Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 15

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Mentre i sapienti della Grecia filosofavano isolatamente, Pitagora comprese la potenza d’un’associazione forte e regolare, onde fondò una vera scuola che conservasse le dottrine positive e tradizionali. Non molto dissimile dagli Ordini religiosi del medioevo, in essa all’insegnamento sublime si arrivava con diuturno noviziato e grande austerità di cibi, di vesti, di sonno, di silenzio, affine di domare i sensi e colle privazioni invigorir l’anima al meditare. I Pitagorici ponevano i beni in comune, vestivano di bianchissimo, e coabitavano, liberi di sbrancarsene quando fossero stanchi. Assai coltivavano la memoria; fedelissimi alla parola, radi ai giuramenti; parchi alla venere, se ne astenevano nell’estate; ai sacrifizj dovevano presentarsi in abiti non isfarzosi ma candidi, e con mente casta. Cominciavano la giornata con suoni e canti, poi alternavano trattenimenti filosofici, esercizj ginnastici e doveri di cittadino; la sera indulgevano a pacata allegria, cantando _versi aurei_; prima d’addormentarsi esaminavano la propria coscienza. Virtuoso è colui che normeggia la vita a imitazione di Dio, o si conforma alle leggi della ragione, attesochè la ragione, sorgente della verità e dell’unità, è la parte divina dell’esser nostro, e perciò deve comandare; mentre obbedire devono la collera e la cupidigia, effetti della materia, immagine della dualità. E come l’armonia nasce dall’accordo dei suoni gravi cogli acuti, così la virtù nasce dall’accordo delle varie facoltà dell’anima nostra sotto l’impero della ragione; lo perchè la virtù può dirsi un’armonia.

Pertanto ai sobbalzi illiberali della democrazia preferirono la posatezza dell’aristocrazia, il dominio cioè non de’ più forti o più ricchi o più antichi, ma de’ più intelligenti e virtuosi. Tant’è ciò vero, che la giustizia rappresentavano come l’eguaglianza perfetta, simboleggiata nel cubo. Parità nell’abnegazione, reciprocità nel sagrifizio costituivano l’amicizia.

[I PITAGORICI]

Da tutto ciò derivavano stupendi precetti, in parte esposti ne’ Versi Aurei, che si attribuiscono a Liside. «Tra amici ogni cosa è comune. Non si lasci tramontar il sole sopra un diverbio avuto con un amico. Gli uomini si trattino come se mai da amici non dovessero diventar nemici, ma anzi da nemici amici. La donna, debole vittima strappata all’altare, sia trattata con bontà». Diceano pure, a cinque cose sole dovrebbesi far guerra: le malattie del corpo, l’ignoranza dell’intelletto, le passioni degradanti, le sconcordie delle famiglie, le sedizioni delle città. Forse la morale e la giustizia loro non si ergeano fino al concetto dell’intera umanità, e rifletteano soltanto ai consociati, com’era proprio di tutte le istituzioni prima che Cristo c’insegnasse a invocare tutti insieme il Padre nostro; e ciò potrebbe dar ragione dell’insita sterilità di questa dottrina, la quale non influì gran fatto sopra gli atti nè sopra l’insegnamento dell’intera Grecia.

[TEANO]

Fra’ Pitagorici regnava cordiale amicizia; se alcuno perdesse le ricchezze, gli altri divideano le proprie con esso; Clinia di Taranto, udito che Prore da Cirene trovavasi ridotto a miseria, passò in Africa con larga somma a soccorrerlo, benchè mai non lo avesse veduto; molti fecero altrettanto; rimase proverbiale l’amicizia di Damone e Pitia. Anche donne vi appartenevano, e di loro morale spregiudicata ci dà prova Teano figlia del filosofo, allorchè richiesta quanto tempo una donna dovesse tardare a presentarsi agli altari dopo essere stata con un uomo, rispose:—«Se è suo marito, anche subito; se un estraneo, giammai».

Possiamo dunque vantare che in Italia nascesse la scuola più antica, come la più insigne di filosofia, giacchè Platone e Aristotele, sommi splendori della greca, derivano da Pitagora più realmente che da Socrate. Da essa uscirono sapienti in pressochè tutte le colonie della Magna Grecia e di Sicilia, quali Filolao ed Aristeo di Crotone, Ippone di Reggio, Ipparco di Metaponto, Epicarmo di Cos comico, Timeo di Locri, Ocello di Lucania, Elfante di Siracusa, Archita di Taranto, Empedocle d’Agrigento.

