Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 17

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Aveva egli pensato riformar il paese non colle idee di Pitagora e di Platone, sibbene colla dorica severità; ma i costumi erano guasti a segno, che mal potea reggere chi non avesse tante virtù quante Timoleone. Appena egli chiuse gli occhi, tutto fu scompiglio dentro e fuori; ed Agatocle se ne valse per tiranneggiare. Quest’era un fanciullo raccolto sulla via, serbato a infami usi, poi applicato al mestiere di vasajo; ma coll’astuzia e colla forza si fece largo, e salì al dominio, e il tenne a lungo, affettando popolarità; cassò i debiti, e distribuì terre agl’indigenti; nè diadema volle nè le guardie, dava facile accesso a tutti, e facevasi servire in vasi di argilla per ricordare l’origine sua; ma nel medesimo tempo sterminava gli aristocratici e i fuorusciti delle varie città, inevitabili fomiti di civili scompigli.

[311]

Al pari di Dionigi, sentì che l’impresa più nazionale era il respingere gli stranieri, e difatto fu alle mani coi Cartaginesi: ma questi, sebbene in sulle prime andassero dispersi da una procella, tornati sotto la scorta di Amilcare, sconfissero Agatocle, ed assediarono Siracusa. Che fa l’ardito? con truppe elette sbarca sulle coste d’Africa, arde le navi acciocchè non rimanga altro scampo che la vittoria, e vi continua quattro anni la guerra senza fare parsimonia d’atrocità e tradimenti. Ma le città greche di Sicilia disturbarono l’impresa col rivoltarsegli: ond’esso ritorna, lasciando in Africa l’esercito, che subito va alla peggio, e che indispettito del vedersi abbandonato, ne strozza i due figliuoli, e si arrende ai Cartaginesi. Agatocle si vendica strozzando in Sicilia i parenti de’ soldati, e restaura l’obbedienza in paese e la pace co’ nemici.

[306]

Anche in Italia spinse correrie, assalì Crotone, vinse i Bruzj, saccheggiando e ritirandosi. Non diremo con Timeo che a fortuna soltanto sia dovuto il suo elevamento; ma deturpò con sanguinarie crudeltà le splendide doti del suo animo. La pace che mantenne con mano di ferro, mostra se conosceva il suo paese; quanto conoscesse gli avversarj, il mostra l’audace suo sbarco in Cartagine. Onde Scipione Africano che poi l’imitò, richiesto quali eroi avessero mostrato più senno nel disporre i disegni, e più giudizioso ardimento nel compirli, nominò Agatocle e Dionigi il Vecchio.

[289]

[280]

Arcàgato suo nipote lo avvelenò, e ne assunse il dominio; ma poco stante costui è assassinato da Menone, che tenta farsi proclamare dall’esercito: assalito però da un altro Iceta, rifuggì tra i Cartaginesi. Iceta governò per nove anni col titolo di stratego della repubblica; poi Tinione s’impadronì del potere, disputatogli da Sosìstrato.

[ALTRE CITTÀ SICILIANE]

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Di mezzo a ciò nuovi tiranni erano sorti in quasi tutte le città. Agrigento, risarcitasi alquanto della distruzione sofferta, fu corifea della lega contro Agatocle, poi soffrì la tirannide da Fintia, che soccombette a Iceta. Gli stranieri che militavano al soldo di Agatocle, ajutati dalla scissura e dalle varie tirannidi, s’insignoriscono di Messina, e invaghiti di sì opportuna postura, scannano gli uomini, vi si stanziano col nome di Mamertini, e sottopongono gli Stati limitrofi, sostenuti da una legione romana che avea fatto in Reggio quel che essi in Messina. I Cartaginesi scorrono fino alle porte di Siracusa; onde questa chiama in soccorso Pirro re di Epiro, sposo di Lanassa figlia di Agatocle, le cui imprese ci saranno divisate più tardi.

