Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 19
Su quell’isola vantava egli qualche pretensione come genero di Agatocle, e v’era chiamato per resistere ai Cartaginesi: in fatto egli ne li respinse, e accolto a braccia aperte dalle città e dai tirannelli, avrebbe potuto piantarvi un regno; ma il tempo che perdette nell’inutile assedio del Lilibeo, ultimo ricovero degli Africani, dissipò il fascino che lega ai vittoriosi. Quand’egli propose d’imitare Agatocle portando la guerra in Africa, i Siciliani gli perfidiarono; ed esso li ricambiò rubando quanto potè: poi fu lieto di palliar la fuga sott’ombra d’esaudire i Tarantini, i quali, privati della spada di lui, non erano capaci di resistere ai Romani. Salpò dunque: ma l’equipaggio di esso non l’avea seguito che per forza, dicendo essere destinato vittima per salvare dalla flotta punica le navi cariche del bottino; laonde nello stretto si lasciò vincere dai Cartaginesi; e colati a fondo sessanta bastimenti, dodici soli approdarono a Reggio. Pirro, assalito dai Mamertini, trovavasi in così estrema necessità, che a Locri è costretto metter mano al tesoro di Proserpina onde comprar mercenarj: ma rimane sconfitto presso Benevento da Curio Dentato; e Molossi, Tessali, Macedoni, con Apuli, Bruzj, Lucani, Sanniti ornano il costui trionfo, e quegli elefanti pur testè così paventati. Pirro, per rimorso e per l’orrore che n’ebbe il vulgo superstizioso, restituisce il tesoro di Proserpina, e dopo sei anni d’inutile guerra ritorna sfinito e disonorato in Grecia, dove non tardò a mettersi in nuove battaglie, e perirvi. Milone, da lui lasciato nella rôcca di Taranto, non fu sostenuto dagli abitanti; patteggiato, menò via la guarnigione; e Roma prese possesso della città, rubandole quadri, statue, ornamenti dei tempj, e quantità d’oro e di delizie.
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I Romani non interruppero la guerra contro la Lucania finchè non l’ebbero doma; i proprj soldati che erano caduti prigionieri, considerarono come banditi; condussero a Roma quattromila uomini della legione campana che erasi rivoltata a Reggio, e cinquanta al giorno li fecero uccidere senza esequie nè lutto[247]; poi per tenere soggetti Lucani e Campani posero colonie a Pesto, a Benevento, a Brindisi.
Roma che, tre secoli dopo fondata, non erasi impadronita che di Vejo lontana dieci miglia, avea poi concepito l’ambizione di soggettare tutta l’Italia. E poichè il primo passo a ciò dev’essere la cacciata degli stranieri, avea cominciato dallo sconfiggere i Galli, e guerreggiando con essi e coi fieri Sanniti erasi migliorata di tattica; contro Pirro s’avvezzò a non temere gli eserciti scientificamente disciplinati; anzi vantaggiossi dell’arte macedone per imparare a resistere ad urti ben combinati; e sottomesse le deboli leghe della bassa Italia, alleavasi con popoli lontani, e perseverava nella politica sua di incatenare i vinti al carro vincitore.
Ma Pirro, quando abbandonava la Sicilia, esclamò:—«Che bel campo lasciamo a’ Romani e Cartaginesi!» Prevedeva l’accorto come quelle due potenze, cresciute fino a toccarsi, non potessero omai che venire a cozzo, per decidere se il mondo sarebbe dominato dalla stirpe semitica o dall’indo-germana.
CAPITOLO XII.
Cartagine. Prima guerra punica. Sistema militare dei Romani. Conquista dell’Insubria.
Ci cadde ripetutamente menzione dei Fenicj, popoli di schiatta araba, detti Cananei dalla Bibbia, che stanziati tra le falde del Libano ed il Mediterraneo, s’un lembo di paese centrenta miglia lungo e trenta largo ove più, a guisa de’ Veneziani e de’ Genovesi moderni spinsero il commercio animosamente non solo nel mar nostro, ma e nel Rosso e nell’Oceano, e seminarono di colonie e di scali il littorale e le isole da Tiro fin alle Cassiteridi, che oggi diciamo Sorlinghe.