[ARCHITA]

[440-360]

Archita ebbe molta mano nel reggimento della propria patria, e capitanando gli eserciti più volte, le assicurò vittoria. Credeva il miglior governo quello misto di monarchia, aristocrazia e democrazia, ma il comando convenire a coloro che hanno maggior ingegno e virtù: i costumi siano custodi delle leggi, le quali puniscano non con multe ma col disonore: nulla più funesto che la voluttà, donde tradimenti alla patria, sbrigliate passioni, e rovina degli Stati: nel pericolo di questi si confidi sul coraggio de’ cittadini, non si ricorra a forza straniera.

[EMPEDOCLE]

[444-403?]

Empedocle, celebrassimo in ogni tempo, dalla sensibile e dalla razionale considerazione dell’ente condotto alla contemplazione mistica delle cose, poeticamente espose la sua dottrina; abbandonandosi all’entusiasmo, personifica e divinizza tutto, e si fonda sull’ipotesi di una degenerazione dell’universo, cagionata da un peccato originale; il mondo poi fa regolato da due principj, amicizia e discordia (φιλία, νεῖκος), dove alcuno vorrebbe ravvisare l’attrazione e la repulsione della fisica moderna. La vita di lui tiene al miracoloso: toglie da lungo letargo una donna, onde si dice abbia resuscitato da morte; fa chiudere una valle, e così toglie la malsania che i venti etesj portavano ad Agrigento; le maremme che infestavano Selinunte risana coll’introdurvi due correnti d’acqua. Fu dunque reputato dio, nè egli dissipava quest’opinione; anzi cantava:—«Amici che abitate le alture d’Agrigento, zelanti osservatori della giustizia, salvete. Non uomo io sono, ma dio. Entro nelle floride città? uomini, donne si prostrano; il vulgo segue i miei passi; gli uni mi chiedono oracoli, gli altri un rimedio ai crudi morbi»[211]. Lo studio della storia naturale gli costò la vita, perocchè, volendo esplorare il cratere dell’Etna, vi perì; ma corse voce che vi si gettasse apposta per non lasciarsi vedere a morire. Chi volle moralizzarne un avvertimento alla superbia umana, soggiunse che dimenticò all’orlo del cratere le sue pantofole, donde si ebbe conoscenza della sua fine.

[GLI ELEATICI]

La scuola jonica avea fissato l’attenzione sopra il lato fisico del mondo, la pitagorica sopra il metafisico: al dialettico, cioè all’arte del ragionare, si appigliò un’altra, innestata sulla pitagorica, e denominata da Elea in Lucania; scuola che spingendo all’eccesso il sistema delle idee, ripudiò il senso comune e l’esperienza, per dichiarare che le cose sono mere apparenze e nomi vani senza soggetto; e la realtà assorbì nell’intelligenza, identificando così il mondo e Dio. Questa inclinazione al soprasensibile, quasi la verità non deva cercarsi che nella sfera razionale, avviava a raddrizzare il modo della conoscenza sensibile mediante i concetti puri della ragione, e nel pensiero separavasi ricisamente l’elemento speculativo dallo sperimentale. E forse dall’accurata distinzione che gli Eleatici poneano tra l’idea e le cose sensibili, e dall’avvertire che quella tiene in sè tutte le cose nell’archetipa loro forma, derivò a loro la taccia di panteismo.

[535-465?]

[504-450?]

Parmenide di Elea vi diede precisione, asserendo che i sensi possono bensì esibire il fenomeno ingannevole, ma il vero e il reale non rimangono conosciuti che dall’intelletto. Zenone, pure di Elea, assottigliò l’indagine mostrando che, se le cose apparenti fossero quali la sensazione ce le ritrae, sarebbero piene d’assurdi ed impossibili: ed esagerando il concetto fondamentale di quella scuola, negava la possibilità del moto. Per verità, qualora non basti l’esser immediatamente sentita l’esistenza delle realtà finite, e le si applichi il dubbio, riesce impossibile il dimostrarla. Per questo varco adunque entrava lo scetticismo; e Gorgia da Leontini, scolaro di Empedocle, sostenne nulla esservi di reale, nulla potersi conoscere nè trasmettere a parole[212].

