Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)
Part 12
L’opera dei decemviri fu il codice intitolato Leggi delle XII Tavole, nella cui imperativa brevità si compila il diritto privato de’ Romani, fuso con quello degli altri popoli accomunati. Antica fama dà che queste leggi fossero raccolte in Grecia: ma già Polibio impugnava la somiglianza di esse colle ateniesi, ravvicinandole piuttosto a quelle di Cartagine[187]; e i confronti accertano che, se pure i compilatori visitarono la Grecia propria e la Magna, nulla ne imitarono nelle disposizioni essenziali e caratteristiche del diritto personale, nè tampoco nelle forme di procedura; solo accordandosi in oggetti per natura conformi, quale sarebbe il sospendere i giudizj al tramonto del sole, o che posano sopra un diritto assai più esteso; per non dir nulla di alcune minuzie intorno all’uso della proprietà, per esempio la distanza fra le siepi e i fossi di confine, fra quelle e le piantagioni. Del resto non orma delle leggi religiose di Grecia, non della variante democrazia attica, nè delle immobili costituzioni dei Dorici. A ragione dunque nelle XII Tavole noi cercammo le vestigia dell’antico diritto italico; giacchè esse, come ogni altro codice, non piantavano ordinamenti nuovi, ma invigorivano o modificavano gli antecedenti e durarono qual fondamento del diritto civile sino a Giustiniano, appunto perchè riepilogavano le credenze e i costumi nazionali.
Roma, posta fra la rozzezza de’ montanari e la civiltà progredita degli Etruschi e dei Magni Greci, da un lato era spinta verso il procedimento di questa, dall’altro rattenuta nella stabilità dall’aristocrazia territoriale, conservatile delle costumanze avite. E chi analizzi le XII Tavole, arriva appunto a discendervi tre elementi: le vetuste consuetudini del Lazio, rigide e fiere; quelle dell’aristocrazia, eroicamente tiranna; e le libertà che i plebei reclamano e vengono ottenendo; e non che apparire formate d’un getto e con unica intenzione o scientifica o pratica, evidentemente rivelano il contrasto de’ patrizj che si ghermiscono all’antico privilegio aristocratico, e de’ plebei che cercano garanzie contro di quelli.
Tu ascolti i primi là dove è sancito che «il possesso di due anni dia ragione sopra un fondo; che la frattura d’un osso si compensi con trecento assi; che matrimonio non si leghi fra patrizj e plebei; pena la morte contro gli attruppamenti notturni, o a chi farà incanti e malefizj, od avveleni; l’autore di canzoni infamatorie perisca di bastonate». Colle succitate minaccie contro i debitori e colle formole impreteribili, l’ignorar le quali impedisce di ottenere giustizia, si accoppia la voce popolare, chiedente sicurezza: La legge sia immobile, universale, senza privilegi. Il patrono che attenta a danno del cliente sia maledetto. Nessuno potrà esser privato della libertà. Il potente che rompe un membro al plebeo paghi venticinque libbre di rame; se non si compone col ferito abbia luogo il talione: cencinquanta assi chi rompe la mascella allo schiavo. Non si esiga oltre il dodici per cento d’interesse, e l’usurajo scoperto restituisca il quadruplo. Al debitore non si metta più di quindici libbre di catena. Chi cade schiavo per debiti non resti infame. Chi depone il falso venga dirupato dalla Tarpeja. Il testimonio che ricusa attestare la validità del contratto è improbo, e non può testare. L’insolubile possa esser fatto a pezzi, ma solo dopo presentato tre volte al magistrato in giorno di fiera; e i figli di esso rimangano liberi». S’ha timore che il nobile si vendichi ne’ giudizj? ebbene, il delitto capitale non potrà esser giudicato che dal popolo nei comizj centuriati; e il giudice corrotto muoja. Perchè i nobili toglievano le bestie a titolo di sacrifizio, la legge permette di prendere pegno sopra chi piglia una vittima senza pagare, e sotto pena della doppia restituzione vieta di consacrare agli Dei un oggetto in contestazione.
