Storia degli Italiani, vol. 01 (di 15)

Part 10

Chapter 103,544 wordsPublic domain

Troviamo dunque registrate come concessioni e come accordi le lente acquisizioni del tempo, e l’effetto della mescolanza delle schiatte. Il terreno che nelle guerre si guadagna, va spartito fra i patrizj; i vinti rimangono plebe; e così la gente romana trovasi divisa in due classi, come tutti i popoli antichi; conquistati e conquistatori, dominanti e obbedienti. Ma i vinti non caddero sì basso come altrove; e invece di due Caste, di separazione insormontabile perchè sancita dalla religione, ne vennero due partiti politici, che sin dal principio si disputavano la preponderanza; e le _minori genti_, plebee ma libere, diventarono fondamento alla potenza di Roma.

Dal rapimento delle fanciulle nasce una guerra col sabino Tazio, terminata mediante una transazione, per la quale i due popoli si collegano: la collina romana del Palanzio e la sabina del Quirinale sono congiunte, e come confine fra di esse viene eretto il tempio di Giano, bifronte acciocchè guardi ad entrambi; con porte che stiano spalancate in tempo di guerra onde soccorrersi a vicenda, chiuse in tempo di pace onde le indiscrete comunicazioni non sovvertano la quiete. I due popoli strinsero reciproci matrimonj[156]; aggregarono in un senato solo cento padri per ciascuno; una sola assemblea elettiva, con un solo re, forse scelto a vicenda; onde si disse _populus romanus quirites_, mutato poscia in _populus romanus Quiritium_[157].

[NUMA]

[RITI]

E dalla gente sabina fu scelto il nuovo re Numa, nel quale però si riscontra più volentieri l’indole sacerdotale dell’Etruria, donde forse allora si chiesero costumi e riti per digrossare i guerrieri di Romolo-Quirino. L’erudizione, quanto più stenebra le origini romane, discopre sempre maggiori elementi da attribuire all’Etruria: e di là si dice che, regnante Numa, fossero introdotte le cerimonie e le lettere, l’anno di dodici mesi, civilmente consacrata la proprietà col culto del dio Termine, ossia Giove pietra; partito il popolo in corporazioni d’arti e mestieri[158]; si comincia a tenere il registro degli annali, come era consueto in tutte le città etrusche; e la fiera città dei Romani-Sabini assume aspetto religioso, fondando ogni diritto sopra gli Dei, e dagli Dei e per gli Dei credendo operata ogni cosa. Cerimonie del culto, annestate con quelle dello Stato; legislazione religiosa, compenetrata alla civile e politica, onde regolarne i diritti con forme impreteribili, che sono privilegio d’un’aristocrazia sacerdotale, sentono affatto dell’incivilimento etrusco. La casa era dei Lari, la tomba dei Mani, dio genio il matrimonio; sacro il reo, sacro agli Dei del padre il figliuolo impietoso, sacro a Cerere chi mette fuoco alle biade, sacre le guerre, sacro il diritto, come si esprimono le Dodici Tavole; solenni sono le azioni giuridiche, sacramento è la contestazione civile, supplizio la pena corporale; agli Dei soli spetta l’iniziativa degli affari umani, esercitata mediante la classe sacra dei patrizj, ai quali soltanto è concesso di prendere gli auspizj senza di cui non restavano sancite e legittime le proprietà, le nozze, le decisioni. Le magistrature, fin la suprema, sono sacerdozj; Numa si fa inaugurare s’una pietra misteriosa[159]; e ai magistrati è riserbato il chiedere dal cielo i responsi. Il _pomœrium_, cioè il giro di censessanta piedi dentro e fuori delle mura, primo asilo del popolo, è sacro ed orientato a similitudine del cielo; sacra la precinzione della città, e delitto il travalicarla. Il focolajo domestico è sacro, e la famiglia costituita sul culto degli avi e sul dogma delle solidarietà. Il padre è una specie di dio umanato; somiglia a creazione l’atto suo di dar la vita; mediante le azioni proprie e de’ figliuoli merita di divenir lare. Obbligo inseparabile dalle eredità sono i sacrifizj espiatorj, annualmente fatti dai maschi discendenti, con tanto rigore che, se un debitore muoja insolvibile e lasci soltanto uno schiavo, questo è affrancato acciocchè i suffragi non rimangano interrotti. La classe sacerdotale pervenne a disarmare il popolo, talchè nessuno compare in città con armi, e i conquistatori del mondo sono una _gente togata_.

