Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 11

Chapter 113,525 wordsPublic domain

Vennero così censettanta centurie di plebei, dodici di cavalieri plebei, sei di cavalieri patrizj. Le centurie si suddividevano in _giovani_ dai diciassette ai quarantacinque anni, formanti l’esercito mobile; e _seniori_ dai quarantasei ai sessanta, esercito di riserva pel caso di estremi pericoli. Da questa sistemazione militare risultavano dunque quaranta centurie di giovani della prima classe, trenta delle quali formavano la divisione detta dei Principi o Classici, perchè, essendo ricchi, poteano provvedersi di belle e robuste armi; e dieci quella de’ Triarj: altrettante centurie di Seniori. La seconda, la terza e la quarta classe ne davano dieci ciascuna per gli Astati, dieci pei triarj; la quinta ne somministrava trenta di Accensi, dall’armatura leggera, schierate in battaglioni di tre di fronte e dieci d’altezza. Siffattamente restava costituita la legione di quattromila cinquecento uomini, divisi in cinque coorti da trenta centurie ciascuna, ed ogni centuria da trenta uomini: nelle prime due coorti i principi e gli astati, detti antesignani perchè messi davanti alla bandiera; poi i triarj e gli accensi. Adunque chi più possedeva godea maggior dose di diritti civili, ma sopportava pesi maggiori, vuoi nel tributo, vuoi nell’esercito.

Pei comizj si raccoglievano nel campo di Marte le centurie, ciascuna sotto al proprio centurione o capitano; udivano dal senato proporsi le elezioni o le leggi; ed esse le poteano approvare o respingere, ma nè proporre nè discutere. Qualora approvassero, faceva ancora mestieri del consenso delle curie. Donde siete chiari che il predominio restava ai patrizj, giacchè nel senato possedeano la maggioranza de’ voti, e ne’ comizj curiati poteano disdire quel che fosse stabilito nei centuriati, soverchiando i plebei mediante la loro concordia. Soli in pieno possesso del diritto divino ed umano, essi garantivano per sè soli la libertà personale e la legalità del possedere: e poichè ne’ servigi si valeano degli schiavi, rimaneva intercettata a’ plebei la via d’acquistar ricchezze e importanza mediante l’industria.

Forse però de’ plebei si valsero i patrizj per infrangere la monarchia sacerdotale[175]: ma colla cacciata di Tarquinio il Superbo (trama de’ patrizj e insurrezione contro un capo, in tutt’altro senso che di libertà popolare) ai plebei più non restò veruno schermo contro l’arbitrio de’ forti; esclusi dal senato, non protetti più dal sacerdozio nè elevati dai re; e tutti i diritti concessi al primo tempo consolare, compresa la _provocazione_ di Valerio Publicola, o vogliam dire l’appello al popolo, riduconsi, chi ben veda, a privilegio de’ patrizj. Quella aggregazione di genti d’ogni stirpe che a man salva erasi effettuata sotto i re, si trovò limitata dalla gelosia aristocratica, risoluta a mantenere la città in istato mediocre, e ridurre la plebe alla condizione dei clienti etruschi, per uscir dalla quale dovette lottare due secoli. Attaccatasi dunque a conservare i confini sia dei possessi, sia degli ordini, l’aristocrazia si munisce con riti, con auspizj, con formole d’una impreteribile precisione: e poichè la plebe non conosce quelle parole legali, quei riti che sono indispensabili a far sacri i contratti, non può avere legittimità di connubj, di famiglia, di possedimenti. A soli aristocratici spetta il diritto della lancia (_jus quiritium_); soli essi possedono il territorio legale, scompartito colle sacre contemplazioni e determinato dalle tombe, fuor del cui limite la proprietà sussiste, ma non conferisce diritti civili, giacchè il cittadino vero è quel solo che possiede entro i limiti cerimoniali.

Eppure la religione cessò di essere soltanto negozio sacerdotale, ed è divenuta politica: senza bisogno di sacerdoti, il patrizio stesso esercita i riti privati; se maledice uno (_sacer esto_), morrà; ai sacerdoti etruschi, confinati nel tempio senza attribuzioni governative, si volge egli per consulti, ma all’uopo sa contraddirli, ed anche castigati d’impostura[176].