Le altre città siciliane procedettero come satelliti delle due principali. Erano famose pei vini Taormina e Leontini, città voluttuose e di territorio ubertosissimo. Catania grandeggiò sul suo golfo, sinchè la lava dell’Etna non la sovvertì. Ibla, fabbricata da Greci di Megara, traea vanto dal miele, emulo dell’ateniese d’Imetto. Camarina era infestata e difesa da una palude; dato scolo alla quale, restò salubre, ma esposta ai Siracusani che la distussero. Con miglior fortuna Empedocle sanò i marazzi attorno a Selinunte. Erice visitavasi per la voluttuosa divozione di Venere; ne traevano lautissimi guadagni le schiave devote, la cui bellezza vive tuttora nelle donne del monte San Giuliano, popolato anche adesso dalle colombe, sacre alla dea d’amore. Allo scarco del monte su cui poggiava Erice, sorgeva Egesta, che avendo ricusato denaro ad Agatocle, vide i migliori cittadini mandati a strazio, fatte a brani le donne, venduti i figliuoli in Italia. Il suo nome fu dai Romani mutato in Segesta, perchè quei fieri superstiziosi impaurivano dinanzi a un vocabolo malaugurato qual era questo, somigliante ad _egestas_, come Malevento cambiarono in Benevento. Di qui era nativa Laide, che a dodici anni trasferita a Corinto, divenne famosissima cortigiana; e i pittori accorreano per copiarne alcune bellezze. Imera vantavasi pei bagni caldi, e per aver dato la culla al poeta Stesìcoro. Allorchè i suoi concittadini voleano chiedere ajuti al tiranno Falaride contro i loro vicini, il poeta narrò loro la favola del cavallo, che volendo combattere l’orso, si tolse in ispalla l’uomo; riuscì vincitore, ma l’uomo aveva imparato a mettergli il morso e tenerlo schiavo. Enna, forte di mura, ridentissima di circostanze, celebrava con annue solennità le feste di Cerere, dea che quivi era nata, e la cui figlia era stata rapita mentre pe’ campi suoi coglieva fior da fiore.

[PRODUZIONI]

Fenicj e Cartaginesi facevano dapprima in Sicilia vivo traffico d’asportazione; poi le colonie greche vi aumentarono l’industria. Le accennate favole sono argomento che da antichissimo vi si coltivavano il grano, l’ulivo, gli aranci; e il titolo di granajo d’Italia allude alla sua fertilità, tantochè nove milioni di sesterzj Roma vi spendeva ogni anno in grani[227]. Gelone offrì nutrire l’esercito greco tutto il tempo che durerebbe la guerra co’ Persiani. Gerone II ai Romani, dopo sconfitti al Trasimeno, regalò trecenventimila moggia di frumento, e ducentomila d’orzo. Diodoro attribuisce la prosperità di Agrigento all’olio e al vino che spacciava in Africa, dove ancora non erano naturati. Ne’ tempi storici, Anassila introdusse in Sicilia le lepri, e Dionigi il platano[228]. Riccamente vi facea lo zafferano, che contandosi pel più bel colore dopo la porpora, e per ingrediente prezioso delle vivande e de’ profumi, otteneva grande importanza, come anche l’abbondantissimo e squisito suo miele, quand’era ancora sconosciuto lo zuccaro. Favole e storie accennano ai copiosissimi armenti siciliani ed ai formaggi: i cavalli, massime di Agrigento, erano in gran nominanza, e in tal numero, che negli eserciti siciliani la cavalleria sommava a un decimo de’ pedoni. Inoltre v’abbondavano metalli, agate, oggetti di lusso; e Roma, già avvezza ai trionfi, stupì delle dovizie trovate nel saccheggio di Siracusa. Questa abbiamo detto di quanto popolo fosse ricca; ed altrettanto erano in proporzione Agrigento, Gela, Imera, Catania, Leontini, Lilibeo; Dionigi radunò sessantamila operaj dalle circostanze di Palermo.

[LETTERATURA]

Il fiore delle belle lettere in Sicilia prevenne quello di Grecia, e il dialetto dorico vi fece le migliori sue prove[229]. A Sparta ogni anno pubblicamente leggeasi il trattato della _Repubblica_ di Dicearco da Messina[230]. Epicarmo, fiorito nel 500, è il primo o dei primi che desse forma regolare alla commedia; metteva in canzone numi ed eroi[231]; trattava quistioni politiche, svolgendole in catastrofi ben derivate, dipingendo caratteri, intarsiandovi proverbj antichi e sentenze de’ Pitagorici, formando insomma quella mistura di lepido e di profondo che oggi è tanto pregiata quanto scarsa. Sofrone inventò i mimi: Corace e Lisia furono primi ad istituire scuole di retorica, della quale fu sì pronto l’abuso: e già Polo d’Agrigento è introdotto da Platone nel _Gorgia_ a sostenere che l’interesse personale è la misura di tutto il bene; vantare la retorica perchè permette all’oratore di appagare tutti i suoi capricci, opprimere gli avversarj, e farli esigliare ed uccidere.