[RELIGIONE]

Molte somiglianza, e massime la venerazione pel bue e i sacrifizj pei padri defunti, diedero a supporre che la religione romana venisse dall’indiana[160]; altri la dedussero dalla greca; noi da una superiore fonte comune, modificata da credenze nazionali, dall’indole del popolo e dal tempo. Mentre in prima non si veneravano che i due lari pelasgi Vesta e Pallade, furono poi adottati il latino Giano e il sabino Marte, e a fianco a questi una generazione di numi agresti. In ciò la romana già si scevera dalla mitologia greca, alla quale soprasta anche per l’attribuire a tutti gli Dei funzioni analoghe alla conservazione e al perfezionamento dell’uomo[161]. Anzi, al modo dei misteri di Samotracia, veri iddii primitivi si consideravano soltanto il Cielo e la Terra[162], quasi le due metà del gran tutto, che è il mondo; e vulgarmente si personificavano in Saturno e Ops, o Bona Dea, da cui poeticamente diceansi generate Giunone, Vesta, Cerere, cioè i matrimonj, la casa, la fertilità[163]. L’introduzione delle tre maggiori divinità etrusche, le quali poi furono denominate Giove, Giunone, Minerva, non accadde senza contrasto. Ogni città etrusca dicemmo come dovesse avere un tempio a ciascuno de’ tre Dei, ed altri piccoli n’aveano aggiunti i Sabini sul Campidoglio. Ma gli auguri, consultati con riti che, dall’antico come dal nuovo culto, erano tenuti superiori fin a quelli degli Dei, proscrissero una dopo l’altra queste edicole che impedivano d’estendervi il recinto del nuovo tempio di Giove: a niun patto però vollero recedere Termine e Gioventù, due divinità appartenenti a quelle religioni de’ Genj, che trovammo speciali agli antichi Italiani.

La famiglia divina in Roma fu compiuta soltanto dopo la cacciata dei re; e comprendeva dodici Dei Consenti; sei maschi, Giove, Nettuno, Vulcano, Apollo, Marte, Mercurio, e sei femmine, Giunone, Cerere, Vesta, Minerva, Venere, Diana, detti anche celesti, nobili, grandi, delle maggiori genti. Il culto degli Dei _selecti_ o intermedj pare risalga all’età de’ Tarquinj; e sono, Saturno, Rea, Giano, Pluto, Bacco, il Sole, la Luna, le Parche, i Genj, i Penati. Seguono gli Dei inferiori, divisi in _indigéti_ e _semoni_: ai primi appartenevano Ercole, i Dióscuri Castore e Polluce, Enea, Quirino; agli altri Pan, Vertunno, Flora, Pale, Averrunco, Rubigo. S’aggiunsero in appresso enti morali, e numi delle genti sottomesse[164], adottati principalmente per consulto dei libri Sibillini, che tanto contribuirono ad alterare la religione romana: e allora spesso si cangiò il carattere delle divinità primitive, e la casta Anna Perenna vestì le lascive forme dell’Anna cartaginese, e Murcia matrona divenne la Venere Mirtia, e Flora la voluttuosa Clori.

La religione romana, a differenza della libera, indipendente e leggiadra de’ Greci, tenne sempre dell’arido e del prosastico, e fu tutta politica; ristretta dai patrizj in un sistema, calcolato tutto a loro profitto. L’Ancile, scudo di Marte caduto dal cielo, il Palladio, lo scettro di Priamo, il carro di Giove rapito da Vejo, le ceneri d’Oreste, la pietra conica, il velo d’Elena o d’Iliona, costituivano pegni sacri dell’esistenza e prosperità di Roma[165]. Ad ogni festa erano affisse rimembranze storiche, associandosi così religione, politica e moralità.