La famiglia costituisce un legame politico e religioso di tale severità, quale fra nessun altro popolo si trova[177]. Il padre solo è indipendente (_sui juris_), e despoto sui famigliari; può vendere, battere, uccidere gli schiavi, i famuli, i figliuoli; la donna si rende infedele? o bee vino? e’ può ucciderla; può non raccogliere il fanciullo nato mostruoso, cioè abbandonarlo a morire; ogni altro figlio può vendere fin tre volte; può strapparlo giù dalla sedia curule, dalla tribuna, dal carro trionfale, e giudicarlo nella propria casa; l’emancipazione è castigo, giacchè il figlio non eredita se non in quanto è suo del padre. Che non potrà un tal padre sopra le parentele, i clienti, i coloni cui distribuisce le sue terre a lavorare? Tutti questi nella città non hanno nè rappresentanza nè ragioni, essendo manchevoli del diritto augurale, senza cui verun altro se ne dà: rappresentanza e nome non ha se non il capocasa, il cui diritto imprescrittibile si estende sulla terra, sui beni, sull’eredità del nemico, sopra del quale possiede autorità eterna (_adversus hostem æterna auctoritas esto_). Contro lui nessun’azione è data ai dipendenti, nè egli può essere punito: misfece? la curia, cioè i suoi pari dichiarano soltanto che ha operato male (_improbe factum_).

In siffatta posizione di cose, i patrizj scrupoleggeranno la parola della legge anzichè lo spirito, il senso materiale della voce anzichè il vero[178]; osserveranno gelosi il giuramento; faranno camminare le leggi per fatti, anche dove riescono dure e spietate, come usa fin ad oggi la ragione di Stato, che considera la salute pubblica per legge suprema.

[AMPLIAZIONE PLEBEA]

Accanto a questi patrizj che rappresentano l’elemento orientale, l’unità, l’esclusione, la nazionale individualità, i plebei rappresentano il genio europeo, l’ampliazione, il progresso, l’aggregamento; e il contrasto delle due forze, l’una conservatrice, l’altra progressiva, forma il carattere e la gloria di Roma.

Per plebe non s’intenda quella ciurma delle grandi città odierne, volubile stromento de’ demagoghi, che soffre i più gravi torti senza tampoco avvedersene, poi a volte s’irrita per un nulla, e grida «Viva la mia morte, e muoja la mia vita »; terribile nel giorno della insurrezione, ben tosto baloccata dagli scaltri, che non solo le fraudano le domande, ma ne profittano per serrarle il morso. Qui la plebe era un popolo dove entravano famiglie ricche, persone assennate, e al quale s’aggregavano anche antichi patrizj, come i Virginj, i Genuzj, i Menj, i Melj, gli Oppj, gli Ottavj. La lotta dunque non era fuor di proporzioni; la ragione potea contendere colla legalità: senza il patriziato Roma avrebbe perduta l’originalità, senza la plebe non avrebbe acquistato il mondo.

[CENSO]

Il territorio di Roma stendeasi appena otto chilometri fuori della città, fra Crustumeria ed Ostia, talchè i consoli, quando cacciarono i Latini, imposero non s’accostassero a più di cinque miglia da Roma; e fin al tempo di Strabone additavasi a tale distanza un luogo detto Festi, antico limite del territorio. Si estese poi, ma per lunga pezza non oltrepassò Tivoli, Gabio, Lanuvio, Tusculo, Ardea, Ostia verso i Latini; verso i Sabini, Fidene e Collazia. Su questo spazio i Romani ci appajono piuttosto un campo che un popolo, disposti militarmente. La prima numerazione sotto Romolo dava tremila uomini e trecento cavalieri; quella al fine del suo regno, quarantaseimila dei primi e circa mille degli altri. Quando il numero de’ cittadini era il fondamento de’ suffragi, importava conoscere lo stato civile: e dai primordj, o, come si dice, da Servio fu istituito che ad ogni nascita si deponesse una moneta nel tempio di Giunone Lucina, ad ogni morte una in quel di Libitina, una in quel della dea Gioventa ad ogni giovane che prendesse la toga virile. Nell’età dei consoli, da seicentomila abitanti, oltre gli schiavi, dimoravano sul piccolo territorio[179], ed a ciascuno erano stati assegnati da Romolo due jugeri[180], che dopo la repubblica crebbero a sette.

