Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 16

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Gerone succedutogli teneva splendidissima corte: diceva le orecchie ed il palazzo del re dover essere schiusi a tutti: all’eloquenza, che allora faceva le prime prove e che sì facilmente degenera in ciarla e sofismi, pose freno, più volenterosa mano porgendo alle arti dell’immaginazione; sicchè a lui accorsero di Grecia i poeti Bacchilide, Epicarmo, il maggiore tragico Eschilo quando vecchio fuoruscì dalla patria, e Pindaro che nelle sue odi non rifina di esaltarlo generoso e giustissimo, amico della musica e della poesia, e perchè del _suo ricco e magnifico palazzo apriva le porte alle Muse_. Sull’avarizia e le violenze ond’egli si contaminò, stesero un velo officioso i beneficati. Il patetico poeta Simonide era penetrato più avanti nella confidenza del principe; il quale lo interrogò qual sentimento avesse sopra la natura e gli attributi della divinità. Simonide chiese un giorno onde riflettere avanti rispondere; al domani ne chiese due; e così andò via raddoppiando, finchè incalzato dal re, confessò che, più vi pensava, più trovava il tema intricato ed oscuro. Oggi la femminetta vi risponde.

Gerone osteggiò Terone e Trasideo signori d’Agrigento, perchè avevano dato ricovero a Polisseno fratello di lui, cacciato come troppo ben voluto dal popolo: ma Simonide, interpostosi della pace, la sodò con parentele. Spedita la flotta a sussidio di Cuma, Gerone riportò vittoria navale sopra gli Etruschi. Trasferì in Leontini gli abitanti di Catania, in questa ponendo coloni nuovi, affine di conseguire il titolo d’eroe, di cui onoravansi i fondatori di città, e prepararsi un asilo in caso di disastro.

[TRASIBULO]

[467]

[466]

Ivi morì, e gli successe Trasibulo suo fratello; delle cui crudeltà disgustati, i Siracusani s’intesero colle altre città, lo cacciarono, ed in memoria istituirono annua festa a Giove Liberatore, col sacrifizio di quattrocento cinquanta tori da banchettare. Siracusa allora ripigliò governo a popolo; e ad imitazione di essa le altre città di Sicilia cacciavano la gente nuova per ripristinare gli antichi proprietarj ne’ beni rapiti, e nel privilegio delle magistrature. Questo ristabilimento del governo repubblicano immerse l’isola in gravi tempeste, ma la guerra civile terminò colla espulsione degli avveniticci, ai quali fu assegnata per dimora Zancle, che aveva preso il nome di Messina per coloni messenj ivi piantati. Questi rifuggiti, i più di origine italiana, furono nocciolo d’un’associazione bellicosa, che poi, col nome di Mamertini, aperse l’isola ai Romani, cioè alla servitù.

[445]

Gli antichi Siculi, non ancora tutti periti, osarono alzare il capo, concorrendo da tutte le città, eccetto Ibla, sotto la direzione di Ducezio, per espellere i Greci. Prosperati in sulle prime, provarono poi avversa la fortuna, e Ducezio rifuggì agli altari dei Siracusani, che lo mandarono a Corinto, e l’antica schiatta restò irremissibilmente soggiogata. Pure, pigliando parte cogli uni o cogli altri nelle continue guerre, facea prevalere quelli con cui s’accampasse.

[DEMOCRAZIA E GRANDEZZA DI SIRACUSA]

[446]

Siracusa assodò il suo potere con questo trionfo e con un nuovo che riportò sopra l’emula Agrigento; vinse in mare gli Etruschi; stabilì una pace generale, alla cui ombra fioriva, e messa a capo delle città greche di Sicilia, cresceva d’opulenza, ed empivasi di _schiavi_, d’armenti e di tutte le agiatezze della vita[223]. Timore di tirannia le fece istituire il _petalismo_, per cui scriveasi sopra una foglia di fico il nome di chi paresse tanto illustre da poter soverchiare, e qualora i voti bastassero, colui dovea restare per cinque anni sbandito: legge conforme all’ostracismo d’Atene e al discolato di Lucca, che punendo non la colpa ma la possibilità della colpa, stoglieva dagli affari i migliori, lasciando la repubblica alla ciurma invidiosa e inetta; ma fu ben presto abolita.

