Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 13
Il paese incivilito degli Etruschi fu tornato in selvaggia desolazione da costoro, a’ quali parea scapito di libertà il chiudersi fra mura; e di tante città fiorenti, cinque sole camparono, Mantova e Melpo nella Transpadana, nell’Umbria Ravenna, Butrio, Arimino. Melpo perì non guari dopo; le altre dovettero con gran cautela orzeggiare fra quei terribili conquistatori, esercitandosi nel commercio, da questi avuto a vile. I quali abitavano borghi smurati, senza mobili nè altre comodità della vita; letto l’erba o la paglia; cibo la cacciagione; unica occupazione la guerra; trofeo le teste de’ nemici, che pei capelli sospendeano alla criniera de’ cavalli; ricchezza gli armenti e l’oro perchè si possono trasportare (POLIBIO).
[GALLI CISALPINI]
Ogni primavera rompeano la pace, e scorrazzavano saccheggiando dall’Adriatico fin nella Magna Grecia, costeggiando però il mar Superiore onde evitare i montagnesi dell’Appennino e i robusti figli del Lazio. Cresciuti di popolazione, vollero spedir fuori una colonia, e trentamila Galli-Senoni varcarono i monti verso l’Etruria. Gli Etruschi mandarono interrogandoli:—Perchè venite in paesi, ove i padri vostri non abitarono?» Ed essi:—Noi cerchiamo posto; cedeteci il terreno che a voi non serve, e saremo amici». Il sopraggiungere di questi impedì agli Etruschi di soccorrere i lor fratelli di Vejo, assediati da Camillo: e certamente le vittorie di Roma furono agevolate dall’essere la potenza etrusca già scassinata nell’Italia superiore.
[396]
L’inveterata inclinazione degl’Italiani d’invocare nelle fraterne discordie lo straniero, ci fa poi meno alieni dal credere che gli Etruschi pensassero dar briga ai Romani coll’istigare contro di essi i nuovi invasori; che in fatto difilarono sopra Clusio, città alleata di Roma. E Roma mandò intimar loro si ritirassero; e i tre Fabj ambasciadori vedendosi inascoltati, passarono nella città assalita, e si posero a capo degli armati. Parve ai Galli una violazione del diritto delle genti, laonde irritati, alla guida del Brenno, come chiamavansi i lor capitani, e ingrossati di nuovi soccorsi, batterono la marcia contro i Romani, li vinsero al fiumicello Allia, che dai monti Crustuminj piove nel Tevere, e spogliati i cadaveri e troncatine i teschi, si volsero sulla città. Côlti da terror panico, o conoscendosi incapaci di difenderla, i cittadini l’abbandonarono, sicchè Roma fu ridotta in cenere, scannati i senatori e i sacerdoti, i quali, proferite le formole del sagrifizio, colle insegne di lor dignità attesero inermi gl’invasori.
[CAMILLO]
[389]
Le Vestali e le cose sacre eransi ricoverate a Cere d’Etruria, il vulgo nei paesi circostanti: ma il prode Manlio indusse un pugno di risoluti a seco ricoverarsi nella rôcca del Campidoglio. Quivi tennero saldo; ma già perduta la speranza del resistere all’armi e alla fame, divisavano di capitolare, quando Furio Camillo, il vincitore di Vejo, che dalla consueta ingratitudine de’ popoli era stato cacciato in esiglio, e vivea ritirato in Ardea, pose in non cale i torti della patria, e raccolti gli sbandati, e avuto il pien potere di dittatore, sopraggiunse mentre a Pesaro (_Pesa-auro_) si trattava del riscatto a denaro, e disse:—Col ferro, non coll’oro s’ha a redimere la patria»; liberò la rôcca, espulse i Galli, ed attestò col fatto l’immobilità del Giove Capitolino: laonde fu tenuto come secondo fondatore della città.
Così una tradizione di boria nazionale e patrizia, e tanto ricca di poesia quanto di controsensi e disaccordi: ma un’altra più positiva rivela qualmente i Galli fossero costretti allargare il Campidoglio perchè i Veneti aveano invaso le loro terre cisalpine; onde consentirono che i Romani si redimessero a prezzo d’oro, il quale fu portato nella Gallia e custodito come segnalato trofeo, sinchè più tardi venne ricuperato da Druso. Certo i Galli non isbrattarono così tosto il paese; anzi, accampati a Tivoli, scorrazzavano per la campagna; talchè i Romani posero il partito di torsi via dalla mal difesa e inauspicata patria, e mutarsi nella grande e robusta Vejo.