[TEOCRITO]

La poesia pastorale fu creata in Sicilia da Stesìcoro, e più tardi perfezionata da Teócrito, il quale con bellissimi versi sembrò rinnovare l’illusione de’ giorni fortunati, quando l’isola del sole godeva la pace e la tranquilla agiatezza de’ campi. Mirabile per la testura del verso e l’ingenuità della frase, non sempre egli evita le arguzie e i giocherelli di parole, delizia dei secoli di decadenza; ma è il solo fra i bucolici che abbia saputo farsi originale coll’esser naturale, essendo i suoi veramente pastori, a differenza di quelli di Virgilio, di Gessner, di Voss, e ancor più di quelli del Guarini e del Sannazzaro, che tradiscono la finzione col mostrare per la vita loro un appassionamento, non proprio se non di chi ne provò una diversa. Pure gli idillj di Teocrito sentonsi dettati alla splendida Corte di Tolomeo, alle lodi del quale e di Berenice dirizza continuo i pastorali accordi; e mira a dare risalto alla regia pompa col contrapposto della boschereccia semplicità, ed ingrandire la meraviglia delle feste col porne la descrizione in bocca di gente grossiera e stupita. Il panegirista della ingenuità campestre non ha vergogna di mendicare, e dire a’ suoi principi:—La musa mia negletta rimane nella solitudine; incoraggiatela, e saprà presentarsi con nobile confidenza».

Men pastorali e meno ingegnosi sono gl’idillj di Bione da Smirne e di Mosco da Siracusa, somiglianti piuttosto ad elegie o a canti mitologici.

[SCIENZE]

Nè minor fiore ebbero in Sicilia le scienze. Già indicammo quante verità custodissero e trasmettessero i Pitagorici, applicando le matematiche alla fisica, fin a scoprire il vero sistema mondiale. In fatto Iceta da Siracusa, anteriore al naturalista Teofrasto, conobbe la rotazione della terra; Empedocle adombrò l’attrazione e repulsione newtoniana coll’amore e la discordia da cui fa generare i moti del mondo, e pare non ignorasse i fenomeni dell’elettricità[232]. L’analisi geometrica e molte scoperte guidò Archìtada Taranto[233], che abbiamo veduto spesso a capo degli eserciti e del governo della sua patria.

Gerone II mandò a Tolomeo Filadelfo re d’Egitto un vascello a venti ordini di remi, che superava ogni costruzione egizia in agilità e in meccanismi ingegnosi. Per esso fu tagliato sull’Etna tanto legname, quanto basterebbe a formare sessanta galee: v’avea splendide camere con trenta tavole da quattro persone (τετράκλινοι), pavimento a tarsìa rappresentante la guerra di Troja, gabinetti di voluttà, solati di agate e altre pietre di Sicilia, gallerie di quadri, scuderie, magazzini, cucine, forno, orologio, passeggio con giardino. Era disegno di Archimede, il quale forse inventò a quell’uopo le taglie e la vite perpetua; v’aggiunse un apparecchio da guerra, cingendolo d’una specie di cortina, con macchine che lanciavano travi lunghe venti piedi, e sassi pesanti cenventicinque libbre, alla distanza di cenventicinque passi[234].

[ARCHIMEDE]

287-212

Questo Archimede segnò orme indelebili nella storia delle scienze; sebben nelle lettere onde accompagnava i varj suoi libri, attesti che molte cose avea non inventate, ma apprese. Le teoriche sue sono oggi ancora il fondamento dei metodi per misurare gli spazj terminati da linee o da superficie curve, e il loro ragguaglio con figure e piani rettilinei, fissando il rapporto della periferia al diametro come ventidue a sette. In due maniere indipendenti trovò la quadratura della parabola; nel trattato sulle spirali elevossi a considerazioni più ardue, conducendo le tangenti e misurando le aree di curve che oggi riguardiamo come trascendenti; tanto che Vieti l’accusava di falso, sinchè il calcolo differenziale e l’integrale provarono l’esattezza de’ risultamenti. Dimostrò che, se la sfera sia circoscritta al cilindro, il rapporto tra la superficie e i volumi è lo stesso, cioè due terzi: del quale teorema, che ancora è il più elegante della geometria elementare, tanto egli si compiacque, che volle queste due figure scolpite sul suo cippo funereo. Provò che in ogni sistema di corpi esiste un centro di sforzo e di gravità, e lo determinò nel parallelogrammo e nel triangolo, col che sottopose alla meccanica razionale tutti i problemi relativi all’equilibrio dei solidi.