Stava Siracusa sur un promontorio, cinta tre lati dal mare, dominata dalla rôcca Epipoli, e fortissime mura giranti diciotto miglia difendevano un milione ducentomila abitanti. Tre porti apriva alle navi di tutto il mondo, il Trogilo, il piccolo di Marmo, e quel delle Neocosie, grande cinque miglia, sicchè bastava a trecento galee, e dove più di cento navi poterono battagliare. Dentro era divisa nei quartieri di Acradina, Tiche, Temeno ed Ortigia o isola, il solo che ora forma la città, eccessiva ai quattordicimila abitanti sopravanzatile. Era stata costrutta coi sassi delle vicine latomie, che poscia furono trasformate in prigioni; e vi si ammirava principalmente il tempio dorico di Minerva, con due facciate ed un peristilo esteriore, sul cui frontone giganteggiava un’egida di bronzo col teschio del gorgone; alle porte di legno fino erano riccamente intarsiati oro e avorio; preziose pitture lo fregiavano; e più tardi Archimede vi delineò sul pavimento una meridiana, ove il sole batteva dritto agli equinozj. Quando alcuno ostentasse ricchezze, i Greci gli diceano per proverbio:—Non ne possedete un decimo di quelle d’un Siracusano». Due sorelle doviziose, narra Ateneo, lavavansi in una delle limpide fontane, ombreggiata dai papiri e dai cacti; e venute a contesa sulla propria bellezza, chiesero giudice un giovane mandriano. Egli preferì la maggiore, la quale il ricompensò collo sposarlo, mentre l’altra si unì al fratello di lui. Le due, dette _callipigi_ dalla parte che in esse avea vanto, fondarono un tempio alla bellezza callipiga; e dalle ruine di quello fu estratta la famosa Venere di tal nome. Altrettanto famosa è la statua di Esculapio. Feste solenni si celebravano pure, dette Caneforie, Citonee, Targelie, con suntuosi banchetti.

[427]

I Leontini, gelosi e dolenti di vedersi privati del commercio, mandarono l’illustre oratore Gorgia loro concittadino a sollecitare contro di Siracusa gli Ateniesi; i quali, allora sobbalzati da sfrenata democrazia, volentieri misero mano negli affari di quell’isola, riconoscendola di suprema importanza a dominare il Mediterraneo. Pertanto spedirono navi a soccorso di quegli Jonj e dei Reggini, e per alcuni anni rimestarono nelle discordie intestine dell’isola, finchè la ricomposero, a patto che ciascuno ritenesse quel che aveva. I Leontini o franti dalle dissensioni interne, o vedendosi incapaci a difendere la propria città, la demolirono e si mutarono in Siracusa, che primeggiava, per quanto gli Ateniesi avessero tentato armarle incontro una federazione.

[SPEDIZIONE DEGLI ATENIESI]

[416]

Undici anni dopo, venute alle mani Egesta e Selinunte, Siracusa favorisce all’ultima, e gli Egestani superati ricorrono ad Atene per ajuti, mostrando che altrimenti i Dori metterebbero a giogo irreparabile gli Jonj. Atene trovavasi allora sulle braccia la Grecia intera nella lunga guerra peloponnesiaca, laonde i prudenti la distoglievano da questa nuova briga; ma Alcibiade, consigliatore di quei partiti estremi che allettano il vulgo, mostrava come l’occupazione della Sicilia sarebbe scala all’Africa e all’Italia, e fece decretare la guerra, e capitani lui, Lamaco e Nicia che l’avea sempre dissuasa. Mai sì bella flotta non aveva allestito Atene; mai impresa non era parsa più popolare; cittadini e stranieri in folla accompagnarono gli armati al porto, e incensi e profumi olezzanti da vasi d’oro e d’argento, e copiose libagioni propiziarono gli Dei alle navi, che adorne di festoni e di trofei salpavano, tanto sicure dell’esito che il senato prestabilì la sorte delle varie provincie dell’isola.

[415]

[413]

Centrentaquattro triremi sferrarono da Corcira, con cinquemila soldati di grave armadura, oltre gli arcieri e i frombolieri; ma non più che trenta cavalli. Traversato il mare, furono accolti sgarbatamente da Turio, Taranto, Locri, Reggio, benchè colonie attiche: gli Egestani, che eransi proferti di pagare le spese della guerra, trovarono d’avere nel tesoro appena trenta talenti. Il cauto Nicia allora proponeva: «Non diamo ai bugiardi Egestani maggiore ajuto di quel che sono in grado di pagare»; e mostrando ingiusta la causa assunta, col tentennare scoraggiva i soldati. Pure vollero cingere d’assedio Siracusa, quando però già le avevano lasciato agio di fornirsi di viveri e d’armi, mentre gli Ateniesi erano peggiorati d’uomini, di provvigioni, di coraggio. L’abile Nicia condusse l’assedio con tal maestria, che stava per pigliare la città; quando Alcibiade che, disgustato colla patria, era rifuggito agli Spartani, indusse questi Dori a soccorrere la dorica Siracusa. Spediscono di fatto Gilippo, il quale presenta la battaglia, e vince e scioglie l’assedio.