Forse era consiglio de’ plebei, i quali nel nuovo abitacolo si sarieno trovati eguali ai patrizj, giacchè questi non vi troverebbero più nè il terreno legale, nè la proprietà assicurata dai sepolcri, nè le memorie avite: ma Camillo mostrava come Roma godesse saluberrime colline; fiume opportuno per trar le derrate dall’interno e riceverne dal mare; mare abbastanza vicino, ma non tanto da esporla a flotte nemiche; situata nel mezzo dell’Italia, in posizione unica per ingrandire[195]. Con maggior efficienza i patrizj fecero intervenire il solito impedimento degli augurj: onde si risolse di rimanere, e di mezzo alle ceneri e ai rottami e senza soprantendenza di edili fu scompostamente risarcita la città plebea, nel posto ove il lituo etrusco avea dapprima fondato la patrizia. Frugando tra le macerie si trovarono intatti lo scettro di Romolo, pegno di lunga durata al popolo, e molte tavole della legge, che furono esposte al pubblico, eccetto quelle concernenti la religione, tenute ancora arcane.
I Galli, ridottisi nella parte superiore dell’Italia che per loro fu detta Gallia Cisalpina, mai non requiarono dal molestare i Romani; ai quali del sofferto disastro rimase tale apprensione, che un tesoro a posta conservavano per l’eventualità di guerre contro di essi (tumultus), nelle quali nessun cittadino era dispensato dal prender le armi, sospendevansi gli affari, un dittatore veniva eletto con pien potere per salvare la repubblica. E quella guerra migliorò la loro tattica: all’elmetto di rame surrogarono uno di ferro battuto, a prova delle lunghe spade galliche; di ferro orlarono gli scudi; alle deboli e lunghe chiaverine sostituirono il _pilum_, perfezionamento del gais _gallico_, atto e a parare la sciabola nemica, e a colpire da presso e da lontano.
[CERE AGGREGATA]
Per riconoscenza verso la pelasga città di Cere che avea dato ricovero agli Dei, i Romani le concessero la cittadinanza, come anche a’ Vejenti, Carpenati, Falisci. Nuova estensione davano essi con ciò alla loro politica d’ingrandire per mezzo dell’assimilamento; e se prima aveano trasferito i vinti in città, ora recavano la città di fuori, creando cittadini romani fuor del proprio territorio, con diritti più o meno larghi.
[VOLSCI VINTI]
Profittando delle sue sventure, molti popoli si erano rivoltati contro Roma, e massime l’Etruria: ma il valore di Camillo assicurò la vittoria sui Volsci e sugli Etruschi, nel mentre stesso che rappaciava le sempre rinascenti gare interne fra patrizj e plebei, aggravate dall’ingrossarsi dei debiti nelle trascorse vicende. Anche le correrie dei Galli infiacchivano i nemici di Roma, e facilitavano a questa il vincerli. Di fatto, dopo lunghe brighe, Ernici e Volsci furono domati: i Romani, che ai vinti non sempre negarono lode, narrarono che un Volsco di Priverno, interrogato qual pena gli sembrassero meritare i suoi cittadini,—Quella (rispose) che meritano uomini, i quali si credono degni della libertà». E soggiuntogli,—Se non vi si concede perdono, in qual modo vi comporterete?» replicò,—Nel modo che vi comporterete voi: se le condizioni saranno discrete, ci manterremo sempre fedeli; poco, se aspre».
[I SANNITI]
Terribili a Roma rimanevano i Sanniti, gente mista di Sabini ed Ausonj. Giunti al colmo di loro potenza, superavano allora Roma in popolazione e territorio, allargandosi dal mar Inferiore al Superiore, dal Liri alle montagne Lucane e ai piani dell’Apulia, sui due pioventi della giogaja centrale dell’Appennino, nelle vallate del Vulturno, del Tamaro, del Calore verso il Tirreno, e del Saro, del Tiferno, del Trinio, del Frentone verso l’Adriatico, ne’ paesi insomma che oggi diciamo Principato Ulteriore, Abruzzo Citeriore, Terra di Lavoro. Buone loro città erano Boviano a piè del Matese con mura pelasgiche, Esernia sull’altra proda di questo monte, Alifa nella valle del Vulturno, Caudio fra questa e Napoli, Eclapoli presso le mufete del lago d’Ampsaruto, Telesia sul Calore, Alfidena nella val del Sangro, Consa presso una sorgente dell’Ofanto, Ortona, Malevento. Non formavano uno Stato unico, ma molti Comuni, avendo a capo un induperatore; troppo lassamente collegati dal reciproco municipio, spesso emuli, volta a volta nemici. Fra le gole dell’Appennino pascolavano gli armenti nel cuor dell’estate; e sobrj, indomiti, difesi da valloni e torrenti, erano spaventevoli ai pianigiani.
