Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 14

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Una delle prime imprese che dei Greci si ricordino, fu l’assedio di Troja, immortalato nei poemi d’Omero e di Virgilio: ma veruna storica certezza rimane nè del suo tempo, nè del luogo, nè dell’esito: il fatto medesimo è controverso; eppure a quella guerra, che suole collocarsi dodici secoli avanti Cristo e sulle rive dell’Ellesponto, voleano gli antichi far risalire la loro nobiltà, come le nostre Chiese agli apostoli, e i nostri signori alle crociate. Ed appunto da eroi della guerra iliaca prende le mosse la genealogia di molti Stati dell’Italia meridionale. Dicevasi che alcuni, campati dalla distrutta Troja, avessero cerco una nuova patria sovra suolo straniero; altri de’ vincitori stessi, agitati dall’ira divina o dalle procelle nel ritorno, fossero stati spinti coi loro seguaci in lontani paesi, ove presero stanza. Petilia credevasi cinta da nuovo muro da Filottete, greco abbandonato per astuzia d’Ulisse; Metaponto, fondata da Epeo compagno del pilio Nestore, il più prudente fra i Greci; Tràpani, Agatino, da altri di quella schiera. Nuove colonie innominate dovettero certo arrivare poco dopo.

[MAGNA GRECIA]

Forse per le non ancora quietate agitazioni del terreno i primi abitatori di quelle coste eransi tenuti sui monti, lasciando disabitate le spiaggie malsane, finchè gl’interrimenti le rinsanichirono. Su questi lembi, di recente formazione e di facile ubertà, poterono prendere stanza i Greci avveniticci, e mediante la pastorizia e la vicinanza del mare crescevano di ricchezze e di numero, mentre i natìi od erano ridotti schiavi affissi alla gleba, o fra le montagne si moltiplicavano e rinvigorivano. Un pugno di prodi o di avventurieri senza donne, non potea che mescolarsi coi vinti, insegnarli, alterarne forse ma non cangiarne la lingua e i costumi, salvo a quella società, la quale, secondo l’indole delle costituzioni antiche, sovrapponeasi alla plebe, e da questa tenevasi in tutto sceverata. In segno della nuova coltura il paese si popolava di tempj alle greche divinità; come quello di Nettuno a Taranto, di Proserpina a Locri, di Minerva a Metaponto, di Giunone sul promontorio Lacinio, di Ercole a Crotone, i riti del quale erano riservati alla famiglia de’ Lampriadi.

I coloni trasportavano con sè la costituzione patria, onde la democrazia prevalse nelle joniche, di cui tipo era Atene; nelle doriche invece, di cui era tipo Sparta, l’aristocrazia restringeva l’esercizio della sovranità e le magistrature in alcune famiglie, od in una classe nella quale si entrava pel censo. Il fatto stesso però della migrazione faceva propendere a democrazia, giacchè gli aristocrati non attaccavano al suolo memorie di dominio e, come avviene, sempre scemavano di numero, mentre i popolani crescevano col commercio e colle ricchezze.

Se però aveano condotto famigli e clienti, conservavano sopra di questi l’antico diritto. Quando altri Greci sopraggiungessero, non restavano ammessi all’eguaglianza di diritti (ἰσοπολιτεία), e così formavasi un’aristocrazia nuova, quella degli originarj, dotata di privilegi sugli avveniticci. Fra queste differenti classi non tardavano a proromper liti, e coll’ajuto degli schiavi, cioè degl’indigeni ridotti a servitù, gli aristocratici erano espulsi di città e l’amministrazione tolta alle famiglie per attribuirla ai capi di arti: rivoluzioni operate con molto sangue, e che trapelano dagli scarsissimi documenti, e ancor più dall’indole perpetua di società siffatte, comprovata anche dall’esempio delle nostre repubbliche del medioevo. Altre volte qualche oligarco associavasi col plebeo o coi vinti, oppure si ergeva arbitro fra i poveri e i ricchi, e per tal via diventava tiranno.

[CUMA]

[1300?]

