Storia degli Esseni: Lezioni

Part 5

Chapter 53,684 wordsPublic domain

Fuori dei tempi antichi, ogni romanzo è buono a costoro. Anzi, la storia sol perchè è antica, è romanzo, e il romanzo solo perchè è moderno, è la istoria.—Io ho detto romanzo, e lo mantengo. La teoria del Salvador, con sua buona pace, non è che romanzo. E se vi aggrada come me osservarlo, vedetelo immantinente. Io potrei appuntare per primo il Salvador, non di plagio, chè la di lui probità letteraria me lo contende, ma di aver disdetto, voglio credere involontariamente, l’onor del trovato a chi si appartiene. Potrebbe dire una critica meticulosa, che male non avrebbe fatto il Salvador a narrarci chi fu il primo a porre innanzi la ipotesi menzionata; a dirci, che fu il _Drusio_ colui che primo gliene offriva l’idea; che fu esso che andando in cerca, siccome noi dell’origine degli Esseni, insegnava come questa si dovesse riporre ai tempi d’_Ircano Asmoneo_, quando la parte perseguitata si ricovrò nei deserti, e colà di buon’ora s’assuefece ad un tenore di vita durissimo, nel quale dipoi perseverò volentieri. Il sistema del Drusio non è quello, ben io m’avveggo, del nostro Salvador, il quale differisce siccome udite in ordine al tempo, e risale ad un’epoca non di poco anteriore a quella dal Drusio seguita. Ma finalmente, che cosa non hanno di comune i due sistemi, ove si eccettui la differenza notata? Io ardisco dire che hanno tutto in comune, e che bene avrebbe fatto il Salvador a dividere con chi di ragione la responsabilità del sistema. Egli però nol fece, nè io insisterò di soverchio. È egli almeno probabile, è egli almeno accettabile il sistema dal Salvador propugnato? Io gli chieggo del culto essenico la origine, ed egli l’impossibilità mi addita dei sacrifizj e del culto esteriore; al quale ei dice, un culto più elevato si sostituì _in ispirito e verità_.—Di buona fede è egli questo raziocinare per filo e per segno? Che cosa suppone il ragionamento Salvadoriano? Suppone, se io non erro, che nè sacrifizj nè culto esteriore appo gli Esseni esistesse. Che se così non fosse, che cosa suonerebbe questa sognata sostituzione? Io dico dunque che lo suppone.—Ma che dice la Istoria, alla quale ogni reverenza si dee ed ogni ossequio? Conferma ella la ipotesi del Salvador, ed una setta negli Esseni ci raffigura quale egli ce la dipinge, destituita di culto esteriore e di sacrifizio? Nulla affatto. La storia parla alto, parla solenne contro la teoria irriflessiva del Salvador, ed un amore ed uno studio ci offre presso gli Esseni del culto esterno, da disgradarne ogni più raffinata e squisita pietà. Ma che volete? Il Salvador pecca per troppa bontà. Egli ama gli Esseni, egli li stima, nè confine egli pone alle lodi che al bello Istituto profonde nel suo libro: epperò gli dà troppo del suo, epperò di quelle vesti li abbiglia che più talentano al suo genio filosofico, al suo gusto, al suo favorito sistema. Epperò li va profumando con quegli unguenti razionalistici che ponno farli accogliere, festeggiare nei dotti consessi. Rimane però a sapersi se del presente generoso gli Esseni si chiameranno contenti.—Io proseguo e chieggo al Salvador: d’onde, secondo voi, la comunità degli averi? Che cosa risponde il Salvador?—Dalla incertezza della vita, dalla necessità di provvedere a tanti vecchi, a tante donne, a tanti fanciulli.—Eppure il mondo non l’aveva finora capita così. Si credeva finora che nulla vi fosse di più egoista della _necessità_, nè di più avaro della _miseria_. Si credeva finora che l’abnegazione, la generosità, e soprattutto il rinunciamento assoluto di ogni bene, non albergassero precisamente colà, ove la fame manda i suoi orribili latrati, e dove la prepotente mano del bisogno, stringe i cuori ad ogni senso di pietà, e non occorre dire d’abnegazione. Benedetti razionalisti! Quanti miracoli non sanno fare! Eglino ti cavano un effetto dal suo opposto con quella disinvoltura con cui Mosè trasse dalla rupe le acque. Ma eglino, i razionalisti, ci hanno insegnato a dubitar dei miracoli, e questo basti perchè i loro miracoli eziandio da noi si rifiutino.