Alla famiglia patriarcale e aristocratica tu vedi pian piano surrogarsi la libera. Il possesso d’una donna è dato non dalla compra, ma dal _consenso_, dal _godimento_, dalla _possessione_ d’un anno, purchè non interrotta per tre notti; e la donna non rimane acquistata come cosa, ma in tutela, con libere nozze. Anche il figliuolo sarà emancipato con tre vendite, simulazione che attesta il servaggio, ma che lo rompe; e il figlio diventa esso pure padrefamiglia, nè più è collegato alla sua che da una specie di patronato, sinchè verrà tempo che la legge dovrà rammentare «anche il soldato esser tenuto a riguardi di pietà verso il genitore». Nè i beni saranno vincolati all’eredità necessaria, fatale, ma il padre testerà solennemente sui suoi e sulla tutela loro; cosicchè la proprietà, incatenata dapprima alla famiglia, si riduce mobile a seconda della individuale libertà, e bastano due anni a prescrivere il possesso dei fondi, uno al possesso dei mobili.
Le leggi suntuarie, che il Vico supporrebbe introdotte soltanto quando i Romani ebbero imparato il lusso dai Greci, a noi non ripugna attribuirle a quei primi tempi, ma solo per frenare l’opulenza della classe inferiore, mentre a pontefici, auguri, nobili, che rappresentano gli Dei, era lecito sfoggiare ne’ sacrifizj pubblici e privati e nelle pompe funeree. «Non foggiate il rogo colla scure. Ai funerali, tre vesti di lutto, tre bende di porpora, dieci flautisti. Non raccogliete le ceneri de’ morti per farne più tardi le esequie. Non corona al morto se non l’abbia guadagnata col valore o col danaro, come poteva avvenire nelle corse con cavalli proprj. Non fare più d’un funerale all’estinto; non oro sul cadavere; ma se ha denti legati con filo d’oro, non glieli strappare. I morti non si sepelliscano o brucino in città»; perchè i sepolcri attribuivano una proprietà inviolabile.
Il fatto capitale del diritto decemvirale è l’aver sancita l’eguaglianza civile, obbligando tutti alle medesime leggi pubbliche, patrizj o no, sacerdoti o magistrati: ma lunga stagione voleasi prima che la legge si riducesse un fatto. Imperocchè ancora nella famiglia rimaneva l’antica esclusione; ancora il patrizio solo manteneva il privilegio d’offrire i sacrifizj favorevoli e auspicati, e conosceva le formole, le quali erano ritenute indispensabili per autorare i giudizj.
[LE FORMOLE]
Anche il nostro fôro impone certe formalità, senza delle quali alcuni atti non sono legittimi, per esempio nel numero de’ testimonj, nella tripla promulgazione delle nozze, nella firma, nella data ed altre prescrizioni dei testamenti; e la mancanza di certi riti notarili, di certe impugnazioni avvocatesche invalida le ragioni. Fra i Romani erano assai più, eseguendosi una specie di scena per ciascun atto legale, con tradizioni simboliche, con finta violenza. Per esempio, nelle nozze davasi alla sposa un anello di ferro; nel riceverla alla casa maritale, se gliene porgevano le chiavi; le si toglievano quando la si rinviasse ripudiata. Si contraeva impegno collo stringere il pugno; conchiudevasi il mandato (_manu data_) col dare la mano; denunziavasi il turbato possesso col lanciare una pietra contro il muro illegalmente eretto; s’interrompeva la prescrizione col rompere un ramoscello. Chi reclamava un mobile, lo pigliava colla mano; per adire un’eredità, l’erede facea scoccar le dita (_digitis crepabat_); si rincariva ad un’asta pubblica col sollevare un dito. Il debitore che rassegnava i suoi beni ai creditori, toglievasi e deponeva l’anello d’oro: per annunziare che lo schiavo posto in vendita non si garantiva, gli si poneva il cappello. Disputavasi della possessione d’un fondo? i due contendenti prendevansi le mani, fingevano una specie di lotta, e poi andavano a cercar una zolla del fondo contrastato. A questa corsa si sostituirono due formole: il pretore pronunziava _Inite viam_, un terzo _Redite viam_, supponendo incominciato e finito il viaggio nella sala d’udienza[188]. Per assumere uno in testimonio gli si diceva, _Licet antistari?_ se rispondeva _Licet_, gli si replicava _Memento_, toccandogli il lobo dell’orecchio. Il padrefamiglia emancipava un figlio dandogli uno schiaffo; rito rimastoci nella cresima.