Senz’altro mezzo di guadagno che i campi e il bottinare, trovavansi cinti da nemici, che nelle frequenti guerre ne saccheggiavano la capanna e il terreno. In tali guasti il plebeo, che non potea colle arti _sordide_ procacciarsi il sostentamento della famiglia, contraeva debiti col patrizio, promettendo spegnerli la prima volta che fosse condotto in corsa sul territorio nemico. Se l’occasione non nascesse o non bastasse, egli era ridotto a ipotecare il camperello, sul quale il patrizio gli prestava sino al dodici per cento.

[AVIDITÀ PATRIZIA]

Codesti patrizj, che nelle scuole ci sono dati per modello di disinteresse, agognavano sempre maggior terreno; quelli ch’erano venuti da altri paesi conservavano i possessi nella patria; altri li compravano da liberi impoveriti: tanto che nel 387 di Roma fu già necessaria una prammatica che vietava di possedere oltre cinquecento jugeri. Più si smaniò di avere da che, coi comizj centuriati, il potere politico non si misurò più dalla nobiltà, ma dai possessi; e ad acquistarne non aprivasi altra via che o far guerra o spogliarne il plebeo. Questo in fatti a breve andare si vedeva assorbito dal debito il campo domestico, e più non potea rispondere al creditore che colla persona propria, cioè coll’intera famiglia (_nexus_)[181]. «Se scade il termine, come sarà trattato il debitore? citalo in giustizia: se non compare, prendi testimonj, e costringilo: se età o malattia il ritengono, procacciagli un cavallo, non la lettiga. Il ricco garantisca pel ricco; pel povero, chi vuole. Confessato il debito, giudicata la istanza, trenta giorni di proroga; poi si prenda e tragga al giudice. Se non soddisfa, nè alcuno risponde per lui, il creditore se lo conduca, l’attacchi con coreggie o catene, non pesanti più di quindici libbre. Il prigioniero viva del suo, e dategli una libbra di farina o più se volete. Se non s’accomoda, tenetelo in arresto sessanta giorni; e per tre giorni di mercato presentatelo alla giustizia, pubblicando il suo debito. Alla terza pubblicazione, se i creditori sono molti, lo taglino a pezzi, se piace: oppure possono venderlo di là dal Tevere»[182].

[I NEXI]

Pertanto all’aggravarsi d’una carestia, altri vendevano se stessi, altri migravano, o gettavansi nel fiume: quest’era la libertà regalata da Bruto. Qualora l’oppressione giunga all’eccesso, che partito rimane? o, come i Negri d’America, avventar le fiamme alle case degli atroci padroni; o conoscendo l’onnipotenza dell’unione, presentare una compatta resistenza, e passo passo acquistare il diritto.—Opera italiana.

Una volta ecco trascinasi sulla piazza un vecchio pezzente, irto e sformato quasi una belva, eppure coperto il petto di cicatrici, riportate in ventotto onorevoli battaglie, e colle insegne meritate da lui e da’ suoi maggiori; tutti lo riconoscono, gli si serrano attorno, interrogando perchè tanto sopraffannato; ed egli narra:—«Nelle guerre coi Sabini ebbi arsa la casa, rapiti gli armenti; intanto crescendo l’imposizione, carico di debiti, accumulate le usure, ho dovuto vendere il podere; poi fui messo in arresto da un creditore, battuto a verghe, menato a lavori forzati, anzi a vera carnificina».

I plebei, per un’indignazione avvivata dall’interesse, levano rumore, e gridano:—Come? noi, vincitori di fuori, cosa siamo in casa? servi, indebitati, prigioni; ecco i premj del valore, ecco la gloria d’esser romani».