[315]

I Calcidesi dell’isola d’Eubea, che oggi chiamiamo Negroponte, schiatta jonica, si posero nell’isola Pitecusa e nelle vicine, donde passarono a settentrione del File nel territorio degli Opici a fondar Cuma, avanti la distruzione di Troja, o almeno prima d’ogn’altra città grecanica. Questa si ampliò per commercio marittimo, tenne testa agli Etruschi, e fondò Napoli e Zancle, destinate a sopravviverle. Alla sua aristocrazia temperata diè crollo il prode Aristodemo, che amicatosi l’esercito colle vittorie sopra gli Etruschi, fece trucidare gli ottimati, costrinse le vedove a sposarne gli assassini, e fomentò l’inclinazione dei Cumani alla voluttà ordinando che i figliuoli si allevassero in femminile mollezza, sapendo ch’è agevole tiranneggiare gente corrotta. Ucciso lui, Cuma fu rimessa in istato, e continuò spedizioni lontane e guerre coi vicini, fin quando cadde in signoria de’ Romani, rimanendo pur sempre importante pel suo porto di Pozzuoli.

[REGGIO]

[723]

[300]

[271]

Dagli stessi Calcidesi dell’Eubea uniti a quei di Sicilia erasi anticamente colonizzata Reggio all’estremo vertice d’Italia. Sottratta agli Aurunci, fu governata aristocraticamente da mille, scelti tra le famiglie messenie quivi accasate coi primi abitatori. Coll’estinguersi delle case, restò il governo a pochi; per mezzo della quale oligarchia Anassila si pose tiranno, e trasmise il potere a’ suoi figliuoli. Cacciati dopo pochi anni, lasciarono una scarmigliata anarchia, a cui si riparò adottando le leggi di Caronda, colle quali Reggio si mantenne in pace. Struggeasi di dominarla Dionigi il Vecchio di Siracusa, ma essi ne aborrivano a segno, che avendo egli chiesto una sposa di qualche famiglia di Reggini, gli fu esibita la figliuola del boja[202]. Allora egli, ricorso alla forza, prese e saccheggiò la città. La risarcì poi Dionigi il Giovane; ma più tardi una legione romana ivi aquartierata vi si gettò sopra, e ne trucidò gli abitami. Roma punì nel capo que’ soldati, ma non per questo restituì a Reggio la libertà.

[PESTO]

[510]

Di Posidonia, fondata dai Sibariti nel golfo di Salerno e chiamata Pesto dai Romani, verun altro monumento abbiamo che splendidi avanzi e memoria delle rose che vi fiorivano due volte l’anno. Era costruita in un quadrato del giro di cinque miglia sopra terreno pianeggiante, con mura a secco e molte torri e quattro porte una rimpetto all’altra. Distrutta dai Saracini, rimase dimentica tra una foresta di spontanea vegetazione, fin quando nel secolo passato alcuni cacciatori ne indicarono le ruine, che traggono continuamente i curiosi ad ammirarle fra una contrada oggi mestamente sterile ed insalubre. Consistono queste in due tempj, di cui l’antichissimo di Nettuno è dei meglio conservati: sopra tre gradini elevasi un peristilio di sei colonne doriche di fronte e quattordici di lato, scanalate, senza base, alte appena cinque diametri, e poco più d’uno d’intercolunnio, lo che fa supporle anteriori al tempo che i Greci diedero leggerezza anche all’ordine dorico. Il tempietto di Cerere, più recente, ha colonne più snelle e meno rastremate. Sopravanza pure una stoa con nove colonne sul lato esterno minore e diciotto sul maggiore, e un colonnato nel giro interno. Anche dopo caduti in servitù, i Pestani continuarono lungo tempo, in un dato giorno, ad assumere le vesti e gli usi greci, e celebrar la commemorazione de’ tempi di loro indipendenza.

[METAPONTO]

[1260?]

Di Metaponto, una delle più segnalate colonie nel seno di Táranto, sappiamo poc’altro, se non che i seguaci di Néstore, tornando dalla guerra trojana, la fabbricarono; la crebbero Achei e Sibariti; Annibale cartaginese ne costrinse gli abitanti a migrare nel Bruzio; al fine la crescente insalubrità dei piani marittimi la spopolò, come fece di Pesto e delle vicine colonie sull’altro littorale. Plinio vi ricorda un tempio di Giunone, con colonne fatte di tronco di vite; e quelle che ancor si chiamano la chiesa di Sansone e la tavola dei Paladini sono reliquie di due tempj antichi, d’architettura policromatica.