Da principio era arcano anche il calendario, che segnava in quali giorni si potesse aver udienza, in quali no, in quali per metà: e il plebeo che gl’ignorava, alle evidenti sue prove, ai giusti lamenti trovavasi opposta l’eccezione legale insuperabile, e in conseguenza non poteva presentarsi al tribunale se non per via d’un patrono, il quale lo istruisse de’ giorni fasti e nefasti, e delle precise cerimonie, con cui soltanto poteva trovar ascolto ed aver ragione.
[ROGAZIONE CANULEJA]
[414]
Sebbene le XII Tavole quasi nulla sancissero riguardo allo Stato, la democrazia introdotta da esse nel diritto civile si comunicava al politico: furono ripristinati i tribuni, potenza non frenata se non dal dover essere tutti d’accordo; le leggi fatte dalla plebe raccolta nei comizj tributi (_plebiscita_) divennero obbligatorie anche pel nobile (_Quod tributim plebs jussisset, populum teneret_); nè vi erano necessarj gli auspicj. Passo importantissimo, dal quale, essendo tribuno Canulejo, i plebei procedono a domandare la comunicazione dei matrimonj, giacchè, se alcuno sposasse una plebea, i figli seguivano la condizione materna, nè ereditavano ab intestato; e i patrizj dovettero concederla, restando da ciò abbattute le barriere fra le due classi. Poi chiesero di poter aspirare al consolato; e i patrizj, piuttosto che consentire, sospendono di eleggere i consoli, conferendo l’autorità giudiziale a pretori patrizj, il comando delle armi a tribuni militari, capi delle legioni, scelti fra nobili e plebei, non aventi diritto d’auspizj.
[LICINIO STOLONE]
[366]
Eppure per lungo tempo non vi furono eletti che patrizj, bastando ai più l’aver assicurato la proprietà e la persona. Questa però ogni dì trovavasi in pericolo; sempre nuovi debitori erano condotti nelle carceri private; la miseria non lasciava agio ai plebei di curarsi della pubblica cosa, e l’oligarchia stava per soffocar Roma in cuna, quando sorse il plebeo tribuno Cajo Licinio Stolone, uomo a torto svilito dalla storia, scritta da aristocrati o col loro spirito, il quale iniziò una rivoluzione incruenta, condotta per vie legali in modo da assodare la futura grandezza di Roma. Propose egli una legge che mitigava la sorte dei debitori, annullando gl’interessi accumulati; un’altra che limitava a cinquecento jugeri la porzione individuale di dominio pubblico (_ager_), e il resto de’ campi avesse a distribuirsi ai poveri; una terza legge portava che uno de’ consoli fosse plebeo.
[353-334]
[339]
[305]
Dappoi i tribuni col frapporre il veto a tutte le elezioni, per modo che Roma rimase lunga stagione senza magistrati, ottennero che plebei entrassero nel collegio de’ sacerdoti sibillini, oracolo dello Stato; potessero occupare e la dittatura e la pretura e il pontificato e l’edilità. Anzi colle tre leggi del dittatore Filone Publilio fu derogato il voto delle curie, sicchè più non ne occorreva l’assenso, quel del senato bastando perchè i plebisciti acquistassero carattere obbligatorio per tutti i Quiriti. Con ciò il senato prese il luogo de’ padri antichi, il popolo si trovò composto anche dei nobili; i tribuni poterono pigliare gli auspizj ne’ casi ove consideravansi necessarj; e un segretario d’Appio Claudio, per cattivarsi il favor popolare, rese pubbliche le formole giuridiche simboliche e il calendario.
Anche ne’ costumi s’insinuava l’eguaglianza. Al Pudore Patrizio era dedicata una cappella nel fôro Boario; ed essendovi venuta per gli usati sacrifizj Virginia patrizia, sposa d’un console plebeo, le matrone la respinsero, quantunque ella sostenesse,—Io posso entrare come casta che sono, e sposa ad un sol uomo, cui sono andata vergine, e del quale per carattere, imprese, dignità non ho che a gloriarmi». Ella dunque nel proprio quartiere rizzò un altare al Pudore Plebeo, esortando le popolane ad emular la castità delle patrizie, come gli uomini faceano col valore: e a quell’altare, coi riti medesimi dell’antico, sagrificavano le donne d’incontaminata reputazione e d’un solo marito (_univiræ?_).