[504]

Il terribile accordo popolare sgomenta i senatori, che fuggono: i plebei presentansi al console, mostrando i lividi delle catene e delle battiture, e domandano si convochi l’assemblea; e non comparendovi i senatori per paura, i plebei delusi infuriano. Atto Clauso sabino erasi da Cure mutato a Roma con tremila clienti, ottenendo venticinque jugeri di terreno per sè e due per ciascuno de’ suoi; e aggregato fra i patrizj col nome di Appio Claudio, ne divenne corifeo, e consigliava a domare i plebei colle bastonate; il suo collega Servilio invece raccomandava la condiscendenza; ma nè essi, nè Valerio Publicola, eletto dittatore, riescono a chetare.

[RITIRATA SUL MONTE SACRO]

[493]

I patrizj ascrissero a fortuna un’irruzione dei Volsci, contro de’ quali mandano a campo la plebe, promettendo sospendere le esecuzioni contro i debitori che si arrolassero. I plebei si lasciano indurre, giurano e vanno alla spedizione: poi accortisi del laccio, per eludere il giuramento dato di rimaner fedeli ai capi propongono di trucidare i consoli che l’aveano ricevuto; ma alcuno più mite li consiglia di levar le aquile cui avevano promesso di non abbandonare, e vanno a piantarle sul monte, che da ciò prese il nome di Sacro, e quivi accampati tengonsi minacciosamente. Menenio Agrippa viene per rappattumarli, esponendo ad essi la necessità d’un governo e del contribuire tutti acciocchè quello si trovi in forza; e lo esprime colla favoletta delle membra del corpo, le quali, lagnandosi perchè il ventre stesse indarno mentre le altre tutte lavoravano, proposero non prestargli più il loro servigio; ma la debolezza del ventre fu debolezza e morte dell’intero corpo. La favola fu compresa da’ plebei, ma non si lasciavano persuadere che questo ventre dovess’essere arbitro dell’intero corpo, e men ciechi che non in secoli illuminati, non vollero desistere finchè non avessero stipulati buoni patti; e a quella guisa che il Comune dei nobili avea due consoli, così essi vollero due Tribuni, che tutelassero il Comune plebeo[183].

[RITIRATA SUL MONTE SACRO]

Senza alcun distintivo, nè tampoco tenuti in conto di magistrati, da principio i tribuni non godeano altro diritto che di intervenire al senato, talvolta relegati nel vestibolo, e per nulla partecipi del governo: ma rappresentando la plebe e proteggendone le franchigie, essendo dichiarati sacri per modo, che i beni di chi gli offendesse erano confiscati pel tempio di Cerere, e potendo opporre il _veto_ alle decisioni del senato, mediante questa libertà negativa, sublime invenzione del senso pratico e dell’eminente istinto politico de’ Romani, salirono passo passo a grande potenza, colla quale giovarono alla libertà più che non le eleganti legislazioni di Grecia o i cianceri parlamenti moderni, e crearono il vero popolo restituendo al plebeo la dignità d’uomo. Gran diminuzione recò alla podestà dei consoli (riflette Cicerone) l’esservi un magistrato che da essi non dipendeva, e nel quale trovavano appoggio magistrati e cittadini che ricusassero obbedire ai consoli.

Libertà vera non si dà se non quando sia disciplinata; ed ecco che la romana mette radice appunto perchè rende regolare e legittima la sua resistenza. E subito s’accorsero i popolani dell’importanza di quei patti, onde li legalizzarono con cerimonie solenni: sacre furono intitolate quelle leggi, sacro il monte, sul quale fu alzata un’ara a Giove tonante.