[LOCRESI EPIZEFIRJ]

[683]

[356]

Durante una lunga guerra, le femmine dei Locresi Ozolj s’erano mescolate cogli schiavi; onde al tornare dei mariti, paventando il castigo, fuggirono e piantaronsi coi figli nel ridente paese all’estremità dell’Appennino, formando la colonia de’ Locresi Epizefirj. Arrivando, giurarono ai Siculi:—Finchè calcheremo questa terra, e porteremo questi capi sulle spalle, possederemo il paese in comune con voi»; ma eransi posta della terra nelle scarpe, e capi d’aglio sulle spalle; scossi i quali, si credettero sciolti dall’obbligazione, e arrogaronsi il primato sovra i natii. Ebbero battaglie coi Crotoniati per gelosia; ed assaliti da questi in casa propria, vinsero alla Sagra una battaglia con forze tanto sproporzionate, che la fama, divulgandola anche in Grecia, l’attribuiva a intervento de’ semidei Castore e Polluce, i quali dagli antichi credeansi vedere ne’ fuochi fatui, vaganti sul mare. D’un’altra vittoria sui Crotoniati fu dato merito ad Ajace, eroe greco della guerra trojana, il cui spettro si diceva combattesse pei Locresi. Dalle cento famiglie dominanti si cernivano un cosmopoli, magistrato supremo, e mille senatori con autorità legislativa: alcuni ispettori vigilavano che le leggi non fossero violate. Se non grandigia di ricchezze, Locri ebbe lode di corretti costumi e di pacifica inclinazione, fin quando Dionigi II, espulso da Siracusa, venuto a cercarvi asilo, introdusse d’ogni maniera disordini. Locri però si tenne indipendente fino ai tempi di Pirro.

[LOCRI. TARANTO]

[707]

[272]

Messene nel Peloponneso maneggiò sì lunga guerra con Sparta, che i magistrati spartani, temendo non finisse la razza nell’assenza de’ mariti, autorizzarono le donne a farsi fecondare da schiavi. I figliuoli nati da questo adulterio legale, col nome di Partenj migrarono al tornar de’ mariti delle madri, e istituirono la colonia di Taranto nel golfo dell’estrema Italia che guarda alla lor patria, con porto eccellente in costa inospita. Cominciarono, come gli altri coloni siffatti, a uccider gli uomini del paese invaso, sposarne le donne; poi dandosi ordinamento e leggi, domarono i Messapi, i Lucani ed altri popoli del contorno, e divennero una delle primarie potenze marittime fra il V e il IV secolo avanti Cristo, potendo armare ventimila fanti e duemila cavalli: ebbero fabbriche e tintorie di panni, industria tanto favorevole alla popolazione; e sebbene corrotti dall’opulenza, serbarono anch’essi l’autonomia fino a Pirro. Dalla città patria avevano recato il culto di Apollo Giacintio e il governo aristocratico temperato; ma dopo che, nella guerra contro i Messapi, perirono i nobili, si piegò a moderata democrazia. I magistrati si eleggevano metà a sorte, gli altri a pluralità di voci; nè senza il consenso del senato si dichiarava guerra. Ammetteansi alla cittadinanza non Greci soltanto, ma anche indigeni, talchè i molti elementi italici ravvicinavano Taranto all’Italia più che alla Magna Grecia. Quell’angolo meglio d’ogni altro della terra arrideva al poeta Orazio[203] per naturali bellezze e tepido spiro: gli cresceano pregio fumosi vini, generosi puledri, finissime lane.

[SIBARI]

[725]

[550]

[510]