Ma su.—Io voglio menar buone al Salvador tutte le anzidette repugnanze. Voglio dire che il culto esterno tra gli Esseni non vi fosse, e che dalla brutta fame sia uscito fuora il più sublime prodigio di carità. Ma il nodo gordiano non è qui. Sapete invece dov’è? È nel passaggio da questo stato temporario, provvisorio, forzato, ad uno stato durevole, ad uno stato definitivo, ad uno stato volontario. Mi spiegherò ancor più. Bisogna che ci dica il Salvador in qual guisa, per quale sconosciuta ragione, una condizione così miserevole, così eccezionale, così a malincuore subìta dai poveri emigrati, si tramutò, ad un colpo di magica verga, in un’associazione regolare, stabile, religiosa, dotta e venerabile, come fu quella che veggiam negli Esseni. Se questo il Salvador non ci narra, se egli non ci svela il transito miracoloso, sapete che cosa io crederò? Io crederò che non appena rimossi gli ostacoli, non appena gli impedimenti sgombrati, non appena restituita la pace e la libertà, non appena le vie si dischiusero del ritorno ai poveri fuoriusciti, che ognuno riedendo pacificamente a casa sua, avrà ripreso il godimento degli antichi diritti; e l’esercizio delle prische faccende. Ecco che cosa credo, ecco quello che suggerisce il più comunale buon senso. Per trasformare un’orda di fuorusciti in un istituto ammirando quale fu l’Essenato, ci vuol altro che parole! Ci vuol ragioni! E che cosa ci dà in compenso il Salvador? In qual guisa si districa egli dagli intricatissimi lacci?—Ecco, come: Quello stato, egli dice, era provvisorio, era precario, ve lo confesso. Udite pellegrinità di trovato. Ma, egli aggiunge in sua favella: «_Mais ne tarda pas a devenir une des règles principales de leur institut._» Volete più? Se più esigete, sareste davvero indiscreti. Quel _ne tarda pas_, ch’è l’anima del concetto, è fatto proprio per contentare anco gli ingegni più schizzinosi. Egli è proprio un miracolo; ma un miracolo di coreografia, non dialettico procedimento. Questo si chiama in Parigi _glisser sur les questions_. Ma io dico piuttosto, che fa scivolare, che fa sdrucciolare gli inesperti, e che il minor pericolo che può incoglierci, sia quello di nulla imparare.