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O fosse colonia spontaneamente partita, o fosse la vinta fazione di re Sicheo, che colla costui vedova Didone o Elisa cercasse scampo e patria altrove, uno sciame di Fenicj fabbricò Cartagine, nel golfo africano che, rimpetto alla Sicilia, è formato dallo sporgere dei capi Bon e Zibib, sopra una penisola fra Tunisi e Utica, il cui istmo si dilata men di quattro miglia. La città crebbe, e divenne l’unico Stato libero che si alzasse mai sulle coste d’Africa, la prima repubblica conquistatrice insieme e trafficante di cui rimanga storia, e che per molti secoli sciolse il difficile problema d’arricchire senza perdere la libertà. Dica pure Strabone che settecentomila abitanti vi furono assediati da Scipione; Cartagine non potè mai contarne meglio di ducencinquantamila. Il quartiere di Megara era tutto a giardini, broli, canali; a sopracapo sorgeva la fortezza di Birsa; il porto militare, scavato a mano e capace di ducento navi da guerra, aveva in mezzo l’isola di Coton, e comunicava col porto mercantile, la cui entrata chiudevasi con catene di ferro.
[CARTAGINE E SUE COLONIE]
Se d’un popolo ci è rivelata l’indole dalla religione, quella de’ Cartaginesi era avara e melanconica fino alla crudeltà; cupe immagini la vestivano; astinenze, volontarie torture, congreghe notturne al bujo, superstizioni dissolute ed inumane. Sotto gli occhi della dea Astarte si prostituivano le fanciulle, e il prezzo vituperevole si accumulava come dote. Melcart, l’Ercole loro, ispirolli a grandi imprese: ma la luce di lui era contaminata da sacrifizj umani, rinnovati a tempi fissi; poi nelle maggiori necessità gli si offrivano gli oggetti più cari. Quando Agatocle li vinse, i Cartaginesi si credettero puniti perchè da alcun tempo scarseggiavano nell’inviare offerte ai tempj in Fenicia, onde a profusione ne spedirono, fin a togliere dai proprj santuarj i tabernacoli d’oro: poi temendo ancora che il dio avesse preso corruccio perchè, invece di fanciulli bennati, gliene immolavano talora di compri, ne sacrificarono ducento delle prime famiglie; e trecento uomini sottoposti a processo, offrironsi spontanei a morire sugli altari. Desolati dalla peste mentre assediavano Agrigento, gettarono molti uomini in mare per calmar Nettuno. Annibale guerreggiava in Italia quando gli si annunziò che suo figlio era designato per l’annuale olocausto; ed egli:—Io preparo agli Dei sacrifizj che saranno più accetti». Invano Dario re di Persia e Gelone di Siracusa posero per patto di pace che i Cartaginesi cessassero d’insanguinare gli altari; la superstizione prevalse, sopravvisse persino alla perdita della gloria e dell’indipendenza.
Qual meraviglia se troviamo i Cartaginesi duri, servili, egoisti, cupidi, inesorabili, senza fede? Alle emozioni generose pareano renderli inaccessi il culto, l’aristocrazia mercantile, l’avidità del guadagno: pure ricordiamoci che la storia loro non ci è narrata che da’ loro nemici. Non è del nostro tema studiarne gl’istituti, nè descrivere il commercio che Cartagine menava estesissimo coll’interno dell’Africa e colle estremità dell’Europa. Assoggettò i barbari abitanti di quella costa, fissandoli in colonie lungo il littorale; e per assicurarsi i viveri, ne teneva di agricole nella Zeugitana e nella Bisacena, ove le derrate europee prosperarono colle africane; sul lembo della Numidia e della Mauritania suoi banchi fortificati a vantaggio di essa trafficavano cogl’indigeni, ed assicuravano la via di terra fino alle colonne d’Ercole, e uno schermo alle navi nel pericoloso tragitto dall’Africa in Spagna. Queste colonie però erano fra loro disgregate, nè parevano accordarsi che nell’odiare la dominante; ond’essa vietava che si cingessero di mura, col che tenevasi esposta alle correrie nemiche: ad oriente poi erravano tribù indomite, simili ai moderni Beduini; ad occidente la minacciavano i poderosi regni di Numidia e Mauritania; sulla costa medesima e a mezzodì le si ergevano emule Tunisi, Aspis, Adrumeto, Ruspina, la piccola Lepti e Tapso, oltre Utica che si conservò sempre indipendente.