Di tal passo la plebe conquistò il diritto e l’equo Giove. I dissidj tra le famiglie patrizie e le plebee continuavano, ma i due ordini cessarono di formare stati distinti nella repubblica, la quale ormai era democratica, mirabilmente temperata fra i diritti del popolo, del senato e degli ottimati: la religione dello Stato mettendo ad ogni cosa il suggello di formole inalterabili, ovviava e l’anarchia demagogica e il militare despotismo. La legge, ch’è sacra ne’ tempi sacerdotali, arcana nelle aristocrazie, allora trovavasi divulgata: alla ragion divina degli auspizj, misteriosamente rivelata dai sacerdoti, e alla ragion di Stato, ove il popolo eroico provvede alla propria conservazione con un senato proprio, sottentrò la ragione umana nell’equa partecipazione del diritto: il senato non è più autorità di dominio ma di tutela, per riuscire poi di consiglio sotto gl’imperatori: e la romana libertà si formola in queste tre frasi, autorità del senato, imperio del popolo, podestà dei tribuni della plebe.
[PLEBEI E NOBILI PAREGGIATI]
Roma dunque è nata dalla mescolanza di varie stirpi: il qual fatto sembra infondere maggior vitalità, come vediamo oggi stesso negli Anglo-Sassoni. In conseguenza, più che una limitata nazionalità, ritroveremo in essa concetti d’universalità, quasi predestinata a raccogliere intorno a sè gli elementi umanitarj. Faticosi ne sono i cominciamenti, e tiene del rozzo, ma colla lotta perseverante elimina le parti meno opportune per assimilarsi le solide: difetta di estro, di candore, di semplicità, quanto abbonda d’energia e prudenza; non è dotata di fantasia, ma di leggi e istituzioni. E istituzioni diverse vi portarono Latini, Sabini, Etruschi; sicchè il bisogno di vagliarle partorì la critica, e ne risultò quella legislazione, che i secoli più non disimpareranno.
CAPITOLO VIII.
Politica esterna. I Galli. Il Lazio e l’Etruria soggiogati. Fine dell’età eroica.
Questi progressi interni si maturavano in mezzo a non interrotte guerre, colle quali Roma, più per sicurezza propria che per anelito d’invasione, cercava sottomettersi tutta Italia.
Le popolazioni di questa si erano alterate pel contatto delle colonie elleniche, e per le relazioni colla Grecia e coll’Asia Minore. Tarquinio Superbo avea voluto rendere gagliardi gli Etruschi, e non v’essendo riuscito, passò a rinforzar Roma, contro della quale poi, come una madre contro la figlia, si armò Porsena. Di qui l’avversione di Roma per gli Etruschi, a danno de’ quali procacciavasi alleati.
[VICINI SOGGIOGATI. I FABJ]
[493]
Il Lazio allora stava partito fra due leghe; Volsci ed Equi nell’una, Latini ed Ernici nell’altra. I Romani patteggiano colle città del Lazio, e—Finchè il cielo e la terra durino, ci ajuteremo a vicenda, divideremo a pari le spoglie de’ nemici; le liti private si definiranno nel termine di dieci giorni, e dai giudici del luogo ove il contratto si fece»[189]. In prima dieci, poi trenta, poi quarantasette città spedirono deputati alla fontana di Ferentino per trattare de’ comuni interessi; poscia il congresso detto _Feriæ latinæ_ si tenne sull’Aventino e sul Campidoglio. Il diritto de’ Latini (_jus Latii_) conferiva quello di matrimonio (_connubium_) fra i due popoli, in modo che i figli seguissero la condizione del padre; e quello di commercio, che dava la vindicazione, la cessione in giudizio, la mancipazione e il nesso.
[VICINI SOGGIOGATI. CINCINNATO]
[477]
[458]
I federati osteggiarono la lega nemica: e sebbene gli storici raccontino quasi solo vittorie dei Romani, lasciano trapelare sconfitte. La famiglia de’ Fabj, composta di trecentosei membri e con quattromila clienti, assume da sè la guerra con Vejo; e bastano a sostenerla per due anni, finchè côlti alla sprovvista, sono tutti uccisi presso il fiume Crémera. Più tardi Appio Erdonio sabino con cinquemila uomini occupa perfino il Campidoglio, avendo i tribuni impedito al popolo di prender le armi. Equi e Volsci dall’Albano e dall’Algido calavano ogni tratto su Roma devastando e incendiando, poi ricoveravano fra i patrj monti; sicchè non era possibile coglierli, nè assalirne la capitale, e si dovette una ad una distruggere le loro fortezze. Minucio console lasciatosi pigliare in mezzo dagli Equi, era inevitabilmente perduto; ma Roma affidò la dittatura a Quinzio Cincinnato, cittadino di gran prosapia e di modestissimo vivere, che si tolse dal coltivare il suo camperello per vincere, e menato trionfo, ritornò all’aratro.