L’_arenaria_ sua avrebbe aria di nulla meglio che un giocherello di curiosità, dirigendosi a confutare chi diceva che nessun numero, per quanto grande, basterebbe ad esprimere la quantità delle arene: pure Archimede, formando una progressione numerica, per la quale esprimere quanti granelli se ne richiederebbero onde colmare la volta del firmamento, ridusse sensibili i concetti che si avevano intorno al sistema del mondo, e applicò il calcolo a conoscere il diametro del sole; tanto più mirabile perchè all’aritmetica greca mancavano figure onde esprimere di là dai cento milioni[235]. Non è fuori di probabilità che siano dovute a lui la prima idea della rifrazione astronomica, e le più antiche ricerche sulle equazioni indeterminate.

[DOTTRINE E INVENZIONI DI ARCHIMEDE]

Volendo Gerone II chiarirsi se l’orafo, incaricato di fargli una corona, v’avesse impiegato tutto l’oro somministratogli, chiese ad Archimede se vi fosse modo di accertare le proporzioni della lega. E Archimede vi pensava come chi desidera riuscire, cioè giorno e notte, finchè nel gettarsi in un bagno, gli brillò agli occhi l’idea del peso specifico, e ne giubilò a segno, che così nudo balzò fuori, e corse attorno, gridando:—L’ho trovato, l’ho trovato». Vera o no che sia la storiella, torna ad Archimede il merito d’aver inventata e coordinata l’idrostatica; scoprì che ogni particella d’un fluido è premuta da una colonna del fluido stesso sovrappostale verticalmente, e che la porzione più compressa respinge la meno. Accertato il qual vero dall’esperienza, avvertì che un fluido, pesante verso il centro del globo, deve offrire una superficie sferica; e che un solido, il quale pesi quanto un egual volume di liquido, si sommergerà, mentre quelli che pesano meno ne emergeranno in proporzione: dal che inferì giustamente, che i corpi sommersi trovansi risospinti con una forza rappresentata dalla differenza tra il loro peso e quello d’un volume eguale di fluido, e che ogni solido immerso perde tanto di gravità, quanto pesa il volume d’acqua che sposta; fondamento dell’idrostatica.

Progredendo, chiarì che i corpi sospinti da un fluido, salgono per la perpendicolare che passa pel loro centro di gravità, onde colla geometria potè determinare qual figura meglio s’addica ai galleggianti, affinchè inclinati si raddrizzino: canone fondamentale nella costruzione de’ vascelli, che Eulero e Bouguer ampliarono, ma che sta ancora qual lo pose il grande Italiano.

A lui pure torna il merito delle prime nozioni scientifiche intorno alla barologia, almeno dei solidi; poichè, generalizzando l’osservazione volgare, egli primo stanziò che lo sforzo statico prodotto in un corpo dalla sua gravità, o vogliam dire il suo peso, dipende dal volume, non dalla forma superficiale: nozione che oggi ne pare semplicissima, e che pure fu il germe d’una proposizione capitale, a cui non venne dato compimento se non allo scorcio del secolo passato; vale a dire che il peso, non solo è indipendente dalla forma e dalle dimensioni d’un corpo, ma anche dal modo onde le sue molecole sono aggregate.

Di quaranta invenzioni meccaniche gli antichi faceano lode ad Archimede; la teorica del piano inclinato, i sistemi delle carrucole, la vite perpetua, per cui un movimento di rotazione può trasformarsi in un altro perpendicolare al primo; avendo agli Egiziani per riversar le acque rimaste dopo gli allagamenti del Nilo, e per vuotare la sentina delle navi insegnato la vite detta d’Archimede, tuttora vantaggiosamente adoperata, e consistente in un asse, con ale sporgenti a spira, e chiuso in un cilindro concentrico a quello, inclinato da 30 a 35 gradi all’orizzonte, e per la base inferiore appoggiato nell’acqua, sicchè girando eleva di passo in passo l’acqua fra le spire incavate ed il cilindro. Costruì pure una sfera che rappresentava i moti degli astri; e disse a Gerone che, datogli un punto d’appoggio, sposterebbe e cielo e terra[236]. Siccome però egli cercava la verità per se stessa più che per le applicazioni, non ci lasciò descritte le sue macchine; sebbene in grazia appunto di queste abbia acquistato la popolarità, la quale si attacca più volentieri alle applicazioni.