Qui consisteva la debolezza di Cartagine: sua forza e suo vanto erano le colonie, piantate ne’ più comodi e più lontani paesi. E prima nel Mediterraneo assoggettò le Baleari, che la fornivano di vino, olio, lana, muli; a Gozzo, a Cherchinesso, a Malta battevano per essa telaj di lino; tutte poi le erano scali al commercio, e rinfresco ai vascelli. In Sardegna fondò Cagliari e Sulci; e perchè ne traeva grani in abbondanza, metalli, pietre fine, la considerava in grado non inferiore all’Africa. Quando i Focesi, insofferenti del giogo persiano, occuparono la Corsica fondandovi Aleria, Cartagine ne li snidò, gelosa di negozianti sì attivi. Pare che anche fuor dello stretto di Gibilterra occupasse nel Grande oceano le Canarie e Madera. In terraferma pose altre colonie; e Annone fu spedito a fondarne una serie lungo la marina occidentale d’Africa dove ora sorgono Fez e Marocco; Imilcone un’altra sul lembo occidentale d’Europa, e forse sino nel Giutland. Dalla Gallia li tennero lontani i Focesi di Marsiglia; ma la Liguria li provvedeva d’eccellenti marinaj: nella Spagna rinnovarono le colonie fenicie dell’Andalusia e di Gade, e vi scavarono miniere a gran vantaggio.
Scopo dunque di Cartagine non era il conquistare come Roma, bensì l’estendere la mercatura e i guadagni, impedire che la popolazione eccedesse, trovare collocamento ai cittadini sprovveduti. Ma come Venezia, a cui in tanti punti conviene, non assimilava a sè i coloni e i sudditi; anzi, per paura di vederli farsi indipendenti, li teneva in dura soggezione, infiacchendo le membra per vantaggio del capo.
[MAGONE]
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Dal piantarsi in Italia furono impediti i Cartaginesi dagli Etruschi e dai Latini. La Sicilia, disgiuntane appena cento miglia, viepiù ne stuzzicava i desiderj, come quella da cui dipenderebbero la sua padronanza nel Mediterraneo, l’approvvigionamento delle armate, e il commercio del vino e dell’olio. Primeggiava allora in Cartagine Magone, che ne creò la forza e il sistema militare, e fu stipite d’una famiglia, illustre per tre generazioni di capitani[248]. Piantò egli colonie in Sicilia; le quali però essendo tenute deboli per la solita paura che si rivoltassero, potevano dar molestia, ma non prevalere alle ricche e indipendenti colonie greche: quando poi Amilcare di Magone fu sbaragliato da Gelone re di Siracusa (pag. 241), i Cartaginesi penarono a difendere le colonie e gli acquisti. E per settant’anni la storia sicula più non fa menzione di loro; poi si riaffacciano poco prima della tirannia di Dionigi il Vecchio, quando ajutarono Segesta contro Selinunte, ed occuparono altre terre. Esso Dionigi e Agatocle, cupidi di unire tutta l’isola, mossero ad essi guerra: pure i Cartaginesi vi tennero sempre un piede; e la loro perseveranza, l’inesauribile forza dell’oro, e le irrequietudini perpetue di Siracusa gli avrebbero anche fatti signori di tutta Sicilia, se avessero posseduto un valente generale. Combattuto con alterna fortuna, nella pace del 383 s’ebbero assicurato un terzo di quell’isola.