Con Tullo Ostilio la storia distaccasi dagli Dei, e si fa umana, forse ritraendo il tempo che la robustezza latina rivalse sopra la dominazione sacerdotale. Allora pertanto Orazio vincitore de’ Curiazj uccide la sorella, innamorata d’uno di questi, e il padre loro esercita il diritto patriarcale, dichiarando assolto il fratricida: Meto Fufezio, che stette ambiguo fra i Romani e i nemici, è squartato: Alba, distrutta dalla città figlia, cede a questa il primato che esercitava nella federazione italica. Dove già compare quel meraviglioso sistema di Roma d’affigliare i popoli forestieri nella sua cittadinanza, e mandar colonie fra’ conquistati, estendendo così la patria, che doveva poi abbracciare l’intero mondo. Ma Tullo Ostilio, che vorrebbe usurpare anche gli uffizj del sacerdozio e i riti fulgurali, rimane colpito da un fulmine o dalla gelosia sacerdotale.

[ANCO MARZIO]

Anco Marzio presenta fisonomia ambigua: conquista, e al tempo istesso fabbrica; apre il porto d’Ostia, sebbene gran tempo dopo troviamo i Romani sprovvisti di navi; pubblica i misteri della religione, eppure per secoli ancora stettero incomunicati ai plebei; stabilisce i Latini sull’Aventino, eppure gran tempo dopo passa la legge che distribuisce fra’ plebei le terre di quel colle. Che che ne sia, egli introduce a Roma famiglie etrusche; e queste vi fanno sentire la superiorità dell’ingegno sovra la forza, e un lucumone primeggia a segno, che riesce a succedergli col nome di Tarquinio Prisco.

[TARQUINIO PRISCO]

Il costui regno è un’età etrusca, sottentrata all’età mitologica e alla sabina. Il patriziato sacro dei lucumoni di Tarquinia educa il guerresco de’ Quiriti, e v’introduce arti ed agi di gente civile: a un regno di pochi anni, e la cui estensione si abbracciava con un giro d’occhio, s’attribuiscono larghi dominj, edifizj ai quali bastano appena molte generazioni: Tarquinio conquista Sabini, Latini, Etruschi; eppure, poco dopo, la sola Clusio mena Roma all’orlo della ruina, e dieci anni si richiedono per soggiogare Vejo. Tale contraddizione però non toglie di supporre che Tarquinio (nome generico degli Etruschi, della cui federazione forse facea parte anche Roma) abbia dato alla città col governo militare quella forza, che indarno egli erasi ingegnato d’attribuire all’Etruria, cioè l’unione, facendola capo d’una lega che abbracciò ben quarantasette città, forse quelle che prima teneansi colla distrutta Alba.

[SERVIO TULLIO]

Celio Vibenna, fuoruscito dall’Etruria con un codazzo di clienti e servi, aveva invaso Roma. Lui morto, Mastarna, generatogli da una schiava, ne raccolse la masnada, e tanto procedette che riuscì a farsi re di Roma col nome di Servio Tullio. Questo fatto, ignoto a Livio ed agli storici comuni, ci è conservato in un discorso che l’imperatore Claudio pronunziò nell’atto di ammettere in senato i Galli di Lione, e che in questa città si trovò scolpito in rame; tanto più degno di fede perchè sappiamo che Claudio aveva scritto la storia etrusca: ma, d’altra parte, possiamo affidarci a un episodio che mal si connette col resto?

Sia comunque, Mastarna o Servio ci rappresenta una rivoluzione in favore della timocrazia, o, come diremmo oggi, dell’aristocrazia pecuniaria, introducendo la costituzione censuaria dove gli uomini son valutati a denaro, siano originarj od avveniticci. Le genti successivamente venute si erano accasate in luoghi distinti: i seguaci di Romolo sul Palatino, i Sabini di Tazio sul Campidoglio e sul Quirinale, sotto Servio i Latini sull’Aventino, i plebei sull’Esquilino, gli Albani sul Celio. Della piena cittadinanza però non partecipavano se non le tre primitive tribù gentilizie, fin quando da Servio furono surrogate le quattro tribù topiche, denominate secondo il luogo che abitavano in città, la Palatina, la Esquilina, la Suburrana, la Collina; in esse rimaneano i nullapossidenti e gli artefici, mentre i proprietarj abitavano sui proprj fondi alla campagna, ripartita pur essa in tredici tribù _rustiche_. Con ciò la distinzione di Latini, Etruschi, Sabini restava assorta nell’unica nazione romana.

