Part 46
Il concetto del Ballo fu preso a simboleggiare _il moto, l’aspirazione_ delle anime verso Dio, il perpetuo conato dei Beati;—e ciò nei _Dottori_ ebrei, nei Padri della Chiesa, e finalmente in Dante. Nei primi quando dissero _Dio intimerà un ballo ai beati in Paradiso e stando egli nel centro, ognuno mirerà ad esso dicendo: Ecco Dio a cui aspirammo «Atid acadosc baruh u laasot Mahol lazadichim—be—gan—eden_ ec. Nei Padri, là ove si legge in S. Basilio (Omil. sul rendimento di grazie). _Ti manca alcun figliuolo? Ti restano gli angioli coi quali menerai danza intorno al trono di Dio._—E il gran Dante nel _Paradiso_, come è noto. L’Israelita che nel santificare tre volte Dio ogni giorno solleva il Corpo da terra tre volte, è erede e discepolo senza saperlo di tutta la grande e buona antichità ebraica e gentile. Tanto è vero che l’ebraismo adempie mirabilmente a quell’officio di _Nido_ di _Neno_ che è distintivo di vera religione (religio a ligando) come volle Cicerone.
[69] Non sarebbe inverosimile che la predizione di Gesù a Pietro _Prima che canti il gallo tu mi avrai rinnegato tre volte_—sia una applicazione a se stesso, _vero e nuovo Tempio_—com’egli altrove si chiama, di ciò che ivi si praticava nel culto di Dio: volendo dire che il canto del gallo anzichè schiudere la giornata religiosa ad essere il segnale degli officii del tempio che cominciavano con triplice suono di corno, sarebbe stato anzi preceduto da triplice rinnegamento: tanto la Divinità da lui rappresentata sarebbesi inchinata alle più profonde umiliazioni. Non dimentichi il lettore quanto fu da noi provato (Lezione XII, Nota 2) intorno la sostituzione che Gesù insegnava di se stesso al Tempio, qual fonte d’ispirazione.
[70] Ecco la chiave dei lamenti e rimproveri che i vangeli ci narravano dirigere i Farisei contro il costume di Gesù, di sedere cioè a mensa con pubblicani e con malfattori. Nessuno più dei Farisei si adoperava alla conversione dei peccatori; opera che magnificarono nei loro libri più di qualsiasi altro ufficio di pietà; ma non credevano che si potesse senza imprudenza, e senza fallire lo scopo istesso che proponevansi, scender fino a tanta familiarità.
[71] Nessuno negherà che la vita contemplativa ed ascetica non sieno sommi educatori dell’animo a libertà e indipendenza di sensi, siccome quella che insegna a vincer gli altri col lottare con se stesso. Da ciò nacque la gran forza di resistenza che spiegò il Cristianesimo nel suo nascere e che imparò là dove attinse tutto ciò che forma il suo corredo dommatico e il suo pratico indirizzo. Vi è però un pericolo a cui rado è che fuggano i mistici, e che solo l’ebraico per la sua intima connessione con una religione che era al tempo stesso una norma civile e politica, potè avventurosamente cansare. Difatti gli spiriti mistici onde si prova in varj tempi il nostro popolo, e più in quelli di cui discorriamo, non lo spinsero mai a quegli eccessi in cui caddero tutti quelli che calcarono le stesse orme; ma seppe mantenere più o meno l’equilibrio fra la vita attiva e la vita speculativa, fra la mente ed il corpo. Quanto al fatto di cui si fa menzione nel testo, alla conversazione tra i dottori risaputasi dal governo di Roma, e della successiva fuga di R. Simone, e della lunga dimora in una grotta, vogliamo solo aggiungere che forse in questo cenno troverebbe largo campo di esercitarsi una parte dei critici moderni i quali affermarono che lungi da morire Gesù sulla croce, sopravvisse lunghi anni a quel supplizio, protetto e nascoso dal silenzio e dal mistero degli essenici chiostri. Chi sa che non si dica altrettanto dei tredici anni che visse R. Simone Ben Johai lungi e salvo dal decreto romano che l’aveva condannato a morire? Certo che questo scampo prodigioso non si presta meno acconciamente all’ipotesi di un rifugio in qualche riposto asilo degli Esseni fratelli, tanto pel tempo non breve, quanto per i mezzi ch’ebbero esso e il figlio di vivere in tanto abbandono. Quando ciò possa consentirsi, tanto più intelligibile parrà la tradizione corrente tra i cabalisti che là meditasse e coordinasse R. Simone le sue dottrine e la sua teosofia. Ed oltre al tempo, all’ozio, all’asilo, specialmente se essenico che tanto bene si presta, non mancano nel testo talmudico e medrascico cenni che provino come ben altro uomo uscì il nostro dottore dal suo asilo di quello che vi fosse entrato, specialmente per ciò che si attiene alla dottrina, santità e religiosa eccellenza.