[ARTI BELLE]

Siamo lieti di soggiungere che del suo talento meccanico egli fece l’uso migliore che uom possa, adoprandolo a difesa della patria. Siracusa era assediata dai Romani, ed il console Claudio Marcello v’adoprava tutta la bellica maestria: ma al punto di mettere in atto le macchine, se le vedeva rendere inerti da sempre nuovi congegni d’Archimede, e le navi or affondate, or rapite in alto, ora capolevate, o con specchi incendiate di lontano[237]. Però l’arte d’Archimede non potè salvare la sua città dai tradimenti. Già il nemico l’aveva invasa, ed egli rimaneva tuttora assorto ne’ suoi calcoli, talchè non udì la intimata d’un guerriero romano, che veniva invitarlo a nome di Marcello. Il brutale Romano, credendosi insultato da quella noncuranza, l’uccise. I guaj della Sicilia non le lasciarono o libertà o sentimento di onorare il gran cittadino; e la colonnetta colla sfera e il cilindro, che segnava la gleba del riposo di lui, giacea dimentica fra le tombe volgari quando Cicerone[238] andò a sterrarla di sotto le macìe, e richiamarla all’onoranza degli immemori Siracusani.

Dell’antica grandezza ci conservò stupende testimonianze la Sicilia nelle belle arti. Fin di cinque secoli avanti Cristo abbiam medaglie sue, e di colà sono le più belle fra le antiche, a gran pezza migliori che quelle della Grecia propria; e massimamente i nummi incusi di re Gelone, di Gela, Agrigento, Sibari, Crotone, Reggio, Taranto, palesano squisitissimo gusto. Iperbio ed Agricola che fabbricarono la rôcca di Atene, secondo Pausania venivano di Sicilia. A Learco reggiano gli Spartani commisero una statua di bronzo in molti pezzi, connessi con chiodi, nel 178 di Roma; nel 214 Damea crotoniate lavorò in Elide quella dell’atleta Milone. È lodatissimo un gruppo di Siracusa che incorona Rodi; insigni vasi dipinti vi si vanno scoprendo; e il siciliano Demofilo pittore è gloriato come maestro di Zeusi, uno de’ maggiori artisti, e che fu d’Eraclea nella Magna Grecia.

[RUINE DI SELINUNTE]

I monumenti siciliani tengono dell’austerità e forza dorica, più che della mollezza e grazia jonica, e sempre con carattere arcaico. Ma l’arte vi venne di Grecia? o da noi passò colà? A quest’ultima opinione farebbero piede i bassorilievi, scoperti non è molto a Selinunte. Questa città ebbe nome dal petroselino che prospera ne’ suoi dintorni, e che essa portava nel suo stemma[239]; durò soli ducenquarantadue anni, e fu distrutta da Annibale prima che sentisse la mescolanza straniera. Giace in riva al mare a mezzodì dell’isola in un vasto piano, diviso da un vallone, ove oggi stagnano le pioggie, e la chiamano Terra de li Pulci. Se la guardi dal capo Granìtola, la credi ancora una gran città; accostandoti riconosci che tutto è ruine, ma così gigantesche che tramutano la melanconia in istupore, e la fantasia si compiace con quei massi enormi, con quegli immani rocchi ricostruire edifizj che parrebbero fatti per una generazione di giganti. E _pilieri de’ giganti_ erano appunto denominati dal vulgo, al quale solo erano conosciuti, dopo che probabilmente un tremuoto volse sossopra que’ colonnati. Tardi vi si applicò l’attenzione degli antiquarj; e sopra l’alta collina prossima al mare, che sembra fosse l’antica acropoli, si intrapresero escavazioni, onde vennero al giorno tempj dorici, sul maggiore de’ quali, periptero esastilo, sovra diciassette colonne posava un cornicione con un fregio dorico, fra’ cui triglifi stavano metope preziose, anteriori d’un secolo e mezzo a quelle d’Egina, che si contano per le più antiche di Grecia. E sette sono que’ tempj, parallelamente disposti su due colline, tutti, dal minore in fuori, circuìti da colonne doriche, nascenti e fortemente rastremate, coll’echino molto sporgente, e viepiù in grazia del sottoposto cavetto. In due di essi, colonne a doppia schiera sostengono il portico nel prospetto, e il pronao chiuso a modo di vestibolo, e le mura della cella prolungate senza pilastri nè colonne; disposizioni che si riscontrano soltanto ne’ monumenti egizj. Nelle metope suddette in rozzo tufo, rappresentanti Ercole coi Làpiti, Perseo con Medusa ed altre scene mitologiche, la monotonia delle teste in profilo tagliente senza cognizione dello scorcio, le barbe a punta, gli occhi fessi al modo degli uccelli, le bocche, i capelli, le pieghe sentono il far rituale, che copia tipi convenzionali anzichè la natura, e indicano il passaggio tra l’arte egiziana e la greca. La prima predomina nelle più antiche; due s’accostano ai marmi d’Egina; nelle altre cinque le variate pose e il piegar degli abiti mostrano un’arte avviata al movimento ordinato e alla rappresentazione animata della classica Grecia. In generale però le opere plastiche dell’isola non ne pareggiano la grandiosità architettonica, nè mai abbandonarono l’arcaismo.