[agosto]

Allora gli Ateniesi pensarono a ritirarsi, e n’erano in tempo; ma sul salpare delle àncore, ecco il sole s’eclissa; e Nicia, non volendo entrare in viaggio con questo sinistro augurio, differisce la partenza. Approfittarono del momento i Siracusani e Gilippo, e sul mare e per terra percossero gli Ateniesi di una piena sconfitta. I Siracusani eransi assicurato l’avvantaggio in mare col far le prore meno alte che quelle degli Ateniesi, onde percotevano le navi avversarie a fiore o sott’acqua, e talvolta d’un solo urto le mandavano a picco. Nicia stesso cadde prigione, ed o si uccise o fu ucciso nel carcere; settemila prigionieri chiusi nelle latomie, stentarono al sole cocente ed alle pioggie, scarsamente nudriti e abbeverati; alcuni vi morirono, altri vi penarono l’intera vita, quali furono venduti. Fortuna fu per alcuni il conoscersi di lettere; ed il sapere a mente versi d’Euripide a molti fruttò la libertà ed il ritorno in patria. Era Euripide il terzo poeta tragico della Grecia, e tal conto ne facevano i Siciliani, che stando per respingere dalla costa un legno caunio, inseguito da pirati, come intesero che i naviganti sapevano versi di quel poeta, dieder loro ricetto.

[DIOCLE]

[412]

[410]

I Siracusani avevano dunque fatto costar caro agli invasori l’aver tentato la loro patria; e come avviene dopo le guerre di liberazione, crebbero in grandezza. Diocle persuase a riformare lo Stato, conferendo il governo a giudici tratti a sorte, e da persone capaci facendo compilare un codice. Lui capo, si stanziarono leggi che non solo punivano i malvagi, ma anche ricompensavano i buoni; e furono adottate da molte città con sì felice prova, che a Diocle si volle erigere un tempio.

[408]

Le contese rinate fra Egesta e Selinunte trassero Siracusa in guerra con Cartagine, che dal lido africano allora signoreggiava il Mediterraneo; e gli eventi che ne seguirono mutarono faccia alla Sicilia. I Cartaginesi, venuti come ausiliarj degli Egestani, presero Imera, condotti da Annibale figlio di Giscone, il quale fece strozzare tremila prigionieri nel luogo stesso dove Amilcare suo zio era stato ucciso a pugnalate dopo vinto da Gelone; e sterminò Selinunte e Imera. Poi aspirando a conquistare l’isola tutta, il vecchio Annibale col giovane Imilcone vi sbarcò cenventimila guerrieri, che diroccarono Agrigento, e ne spedirono a Cartagine preziosissimi capi d’arte, e pelli e teschi di uccisi, a decorazione de’ tempj.

[DIONIGI IL VECCHIO]

Immenso terrore colse tutti i Sicilioti. Ermocrate, il più grand’uomo dell’isola dopo Gelone[224], erasi mostrato eroe nella guerra contro gli Ateniesi, poi sbandito per intrighi degl’invidiosi, soliti a camuffarsi col titolo di popolani, avea tentato rendersi tiranno di Siracusa. Restò ucciso, ma il valore e l’ambizione di lui ereditò il figlio Dionigi, il quale tolse occasione dai disastri per incolpare i giudici di Siracusa di tepidezza e di corruzione. Una legge, la quale anche oggi gioverebbe a frenare cotesti eroi da piazza, volea che, chi non potesse provare l’accusa, fosse multato come calunniatore; a Dionigi toccò tal pena, e non trovandosi in grado di soddisfarla, perdeva il diritto di più favellare dalla tribuna, quando Filisto (che poi scrisse la storia di Sicilia) pagò del suo, anzi entrò mallevadore per le multe in cui potesse incorrere. Sentendosi spalleggiato, Dionigi infervorò le declamazioni; il popolo, che già lo reputava pel valore, riformò i giudici, e lui pose fra gli eletti. Egli fece richiamare i fuorusciti, sicuro di averli saldissimo appoggio; contrariò i colleghi, ribattendone tutti i consigli e celando i suoi proprj; e col mandar voce ch’eglino s’intendessero co’ nemici, ottenne per se solo il comando delle armi. Spedito a soccorrere Gela, vi protesse la plebe contro i ricchi, e coi beni confiscati a questi fece larghezza all’esercito, mediante il quale occupò in Siracusa l’assoluta potestà.