Achei, uniti co’ Locresi, fondarono Sibari; la malsana pianura fra il Crati e il Sibari emendarono con canali, divenuti comodità e abbellimento, e che ora negletti, tornarono pestilente quel paese. A taccia della sua mollezza, è vulgatissimo che i cittadini solevano fare gl’inviti un anno prima, onde mettere a contributo l’aria, l’acqua e la terra, e preparare vesti gemmate; ai convitati porgevasi per norma la lista sì delle persone, sì delle vivande: mestieri rumorosi non doveano turbare i sonni o i silenziosi piaceri; sbandivansi perfino i vigili galli: un Sibarito non si potè addormentare per esserglisi piegata sotto una foglia di rosa; un altro prese la febbre al vedere un contadino affaticarsi. Diffamazioni forse fuor di proposito, certo fuor di misura; dalle quali solo raccogliamo la grande ricchezza venuta al paese dal commercio che faceva con Cartagine, massime di vini e d’olj. Quest’agiatezza, il suolo ferace, la facilità di concedere la cittadinanza, moltiplicarono i Sibariti a segno, che, se crediamo a Strabone, potevano armare trecentomila uomini[204]. Dominavano sopra sette genti limitrofe e venticinque città; governavansi a democrazia temperata, fino a che Teli se ne fece tiranno, cacciando cinquecento primarj cittadini. Questi ricoverarono nella vicina Crotone, donde furono spediti messi a Sibari per praticarne il richiamo: ma Sibari trucidò gli inviati, onde Crotone assalse l’emula con centomila guerrieri, e la sfasciò.

[TURIO]

[441]

[286]

Sulle rovine di Sibari fu stabilita la città di Turio, con tanta mescolanza di popoli, che si disputò quali avessero a tenersene i fondatori: del che interrogato, l’oracolo la dichiarò colonia d’Apollo. L’origine stessa vi produceva la democrazia; ma gli antichi Sibariti usurpando le migliori terre e l’autorità, restrinsero il governo in pochi. Ne furono poi espulsi; nuove genti sopravvennero di Grecia, e presero leggi da Caronda. I Lucani, perpetui nemici, li vinsero, nè cessarono di molestarli finchè non si posero in protezione dei Romani. Di quest’atto si tennero offesi i Tarantini, che gli assalsero e sconfissero: più tardi i Romani ridussero Turio a colonia.

[ERACLEA]

[433]

[272]

La città d’Eraclea, posta dai Tarantini sulle rive dell’Aciri presso Metaponto, ci tramandò nelle famose Tavole un documento del suo governo; donde appare che v’avea culto principale il dio da cui traeva nome, poi Bacco e Pallade, le cui effigie appajono nelle bellissime sue monete. Efori annui reggeano la repubblica, e polianomi o prefetti della città; un segretario, un geometra ed altri minori uffiziali attendeano all’amministrazione: il popolo divideasi in molte tribù, ciascuna con insegne particolari, e in assemblea comune risolveano de’ comuni interessi. I Romani la soggiogarono l’anno stesso della presa di Taranto.

[CROTONE]

[735]

Miscello ed Archia condussero una colonia achea a Crotone, la quale crebbe a sì subita potenza che, nel primo secolo d’esistenza sua, armò contro di Locri cenventimila uomini; e benchè sconfitta, con quasi altrettanti la vedemmo assalire e distruggere Sibari. La città misurava il perimetro di dodici miglia; con un senato di trecento o di mille membri[205]; bella, illustre, ricca, saluberrima, beata la predicano gli antichi, e diceasi non vi fosse mai gittata la peste.

Parte suprema nell’antica educazione tenea la ginnastica e sfoggio se ne faceva in feste solenni, celebrate a tempi prefissi; principalmente ne’ giuochi olimpici, pei quali ogni quattro anni i Greci concorrevano in Elide ove assistere alle gare di lotta, di corsa, di tiro, e insieme udir recitare tragedie, odi, pezzi di storia. Sibari, nel maggior suo fiore, meditava di rapire quest’affluenza ad Elide, coll’istituire giuochi più splendidi e di premj più appetiti. Agli olimpici, ben tredici volte in ventisei olimpiadi riportarono il gran premio gli atleti di Crotone, così rinomati che correva in proverbio, l’ultimo dei Crotoniati valere quanto il primo dei Greci[206]. L’atleta Milone combattè un toro, e levatoselo di peso sulle spalle, il recò in giro per tutto lo stadio, poi ammazzatolo d’un pugno, in un giorno lo mangiò; rovinando il tetto d’una scuola, egli il sorresse col dorso finchè tutti camparono; alfine volendo squarciare un tronco, restò colle mani prese nello spacco, e quivi fu divorato dai lupi.

Anche per bellezza erano insigni i Crotoniati: a un tal Filippo, come al bellissimo dell’età sua, gli Egestani, tuttochè nemici, resero dopo morte un culto divino; e il gran pittore Zeusi, dal vedere i garzoni lottanti nel ginnasio, argomentò quanta dovess’essere la leggiadrìa delle loro sorelle, e le scelse per modello di quella Venere, che fu tenuta il capolavoro dell’antichità.