[RUINE DI SEGESTA]

Fra Trapani e Palermo sorgeva Segesta, fabbricata dagli Elimi, colonizzata dai Tessali; e ancora in mezzo alla solitudine vi s’incontra un tempio parallelogrammo di cinquantasette sopra ventiquattro metri, cinto da trentasei colonne doriche, elevate nove metri e del diametro di due; robuste quanto richiedevasi per reggere il soprornato gigantesco. Tutto s’impronta di una antichità anteriore alla greca educazione, e meglio è conservato perchè non subì le erudite trasformazioni dell’imperatore Adriano, come i monumenti greci.

Se passiamo a Siracusa, troviamo opere più ingentilite e tondeggianti; ed oltre i sepolcri, i tempj, ed uno stilobate lungo cenventicinque passi, che sostiene un’ara oblunga detta di Gerone II, che aveva cornice dorica, adesso appunto si scoperse l’acquedotto che provvedeva copiosamente di acque l’isola, e che potè dare origine alla favola di Aretusa, per confondersi colla quale veniva il fiume Alfeo sin dal Peloponneso, _Incorruptarum miscentes oscula aquarum_[240]. L’anfiteatro, formante un’elissi molto allungata, parte costruito di pietroni, parte tagliato nel masso, probabilmente fu fatto dai Romani ad uso della colonia postavi, giacchè non sarebbe proporzionato all’antica popolazione. Più accuratamente erasi fabbricato il teatro, che Diodoro Siculo farebbe il più insigne di Sicilia; e posto nel luogo più popoloso della città, offriva agli spettatori la vista del mare, del gran porto, dell’isola Ortigia, delle belle campagne irrigate dall’Anapo, e de’ migliori edifizj della città. Altrettanto meravigliose sono le catacombe, che serpeggiano per molte miglia sotto Acradina, Tiche e Neapoli, attestando dal numero dei morti l’immensa popolazione di quella città.

[MONUMENTI IN SICILIA]

Nè manca di che ammirare a Catania, sebbene molti fabbricati rimangano sepolti dalle lave; come il teatro, costruito di grandi massi senza cemento, il tempio di Cerere, e tant’altri cimelj, che tratti in luce dalla munificenza del Paternò principe di Biscari, formano uno dei più sontuosi musei. Sotterranei e sculture gigantesche si hanno pure a Lilibeo, tomba della Sibilla Cumana, poi riedificato dagli Arabi col nome di Marsala, cioè porto di Dio, e da poco tempo reso celebre per la preparazione de’ vini stabilitavi da una società inglese. Stupendo poi è a Taormina il teatro, che da una banda mostra il clivo scendente fino al mare Jonio, dall’altra la pendice che sale al fumante vertice del Mongibello: statue, colonne, vasi, che l’adornavano, caddero a pezzi od arricchirono la moderna chiesa; e le volte e le nicchie artifiziosamente disposte per moltiplicare la voce degli attori, non ripetono più che il grido d’ammirazione degli stranieri e il gemito de’ paesani.