Noi abbiamo, se ben mi appongo, abbastanza crollato il sistema del Salvador. Or bene, lo credereste? Egli è ancor più fragile di quel che credete, e quando pure potesse avere le superiori sembianze del colosso di Nabucco, certo che i piedi, che le basi di creta non mancheriano. Tali le prove, tali i fatti sono che vi addurrò, che il sistema del Salvador riporrete certo tra gli onorati defunti. Non lo credete?—Ebbene, o miei giovani, togliete in mano il libro del Salvador, e la citazione osservate alla quale tutto egli affida il peso del suo sistema, e ditemi che ve ne pare. Non dovrebbe essere, non è egli vero, una colonna, una piramide, un atlante? Oibò, è canna, e fragil canna. Qual’è la citazione del Salvador? Egli è un passo del libro dei Maccabei, ove si narrano i primi effetti della irruzione Siriaca in Palestina. Come suona quel passo? Dice per l’appunto così: «_E si ridussero gli sbandati Israeliti ad abitar nelle caverne ed in ogni luogo ove potessero un asilo trovare...... Allora parecchi tra quelli che cercavano giustizia, trassero al deserto onde abitarvi._»—Qui finisce la citazione Salvadoriana, che dal 1º e dal 2º Capitolo fu tratta del primo libro dei Maccabei. Ma noi non sbaglieremo dicendo che il Salvador così facendo, si affidò più a quanto di proprio avrebbe supplito il lettore, a quanto avrebbe la immaginazione suggerito in compimento, che a quanto sta veramente registrato nei Maccabei. Diffatti, a questo punto arrivati della istoria, allo spettacolo di tanta gente che fermano stanza nel deserto, dopo le parole in ispecie del Salvador, che cosa vi suggerisce la fantasia? La fantasia s’impadronisce di questo dato, di questa emigrazione dalla storia narrata, e vestendola secondo il suo stile di colori fittizj, ed allargandola ed ampliandola, e preoccupando il campo dell’avvenire, e parlando ove la storia si tace, già dimostra in questo pugno di fuorusciti il germe della grande istituzione; già ve li addita stanziati definitivamente in quelle solitudini; già li stringe in religiosa consorteria; già dal semplice soggiorno alla convivenza trapassa, quindi dalla convivenza alla scelta di una vita comune, da questa all’organamento sociale, al culto, alle dottrine; e così di grado in grado salendo, ed elemento ad elemento soprapponendo, fa sorgere quasi per incanto il grande, il bello istituto degli Esseni. Io non so se mi vorreste più generoso; ma io tutto ammetterei, quanto può di fantastico offrirci, di gratuito, questa ipotesi, quando almeno la base istorica, quell’esilissimo storico addentellato, che pur or ricordammo, rimanesse saldo, inconcusso, rimanesse in piedi. Che sarebbe però, dilettissimi, se pur esso svanisse; che sarebbe se il gigantesco edifizio tutto vedessimo sull’arena fondato; che sarebbe se tutte le nostre immaginarie scoperte andassero miseramente in frantumi, come le fantastiche supputazioni di colui che sopra pochi miseri vetrami la fortuna sua fondava?—Certo che bene avremmo di maraviglia argomento, come un ingegno svegliato, probo, erudito come il Salvador, si lasciasse tanto aggirare dall’orror dall’antico, tanto dagli spiriti razionalistici, sino a disconoscere la inanità del sistema proposto. Quale è di questo sistema la base; quel _quid_ senza di che sarebbe a _zero_ ridotto; quel polline, quell’embrione d’onde si vuol tutto l’Essenato prodotto? Egli è senza meno, e voi lo sapete, quel nucleo d’Israeliti i quali dalla Macedone spada incalzati si ridussero raminghi per lo deserto. Or bene. Mi spiace per voi, mi spiace per il Salvador, mi spiace per quei poveri Israeliti. Il preteso embrione non giunge alla prima fase di gestazione. Il polline muore sullo stelo per effetto di una brinata. Senza figura, quel pugno d’Israeliti su cui si fondava così alto e immenso edifizio, non scorsero pochi giorni che raggiunti, circuiti, assaliti, ed infine distrutti dai Macedoni persecutori, spariscono miseramente dalla superficie della terra. Dove son iti i germi dell’Essenato, dove sono i primi rudimenti, dove i portentosi sviluppi? Se ne desiate novelle, chiedete piuttosto ai generali Siriaci, che vi mostreranno in risposta la spada tinta di sangue. Chiedetene, se ne volete più mite responso, alla storia stessa dei Maccabei, allo stesso 2º Capitolo citato dal Salvador, ai versi stessi che quasi immediatamente conseguitano a quelli dal Salvador indicati; e queste parole vi leggerete, che pur esser dovrebbero suggel ch’ogni uomo sganni:

«_Coloro dunque_ (cioè i soldati Siriaci) _gli assalirono con battaglia in giorno di sabato, sì che morirono, essi e le loro mogli, e i lor figliuoli e i lor bestiami, fino a mille anime umane._»

Avete inteso?—Non uno rimase vivo; non uno da cui potesse sorger per miracolo l’Istituto degli Esseni; non uno di coloro che furono, secondo il Salvador, semenzajo del grande Istituto. L’esito, la catastrofe sarebbe veramente comica, sarebbe ridicola, se tetra e lagrimevole troppo non fosse.

Giunti a questo punto, in presenza a questa terribile e sanguinosa confutazione, che cosa più dovremo aggiungere? Certo che noi potremmo dire al Salvador, che pria della origine supposta, pria che di questa emigrazione si narri nel libro dei Maccabei, già di una valorosissima consorteria ivi stesso è menzione, che si noma dei _Hassidim_, e che tutti i segni reca manifestissimi dell’Essenato, onde cerchiamo l’origine. Ma innanzi alle ricordate deposizioni dell’istoria, ogni argomento vien meno. Egli è per questo che noi abbiamo il fine raggiunto della nostra via? Debbo dirvi che no. L’argomento che ci siamo proposti vuole che ancora altre origini consideriamo, altre opinioni. Non è invano che si prende grave argomento a trattare. Dirò a voi come Dante ai suoi lettori:

_Conviene_ ancor seder un poco a mensa, Perocchè il cibo rigido ch’_ho_ preso, Richiede ancora ajuto a _sua_ dispensa.