[FORZE E CONQUISTE]
Fra ciò Cartagine spiegava e cresceva le proprie forze nelle lotte cogli Etruschi, coi Greci, coi Marsigliesi, poi coi Romani, e fa meraviglia come prontamente si rifacesse delle perdite. Da prima usava solo triremi, poi le ingrandì al tempo d’Alessandro; nella guerra coi Romani n’ebbe di cinque e di sette ordini, colle poppe ornate de’ suoi Dei marittimi, Poseidon, Tritone, i Cabiri. Una quinquereme portava cenventi soldati e trecento marinaj; al remo gli schiavi; prestissima ne’ volteggiamenti. Al persiano Serse somministrò fin duemila navi lunghe e tremila di carico per osteggiare la Grecia. Gli ammiragli però non operavano di pieno arbitrio, ma dipendevano dai generali di terra nelle imprese che voleano concerto, se no dal senato; e le vittorie erano occasione di pubblici tripudj, di pubblico gemito le sconfitte. La cavalleria, perchè costosa, era formata di nobili Cartaginesi, i quali portavano un anello per ogni spedizione fatta: v’avea pure una legione sacra di cittadini riccamente in arnese. Il servizio di terra affidavasi per lo più a mercenarj d’ogni nazione; e sapendo a punto quanto costasse un soldato greco, quanto un africano, un campano, un gallo, mettevano in bilancio il costo di un esercito col frutto che verrebbe da una conquista: al fine della campagna riscattavano i prigionieri, e le spese si pareggiavano colle estorsioni fatte ne’ paesi acquistati. Questa turba ragunaticcia, combattendo fuor del paese natìo e contro gente più povera, non era allettata a disertare; e la diversità di favella e di religione impediva che vi si formassero minacciosi accordi. Ma ne scapitava la disciplina; penoso era il trasportarli per mare; a fronte di truppe disciplinate e nazionali, trovavansi mancare di quel coraggio, che si fonda sul patriotismo e sul sentimento dell’importanza individuale.
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Coi Romani erasi Cartagine incontrata nei mari, fin quando essi, potenti sotto i re, stavano a capo della lega Latina, ed emulavano gli Etruschi: e l’anno della cacciata de’ Tarquinj conchiuse un trattato, pel quale i Romani si obbligavano a non navigare nè essi nè i loro alleati di là dal capo Bon; però i mercadanti loro approdando a Cartagine, sarebbero immuni da balzelli; le vendite avrebbero pubblica fede; otterrebbero giustizia ne’ paesi siculi, sottomessi ai Cartaginesi; questi non recherebbero danno ai popoli d’Anzio, Ardea, Laurento, Circei, Terracina, o a qualunque latino di loro dipendenza, nè torto alle città libere; non fabbricherebbero fortezze in paesi de’ Latini, e se vi entrassero armati, non vi pernotterebbero. In un secondo trattato vi furono inchiusi i popoli di Tiro, d’Utica e i loro alleati: «i Cartaginesi, se prenderanno qualche città latina non dipendente da Roma, la cederanno a questi, serbandosi l’oro e i prigionieri: se facciano prigionieri sopra un popolo in pace con Roma, ma non sottomesso, non lasceranno che entrino ne’ porti romani; entrandovi, se un cittadino li tocchi, diverranno liberi; altrettanto si adoprerà dai Romani, che non fabbricheranno città in Africa e in Sardegna; potranno però vendere e comprare nelle terre cartaginesi al par de’ cittadini, e così viceversa quei di Cartagine». Questi trattati confermaronsi giurando i Cartaginesi pe’ loro Dei, i Romani per la pietra (διὰ λίθον), simbolo primitivo di Giove; cioè, tenendo una pietra in mano, uno diceva:—Se giuro il vero, ogni cosa mi accada prospera; se penso diverso da quel che giuro, gli altri godano la patria, le leggi, i beni, la religione, le tombe, ed io solo sia respinto come ora fo con questo sasso»; e lo lanciava.
I quali documenti preziosi[249], che sono il più antico testimonio della repubblica romana, basterebbero a convincere di falso la comune degli scrittori che, duranti i re, ci presentano come ancora in fasce quella Roma che qui ci appare qual potenza marittima, e signora d’alcuni, protettrice degli altri popoli latini.
[RELAZIONE DI CARTAGINE CON ROMA]
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Niuno però s’affretti a conchiudere che Roma avesse legni grossi, giacchè gli Stati barbareschi, che su quel lembo d’Africa sgomentarono fin jeri anche le maggiori potenze europee, non adopravano navi di linea: Roma poi stipulava forse come capitana della federazione latina, cioè di popoli provvisti di marina, benchè essa ne mancasse; e se pur l’ebbe, dovette lasciarla deperire, talchè n’era sguarnita tre secoli più tardi. In fatto quando Pirro invase la Sicilia, Roma e Cartagine stipularono che nessuna patteggerebbe coll’Epiroto senza concorso dell’altra; Cartagine _in caso di bisogno_ somministrerebbe navi, ma non imbarcherebbe senza consenso di Roma. Credendo caso di bisogno il cacciar Pirro quando minacciava Roma, i Cartaginesi mandarono ad Ostia trenta galee; ma i Romani ringraziando le rinviarono, temendo portassero via schiavi e spoglie italiane.