Due secoli consumarono i Romani in tali piccole conquiste contro la lega nemica, con una calcolata lentezza, un coraggio indomito da disastri, una instancabile attività, che anche nella pace teneva il pugno sull’elsa, spiando ogni avvenimento opportuno. Nè noi sulle guerre sogliamo indugiarci; nè il lettore correbbe diletto od istruzione dalle vicende di Tarento regno di Palante, di Tusculo regno di Telagone, del _superbo_ Tiburi, sede dei Siculi poi de’ coloni Argei e reggia di Tiburno discendente da Anfiarao: cittaduccie da nulla, che pur lungamente bilanciaronsi con Roma, e diedero esercizio alla grandiloquenza di Tito Livio.
I disegni di Roma erano agevolati dalla sconcordia di que’ popoletti, la cui storia somiglia a quella delle nostre repubbliche del medioevo. Ardea ed Aricia, disputandosi il possesso d’un terreno, si rimettono all’arbitrato del popolo romano. Questo, raccolto per tribù, dà ascolto alle discussioni; quando Publio Scepzio, che avea compito ottantatre anni e fatto venti campagne, chiede la parola, e rammenta come il terreno disputato appartenesse a Corioli, vinta la quale dai Romani, non da altri che da Romani esso doveva possedersi. Fu dunque aggregato al dominio pubblico: ma gli Ardeati si sollevarono; i patrizj stessi, mal soffrendo che il popolo prendesse sempre maggior parte ne’ pubblici maneggi, disapprovarono il plebiscito, ma non aveano potere di cassarlo, e gli Ardeati dovettero chinar il capo e accettare di nuovo l’alleanza.
[VICINI SOGGIOGATI. ARDEA]
[442]
Eccoli ben tosto a nuovi cozzi. Due giovani aspiravano ad una popolana bellissima: uno plebeo, favorito dai tutori di essa; l’altro nobile, e protetto da’ pari suoi e dalla madre, ambiziosa del vistoso collocamento. La discordia dalla famiglia si propaga alla città; i giudici sentenziano per la madre; i tutori appellano al popolo, e da una banda d’affidati fanno rapir la fanciulla; un’altra banda di nobili, guidata dall’innamorato, vi si oppone: sono alle mani e al sangue; la plebe respinta di città, getta ferro e fuoco sulle terre de’ nobili, ingrossata da una moltitudine di artieri, e s’accinge ad assediar la città. Estendendo l’ira privata, i popolani cercano ajuto ai Volsci, i nobili ai Romani. Questi vi vedono l’opportunità di riparare il torto fatto ad Ardea, e il console Geganio accorse a cacciare i Volsci che già la stringevano, e presili in mezzo, li fa passare sotto al giogo: poi nella ritirata assaliti dai Tusculani, periscono fin ad uno: e la pace è rimessa in Ardea mediante il supplizio de’ capipopolo[190].
[VEJO]
[425]
Nel tempo medesimo sulla sinistra del Tevere continuavano i Romani a dar di colpo all’aristocrazia etrusca, conquistarono le sacre città di Fidene e Tarquinia, assediarono Vejo. Dieci anni durò l’assedio; e poichè si dovette svernare sotto le armi, per la prima volta i Romani assegnarono un soldo ai combattenti, i quali così trovandosi mantenuti e stipendiati, non ebbero fretta di tornar a coltivare i loro poderi, e rimasero a disposizione de’ capi, che poterono assumere anche lunghe imprese.
[CAMILLO]
[395]
Era scritto arcanamente ne’ libri fatidici dell’Etruria, che gli Dei non abbandonerebbero le mura di Vejo, sino a tanto che il lago Albano non fosse rasciutto, versandone l’acque al mare. Ai Romani non parve ineffettibile l’impresa, e compirono quell’ammirato emissario di sei miglia, cavato nella lava. Infine Furio Camillo, nominato dittatore, propiziati gli Dei e procuratosi federati, per una mina penetrò in Vejo, le cui immense ricchezze furono predate, venduti schiavi i cittadini, portata a Roma la dea Giunone, ch’essa medesima, interrogata se fosse contenta, avea risposto due volte sì; un vaso dell’enorme valore di otto talenti fu spedito ad Apollo in Delfo; e le terre de’ Vejenti, malgrado l’opposizione de’ patrizj, furono divise a sette jugeri per ciascun plebeo. Non tardarono a cadere e Capena e Falera e Sutrio e Vulsinia; e Roma pareva a un punto di soggiogare tutta l’Etruria quando le sopravvenne un nuovo flagello, i Galli.