È degno di nota il rifugio che anzi tratto si procurano nel _Be Medrascià_, nell’accademia secondo il Talmud Babilonese (Sciabbat cap. 2), e che dee esser stato luogo e rifugio di un indole affatto speciale per poter sfuggire alle ricerche del governo romano.
Il genio ascetico e taumaturgico si palesa nel padre e nel figlio appena usciti dopo tredici anni dal loro asilo, quando si sdegnano al solo vedere uomini occuparsi di lavori agricoli (Ibid), nelle punizioni che infliggono e nelle guarigioni che operano egualmente prodigiose; nella figlia della voce (_Berat Calà_) che odono annunziare tanto la caduta di un uccello nelle reti del cacciatore quanto il suo scampo (Medrasc Scemot Rabbà sez. 79), e che ha un eloquente riscontro in voci ed annunzj consimili che si narrano uditi dagli uomini stessi nel Zoar; mentre malagevole sarebbe trovarne dell’indole stessa nei libri talmudici. Nè è da tacersi la singolare conformità della illazione, che da questi fatti trae Simone con un analogo pensiero dei Vangeli. _Se un uccello non cade nella rete senza espresso decreto di Dio sarà egli possibile che ciò avvenga per l’uomo?_ Gesù si valse dello stesso esempio degli _uccellini_ per assicurar ai suoi discepoli il sostentamento per la domane. La grandezza religiosa e scientifica a cui s’inalzò dopo il lungo ritiro, si mostra nel vanto che di sè proferisce, dicendo al figlio: _Bastiamo noi due pel mondo intiero_ e che ha riscontro e interpretazione eloquente in altra sentenza da lui profferita in altra occasione quando disse: _Veggo che gli uomini della Camera_ (Benè Alià) _sono scarsi. Se sono due_, noi siamo quei dessi. (La Camera di cui qui si parla è lo stesso delle _Camerette_ dei Vangeli, in cui Gesù dice _che si comunicano le cose segrete_); si mostra nella replica che ci fa a _R. Pinehas Ben Jair_ il quale deplorava vederlo nella persona così malconcio: _Beato te che tale mi vedi, che se così non mi vedessi, tale io non mi sarei a quest’ora_; e il Talmud chiosandone il senso aggiunge che prima del suo ritiro, ad ogni domanda che Simone faceva, R. Pinehas dava 12 risposte; ma dopo quello, ad ogni domanda del secondo opponeva Simone 24 risposte, lo che nel linguaggio iperbolico talmudico significa che la scienza di questi, sopravanzava di gran lunga quella del suocero.
[72] Questo riempire che fa il Zoar la lacuna istorica che offre il Talmud in fatto dei _Haberim_, il cui carattere, officio, definizione riuscirebbero vaghi incompleti senza il soccorso del primo, è prova tra mille altre che l’uno e l’altro non formano che un solo corpo di dottrina e si appellano e si completano scambievolmente. È questa in piccolo una immagine dell’officio che sostiene la dottrina cabbalistica o teosofia verso tutto l’ebraismo pratico, cioè quello di fornirlo di una originale e connaturale dogmatica.