[CAPUA]
[420]
Alle loro correrie si opponevano le città greche ed etrusche; ma essi travalicandole invasero la Vulturnia, cui applicarono il nome di Campania cioè pianura (καμπος), e i titoli di _felice_ e di _terra di lavoro_ per la sua opportunità all’agricoltura. La deliziosa Capua, dagli Etruschi ammolliti passata a mano di questi bellicosi, acquistò fama guerresca; e la sua nobiltà somministrò cavalieri non meno reputati che i pedoni del Lazio, i quali, col nome di Mamertini cioè soldati di Marte, si mettevano a soldo de’ tiranni di Sicilia e perfino de’ Greci; emulò Roma, e potè aspirare alla signoria o alla capitananza di tutta Italia. Eppure dentro era propensa all’arti del lusso, tanto che la via Seplasia era tutta a botteghe di profumi; mentre i vasi che vi si scoprono, attestano quanto portasse innanzi la ceramica e la plastica: inventò le burlette, di cui rimangono ricordo le Favole atellane e la maschera dello Zanni e del Macco o Pulcinella.
[CAMPANIA E LAZIO SOGGIOGATI]
[343]
I Campani non s’indussero mai ad amare i montani loro dominatori; nè i Sanniti conobbero l’arte romana di fondere in un popolo conquistatori e conquistati, patrizj e plebei. Guardavansi dunque con iraconda diffidenza; e i Campani, ridotti alla dura necessità di dover servire a nemici o ad amici, chiesero ajuto da Roma che, in aspetto d’alleata, ma già ingordamente sperando dall’armata intervenzione, allora primamente sbucata dal tristo Lazio, conobbe quella bellissima regione, le delizie meridionali, e l’eleganza e sensualità greca. L’esercito ne prese tale incanto, che chiese di trasferire colà la patria, trovando poco giusto che essi vincitori stentassero in Roma, mentre i vinti godeano pacificamente di sì ubertosa contrada: disdettagli la domanda, si ritorse ostilmente contro Roma, la levò a rumore, e gridò:—Vogliamo siano abolite le usure; vogliamo si scelga un console plebeo». Le armi imponeano dunque già la legge alla patria.
[MANLIO TORQUATO. DECIO]
[342]
[340]
Di quest’agitazione si risentì tutto il Lazio, che, stanco di vincere a solo pro de’ Romani, scosse la soggezione, s’alleò co’ prischi abitanti de’ paesi ridotti a colonia romana, e coi Campani e Sidicini, per ricacciare quei montanari nel Sannio, e mozzare il crescente orgoglio di Roma; anzi i Latini proposero a questi:—Volete che soffriamo Roma divenga la capitale del Lazio? uno dei vostri consoli e metà de’ senatori siano di nostra gente». I Romani, che non cedevano mai a minacce, non isdegnarono l’alleanza di barbari montanari, e trassero i poveri Marsi e Peligni contro ai pingui Campani, sicchè al Vesuvio si trovarono fronte a fronte tutti i popoli dell’Italia centrale. Guerra feroce come le fraterne, segnata da ricordi della severità de’ patrizj conservatori, e dagli avanzi delle truci religioni pelasghe. In tanta somiglianza di popoli importava sovrattutto la disciplina; laonde Manlio Torquato condannò a morte suo figlio perchè aveva osato combattere contro gli ordini. Decio si consacrò agli Dei infernali onde placarli alla patria, e proferite le formole spaventose, s’avventò contro le armi nemiche, quasi offrendo se stesso vittima espiatoria per tutti i Romani. In fatto i nemici rimasero interamente sconfitti.