[405]

Allora si cinse di bravi, strinse parentele potenti, adoprò sessantamila uomini e tremila paja di bovi per fortificare l’Epipoli, con sotterranei che comunicavano al forte di Labdalo, e che con frequenti aperture nella volta agevolavano le sortite. Da principio provò avversa la fortuna, e non potè difendere Gela dai Cartaginesi; onde i soldati rivoltatisegli, saccheggiarono il palazzo di lui e ne maltrattarono la moglie, tanto ch’ella ne morì. Colla forza e col macello Dionigi sottopose i rivoltosi; poi valendosi degli schiavi affrancati, dei soccorsi spartani e della peste sviluppatasi tra’ Cartaginesi, costrinse questi alla pace, e a cedere tutte le conquiste fatte nell’isola, e Gela e Camarina smantellate; e tornò indipendenti tutte le città. I Siracusani, che soli restavano in servitù di lui, insorti di nuovo, sì ben lavorano che lo riducono all’ultima estremità: ma Dionigi sa tenerli a bada, finchè sopraggiunti i suoi alleati, li vince e disarma; e preceduto dal terrore, assoggetta Nasso, Etna, Catania, Leontini; e può addensare tutte le forze al suo costante intento di snidare dall’isola gli Africani.

[403]

[398]

[392]

Con ottantamila uomini e duemila vascelli affronta i Cartaginesi; ma questi, guidati da Annibale ed Imilcone, radunano a Panormo trecentomila uomini e quattrocento navi, prendono Erice e Motia, distruggono Messina, e procedono sopra Catania e Siracusa, nel cui porto entrano con ducento galee ornate di spoglie nemiche, e con un migliajo di navi minori. Pure, decimati dalla peste, dovettero andarsene, cedendo anche Taormina, da loro fondata per collocarvi gl’Italioti venuti in loro sussidio.

[387]

Dionigi move allora ad assoggettare la Magna Grecia; generoso, alle città vinte lascia l’indipendenza, e rinvia senza riscatto i prigionieri; solo esercita fiera vendetta sopra Reggio, ricovero de’ fuorusciti siracusani, che, poderosa di trecento vascelli, resse undici mesi d’assedio; al fine caduta, più non potè risorgere[225].

[382]

Anche all’Illiria ed all’Etruria portò guerra Dionigi, sott’ombra di sterminare i pirati; dal tempio d’Agila tolse mille talenti, e il valore di cinquecento in prigionieri e spoglie. Perocchè egli non si fece mai scrupolo di spogliare gli Dei; levò a Giove un manto d’oro massiccio, dicendo,—Gli è troppo pesante per l’estate, troppo freddo per l’inverno»; ad Esculapio fece staccare la barba d’oro, come essa disconvenisse al figlio d’un padre imberbe; tornando a gonfie vele d’aver saccheggiato il tempio di Proserpina a Locri, esclamò,—Ve’ come gli Dei spirano propizj ai sacrileghi!» e coll’oro giunse ad avere sotto gli stendardi fin due e trecentomila soldati, oltre l’equipaggio della flotta. Meditava istituire colonie sull’Adriatico, di là tragittarsi nell’Epiro e nella Focide a saccheggiare il tempio di Delfo: ma gli ruppero il disegno i Cartaginesi, ricondotti da Magone. Dionigi alla prima li vinse, e ricusò la pace; ma avendogli un oracolo predetto che morrebbe quando avesse vinto un nemico più di lui poderoso, non ispinse la guerra agli estremi, e rannodò la pace.