Adunque la filosofia in Italia fin d’allora ed elevavasi a tutta la sublimità dell’ideale, e diroccava nel dubbio e nel sofisma. Ma a Zenone, il primo filosofo che esponesse in dialoghi, spetta il merito d’aver introdotto la dialettica, cioè una maniera rigorosa e coerente di disputare, dimostrare, difendere, impugnare, per via di regole prefinite.

[MEDICINA PITAGORICA]

Anche in altre scienze Pitagora aveva ben meritato, e singolarmente nella medicina, ch’egli sbarazzò di divinità, e chiamò a contribuire al bene della società colla legislazione e colla polizia, mediante quel che si intitola vivere pitagorico. Fanno a lui onore d’importanti scoperte fisiologiche; che ogni seme organico deriva da seme; che nel sonno il sangue affluisce al cuore ed alla testa. E del sonno diede una teoria Alcmeone crotoniate, coevo di Pitagora, al quale è pur dovuta la prima opera speciale di anatomia e fisiologia che la storia ricordi, cercando ai fenomeni spiegazione dall’esame della struttura delle parti.

Altri Pitagorici la medicina esercitavano per Italia e per Grecia; come liberi indagatori (_periodeuti_) visitavano al letto gli ammalati, che fin allora soleano farsi recare nel tempio; e scarchi dalle superstizioni, le cause del morbo investigavano non nella collera degli Dei, ma nella natura. Con ciò strappavano la scienza di mano agli Esculapj, sebbene, per quella loro teorica che i mutamenti si devono fare passo a passo, i Pitagorici non isbandissero le formole magiche e deprecatorie. Possiamo noi asserire che s’ingannassero nello introdurre la dottrina numerica nella scienza della salute, supponendo che la natura prediliga certi numeri e certe forme periodiche?

A Pitagora, meno che dalle scienze insegnate, deriva lode dall’aver formato una scuola, diretta a perfezionare i governi, non tanto col cambiarne la forma, quanto col preparare uomini capaci di ben dirigerli. Ma un tal Cilone, ricco violento e accattabrighe, avendo chiesto invano d’esservi affigliato, si avventò al solito artifizio de’ liberalastri d’ogni tempo, colla calunnia aizzando il popolo in modo, che que’ filosofi vennero perseguitati a morte, ed abolite le loro istituzioni. Ne profittarono gli ambiziosi per costituire parziali tirannie nelle varie città, Clinia a Crotone, altri altrove, soqquadrando ogni ordine primitivo, finchè gli Achei si intromisero della pace. Allora furono adottate le leggi della madrepatria, e nel tempio di Giove Omorio giurata una federazione delle colonie, a capo della quale sembra fosse posta Crotone. Durò fino al 400, dopo di che, prima dai tiranni di Siracusa, poi da Roma si vide rapita l’indipendenza, e decadde a segno, che Petronio la chiamava campo di cadaveri rosi e di corvi affamati.

[CARONDA. ZALEUCO]

Pitagorici furono i due insigni legislatori della Magna Grecia, Caronda e Zaleuco, spesso tra loro confusi e ingombrati di favole, perchè la storia lascia in non cale i benefattori del genere umano, attenta ad immortalarne i distruttori.

[650]

Caronda fu di Catania; e poichè i legislatori antichi non solo comandavano gli atti, ma voleano piegare la volontà, pose fondamento al suo codice l’esistenza degli Dei[213], la famiglia e la patria. Dai primi emana la moralità delle azioni, che i dèmoni puniscono o premiano secondo il merito. Il rispetto pei genitori stendasi fino alla gleba dell’ultimo loro riposo. Chi passa a seconde nozze, rimanga escluso dalle assemblee, giacchè mette seme di dissensione tra i proprj figliuoli. Possono l’uomo e la donna snodarsi dal matrimonio, ma non contrarne un nuovo con persona più giovane[214]. Intento a conservare le famiglie (secondo il genio dei legislatori antichi, diverso da quel de’ moderni), Caronda moltiplica i legami fra’ parenti; il più prossimo d’un’ereditiera può sposarla; il deve se orfana e povera, o dotarla. Conoscendo i mali dell’ignoranza, impose s’insegnasse leggere e scrivere a tutti da maestri stipendiati dal pubblico. Proibito frequentare uomini viziosi, nè mettere in commedia un cittadino, salvo che sia adultero o spia. Al calunniatore infliggevasi di portare una corona di tamarisco; e sì grave obbrobrio pareva, che alcuni se ne sottrassero coll’uccidersi. Chi abbandona il posto in battaglia, durerà tre giorni in piazza vestito da donna. Punì i giudici che sostituissero giro di commenti alla precisione della lettera: ammise la pena del taglione. Chi proponesse d’innovare una legge, doveva presentarsi col capestro al collo, per essere strozzato se avesse repugnante il pubblico voto.