[PRIMA GUERRA PUNICA]
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Intente ognuna ad escludere l’altra da’ suoi territorj, le due repubbliche trattavano da pari a pari; che se Roma sentiva la preponderanza d’uno Stato guerresco sopra uno trafficante, Cartagine aveva tesori per comprare truppe quante volesse, oltre la indisputata prevalenza sul mare. Sarebbero dunque potute ciascuna seguitare la propria strada senza venire a cozzo; ma a guastarle offrì ragioni la Sicilia, secondo avea predetto Pirro. Di quell’isola, agitata ora dalla tirannide di despoti, ora dalla tirannide della libertà, spartivansi allora il dominio i Cartaginesi, i Siracusani del re Gerone II, cui obbedivano anche Leontini, Acre, Megara, Elori, Taormina, e i Mamertini ricoverati al Peloro. Questi ultimi erano stati sconfitti e ridotti all’estremità da esso Gerone; nè più serbando che Messina, risolsero di cedergliela: ma quand’egli s’avanzava per occuparla, Annibale generale dei Cartaginesi il tenne a bada, e intanto spedì ad invadere la città. Posti fra due fuochi, i Mamertini, siccome Campani che erano, volsero gli occhi all’Italia, e chiesero ajuti a Roma.
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Gli onest’uomini dissuadevano i Romani dall’ingiusta intervenzione, e dal sostenere a Messina quei Mamertini, di cui la perfidia aveano punita a Reggio; ai politici invece arrideva quest’occasione di fare acquisti, e di mortificare Cartagine: il senato ricusò, il popolo volle, e preponderando già la democrazia, fu risolta la spedizione. Anche i Mamertini già n’erano pentiti; ma il console Appio Claudio Caudice, figlio del Cieco, imbarcò le legioni su vascelli della Magna Grecia o su zatte. La flotta cartaginese e una tempesta disperdono l’armamento; e Annone, ammiraglio della casa di Magone, tenta ridestare l’onoratezza romana col rinviare i vascelli presi, movendo insieme querela dei patti violati, e professando che Cartagine non lascerebbe mai Roma impadronirsi dello Stretto. Ma Appio Claudio si ostina all’impresa; eludendo la vigilanza dei Cartaginesi, su navi della Magna Grecia si tragitta; sbarcato, vince Gerone così presto, che questo confessa non avere tampoco avuto tempo di vederlo. Esso re, comprendendo quanto dell’amicizia d’un popolo senza navi gli tornasse miglior conto che di quella de’ Cartaginesi, restituì i prigionieri, pagò le spese della guerra, e strinse e serbò fedelmente alleanza coi Romani. I quali, violando il diritto pubblico, occuparono il porto di Messina, e sotto finta di parlamento arrestarono Annone, che per riscattarsi fu obbligato a farne uscire la guarnigione.
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Ai Romani allora brillò la possibilità di snidare i Cartaginesi dall’isola; e mandatovi i due nuovi consoli con quattro legioni, in meno di diciotto mesi ebbero prese sessantasette piazze e fortezze e la grande Agrigento, difesa da due eserciti di cinquantamila uomini, comprati dalla Spagna, dalla Gallia, dalla Liguria. Come dovette starne la Sicilia, corsa da tante truppe, e dove la guerra esercitavasi con tale inumanità! Nella sola Agrigento, la cui espugnazione costò ventimila vite ai Romani, questi vendettero venticinquemila liberi: Annone, non potendo ottenere che i nemici gli rendessero la carpita Messina, avea fatto passar per le spade quanti Italiani servivano sotto le sue bandiere: Amilcare, udendo i Galli da lui assoldati mormorare, gl’invia a metter a sacco Antella, ma di nascosto ne dà avviso ai Romani, che gli appostano e trucidano; scelleraggine che gli antichi encomiarono come bella trovata di guerra. Di simil genere stratagemma avea usato re Gerone: mal volentieri soffrendo gli stranieri inquieti arrolati fra le sue truppe, quando aveva ad assaltare i Mamertini, divise l’esercito in due, i Siracusani distinti dagli assoldati; a capo dei primi mosse l’attacco, lasciando gli altri esposti ai Mamertini, che li fecero a pezzi[250]. Così continuo traspare negli antichi il disprezzo della vita dell’uomo!