I Romani punirono dell’insurrezione i Latini ed i Campani collo spegnerne l’autonomia, vietarne le assemblee, traslocarne gli abitanti, sostituendovi coloni, e dando a ciascuna città patti diversi, a misura dei comporti. Con ventiquattro trionfi ebbe soggettato i Volsci, distruggendo l’artifiziosa fertilità di quel paese, ove le rovine di tante città, sparse fra insanabili paludi, attestano fin ad oggi la floridezza del popolo perito e la ferocia del vincitore. Ferocia dovuta ai patrizj, tenaci dell’eroica severità, per quanto la plebe, memore dell’origine italica, insinuasse più miti consigli.
[FORCHE CAUDINE]
[327]
[321]
Allora Roma, mutati i mezzi non l’intento, arma i pianigiani Latini, Campani, Apuli contro i montani Sanniti, Lucani, Vestini, Equi, Marsi, Frentani, Peligni, che già l’aveano ajutata a vincere la pianura. Lunghi anni s’avvicenda la fortuna, finchè Papirio Cursore manda a sbaraglio i Sanniti. Questi chiedono capitolare, e ricusati, col furore della disperazione e col vantaggio delle posizioni chiudono l’esercito romano nell’angusta valle che fu poi nominata le Forche Caudine. Erennio, vecchio sannita, consigliava,—Via i partiti medj: o scanniamo tutti i Romani combattenti, o rimandiamoli senza infamia». Ponzio suo figlio, generale e filosofo, ascoltando più all’umanità che alla politica, risparmia i vinti, purchè lascino armi e bagaglio, e passino sotto una croce, giurando di non più militare. Roma ne fu in lutto: ma il senato interpretò che quel giuramento non teneva perchè gli erano mancati gli auspicj, e con una di quelle sottigliezze de’ tempi eroici, per cui, tenendosi stretti alla parola, si mutava il giusto in ingiusto, furono espulsi Postumio e Veturio consoli che personalmente aveano giurato, proferendo che non si avesser più a considerare per cittadini. Costoro, in aspetto di esuli, ottennero generosa ospitalità dai Sanniti: ma secondo il concerto preso svillaneggiarono il feciale che i Romani spedivano per patteggiare la pace: e Roma da quest’oltraggio contro la sacra persona dell’ambasciatore tolse pretesto a rompere il patto e ripigliare la guerra[196]. La vittoria dà ragione ai Romani spergiuri. Ponzio, tanto venerato fra i suoi che neppure dopo l’improvvida clemenza gli avevano levato il comando degli eserciti, fu vinto e condotto a Roma; ed egli, che avea risparmiato di mandare per le spade l’esercito a Caudio, egli che aveva impedito si maltrattassero i consoli di Roma rejetti e spergiuri, fu vilmente e legalmente trucidato.
[318]
In una tregua bienne i Romani rimisero il freno alle colonie, scannando i rivoltosi al cospetto del popolo in memorabile esempio, perchè era di suprema importanza che i coloni si trovassero sicuri.
[316]
[312]
Assodati gli stabilimenti loro nella terra Campana, ebbero cinto d’una rete i Sanniti, che non trovandosi pari ai cresciuti conquistatori, invocarono soccorsi dalla Confederazione etrusca. Questa dai Sanniti e dai Galli era stata ristretta entro gli originarj confini: dentro però sovrabbondava di popolazione, raffittita anche per coloro che v’erano migrati dall’Etruria settentrionale; e l’agricoltura e l’industria produceano inesauste ricchezze. Interruppe i traffici e le arti per ajutare gli antichi nemici suoi contro i nuovi, ben più pericolosi che non i Liguri e i Galli. Ma a capo dei Romani stavano Curio Dentato, che dicea non voler possedere oro, ma comandare a chi l’aveva; Papirio Cursore, l’Achille romano; Decio, che, ad imitazione del padre, si consacrò agli Dei infernali; e principalmente Quinto Fabio, che diceasi aver ucciso o fatti prigioni cinquantamila uomini, e che fu cognominato Massimo dai patrizj perchè relegò nelle quattro tribù cittadine la ciurma che Appio Claudio avea sparpagliata in tutte.