[CARONDA]

Affinchè la violenza non turbasse la indipendente decisione delle adunanze, Caronda aveva proibito di recarvisi colle armi, pena la vita. Un giorno stava esercitando i soldati, quando, udito che nell’assemblea erasi levato tumulto, v’accorre colla spada come si trovava: i nemici gli rinfacciano ch’egli medesimo violasse le proprie leggi; ma esso:—Anzi vo’ confermarle», e immergesi quel ferro in seno. Aristotele il loda per precisione di leggi e nobiltà di dicitura[215], aggiungendo che dettò i suoi ordinamenti a parecchie città della Sicilia.

[ZALEUCO]

Reputano anteriore Zaleuco di Locri. Anch’esso traeva la legge da Dio, onde cominciava dal provare l’esistenza di questo, argomentando dal mirabile ordine della natura, ed asseriva gli Dei non aggradiscono sagrifizj ed oblazioni dai malvagi, ma si compiaciono delle opere giuste e virtuose. Sempre alla legge che impone unendo la morale che consiglia, vuole si governino gli schiavi col terrore, i liberi coll’onore. Irreconciliabili non siano gli odj fra cittadini: nessuno abbandoni la patria: donna non esca con molte ancelle nè soverchio sfarzo, se non sia meretrice; nè uomo con anelli e con vesti milesie, se non andando in bordello. Sostituite leggi fisse e poche all’arbitrio della consuetudine, eccessivamente ne cercò la stabilità; ond’ebbe esclusa l’interpretazione, data forza ineluttabile al testo, e vietato perfino a chi tornasse in patria il chiedere se vi fosse qualcosa di nuovo. Demostene attesta che, in due secoli, una sola delle sue leggi era stata mutata[216]. Ma la stabilità è prova e carattere della bontà d’una istituzione?

CAPITOLO X.

Sicilia.

[SICILIA]

Teatro di grandi agitazioni naturali, come di mitologici eventi fu la Sicilia, in prima denominata Trinacria dalla figura triangolare. Le vetuste tradizioni le danno per abitanti Lotofagi[217], Lestrigoni, Polifemi, val quanto dire genti ancora sciolte da civile consorzio, che vi pasceano le greggie, viveano dei frutti spontanei, e abitavano nelle ampie grotte de’ suoi monti, dove poi i Ciclopi introdussero il lavoro dei metalli. Giove che regna sul monte Etna, e che questo monte, anzi l’isola tutta scaglia sopra i ribellati giganti; il dio Apollo che pascola gli armenti in Ortigia, dove ha culto la cacciatrice Diana; Saturno che dalla ninfa Talìa vi genera Venere, la quale preferisce il monte Erice al suo tempio di Gnido; Cerere che in Enna introduce la coltura del grano; Trittolemo che insegna ad arare; Aristeo che mostra come coltivare gli ulivi e spremerne olio, e raccorre il miele dagli alveari; Ercole che vi mena gli armenti tolti a Gerione da tre corpi, uccide in duello il gigante Erice, scopre e insegna l’uso delle acque termali ad Egesta ed Imera, e feste nuove e riti surroga a’ sagrifizj umani; Mercurio e Fauno che da Sicilia prendono le mosse onde arrivare in Egitto; Orione gigante che fabbrica il Peloro, sono favole che, qualunque ne sia l’arcano significato, rivelano vetustissima la civiltà di quell’isola.