[TRIBUNI]

I patrizj sacerdotali aveano svagala e indocilita la plebe coll’obbligarla a fabbriche; i patrizj guerreschi tentarono altrettanto col menarla a battaglie. Di qui le interminabili guerre, di mezzo alle quali tratto tratto i plebei levavano la voce a cercar l’_agro_, col qual nome intendevasi dai poveri il pane, dai ricchi i diritti, i quali andavano annessi, come ripetemmo, al territorio auspicato, circostante a Roma. Il senato offriva terre lontane rapite ai vinti, e che essendo fuori della linea sacra, non davano la partecipazione agli auspizj nè la piena cittadinanza. I poveri di fatto v’andavano in colonie, le quali estesero e protessero la romana potenza. Volevasi mandare una colonia? il popolo raccolto sceglieva le famiglie, alle quali si attribuivano particelle del territorio conquistato; e con militare ordinanza vi erano guidati da tre triumviri. Fermatisi nel posto assegnato ritualmente dagli auguri, scavavano una fossa, nel cui fondo deponevano terra e frutti portati dalla patria; indi con un aratro dal vomere di rame, strascinalo da un bue e da una giovenca, tracciavano il circuito della futura città, a norma degli auspizj. Venivano dietro i coloni, profondando la fossa e col cavaticcio alzando un terrapieno; si abbattevano i termini e i sepolcri dei prischi possessori; infine la giovenca e il bue s’immolavano a quella divinità che la colonia sceglieva a speciale patrona.

[COLONIE]

Il senato avea cura che la colonia in nessuna apparenza differisse dalla madrepatria; i duumviri tenevano luogo dei consoli, i quinquennali de’ censori, i decurioni de’ pretori; governavasi in comune plebeo: ma in realtà le colonie non erano destinate che a semenzajo di soldati: Roma sola arbitra della guerra. Nè, come le greche, rendevansi indipendenti man mano che si sentissero robuste, ma erano puramente un’estensione della metropoli: vedeano sorgersi accanto nuovi stranieri, adottati col nome di municipj, con fasto minore e minor dipendenza; ma e colonie e municipj rimanevano agglomerati intorno all’unità di Roma, sola sovrana, come il patriarca in mezzo alla famiglia[184].

[LEGGE AGRARIA]

Questa deportazione mascherata, se soddisfaceva ai più poveri, non illudeva i veggenti tra’ plebei, i quali «preferendo domandar terre a Roma che possederne ad Anzio» (Livio), invocavano la _legge agraria_.

Comprendeva questa due proposizioni distinte: la prima di mettere i plebei a parte del territorio quiritario, fonte del pieno diritto civile[185]; la seconda di far che le terre, conquistate col sangue di tutto il popolo, e usurpate la miglior parte dai patrizj, i quali cessando di pagare l’imposto canone le consideravano per proprietà allodiali anzichè allivellate, si vendessero o affittassero con equità fra tutti.

[CORIOLANO]

[491]

Il senato, abile come i corpi costituiti e ristretti, traeva profitto dalla docilità della plebe in tempo di sventura e dalla sua sconsideratezza in tempo di prosperità: ma la plebe ritornava colla suprema virtù dei deboli, la perseveranza. Nojato da queste pretensioni, un giovane patrizio che avea tratto il soprannome glorioso dalla vinta città di Coriolo, propone d’affamare il vulgo col non cercare, nella regnante carestia, grani dalla Sicilia, e costringerlo così a tacere. La proposta si divulga; la plebe, che su questo punto non intende ragioni, monta in furore: i tribuni raccolgono i comizj per tribù, e condannano Coriolano all’esiglio. Egli è costretto cedere alla nuova potenza popolare, ma ne fa vendetta col guidare le armi dei Volsci contro la patria; e Roma periva se Veturia madre e Volumnia moglie di Coriolano non lo avessero indotto a cessare le armi e rientrare in città.

Ma il colpo è ferito: i tribuni hanno conosciuto la propria potenza, consistente nell’agitazione popolare; il patriziato non è più inviolabile; e accanto alle assemblee per curie sorgono i comizj per tribù, dove si giudica de’ patrizj stessi. I tribuni li convocano, e vi fanno proposizioni: primo passo a ottenere che anche la plebe s’ingerisca nella legislazione.

[472]

Davanti ad essi comizj furono pertanto citati coloro che si opponevano alla legge agraria, Tito Menenio, Spurio Servilio, e perfino i consoli Furio e Manlio: ma di tale procedimento si sgomentarono i patrizj, e nel giorno del loro giudizio il tribuno Genuzio fu trovato morto nel suo letto. Con arti siffatte i patrizj toglievano sovente di mezzo i più fermi oppositori.