[L’ETRURIA VINTA]
[310]
Le tre città più bellicose d’Etruria, Perugia, Arezzo, Cortona, chiesero tregua per trent’anni: le altre, benchè rese inermi, benchè ne’ comuni parlamenti a Voltunna non sapessero mettersi d’accordo, pure spiegarono tale forza che basta a testimoniar quanto vigorosa fosse in origine quella confederazione. Rinnovarono il patto sacro, costume lor nazionale, per cui ognuno sceglievasi un camerata, vegliando un sull’altro, e reputando indelebile infamia l’abbandonarsi. Vinti, si rannodarono sulla montagna di Viterbo nella foresta Ciminia, «orrenda e impervia più che le selve di Germania e di Scozia». Sconfitte e vittorie avvicendarono, finchè con sommo valore combattendo al lago Vadimone, toccarono una piena rotta, dalla quale non si riebbero più, per quanto protestassero con nuove guerre e sommosse. Perduta l’indipendenza etrusca, l’aristocrazia s’amicò ai vincitori; gli aruspici si fecero strumento della romana grandezza; nell’interno si mantennero i governi municipali, si continuò a coltivare le arti, fare e dipinger vasi, fondere bronzi, avventurarsi sul mare: ma alla fine i proprietarj vidersi ridotti in fittajuoli e le città sovrane a servitù, mascherata col titolo di Socj Latini.
[ULTIMI SFORZI DEI SANNITI]
[296]
[295]
Domata la più poderosa gente della penisola, se ne concentravano la gloria e la potenza nella fortunata Roma, la quale nelle guerre già si trovava preceduta da quel che tanto giova alla vittoria, un nome formidabile. Per contrastarla i Sanniti avevano messo in piedi due eserciti di ricche armi, e li perdettero: allora vedendosi abbandonati dai Campani, dagli Equi, dagli Ernici soggiogati, e recinti da colonie romane, i Sanniti osano un colpo arditissimo, e abbandonando al furor nemico la patria, scendono fra gli Etruschi per concitarli a nuova sollevazione, e con essi, con gli Umbri, con orde stipendiate di Galli nuovamente venuti di qua dell’Alpi, compongono una tremenda lega, sentendo omai tutti come la causa de’ Sanniti fosse quella dell’indipendenza italiana. Però a Sentino dal valore calcolato di Fabio e Decio restano sconfitti: gli Etruschi ottengono pace, non i Sanniti, il cui paese viene abbandonato alla devastazione soldatesca.
[293]
Per difendere l’ultimo resto dell’italica libertà, i Sanniti ricorrono agli Dei patrj. Adunati a generale rassegna ad Aquilonia, recinsero di tele uno spazio di venti piedi quadrati; e sacrificate vittime, introducevano un dietro l’altro i prodi appo un altare a proferire orribili imprecazioni sopra sè ed i suoi, se fuggissero o non uccidessero i fuggiaschi; guerrieri disposti attorno all’altare colla spada sguainata scannavano chi esitasse. In tal modo si coscrisse un esercito di trentamila trecenquaranta uomini; e tennero il giuramento, poichè ad Aquilonia tutti perirono[197]. Ai Romani era sempre riuscita difficilissima la guerra di montagna, onde questa era durata cinquant’anni; imparatala, vinsero implacabilmente, il paese mandarono a sperpero, distrutte Aquilonia, Cominio ed altre città: i pochi rimasti ripararono fra gli Appennini; e l’anno seguente scopertine duemila in una grotta, i Romani ve li soffocarono col fuoco. Due milioni e mezzo di libbre di rame in verghe, ricavato dal vendere i prigionieri, furono portate in trionfo con duemila ducensessanta marchi d’argento provenuti dal saccheggio: delle armi tolte una porzione fu lasciata come trofeo agli alleati ed alle colonie; delle restanti si fece una statua di Giove in Campidoglio, sì gigantesca che vedeasi fin dal monte Albano.
[FINE DELL’ETÀ EROICA]
A questo punto si chiude l’età eroica di Roma, che Tito Livio dichiara «più d’ogni altra ferace di virtù». Ma quali virtù! Bruto condanna a morte senza le solite formalità due suoi figliuoli, ed assiste al loro supplizio: Lucrezia si uccide per colpa non sua: Scevola punisce la mano d’aver fallito in un assassinio, e quell’assassinio approvasi dall’intero senato: per superstizione Curzio si precipita in una voragine, come i Decj sulle spade nemiche: un tribuno fa bruciar vivi i nove colleghi che impedivano di surrogare i magistrati[198]: il severissimo Cincinnato contamina la sua vecchiaja con un legale assassinio; i giuramenti sono violati per pubblica autorità e per turpi sofismi: Fabio Gargete, edile curule, fabbrica un tempio a Venere colle ammende imposte a dame romane per violata fede coniugale e pubblica disonestà: in tempo d’epidemia[199] censessanta donne accusate d’avere avvelenato i loro mariti, avvelenano se stesse; supplizio iniquo, come era superstizioso rimedio lo scegliere in tali sventure un dittatore, che conficcasse il chiodo sacro nel tempio. Virtù di tempi eroici, tutto egoismo di persone, di classe, nulla profittevoli al grosso del popolo, che in continue guerre veniva angariato ed ucciso, smunto colle usure, battuto a verghe, chiuso in ergastoli privati; surrogando all’interesse pubblico la tirannide di pochi, chiamavasi ribelle chi a vantaggio del vulgo alzasse la voce; petulante vulgo, che ardiva domandare d’esser considerato uomo e cittadino.