LEZIONE SESTA.

Qual’è l’origine, la origine storica degli Esseni? Ecco l’oggetto delle nostre passate, delle nostre presenti ricerche. Noi movevamo, nella lezione passata, in traccia di questa origine; noi vedevamo il Salvador riporla nella invasione dei Siriaci, nelle emigrazioni specialmente che questa invasione cagionava tra gli Ebrei di Palestina. Noi domandavamo a noi stessi quanto si apponesse il Salvador così sentenziando, e la risposta fu tale, se ben ricordo, che male potrebbe il sistema del Salvador riaversi.—Mestieri è oggi proseguire nel divisato cammino; mestieri è pure, quelle qualunque opinioni che a spiegare l’origine degli Esseni furon proposte, chiamare egualmente a sindacato. Qual’è il sistema che noi dobbiamo oggi esaminare? Egli è un sistema che se l’ingegno, la fama, il sapere, fossero sempre infallibile criterio di verità, solo vero e legittimo sistema dovrebbe cotesto da ora bandirsi. Noi abbiamo dinanzi uomini cari a noi e onorandi per la fede comune, per servigj segnalatissimi ai buoni studj prestati; abbiamo tra i nostri l’illustre autore della _Kabbale_, il Frank; l’autore chiarissimo della _Palestina_, il Munk; e infine abbiamo tale che torreggia gigante fra tutti quanti gli si appropinquino, abbiamo un uomo che vale per mille, un uomo, (tollerate la riabilitazione di una frase) un uomo che si chiama _Legione_, abbiamo _Vincenzo Gioberti_.