[TARQUINIO IL SUPERBO]

A Servio la tradizione fece merito di tutti i vantaggi acquistati dalla plebe nel decorso di secoli: ricomprava i debitori caduti schiavi, spegneva i debiti, spartiva le terre fra’ plebei, adunava i Latini sull’Aventino, monte plebeo, non chiuso fra le auspicate e patrizie mura di Roma. La figlia Tullia sposata a Tarquinio, e che, impaziente di regnare, trama, fa uccidere il padre, e col proprio carro passa sul cadavere di lui, indicherebbe gli aristocratici, che, per distruggere le franchigie largheggiate alla plebe da Servio, dan mano ai lucumoni etruschi. Questi, sotto il nome di Tarquinio Superbo, tornano a dominare in Roma senz’avere il consenso delle curie, ed uccidono la libertà, opprimendo del pari i nobili Sabini ed i plebei Latini, e ripristinando le prigioni feudali.

Coi lucumoni ricompajono i riti e le divinazioni etrusche e il linguaggio simbolico. Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, era una specie di maga; profetizzava, incantava; vedendo un’aquila che leva il berretto di capo a suo marito, vaticina ch’esso diverrà re. Ad Accio Nevio, insigne per augurj, chiese Tarquinio se fosse possibile ciò ch’egli avea pensato; e avuto il sì, disse pensava di tagliare una cote col rasojo; e l’augure lo fece. Il figlio di Tarquinio Superbo, presa per inganno Gabio[166], della cui grandezza sono ancor testimonio le mura del santuario di Giunone, manda a chiedere al padre in che modo tener soggetta quella città: e Tarquinio non risponde, ma passeggiando pel giardino, fa saltare il capo de’ papaveri più alti, e comanda agli ambasciatori, riferiscano a suo figlio ciò che hanno veduto. Allora dal Campidoglio vengono sbandite le antiche divinità, riservandolo soltanto al Tina o Giove etrusco; Tarquinio stesso sul colle Albano sacrifica il toro nelle ferie Latine[167]. Una serpe esce dall’altare della reggia, e toglie le viscere delle vittime, e si spegne il fuoco sacro; pei quali portenti si va a consultare l’oracolo di Delfo.

E d’oracoli abbondava la prisca Italia, come quelli di Albunea e di Tivoli; ma perdettero importanza dacchè si volle dedurre ogni cosa dalla Grecia e dall’Asia Minore, dove pure conservavansi profezie di Museo, di Bacide, di Tellia, delle Sibille: e forse ogni città ne possedeva di proprie, e le traevano seco nelle migrazioni. Una colonia di Cuma nell’Eolide portò a Cuma di Campania quelle della Sibilla Cumana, la quale venne ad offrire i suoi libri a Tarquinio, che, dopo averla più volte rejetta, li comprò, e li fece riporre nel tempio perchè fossero consultati nelle gravi contingenze dello Stato[168].

[CACCIATA DEI RE]

Le tribù primitive, o per onte private, o perchè gli stranieri conculcassero i loro privilegi, insorsero a danno de’ Tarquinj, e gli espulsero abolendo il regno sacerdotale. Per sostenere i suoi nazionali, Porsena, lare di Clusio, cavalcò addosso a Roma, la prese, e la trattò con tale durezza, da vietare sino il ferro per altro uso che per l’agricoltura[169]. Non sappiamo nè quanto durasse il dominio militare, nè come se ne riscattassero i Romani; fatto è che, dopo la battaglia al lago Regillo, nella quale periva il fiore de’ prischi eroi, i patrizj posero a capo del governo due consoli annui tolti dalla loro classe.

I Tarquinj personificherebbero dunque una dominazione di Etruschi; e con essi cade la costoro superiorità, nè Porsena riesce a restaurarla, perocchè vediamo i re andare in esiglio. Cessa allora l’influenza etrusca, e ringagliardisce il carattere nazionale; laonde i Romani non riescono imitatori, ma procedono con uno sviluppo regolare.

CAPITOLO VII.

Governo patrizio, e sue trasformazioni fino alla democrazia.