Le popolazioni che il sopraggiungere di nuove cacciava, dall’Italia, sovente vi rifuggirono. I Sicani, gente iberica, v’erano accasati allorquando, tre generazioni prima della guerra di Troja, i Siculi e i Morgeti, spinti dagli Enotrj, invasero i fertili valli orientali, restringendo i Sicani ad occidente[218]. Di là da questi, verso la punta a libeccio, nel terreno sassoso cui fende il fiume Màzara, sedevano gli Elimi, propagine pelasgica venuta dall’Epiro, la cui capitale Egesta vantavasi fondata dal trojano Aceste. Origine iliaca ostentavano pure Drépano, Entelle, Erice, ove il tempio di Venere era costrutto alla ciclopica. Queste tradizioni appellano a colonie levantine di grande antichità, alle quali si aggiunsero prestissimo i Cretesi, simboleggiati in Dedalo, architetto famoso, che aveva fabbricato in Creta un edifizio, conosciuto col nome di Labirinto, e che, chiuso in quello, trovò portentosa via al fuggire, dissero volando, e fu accolto da Tocalo re de’ Sicani. Minosse re di Creta venne a riclamarlo, e s’impadronì di Eraclea Minoa sul fiume Alcio; ma vi trovò morte. Di qua dei tempi favolosi, Fenicj e Cartaginesi presero stanza sul littorale nell’viii secolo prima di Cristo.

[COLONIE GRECHE]

[756]

Teocle ateniese, naufragato sulle coste orientali della Sicilia, stupì di quell’opportuna postura, e rimpatriato, propose a’ suoi di menarvi una colonia. Non esaudito, si volse agli abitanti di Calcide in Eubea, co’ quali fondò Nasso sulle sponde del fiume Onobata. Tosto altri coloni lo seguono, i quali delle già fiorenti città fenicie o sicule s’impossessano, arrogandosi l’onore della fondazione, e snidando i prischi abitatori; e ben tosto ebbero occupato tutta la plaga orientale e meridionale dal capo Peloro al Pachino e al Lilibeo, mentre attorno alla punta occidentale si trovarono ridotti i Fenicj, e singolarmente a Selinunte, Motia, Panormo.

[AGRIGENTO]

Designano pure come città calcidiche Zancle, Imera, Mile, Catania, Leontini, Megara. Altre ne aveano contemporaneamente fondate i Dorj, fra cui Siracusa che popolò Acra, Casmena, Camarina, Tapso, Gela, da cui derivò Agrigento[219].

[FALARIDE]

[582]

[566]

[534]

La differenza d’origine e perciò di costituzioni fu seme di reciproche nimicizie, che guastarono il breve fiore. Da prima i coloni sfogarono la loro attività col sommettere i natìi; e com’ebbero così ridotte le campagne in arbitrio di poche famiglie, discendenti dai primi coloni, gli ambiziosi seppero profittarne per erigersi tiranni. Il primo che riuscì fu Panezio da Leontini, solleticando, come è stile dei demagoghi, l’eterno rancore dei poveri contro i ricchi. Anche Agrigento, governata prima aristocraticamente al par di tutte quelle d’origine dorica, cadde a tiranni, fra i quali il cretese Falaride. Le storie sono piene delle costui atrocità; forse esagerate dal genio democratico de’ Greci per fare aborrita la signoria dei re. Chi non intese parlare del toro di rame rovente, in cui egli chiudeva le sue vittime, e primo l’ateniese Perillo che l’aveva inventato? Ma le relazioni troppo discordano, e noi incliniamo a vedervi espresso un suo tentativo d’introdurre l’esecrabile rito fenicio e cartaginese d’abbrustolire gli uomini in onore del dio Moloc. Menalippo risolse uccidere Falaride, e si confidò all’amico Caritone, che gli disse aver anch’egli già lo stesso proposito. Venuto il destro, Caritone s’avvicina armato al tiranno; è arrestato, ma per tormenti non rivela i complici. Allora Menalippo si presenta, dichiarando aver egli primo ideato il fatto e indottovi l’amico; questi nega; nasce gara; della quale stupito, il tiranno perdona ad essi vita e beni, purchè abbandonino il paese[220]. Per eguali sospetti incrudelì invece contro di Zenone filosofo: ma le costui grida commossero la moltitudine tanto, che ammutinata lapidò il tiranno.