[1304?]
Già vedemmo (pag. 44) come una numerosa tribù di questi invase antichissimamente l’Italia col nome di Amhra, vinse i Siculi, e rimase signora della val di Po, donde spinse le conquiste fino al Tevere, che colla Nar e col Tronto fece confine al vasto dominio di essa. Lo divise in tre regioni: Is-Umbria attorno al Po; Oll-Umbria pendìo occidentale dell’Appennino; Vill-Umbria, la costa del mar inferiore fra il Tevere e l’Arno. Fin trecencinquantotto borgate contavano le due prime: ma gli Etruschi s’introdussero nella Vill-Umbria, spossessando i Galli, non però sterminandoli; e guerreggiando l’Is-Umbria, pezzo a pezzo la conquistarono, piantandovi dodici colonie. Degl’Isombri parte tornò nella Gallia di là dall’Alpi, parte si ridusse nelle valli Alpine, alcuni resistettero nel paese fra il Ticino e l’Adda. Gli Oll-Umbri rimasero anch’essi soggiogati; e ridotti al cantone che da loro si chiamò l’Umbria, presero costumanze e favella al modo de’ vicini.
[I GALLI]
[590?]
[587]
Di là dell’Alpi intanto, sull’immenso spazio da’ Pirenei al Reno le varie tribù de’ Cimri, parte de’ quali erano i Galli, diverse per coltura e per indole quantunque d’origine comune, s’agitavano e combattevano. Molti Galli furono cacciati dalle loro stanze, e una turba con Sigoveso si drizzò alla selva Ercinia e piantossi nelle alpi Illiriche; un’altra di Biturigi, Edui, Arverni, Ambarri, col biturige Belloveso piegò all’Italia. Pel Monginevro sbucata sulle terre dei Liguri Taurini fra il Po e la Dora, drizzossi verso la nuova Etruria posta sul Po; e quivi riconosciuti gli avanzi della prima migrazione, come lieto augurio adottò il nome d’Isombri o Insubri, da quella conservato.
[580]
I Galli sono distinti fra gli antichi per valore grande e impetuoso, spirito franco, schiuso a tutte le impressioni, fina intelligenza, estrema mobilità, repugnanza alla disciplina, ostentazione e vanità, causa perpetua di disunioni. Della loro politica di qua dell’Alpi altro indizio non resta che la costruzione di una fortezza in mezzo al territorio conquistato, chiamata Milano[191], dove unirsi alle assemblee ed ai sacrifizj. Altri sopraggiunsero col nome di Carnuti, Aulerchi, Cenomani, guidati da Elitovio[192]; e aggregate coi primi le loro forze, respinsero gli Etruschi di là dal Po, e fondarono Brescia e Verona. Una terza orda col nome di Salj, Levi, Libici, irrompendo per l’alpi Marittime, si assise ad occidente, sulla destra del Ticino.
[358]
Continuando di là dall’Alpi il movimento, anche Cimri proprj le passarono, quali i Boi, i Lingoni, gli Anamani, che traversate l’Elvezia e la Transpadana, varcarono l’Eridano[193]. I Lingoni ebbero il triangolo fra il Po, la Padusa e il mare; gli Anamani, collocati fra il Taro e la piccola Versa, popolarono Piacenza; i Boi, fra il Taro e l’Utente (Montone), falla lor sede Fèlsina, la denominarono Bononia. Ultimi de’ Cimri, i Senoni, respinti gli Umbri sino al fiume Esi, stanziarono da Ravenna ad Ancona, ove fabbricarono Sena de’ Galli (Sinigaglia). Così i Galli ebbero occupata la Transpadana, i Cimri la Cispadana[194]. Parte degli Etruschi, impedita d’unirsi alla nazione oltre il Po e l’Appennino, ricoverò fra l’Alpi, nel territorio che dissero Rezia.