Alla democrazia temperata di Crotone diede origine Pitagora. A costui tutte le città della Magna Grecia attribuivano il merito delle loro costituzioni, ond’è difficile lo sceverare in esso il personaggio vero dall’ideale, a cui, come a tipo de’ primi filosofi civili, si ascrivono le invenzioni più disparate e le più dissonanti avventure. Non è paese del mondo ove non abbia egli viaggiato; dimostrò il teorema del quadrato dell’ipotenusa; diede la prima teorica degl’isoperimetri dei corpi regolari, gli elementi delle matematiche, l’algoritmo, del quale ancora non si conosce il senso; trovò i ragguagli fra la lunghezza della corda armonica e i suoni che n’escono; insegnò che l’acqua si converte in aria e d’aria torna in acqua; sostenne essere opaca la luna, identica la stella del mattino con quella della sera, sferico il sole; per armonia de’ corpi celesti intendeva probabilmente i rapporti delle loro masse e delle distanze; indicò il vero sistema mondiale, cioè l’obliquità dell’eclittica e la versatilità della terra, con equa distribuzione di luce, di ombre, di calore sull’intera superficie, tutta perciò abitabile; e conoscendo che due opposte forze impresse nei corpi celesti li spingono per un’orbita, anticipò di tanti secoli quell’attrazione newtoniana che Herschel considera come la verità più universale cui sia pervenuta l’umana ragione[207].

[PITAGORA]

[540]

Nell’assoluta deficienza di documenti, e perduta la chiave del linguaggio matematico e de’ simboli in cui i Pitagorici avvolgevano la loro dottrina, come asserire qual sia e quanta la verità intorno a ciò che si racconta di quegli insegnamenti? Sembra che il vero Pitagora nascesse a Samo d’Italia nel 584, viaggiasse l’Asia, l’Egitto, forse l’India, a Crotone aprisse una scuola, la quale proponevasi di perfezionare i sentimenti, non solo religiosi e morali, ma anche politici: ond’egli ci si manifesta in triplice aspetto, filosofante, fondatore d’una società, e legislatore. Come filosofo sta in mezzo fra l’Oriente e l’Occidente, non abolendo i miti in cui quello avvolgeva le dottrine, eppure accettando la realità e il ragionamento di questo; traendo la scienza dagli arcani del santuario, ma avviluppandola nei simboli di una società secreta; togliendola dall’essere sacerdotale, ma conservandola aristocratica; repudiando le favole vulgari che degradavano la verità, ma non osando porgere nella nuda semplicità i sublimi concetti che egli aveva intorno a Dio e alle relazioni sue coll’uomo e col mondo.

[DOTTRINA PITAGORICA]

Per quanto si può scoprire di sotto alle espressioni ora mitiche ora aritmetiche, egli fissavasi in un idealismo puro, ma accessibile al senso comune. Ogni bene ha fondamento nell’unità che è Dio, e nell’ordine, nell’armonia, nella proporzione, che sono l’unità manifestata nelle cose, applicata al governo dell’universo. Ogni male nasce dalla dualità, ossia dalla dissonanza e sproporzione, e dalla materia che è il complesso di queste qualità rese sensibili. Cominciamento reale e materiale di tutte le cose è l’unità assoluta (monade), da cui derivano la limitazione dell’imperfetto, la dualità e l’indefinito. Lo svolgimento della creazione tende appunto a svincolare gli spiriti dalla dualità, cioè dalla materia, il che si ottiene rimovendo la falsa scienza del variabile, per attingere alla scienza vera dell’ente immutabile, e imparando a ricondurre la moltiplicità delle cose all’unità del principio.

Asserì l’immortalità dell’anima, e non è accertato che la scombujasse col dogma della metempsicosi. Pare ancora distinguesse il sentimento dall’intelligenza: quello sorgente de’ desiderj e delle passioni, questa moderatrice de’ pensieri e degli atti, ed emanazione dell’anima del mondo. Pronunziò non esser possibile il conoscere veruna cosa, se non a condizione che preesistano enti intelligibili, i quali siano semplici ed immutabili; e poichè tali condizioni di unità-eternità non s’avverano nè rispetto al mondo materiale, nè allo spirito umano, uopo è ricorrere all’_idea_, che sola rende possibile il conoscere.