[CESSAZIONE DELL’INFLUENZA ETRUSCA]

A rettamente intendere il passaggio dalla Roma regia alla consolare, nuoce la confusa interpretazione delle voci di re, popolo, repubblica, libertà costituzionale. Nè assoluti nè ereditarj erano quei re, bensì imbrigliati dal senato, dai patrizj, dal comune, dalle istituzioni religiose e naturali, dal legame delle clientele. La libertà dell’uomo rimaneva angustiata ne’ governi teocratici dell’Asia, ove tutto imponendosi come volontà di Dio, s’escludeva la discussione, e si teneva empietà il resistere e il disobbedire. Ma già i patrizj etruschi si discernevano dagli asiatici pel doppio carattere di sacerdoti e di guerrieri. Il Romano procede più innanzi; sommette la religione allo Stato, e sceverandosi dalla teocrazia, costituisce un corpo di cittadini, _padri_ e fondatori della patria, i quali scelgonsi un capo (_rex_) affinchè li presieda quando essi deliberano, li meni alla battaglia, renda giustizia. Il patrizio medesimo può esser re, generale e pontefice: come re aduna il senato e il popolo, sentenzia anche de’ patrizj, ma con appello al popolo, cioè al Comune dei loro pari[170], e dispone del territorio dei vinti.

Per popolo s’intendono le tre tribù, in cui riconoscemmo la forma consueta alle società antiche, costituite da comunanza d’origine. Due erano dapprima, dei Ramnesi e dei Tiziesi, vale a dire de’ Romani e de’ Sabini: Tullo Ostilio v’aggiunse la terza dei Luceri quando trasferì i vinti Albani sul monte Celio. L’accomunamento degli uomini estendevasi anche agli Dei, che furono accettati insieme; al Flamine diale e marziale si aggiunse il quirinale; le tre Vestali si crebbero a sei, dette delle _minori genti_, che era pure il titolo dei cento nuovi senatori aggiunti ai primi ducento, e che votavano con questi. Di siffatta importante innovazione si fa autore Tarquinio Prisco[171].

[TRIBÙ]

Ciascuna tribù divideasi in dieci curie, vorrei quasi dire parrochie, che probabilmente rappresentavano le genti diverse di cui componevasi la tribù. Però fra tutta una gente non sussisteva necessario vincolo di parentela e derivazione, siccome non sussiste da noi fra quelli che portano lo stesso cognome; e nella medesima gente alcuni erano nobili, altri plebei, sorti da matrimonj disuguali. Succedevano ai co-gentili che morissero intestati; attribuivano il loro nome agli affrancati, i quali rimanevano clienti.

[CURIE]

Un culto comune univa tutta una gente, come i Nauzj quel di Minerva, i Fabj quel di Sanco, i Fontejo quel di Fonto figlio di Giano in sul Gianicolo, di Ercole i Potizj, di Venere i Giulj, del Sole la sabina gente Ausalia; gli Orazj l’espiazione d’una sorella assassinata. Pertanto ciascuna curia aveva particolari giorni solenni, e sacrifizj a cui tutti i contribuli doveano assistere, seguiti da pasti comuni; e popolarmente eleggevansi un augure e un curione, preposto al culto.

[COMIZJ]

In principio due foggie di adunanze s’aveano: i comizj _curiati_ ed il senato. Ne’ primi si radunava ciascuna gente, e vi aveano voto i patrizj delle trenta curie. Da ciascuna tribù, curia e gente si scelgono trecento _padri coscritti_, formanti la curia maggiore, il senato; autorità legislativa, che poi si mantenne per qualunque mutare di governo.

Le leggi riguardavano unicamente gli accomunati, non i forestieri; laonde ai cittadini di terre alleate era necessario un patrono per aver protezione dalle leggi vivendo, ed ottenere giustizia davanti ai tribunali di Roma. Di qualche cittadino pertanto si rendevano essi clienti; il che faceano pure antichi proprietarj sottomessi, e delinquenti, e servi fuggiaschi, e debitori, venuti come ad asilo presso i lari d’un nobile. Il patronato passava per eredità, e il cliente doveva obbedienza e amorevolezza al patrono, concorrere a pagare le ammende per esso, la dote alle figlie, il riscatto se prigioniero; non poteva citarlo nè esserne citato in giudizio, nè l’uno deporre testimonianza contro dell’altro. Al cliente mancava roba o professione? il patrono gli assegnava casa e due jugeri di terreno a precario[172]: moriva intestato? l’eredità di lui cadeva al patrono.