LIBRO SECONDO
CAPITOLO IX.
Magna Grecia.—Pitagora.—I legislatori.
Qui la storia stessa di Roma ci porta a considerare i paesi meridionali della penisola, e nuove civiltà; perocchè alla pelasga, o greca antica se si voglia, ed alla rasena degli Etruschi, terza si unì la ellenica delle colonie, più splendida e decantata.
[COLONIE]
Il genio del popolo greco, il quale eminentemente seppe congiungere l’istinto del bello colla sapienza dell’ordine, sicchè creò i capolavori della poesia e della scultura, e al tempo stesso i veri sistemi delle scienze positive e delle noologiche, manifestò quel suo potente bisogno di movimento e di azione col disporre colonie innumerevoli dall’Asia Minore fino ai più riposti seni del Ponto Eusino, dall’Jonio fino al Nilo, alle coste settentrionali dell’Africa ed alle meridionali della Spagna e della Gallia. In quelle la gioventù correva in cerca d’avventure e libertà, di ricchezza i negozianti, di requie i vinti; le repubbliche vi mandavano i turbolenti e i soverchi; e l’incivilimento e l’opulenza della madrepatria vantaggiavano di tale innesto. Nel nuovo paese i fondatori erano venerati, e spesso per gratitudine eretti a signori; il territorio spartivasi fra i coloni, che vi rinnovavano i nomi e le consuetudini delle contrade natìe, e sull’indole e i bisogni locali modificavano la greca civiltà. Le colonie formate da persone obbligate dalle fazioni a fuoriuscire dalla patria, trovavansi indipendenti fin dall’origine; quelle spedite dalla metropoli mantenevano le patrie leggi; sacerdoti e magistrati riceveano da essa; ad essa spedivano tributi, derrate, annui sagrifizj religiosi; poi il nodo lentavasi a segno, da non costituire che una federazione, unita dalla comune origine e da divinità comuni, a’ cui tempj antichi seguivano a recare omaggi e chiedere oracoli. Collocate nelle regioni più opportune alla vita, all’industria e al commercio, prosperavano, e la metropoli vi godeva immunità di asportazioni e importazioni; costituite di gente operosa e vivace come sogliono essere i migrati, abbondavano d’arti, d’industria, di sapere, di libertà.
Di colonie siffatte circondarono i Greci quasi tutto il lembo dell’Italia[200], e meglio le coste a occidente, meno scabre delle orientali. Le più considerevoli stettero sul golfo di Táranto, nella parte occidentale della Japigia e di là fin a Napoli e in Sicilia: nè altro paese mai su così breve spazio radunò tante città, e ciascuna importante quanto un popolo, e degna di vivere nella posterità, più che i grandi imperi ove un despoto regna su milioni di servi.
[COLONIE DORICHE E ACHEE]
In quattro genti era suddivisa la famiglia greca; Eolj, Dori, Jonj, Achei, distinti per dialetti, per costituzioni, per usanze particolari; e fra noi prevalsero i Dori nella Sicilia, nella Magna Grecia[201] gli Achei. Ai Dori dovette quell’isola le colonie di Ibla, Tapso, Gela, Agrigento, Messina, Taranto. Gli Achei piantarono Crotone, Síbari, Turio a lei succeduta, le quali figliarono le altre di Laus, Scidro, Posidonia, Terina, Caulonia, Pandosia. Dagli Jonj di Calcide vennero Cuma e Napoli, Zancle da cui Iméra e Mile, Nasso da cui Gallipoli, Leontini e Catania con Eubea, Taormina e Reggio. Di stirpe jonica furono anche Elèa e Scillezio: oltrechè i Cretesi condussero colonie a Brindisi, Iria, Salenzia ed Eraclea Minoa in Sicilia; i Tessali a Crimisa ed Egesta; gli Etolj a Temesa; i Focesi a Lagaria.
[MIGRATI DA TROJA]