Vigorosa ed accorta amministrazione adoprò Dionigi, ma arbitraria e violenta. Conscio de’ pericoli che circondano il tiranno, mai non dormiva nella medesima camera; facevasi bruciar la barba dalle figliuole, dopo che il suo barbiere s’era vantato, «Ogni settimana ho sotto al rasojo la vita di Dionigi». Come il Machiavelli al suo principe, così il gran filosofo ateniese Platone voleva persuadere a Dionigi di elevare, sulle ruine della democrazia, uno Stato poderoso, che togliesse di mezzo gli stranieri, Greci fossero o Cartaginesi, e non lasciasse all’osco sostituire il parlare ellenico; a ciò l’avrebbe giovato un’oligarchia d’uomini, legati in società arcane, com’erano i Pitagorici. Dionigi per lo contrario favoreggiava ed arricchiva i caporioni stranieri, eccedenti in lusso e dissolutezze; accentrava tutta la vita nazionale in Siracusa, negligendo la restante isola; onde, malgradendo il consigliatore filosofo, s’accordò col piloto spartano che o l’affogasse o il vendesse schiavo. E Platone fu venduto, poi riscattato dai Pitagorici, i quali l’ammonirono:—«Un pensatore non si accosti a principe, se non sappia adularlo».

[DAMONE E PITIA]

I Pitagorici, benchè sbrancata la loro lega e perseguitati, conservavano potenza quanta bastasse per contrastare alla tirannide di Dionigi. Damone, un di quelli, essendo condannato a morte per la colpa che i governi cattivi appongono a chi non n’ha veruna, chiese di poter prima andar a salutare la famiglia, promettendo ritornare all’ora assegnatagli. Statico per lui rimase in carcere l’amico suo Pitia, il quale vedendolo indugiare oltre l’ora pattuita, sollecitava d’esser messo al supplizio in sua vece. E già v’andava, quando Damone sopragiunto vi si oppone; l’altro insiste: qui generosa gara, della quale meravigliato, Dionigi li manda assolti, e chiede d’entrare terzo nella loro amistà. Poteva darsi amistà fra due filosofi ed un tiranno?

[TIRANNIDE DI DIONIGI]

Anche una pitagorica, piuttosto che svelare i segreti della sua setta, si tagliò coi denti la lingua. Dionigi, che tutte sorta di gloria ambiva, lesse una volta suoi versi al poeta ditirambico Filosseno, e poichè questi li disapprovò, lo fece chiudere nelle latomie; al domani richiamatolo, gli lesse altri versi; uditi i quali, il sincero poeta si volse agli sgherri, e—Riconducetemi nelle latomie»; Dionigi sorrise, e gli perdonò. Così recossi in pace gli arditi parlari del giovane Dione, il quale, udendolo celiare sulla placida amministrazione di Gelone, gli disse:—Tu ottenesti confidenza e regno pei meriti di Gelone; ma pei meriti tuoi in nessuno più si avrà fiducia». Quando suo cognato Polisseno, chiaritosegli nemico, fuggì, Dionigi chiamò la sorella Testa, e la rimbrottò severamente come conscia della fuga del marito; ed ella:—Mi credi dunque sì vile, che, sapendo che mio marito meditava la fuga, non avessi voluto accompagnarlo? Avrei con esso diviso gli stenti, ben più lieta d’esser chiamata la moglie di Polisseno esule, che la sorella di Dionigi tiranno».

Dionigi aspirò alle lodi della libera Grecia, e mandò suo fratello a vincere per lui nelle decantate corse olimpiche in Elea, e disputare a suo nome la palma poetica, lusingatagli dagli adulatori: ma tutto re ch’egli fosse, l’indipendente gusto de’ Greci lo fischiò, e il retore Lisia tolse a mostrare ch’era indegno l’ammettere un tiranno forestiero a competere in que’ giuochi olimpici, ch’erano destinati a congiungere i liberi Elleni. Pure avendo conseguito il premio della tragedia nelle feste di Bacco, Dionigi ne tripudiò e imbandì un convito, dopo il quale o per veleno o per istravizzo fu côlto da morte, avendo regnato più di qualunque altro tiranno.

[DIONIGI II]

[368]

Gli succedette il figlio Dionigi, sotto la tutela dello zio Dione, degno amico di Platone, e riverito dal cognato pel rispetto che la virtù impone anche a chi l’abborre. Dicono che Dione al vecchio tiranno insinuasse di lasciar la corona al figlio di sua sorella Aristomaca, escludendo il ribaldo Dionigi, il quale per questo accelerò la morte al padre, e pose odio sviscerato a Dione. Nè questi nè Platone tornato in Sicilia valsero a trarre a miglior costume il malavviato giovane, il quale, non vedendo ne’ loro consigli se non una trama per favorire i figli d’Aristomaca, cacciò Dione in Italia, tenne Platone in cortese prigionia, disperse i Pitagorici loro amici.