Il Munk, il Frank, il Gioberti, ecco i grandi, i terribili avversarj che dobbiamo questa sera combattere. E che cosa, di grazia, dicono i tre chiarissimi uomini dalla origine degli Esseni? Tutti egualmente in una sentenza convengono, tutti in una origine consentono l’origine Greca, l’origine Alessandrina, l’origine Egiziana. Che cosa s’intende dire per questa origine da me con triplice nome designata? S’intende dire che gli Esseni o, per dir meglio, l’Essenato, ch’è quanto dire l’Istituzione, le Dottrine, il Genio degli Esseni, siano tutti provenuti da quella filosofia, da quella scuola, che parte greca, parte orientale, avea posto da lungo tempo suo seggio nella Metropoli dell’Egitto, nella erede di Atene, in Alessandria. Ecco che cosa vuol dire origine Alessandrina. E dove professano i tre insigni uomini rammemorati la opinione ch’io dico? La professa il Munk nella bell’opera che sulla Palestina dettava (a p. 519), laddove, dopo aver con succinte indicazioni degli Esseni trattato, conclude dicendo, molto andare la loro Istituzione debitrice agli istituti; alle scuole dei filosofi egiziani. Lo confermava poi in una nota alla pagina istessa ove a buon diritto redarguendo la teoria del Frank, ci dipinge gli Esseni quasi mediatori e sensali tra le dottrine in Egitto imperanti, e la ebraica ortodossia di Palestina. Noi avremo in avvenire occasione di noverare il Munk tra i più valenti propugnatori di non poche capitalissime verità riguardanti gli Esseni. Noi avremo luogo di tributargli largo, sincerissimo ossequio per essere stato animoso banditore di tre principj che crediamo nella Storia degli Esseni rilevantissimi, per aver apertamente insegnata la filiazione e quasi la identità degli Esseni col Farisato, per aver sanzionata l’antichità, la contemporaneità della teologia Cabbalistica, e sopratutto per avere tra questa teologia e la scuola degli Esseni dimostrate quelle intime, profondissime attinenze che sono, secondo me, uno dei pregj più esimj della scrittura del Munk. L’occhio della mente sua, sempre veggente,[20] travide queste attinenze, le notò, le insegnò; e i germi da esso deposti nella opera sua, debbono quando che sia larga messe fruttare di preziosissime conclusioni. Noi non saremo tra gli ultimi a secondarne il dettato, a riconoscerlo, a salutarlo qual possente alleato. Per ora, come dicemmo, nella questione presente della origine, èmmi forza trattarlo quale avversario. Io dissi che non è il solo, ma poderosi atleti accompagnarlo. Uno di essi è il Frank. E dove soscrisse il Frank alla origine in discorso? Nell’opera già ricordata della _Kabbale_. Egli, nella terza parte del suo libro, in quella cioè da esso alla comparazione dedicata tra la dottrina dei Cabbalisti ed i sistemi affini contemporanei, sembra inchinare assolutamente alla origine Alessandrina. Parlando degli Esseni e dei Terapeuti, egli dice apertissimo: _l’une et l’autre_ (che è quanto dire Esseni e Terapeuti) _l’une et l’autre étaient nées en Egypte_. L’una e l’altra, sortito avere i natali in Egitto. Io vi dico forse cosa che vi stupirà. Voi udite quanto esplicito si pronunzj il Frank in favore della tesi avversaria, quanto deliberato consenta all’origine Egiziana. Eppure (stranissima anomalia!) egli sarà il Frank istesso, egli sarà lo stesso libro della _Kabbale_, e la stessa parte sarà del suo libro, e senza forse la pagine istessa, che i più forti, i più saldi argomenti ci forniranno ad infermare, a distruggere la teoria prediletta, la origine fantasticata. Io credo che gli argomenti perchè tratti dall’avversario nulla scapiteranno, se non invece immensamente più ratti e più infallibili ci meneranno allo scopo. Ma chi è il terzo, che _sovra gli altri come aquila vola_? Io dissi che è V. Gioberti.—E dove toccava il Gioberti della istituzione degli Esseni? Egli ne parlò nella _Filosofia della Rivelazione_; in una di quelle opere che la morte non concessegli di pubblicare, e che i postumi anatemi non valsero che a render più cara, più ricercata. In quest’opera della Filosofia della Rivelazione (a p. 181 dell’opera stessa), laddove prende colla sua usata grandiosità a trattare della pretesa missione unificatrice del Cristianesimo, e quindi (quali rappresentanze di due opposte idee) della presenza in Palestina della dualità Ebraica e Gentilesca, che dovevasi pel futuro Cristianesimo unificarsi, così il grande intelletto si esprimeva: «_Presso i Giudei a’ tempi di G. C. vi eran due scuole. L’Alessandrina, filosofica, acroamatica, sottile; la Palestina, tradizionale, positiva. La prima esprimeva il genio Indopelasgico e Greco; l’altra, il genio Semitico._»

Voi l’udite, Gioberti sta risolutamente per la origine Alessandrina; imperocchè di null’altro egli può aver inteso colla sua scuola acroamatica e sottile, rappresentante il genio Greco o Indopelasgico, tranne della scuola della Consorteria degli Esseni.

Noi avremo, dunque, a lottare non solo coi due preclari scrittori il Frank ed il Munk, ma ancora contro la mente più vigorosa che generato abbia l’Italia moderna. Fortunatamente però non è così. Noi possiamo a buon diritto declinare Gioberti quale avversario, noi possiamo rimuoverlo rispettosamente dallo steccato, noi possiamo risparmiarci il pericolo, e non è lieve, di tenzonare con atleta siffatto. E perchè? Per una ragione semplicemente, e che voi di leggieri comprenderete. Perchè Gioberti non è responsabile della verità dell’asserto; perchè egli, a guisa di tutti quelli che versando sopra una particolar disciplina, si giovano delle ricerche e dei trovati altrui, qualora di altre discipline si tratti, tolse agli uomini, agli scrittori speciali; tolse, per esempio, al Munk, tolse al Frank; come ad altri di simil fatta tolse per avventura il supposto sul quale la teorica sua fondava della unificazione Cristiana; ch’è quanto dire, toglieva da essi la origine Greca Alessandrina dell’Essenato, senza porsi per questo mallevadore della verità del supposto, come fatto non si sarebbe mallevadore se tolto avesse, verbigrazia, al Champollion la notizia dei Monumenti Egiziani, o dai Fisici imparato avesse cosa che fosse dipoi chiarita fisicamente inesatta. Sapete sopra chi gravita intera la responsabilità dell’asserto? Sovra coloro che tolsero a subbietto delle loro ricerche, disquisizione siffatta; sovra di quelli che ne trattarono exprofesso. Sopra gli scrittori Israeliti in ispecie, siccome quelli che più eruditi si suppongono nelle proprie antichità; ed ai quali più facilmente che ad altri si presta credenza, i quali dovrebbero, se non isbaglio, penetrarsi più che non fanno di questa verità; cioè, che gli occhi, che le menti dei dotti sono più che ad altri, ad essi rivolti, siccome ad organi ed interpreti fedelissimi e naturali di tutto lo scibile israelitico, e che grave però loro incombe il dovere di procedere circospetti non poco nelle loro sentenze. Non sono eglino i rappresentanti legittimi, e quasi non dissi gli oratori d’Israele nel consesso dei dotti? Tali almeno sono dall’universale estimati.—Che cosa dicono il Frank ed il Munk? Dicono che il nostro Essenato deve all’Egitto, alle idee dell’Egitto, il suo nascimento. Porganci dunque le fedi di nascita, che le vediamo; porganci, cioè, quelle prove che a così credere li inducevano, e se ne vegga il valore.

