurata, e che cambia di pretensioni secondo la passione del momento, potè asserire che l’Italia fosse da antichissimo non solo abitata, ma incivilita a segno, che di là partissero i dirozzatori della Grecia, dell’Egitto, perfino dell’India. Non v’è paradosso, a cui non possa imprimere aspetto di probabilità una erudizione o incompleta o mendace, la quale ignori o dissimuli gli argomenti contrarj, contentandosi di soddisfare ai dilettanti, la genìa più numerosa, e la più consueta dispensiera della reputazione, che è l’orpello della gloria. Chi ben vede, a quella ipotesi[13] trova repugnare e la natura dei terreni e le testimonianze storiche; alle quali chi neghi peso quando avverse, non potrà appoggiarvisi quando favorevoli.

I terreni dell’Italia peninsulare si trovavano (lo vedemmo or ora) allo scarco orientale dell’Appennino occupati da paludi, e all’occidentale sommossi da esalazioni vulcaniche; Adige, Ticino, Po e i cento loro confluenti spagliavano a baldanza nella continentale, e il mare penetrava ben addentro in quelle ora ubertosissime pianure.

Documenti di remotissima longevità dove si additano fra noi? La storia più antica, l’ebraica, ci mostra l’Egitto, la Fenicia, l’Arabia incivilite venti secoli prima di Cristo, e non menziona tampoco l’Italia, bensì mette per fede quel che le moderne ricerche d’etnografia, di linguistica e d’archeologia vanno confermando, che la stirpe umana derivi da un ceppo unico e dal centro dell’Asia, donde pe’ varj pendìi si diffuse in tre gruppi, distinti eppur fraterni, designati col nome di Sem, Cam, Giafet. Il primo prevalse per senno, e per avere conservato maggior quantità di tradizioni morali e scientifiche: il secondo, segnalato per industria e cultura, precipitò in tempestiva depravazione: il terzo, famiglia più rozza e meno corrotta, dovea vantaggiarsi dei progressi delle altre.

Della gente giapetica una parte estendevasi nella penisola indiana e nella Persia, mentre un’altra risalì al settentrione, e traverso alla Scizia penetrò nell’Europa nostra. Le lingue parlate in questa, fra cui la latina e l’italiana, s’annettono fra loro per tante affinità di parole e di costrutti, che se ne costituì un solo gruppo, intitolato indo-germanico, di cui le radici sono a cercare fra le misteriose bellezze del sanscrito, lingua sacra dell’India. Che più? questa ricchezza di frutti e di grani, quest’utile e dolce compagnia d’animali domestici, non è indigena dell’Italia, ma seguì le migrazioni, mosse dalla nativa Asia verso il nostro Occidente: nuova conferma al racconto biblico.

[PRIME GENTI]

E già fu tempo quando le origini dei popoli non si voleano cercare che dal genesi mosaico; Noè e suoi figliuoli doveano esser venuti a popolare la nostra patria, e qualche nome che tenesse somiglianza co’ nostrali, bastava a stabilire una genealogia. Fu allora che il Morigia faceva occupare l’agro milanese da Tubal figlio di Giafet, trentacinque anni dopo il diluvio, e fondar la città d’Insubria, detta poi Milano; che Bernardino Scardeonio empiva la Venezia con colonie menate dai figli di Noè; che Noè stesso era fatto giungere in Italia dal Merula, e quivi dal vino denominare Giano[14].

Chi più bada a queste baje de’ frati, nè a quelle degli eruditi che voleano trar le origini ciascuno dal popolo e dalla lingua su cui avea diretto gli studj, dai Fenicj il Mazzocchi, il Martorelli, oltre il Giambullari, il Gelli e gli altri resi famosi col nome di Aramei; dai Celti il Bochart, Guido Ferrari e il Bardetti; nè a quelle dei poeti, che metteano Troja a capo di tutto?[15].

[L’ODISSEA]

Questa città richiama a mente lo scrittore classico più remoto e «primo pittor delle memorie antiche». Omero, guidando il suo simbolico Ulisse a vedere «i costumi e le città di varj popoli», undici secoli avanti Cristo nomina i Siculi come primissimi abitatori del centro della nostra penisola; ma descrivendo le coste di questa, indirettamente ne smentisce antica la civiltà. Caduta Troja, Ulisse, cacciato dall’ira divina fra i Lotòfagi del littorale africano, si propone di ritornare ad Itaca sua patria, isola del mar Jonio. Imbarcato, drizza la prora verso l’isola delle tre punte (_Trinacria_), la quale ricevette nome dai Siculi; e presa terra presso l’ignivomo Etna, v’incontra Ciclopi e Polifemi, cioè gente ferina e antropofago, «che non semina nè pianta, non ha leggi, non adunanze, non navi, ma abita in antri, signoreggiando sulla moglie e sui figliuoli». Campato dal costoro dente, uscito dallo stretto di Messina, approda alle isole Eolie; donde coll’aria di ponente traversa lo stretto che supponemmo si aprisse fra il golfo Scilatico e il Lametico (pag. 16). Poi dai numi irati risospinto pel medesimo varco, sale verso Lamo[16] nel golfo di Gaeta; e da un’altura esplorando il paese, «non vi scorge ovraggio d’uomo nè di bue», ma solo i fumi, probabilmente del Vesuvio. Alcuni de’ suoi seguaci, mandati per informazioni all’abitato, vi trovano i Lestrigoni, giganti che mangiano uomini, e lanciano pietroni enormi.

Perduta la maggior parte de’ compagni, e ripresa via, Ulisse afferra al paese di Circe, che probabilmente è il monte Circeo, «isola circondata dall’immenso mare» che poi interrotto formò le infauste paludi Pontine. Circe, maga che trasforma gli uomini in bestie, cos’altro simboleggia che il vivere ferino? Ed essa consiglia Ulisse di veleggiare col vento di borea ai Cimmerj, ossia nella regione di Cuma napoletana che fu poi così ridente, e che allora dinotavasi come regno delle ombre e dei morti o delle sirene, cioè offriva campo agli sbizzarrimenti della fantasia perchè sconosciuta[17].

[L’ENEIDE]

[LEGGENDA VIRGILIANA]