Roma, non che escludesse gli elementi stranieri come faceano gli Ebrei e le altre società orientali, tendeva ad assimilarseli, nel che consistette la sua missione provvidenziale. Onde la leggenda riferiva che i primi venuti con Romolo portarono ciascuno un pugno della terra patria, e la deposero nel comizio entro la fossa consacrata[173], quasi a costituirsi anche materialmente una patria comune. I coltivatori de’ campi vicini, non reggendo alle nimicizie di essa, vengono a chiedervi la protezione di qualche capocasa, e vi dimorano senza partecipare alle ragioni civili, come sarebbero nozze, podestà patria, suità, agnazione, gentilità, successioni legittime, testamenti e tutele.

[PLEBE]

Conquistato un paese, il terreno diventa di pubblico dominio: e una parte resta al Comune, cioè a godimento de’ patrizj e de’ loro vassalli; una parte al re, che ne assegna un terzo agli antichi proprietarj. Questi aggregati o vinti formano la plebe: condotti a Roma, ne diventano inquilini, ma senza voce perchè non ascritti alle curie, che sole votano. Perciò anche fra’ plebei trovansi casate illustri e laute fortune; nè si vogliono confondere coi clienti o coi vassalli, che solamente tardi entrarono nella plebe man mano che le famiglie si spegnevano, e che progrediva la libertà.

[COMIZJ TRIBUTI]

In siffatti governi aristocratici, collo estinguersi delle famiglie la potenza si concentra in pochi, i quali governano a proprio vantaggio. Per tener questi in briglia, e per diminuire gli sconci di due popoli conviventi eppure distinti, i re favorivano il Comune plebeo, da cui si levava la maggior parte dell’esercito, e che già sotto Anco Marzio troviamo sussistere come porzione libera e numerosa della nazione. Le barriere dianzi insormontabili si vennero abbassando; e un numero di plebei introdotto fra i patrizj scemati di numero, diede nerbo a questi, mentre lo sminuiva alla plebe. La prima riformagione a favore della plebe fu quella che testè abbiamo accennata di Tarquinio Prisco, che raddoppiò le centurie dei cavalieri, i vuoti che s’erano fatti nelle curie empiendo con illustri famiglie plebee, mentre i patrizj duravano ripartiti per tribù di famiglie. Ma d’una riforma radicale si fece autore Servio Tullio introducendo i plebei come membri della città, mediante il sistema amministrativo delle tribù, ed il militare e politico delle centurie. Ripartì egli la plebe stessa per tribù, non più d’origine ma di luogo, inserendovi ogni facoltoso non patrizio, e assegnando a ciascuna magistrati e feste ed esattori. Per tale disciplina, accanto al _popolo_ de’ patrizj si collocarono trenta _comuni_ de’ plebei, che radunavansi in comizj _tributi_. Forse il patrizio aggregato alla tribù conservava l’antica influenza, ed egli solo veniva eletto alle magistrature come pratico; ma intanto trovavasi accomunato col plebeo in divisioni territoriali, dove nulla più contava l’origine.

[COMIZJ CENTURIATI]

Acciò poi che tutti concorressero agli ordinamenti fatti pel comun bene, Servio distribuì patrizj, clienti e plebei di città e di campagna in centurie, le quali, a proporzione del censo denunciato con giuramento, partecipassero al suffragio ne’ comizj _centuriati_. Pertanto, conservate le sei centurie de’ cavalieri, ne formò dodici altre di plebei, abbastanza facoltosi per potere in guerra equipaggiarsi a proprie spese: la residua plebe fu distinta in cinque classi, e sistemata essa pure in centurie. Organamento fondamentale, che veniva a fondere le famiglie patrizie col Comune plebeo, per assicurare di quest’ultimo la libertà e i diritti, senza però togliere il governo ai patrizj. Aveasi a votare? il cliente non era più contato come una voce sola col suo patrono, ma si univa alla propria centuria; cittadino della piazza anch’egli, non più uomo dell’atrio[174].

[GOVERNO ARISTOCRATICO]