[AGRIGENTO]

[480]

Dopo breve libertà, vi tiranneggiò Alcmane, poi Alcandro, indi Terone, esaltato dal maggior lirico greco Pindaro, e dagli storici per avere sconfitto i Cartaginesi e soggiogato Imera. Trasideo, suo figlio e successore degenere, fu rotto e cacciato di regno da Gerone di Siracusa; e da quell’istante Agrigento si resse a popolo sul modello di Siracusa, e toccò l’apice di sua grandezza. Il vino e gli olj che spediva in Africa, la resero una delle città più opulente, magnifica di lusso e pubblici monumenti; talchè si diceva che gli Agrigentini fabbricavano come mai non dovessero morire, e mangiavano come non avessero a vivere che un giorno. Esemto, tornando vincitore dai giuochi olimpici, entrò in Agrigento accompagnato da trecento carri, tirato ciascuno da una pariglia di cavalli bianchi, razza siciliana[221]. Gellia serbava ne’ cellieri trecento botti di vino da cento anfore ciascuna; imbandiva ogni giorno molte tavole, e i servi alla porta v’invitavano ogni viandante; passando un giorno cinquecento cavalieri di Gela, li trattò tutti quanti, poi mettendosi il tempo sul piovere, donò a ciascuno un mantello della sua guardaroba[222]. L’abbondanza cagionò mollezza; e in un tempo d’assedio si dovette proibire ai cittadini, quando per turno andavano di sentinella alla ròcca, di portare più che un materasso, coperta e capezzale.

[SIRACUSA]

[732]

[484]

Siracusa, fondata dall’eraclide Archia di Corinto poco dopo di Roma, era governata dai proprietarj (_geomori_); ma gli schiavi, arruffati dai demagoghi, si rivoltarono e li ridussero a rifuggire a Casmena. Ingordi di vendetta, quelli porsero consigli e ajuto a Gelone tiranno di Gela, che per tale appoggio acquistò la signoria di Siracusa, e tosto la estese chiamandovi altri Greci, e trasportandovi i ricchi di Megara, di Camarina e d’altre città distrutte; intanto faceva vendere fuori i poveri, dicendo esser più facile governare cento agiati che non uno solo al quale non resti nulla da perdere. Per tal guisa Gelone venne poderoso per mare e per terra, e largheggiò di frumento co’ Romani.

[480]

I Persiani, nobile e poderosa popolazione dell’Asia Grande, aspiravano a sottomettere la Grecia; laonde Dario lor re, avendo in corte Democede medico di Crotone, il mandò con dodici Persiani ad esplorare le coste della Grecia, e quelle della bassa Italia colonizzata da Greci. Ma in questa ricevettero pessime accoglienze, e a grave fatica camparono dalle prigioni di Táranto. Però Serse nuovo re assunse l’impresa di soggiogare la Grecia, e con esercito memorabile passò l’Ellesponto. Il piccolo ma generoso paese vi oppose una resistenza memorabile; e fu allora che Gelone ai Greci esibì ducento triremi, ventimila fanti e duemila cavalli, purchè gli conferissero il comando della flotta alleata. La domanda gli fu disdetta; ed i Cartaginesi che parteggiavano con Serse, affine d’impedire che Sicilia e Magna Grecia soccorressero alla madrepatria, mandarono a Panormo Amilcare, figlio di Magone, con grosse armate. Gelone però con cinquantamila uomini e cinquemila cavalli lo sorprese presso Imera, e mandò in dirotta: cinquantamila Africani restarono sul campo, e tanti prigionieri, che si disse trapiantata l’Africa in Sicilia.

[GELONE]

Meglio che per la vittoria noi onoriamo Gelone per la pace, nella quale pose patto ai Cartaginesi che cessassero dai sacrifizj umani. I tesori acquistati in quella guerra distribuì ai valorosi e ai tempj, massime a quello d’Imera; e i prigionieri, fra i varj corpi dell’esercito, di che s’ebbe modo di coltivare nuovi campi, finire molte fabbriche, ed alzare in Agrigento un insigne tempio e famosi acquedotti. Sciolto da questi nemici, de’ quali anzi accettò l’alleanza, accingevasi a portare i promessi soccorsi ai Greci, quando seppe che il costoro patriotismo era bastato a respingere le immense turbe dei Persiani. Allora congedò l’esercito; e radunati i suoi sudditi, inerme comparve tra loro armati, rendendo conto della propria amministrazione, e ne riscosse vivi applausi.

Rigoroso da principio, come fu assodato si ridusse mite e giusto; favorì l’agricoltura, vivendo egli stesso fra’ campagnuoli: sbandiva a tutta possa le arti corruttrici, e meritò che i sudditi lo chiamassero il loro miglior amico. Sentendosi gli anni far soma addosso, rinunziò al fratello Gerone e poco sopravvisse. Da’ Cartaginesi e dal tiranno Agatocle fu distrutto il magnifico sepolcro di lui, non la memoria di sue virtù.

[GERONE]

[478]