E prima, difendere non mi so da un pensiero che vulnera, a parer mio nella parte più sensibile la opinione in discorso. E qual’è? È il superfluo, è il vano, è l’inutile di tale opinione. Voglio dire che questa ipotesi che combattiamo, ove pure si prescinda dal suo intrinseco valore, manca senza meno del primo e indispensabile requisito di ogni asserto, la sua necessità. È egli necessario per ispiegare l’origine degli Esseni, fare siccome fanno costoro un’escursione in Egitto? Fermamente io credo che non lo è.—E chi è quello che me lo insegna?—Strana cosa, ma pure verissima. È il signor Frank istesso, è quello istesso volume ov’egli di volo depose la sua professione di fede riguardo agli Esseni. Ed in qual guisa ce lo insegna il signor Frank? Disputando intorno all’antichità delle dottrine, della scuola dei Cabbalisti. Egli fu quello, e già ve lo dissi, che più risoluto tra i moderni scese nello steccato a propugnarne l’antichità. Egli non si diè posa fintantochè non rimise l’antichità della scienza in quella evidenza intuitiva che era stata pria delle moderne discettazioni. Ciò fece il signor Frank, e saviamente faceva, a parer mio. Perchè non fu conseguente? Perchè avendo in casa più che non era mestieri a rendersi conto della derivazione degli Esseni, andò attorno a cercarne la culla sulle rive del Nilo? Perchè non quetare nella origine propria e casalinga, quando tutti gli elementi ei ne chiudeva in pugno coll’antichità cabbalistica? Perchè torcere gli occhi da quelle strette attinenze alle quali ossequiava sinceramente la buona fede del Munk, nè il signor Frank istesso osava negare? Ecco la prima lagnanza che contro l’origine Alessandrina mi è dato rivolgere. Si comprende in una parola, in una frase; cioè, _non è necessaria_.

Non basta questo. Un argomento vi ha che, a senso del signor Frank, dimostra l’autonomia delle dottrine cabbaliste, cioè la loro origine indigena, nazionale, Palestinese; e questo argomento è la lingua.

La lingua, egli dice, di quella dottrina, è l’ebraica, e l’ebraica aramea, ch’è quanto dire, la lingua allora usitata in Palestina. Qual’era, per contro, la lingua dei filosofi Alessandrini? Era il greco idioma, il greco esclusivamente. Non è questa, dice il Frank, prova dell’autonomia Cabbalistica? Io non voglio discutere l’argomento del signor Frank, ma lo prendo per quel che vale, e così argomento. O la lingua prova, o nulla dice. Se prova, perchè non vale egualmente rispetto agli Esseni, dei quali non si è mai detto nè si poteva dir veramente che altra lingua usassero in Palestina, che non fosse l’ebraica, o quella qualunque allor usitata?—O non prova; ed allora, perchè concedergli di prova le sembianze e gli effetti?—Pare impossibile! Vi sono nel libro prelodato del signor Frank, nella scrittura della _Kabbale_, e in quella parte istessa, e quasi a contatto della malaugurata origine Alessandrina, tali inattese, tali decisive confessioni, e tale offrono manifesta repugnanza colla origine istessa, che davvero non si comprende come uno scrittore illustre, qual’è il filosofo francese, non l’abbia avvertita.