[APPIO CLAUDIO]

[470]

Percosso il capo, stavano per isparpagliarsi i plebei e rassegnarsi al giogo, lasciandosi trascinare alla guerra, che dà sempre vigore alla tirannia; quando il plebeo Valerio ricusa il suo nome alla coscrizione. Un primo esempio basta spesso a grandi cose, e la plebe il seconda, lo nomina tribuno con Letorio, il quale diceva:—Io non so parlare; ma quel che una volta ho detto, so farlo. Domani adunatevi; e morrò sotto ai vostri occhi, o farò passare la legge». Ma i patrizj compajono all’adunanza cinti dai loro clienti, e l’inflessibile Appio Claudio fa respingere ancora la legge agraria. La plebe che fa? si lascia sconfiggere dai nemici, e sopporta la decimazione cui è condannata; ma Appio citato ai comizj tributi, non si sottrae alla sentenza del comune plebeo che col lasciarsi morir di fame. La plebe stessa lo ossequiò a grand’onore, ammirando la fermezza, sebbene adoprata a suo danno.

[438]

A che dunque si riducevano le pretensioni di questa plebe, che voi, o maestri, ci dipingete come riottosa avversaria de’ prischi eroi? A domandar di possedere e di aver nozze legittime e riconosciute come i nobili; e non già di potere sposarsi coi nobili, ma che i loro matrimonj non fossero semplici concubinati, e che i generali fossero non soltanto uomini[186] ma cittadini. I patrizj, al contrario, arrogando a sè soli i privilegi, facevano di tanto in tanto eleggere un dittatore, autorità suprema e dispotica che sospendeva le altre tutte, perfino la tribunizia; o mandavano il plebeo in guerra sotto l’assoluta disciplina; o quando nel fôro o nelle adunanze avesse gridato forte, lo punivano davanti ai tribunali, de’ quali restava ancora ad essi l’arbitrio. Il tribuno Lucio Icilio ottenne che l’Aventino fosse abbandonato ai plebei, i quali vi ergessero le proprie abitazioni, quasi in una fortezza opposta a quella dei nobili sul Campidoglio; e in tale occasione introdottosi in senato, prese la parola, e cominciò il diritto che poi i tribuni si assicurarono fin di convocare quella assemblea.

[DENTATO]

[451]

Nè per questo la plebe dimenticavasi delle promesse; e confidente nella propria ragione, tornava a chiedere i diritti annessi ai poderi, e che si togliesse l’arbitrio ai magistrati coll’unificare la giurisdizione plebea e la patrizia, e stabilire una legge uniforme e resa pubblica. Alla perseveranza è serbata la vittoria. Sicinio Dentato, eroe in cenventi battaglie per quarant’anni, carico il petto di quarantacinque ferite, donato di quattordici corone civiche, tre murali, una ossidionale, ottantatre collane, censessanta braccialetti d’oro, diciotto aste, venticinque gualdrappe, venne tribuno, e ottenne quel che da dieci anni si eludeva, cioè che, sospeso il consolato, fosse demandata a dieci personaggi l’autorità di formar leggi e di metterle in atto; due funzioni che l’antichità non soleva disgiungere.

[I DECEMVIRI]

[449]

La legislazione fu compiuta in dieci tavole; sentendovi però delle mancanze, onde formarne due altre si nominarono per l’anno successivo nuovi decemviri; ma questi, ch’erano ligi ai patrizj e ispirati da Appio Claudio Crassino (famiglia ostinatamente avversa al popolo), abusano del potere assoluto per sopraffare ed eternarsi il comando; inviano a morte il prode Dentato; per libidine Appio insidia alla figlia del plebeo Virginio, il quale per camparle l’onore la uccide; corso al campo, eccita i soldati a vendicarla; e il sangue di una casta fonda la libertà popolana, come quello di un’altra avea fondato la libertà patrizia. I plebei, raccolti sull’Aventino, rielessero i tribuni e i consoli, che resero forza ordinata la democrazia.

[LE XII TAVOLE]