Ai Romani fu ben tosto chiaro che non potrebbero acquistare nè conservare la Sicilia, e schermir la costa e le città dalla flotta cartaginese, senza una marina. Una galea cartaginese naufragata offerse loro il modello, legnami l’Appennino, perseveranza la natura loro: in sessanta giorni ebbero costruiti centrenta vascelli, ben presto esercitata la ciurma; e per elidere l’esperienza dei nemici inventarono i corvi, certi ponti che dall’albero di prua violentemente calando sulla nave nemica, vi si conficcavano con branche e arpioni di ferro, e la attaccavano alla romana, in modo da ridurre il combattimento a duelli, siccome in terraferma.
[DUILLIO]
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Così racconta la storia miracolaja, ma è più probabile che di navi li provvedesse Gerone II, potente sul mare. Comunque sia, il console Duillio Nepote riportò presso Lipari la prima vittoria marittima; cinquanta legni nemici presi o colati a fondo, tremila uomini uccisi, settemila prigioni: in memoria del quale successo fu eretta a Duillio una colonna ornata di rostri, e concesso per tutta la vita che la sera fosse ricondotto a casa coi fanali a suon di trombe. La fortuna durò prospera negli anni susseguenti, prendendosi Lipari e Malta, poi la Corsica e la Sardegna.
Annibale, comandante alla spedizione cartaginese, riconducendo in patria le misere reliquie della flotta, dopo perduto sin la capitana, sentivasi sovrastare la punizione che Cartagine soleva infliggere agli sconfitti; onde spedì innanzi un messo che al senato espose:—Il console romano guida una flotta numerosa, ma di vascelli goffamente costrutti, e con certe macchine mai più vedute. Annibale vi domanda se deve dargli battaglia.—La dia (risposero i governanti ad una voce), e punisca i Romani dell’averci assaliti nel nostro elemento». Allora il messo:—La diede, argomentando egli pure come voi, e fu vinto». Ciò valse l’assoluzione dell’ammiraglio sfortunato.
[ATTILIO REGOLO]
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Già Agatocle avea mostrato come Cartagine si trovasse mal provveduta contro chi l’assalisse sul proprio terreno, ove le colonie oppresse o le città rivali ajutavano chiunque la minacciasse. Roma dunque decretò uno sbarco in Africa, sebbene il console Marco Attilio Regolo fosse costretto ricorrere a minaccie e punizioni per indurre i soldati a quel che loro pareva troppo lungo tragitto, e spaventevole pei mostri che diceasi popolassero le arene libiche: e sebbene i tanti Italiani, che Roma obbligava al remo sulle sue galere, macchinassero insieme cogli schiavi una sollevazione, che solo il tradimento sventò[251], Regolo con quarantamila uomini montati su trecento trenta galee sbaragliò ad Ecnomo la flotta cartaginese di trecencinquanta galee con cencinquantamila uomini, e sbarcato in Africa, ebbe presto assoggettate ducento città, e fin Tunisi, forte per posizione e per mura, dove pose il quartier generale. Cartagine, folta di gente fuggita dalla campagna, e vedendo le aquile romane piantate fin sugli spaldi della vicina Tripoli, chiedeva pace, e Regolo avrebbe potuto dettarla qual Roma la conchiuse dopo tredici altri anni di guerra e centomila morti; ma geloso di non lasciare altrui la gloria di un’impresa da sè cominciata, rispose, allora solo sospenderebbe le armi quando più non rimanesse loro un vascello sul mare. Arroganza indegna di buon capitano, dalla quale ridotti a disperazione, i Cartaginesi chiamarono al comando uno straniero, Santippo di Sparta. Costui conobbe che l’inferiorità non veniva da fiacchezza dei Cartaginesi o da valore dei Romani, bensì dal mancare di tattica e di strategia; insegnò a ben valersi degli elefanti e della cavalleria; e tratti i Romani al largo, li vinse presso Tunisi, e ridusse prigioniero il console stesso.