La morale di Pitagora avea per fondamento la retribuzione eguale e reciproca, l’equità (ἀριθμὸς ἰσάκις ἴσος), che è un’armonia tra le azioni dell’uomo e l’universo; essendo virtuoso l’uomo le cui azioni rimangano sottoposte all’intelligenza e in armonia con essa. _Dire il vero e fare il bene_[208] è il suo precetto cardinale. Le virtù sono vie per arrivare all’amore: profonda verità, che discerne le due parti della morale, una di mera giustizia, l’altra di carità operosa.

Negli antichi, dove il metodo esiste appena e l’immaginazione prevale, mal si presumerebbe di comprendere tutto e tutto concatenare, e basta afferrare il principio generale, da cui è animata la dottrina. Tale in Pitagora è la matematica, derivando da considerazioni sopra i numeri e le figure; riconducendo a rapporti numerici l’armonia e la bellezza delle cose; abbracciando la musica, perchè gli accordi son numeri; numeri i corpi, formati di unità; ogni cosa è composta di numeri, o sul tipo numerico fu creata. Il mondo è un tutto armonicamente disposto, sicchè dieci grandi corpi si muovono attorno a un centro che è il sole; per via delle stelle gli uomini tengono qualche parentela colla divinità, fra la quale e noi stanno i dèmoni, dei quali è la grande potenza ne’ sogni e nelle divinazioni.

La natura e il linguaggio erano per lui segni sensibili d’un ideale invisibile, che all’anima si rivelava per via dell’ordine fisico. E di simboli faceano grand’uso i suoi seguaci; per segno di riconoscimento adopravano il triplo triangolo che ne forma cinque altri, ed il pentagono; diceano, «Non sedere sul moggio» per indicare di non introdurre le cure della vita animale nel dominio dello spirito; «Non portare al dito le immagini degli Dei», cioè non divulgare la scienza divina[209].

Due arti principalmente raccomandava Pitagora: la ginnastica e la musica. Per la prima vogliamo intendere l’igiene, che è una grande scienza negli Stati, una grande prudenza negl’individui. La musica crediamo comprendesse tutta la letteratura; laonde Damone[210] diceva non potersi toccar le regole di essa senza scassinare le leggi dello Stato: il che possiamo asserire anche oggi della letteratura.

[PARALLELO COLLA JONICA]

Quest’altezza di vedere discerne fondamentalmente la filosofia italica dalla jonica. La prima tolse per canone la tradizione del genere umano, la seconda la speculazione individuale e indipendente: l’italica vide ch’era necessario dedurre le cose da un principio solo per costituire l’unità della scienza, e subordinando i sensi allo spirito, distinse le sensazioni, corrispondenti all’ordine variabile, dalle idee che hanno per oggetto l’invariabile; la jonica invece non si affida che alla sperienza. Quella pertanto segue l’analisi, partendo dal tutto e colla decomposizione venendo alle parti onde risalire al tutto, oggetto delle sue indagini; questa la sintesi, movendo dalle parti onde ritornare al tutto colla composizione, sebbene nell’infinita via si smarrisca, e riducasi sempre alle parti, unico scopo di sua attenzione. Mentre la scuola jonica ammetteva un principio materiale e dimenticava il morale intento, i Pitagorici mantenevano il principio incorporeo, curavansi della moralità, e cercavano le leggi e l’armonia dei principj mondiali secondo una morale determinazione del male e del bene; nelle forme più dogmatici che dialettici, nello stile chiari e di semplicità grandiosa. Gli Italici prendevano dunque le mosse da Dio, gli Jonici dalla natura; quelli procedevano nelle pure regioni dello spirito, questi perdeansi in vani sforzi affine di svilupparsi dalla materia. Nella scuola di Talete, essenzialmente indagatrice e sagace, lodevole era l’esercizio attivo e libero dell’umana ragione: la pitagorica invece, gelosa di conservare le dottrine all’uomo rivelate da lassù, meno ardita procedeva nell’esame, onde agli scolari bastava per ragione l’averlo detto il maestro: _Ipse dixit_.

[SOCIETÀ PITAGORICA]