[DIONE]

[356]

[353]

Ma Dione, coll’appoggio de’ Corintj, occupò Siracusa, e sbalzato Dionigi, se ne rese signore. Per annunziare la liberazione, egli salì sopra un orologio solare, onde il vulgo disse:—Com’è mobile il sole, così non durerà la costui dominazione»[226]. In fatto, due anni dopo, l’ateniese Callippo, fintosegli amico, lo trucida, e ne usurpa l’autorità; ma l’anno appresso n’è spogliato da Ipparino figlio di Aristomaca, il quale domina fino al 350, lasciando disonesta memoria.

[347]

Tra le irrequiete fazioni Dionigi trova partigiani, mercè de’ quali dopo dieci anni risale al potere. Temendo nel figlio di Dione le paterne virtù, il corruppe con discoli costumi, del cui lezzo questi si vergognò tanto, che si diede morte. Per impedire che i Siracusani uscissero di nottetempo, Dionigi permise ai malfattori di spogliare i passeggieri; concesse alle donne un vero dominio nelle case, acciocchè rivelassero le trame dei mariti. Adulatori trovava, delle cui bassezze sol questa rammenteremo, che, essendo egli debole di vista, essi affettavano di urtare per le tavole.—Molti il fanno tuttodì.

[TIMOLEONE]

[365]

[345]

[343]

Alcuni generosi, sottrattisi alla costui tirannide, fabbricarono Ancona; altri ordivano di riscattare la patria, e salvarla da’ minaccianti Cartaginesi. A tal fine chiesero ajuti a Corinto, loro metropoli, che spedì ad essi Timoleone, gran capitano e gran cittadino. Timófane, costui fratello, ottenuto il comando delle armi in Corinto, vi aveva usurpato il dominio; e Timoleone, non riuscendo a distornelo, indusse due amici ad ucciderlo. Giudicato da alcuni generoso, da altri assassino, sua madre lo maledisse; ed egli deliberò lasciarsi morir di fame; poi stornato dal fiero proponimento, giurò non impacciarsi nelle pubbliche cose, e piangere sequestrato dagli uomini. Dodici anni durò nel deserto, poi rimessosi in Corinto, viveva privato, allorchè, propostogli di andar a sostenere i Siracusani, accettò dicendo:—I miei portamenti mostreranno se devo essere intitolato il fratricida o il distruttore de’ tiranni». Con soli settecento uomini sopra venti vascelli approda a Siracusa. Iceta tiranno di Leontini, che, vinto Dionigi e chiusolo nell’Isola, aveva usurpato la supremazia, tenta invano guadagnarsi Timoleone, il quale cresciuto di seguaci, lo vince e condanna a morte, demolisce l’Isola _covacciolo di tiranni_, sicchè Dionigi è costretto rifuggire in Corinto, dove visse col far da maestro.

[340]

Timoleone allora fu sopra ai Cartaginesi, il cui capitano Magone, côlto da timor panico, fuggì, e col darsi morte evitò la croce che i suoi serbavano al capitano vinto. Seguitando la prosperità, Timoleone redime Engia ed Apollonia dalla tirannide di Letino, sconfigge Mamerco e Ippone tiranni di Catania e Messina, restaura in Siracusa il franco stato, e le redente città congiunge in federazione sotto le leggi di Diocle. La libertà è rassodata dalla vittoria sopra i Cartaginesi, capitanati da Amilcare e Asdrubale; ai quali Timoleone ingiunge di lasciar libere tutte le città di Sicilia, che nella pace rinnovarono la popolazione e la prosperità.

[357]

Quel modello compiuto di un eroe repubblicano all’antica, fece sottoporre a giudizio le statue dei re precedenti, e trovò degna d’esser conservata soltanto quella di Gelone, effigiato da semplice cittadino. Deposto il comando, si ridusse a privato vivere, ma coll’autorità del consiglio guidava le cose; a lui già cieco ricorrevano i magistrati, a lui insigni onoranze, a lui gli applausi del pieno teatro ove esponeva il suo parere. Senza contaminarsi di ambizioni, cosa rara, nè, cosa ancor più rara, subire l’ingratitudine, morì carico d’anni, e quando fu posto sul rogo, l’araldo gridò:—Il popolo di Siracusa, riconoscente a Timoleone dell’aver distrutto i tiranni, vinto i barbari, ristabilite molte città, dato leggi a’ Siciliani, decretò di consacrare ducento mine a’ suoi funerali, e commemorarlo tutti gli anni con gare di musica, corse di cavalli, giuochi ginnastici».

[AGATOCLE]

[317]