[73] _Talmid_—_Kaham_—titolo che si danno i Farisei negli antichi monumenti Rabbinici (Misnà, Talmud ec.) e significa _scolaro_;—_discepolo di dottore_ meglio che _dottore_. È espressione suggerita da umiltà; e non si comprende come uomini siffatti potessero agognare al titolo di _Rabbi_, e ad essere _tali chiamati su per le piazze_, siccome di tanto li appuntano i Vangeli. Altra importante considerazione ci offre il tempo in cui predicava Gesù. Poichè, secondo attestano memorie autenticissime, il titolo di _Rabbi_ lungi dall’essere allora comune fra i dottori, si veggono anzi i più famigerati capiscuola che in quel torno fiorirono, recare nelle opere rabbiniche _il nudo_ e _semplicissimo loro nome_. Quindi grave dubbio ne emerge che anche da questo lato meglio che la impronta dei tempi in cui quei discorsi si dicono proferiti, quella rechino invece dell’epoca in cui i Vangeli furono redatti; e gli autori di questi facciano usare a Gesù un linguaggio che solo ai loro proprii tempi si addiceva. Checchè ne sia, il nome _Talmid Kaham_ ha molta analogia, quanto allo intendimento che lo dettava, con quello di _Filosofo_ o _amante di sapienza_ che si davano i savi pensatori di Grecia, differenti dagli altri che per presunzione diceansi _Sofi_ o _Sofisti_.
[74] Non ha guari ricordavamo le parole di Simone Ben Johai nel Talmud in cui _se erano due gli uomini della Camera, questi_ egli diceva essere _esso ed il figlio_. Or chi non rimarrà sorpreso vedendo il consesso più augusto del Zoar designato collo stesso nome di _Camera Iddarà_? Può darsi conferma più bella di questa? E si può ancora ragionevolmente dubitare che R. Simone Ben Johai non sia la stessa mente che informa lo Zohar? Si dirà che l’autore qualsiasi di questo libro si prefisse studiatamente un linguaggio che si affacesse al supposto autore? Ma questo studio contrasta con altre dissonanze _cronologiche_, _storiche_ e _filologiche_ che escludono nel suo redattore l’intenzione di crearsi una forma ed uno stile artificiale; e tanto più rimane escluso nel nostro caso che il senso di _Camera_ nel nome _Iddarà_ fu poco avvertito generalmente ed altre interpretazioni ebbero corso le quali però non reggono ad una indagine severa. Non vogliamo infine tacere di un’altra curiosa analogia che ci offre il nome stesso di _Benè Alià_ con cui nel Talmud si designano, secondo me, gli speculatori e teologi del Farisato. Questo nome alla lettera significa _quelli del luogo alto_ o delle _regioni superiori_, nè per altro fu così la Camera chiamata se non perchè occupava appunto la parte più alta dell’abitazione. Ora chi non troverà mirabilmente a queste idee conforme, la seguente di Platone nel Teeteto (Ediz. Paris, pag. 64). _Mais, mon cher, lorsque le philosophe peut à son tour attirer quelqu’un des hommes vers la_ RÉGION SUPÉRIEURE etc.
[75] L’illustre amico mio, signor professor S. D. Luzzatto, scriveami non è guari, e credo anche stampasse, _non potersi credere_ autentico un libro ove si parla di _Compilazione scritta_, quando ogni redazione tradizionale era tuttavia interdetta nell’ebraismo. Risposi: doversi distinguere la tradizione legale e rituale dalla tradizione teologico-agaditica: se per la prima è lecito affermare (comechè forse non senza gravi restrizioni) che si mantenesse esclusivamente orale per assai tempo ancora; non così per la seconda, della quale sappiamo avere esistito per tempissimo varie compilazioni, di cui a dilungo si ragiona nel libri talmudici. Ora s’egli è vero, come è indubitato, che l’_Agadà_ non è, come altrove notammo, che il _nome_ e la _forma mitica e leggendaria della recondita teologia_, ognuno comprende come a nulla approdi la ricordata obbiezione.
[76] Non dimentichi il lettore:
1º Che ogni qualvolta narra il Talmud una cura prodigiosa operata a contatto; è sempre la _mano porta e ricevuta_.
2º Che Epifanio V ci ammonisce come «les gnostiques (i quali non sono, come provammo nell’_Essai sur l’origine des Dogmes ec._, che la parte cabbalistica o Essenica degli Ebrei convertiti al Cristianesimo) se connaissaient entr’eux à leurs manières de se prendre la main.»
[77] Chi sa ancora se questo nome di _legge di grazia_ non deriva nei Vangeli appunto da quella divulgazione che Gesù operò fra le moltitudini pagane e israelitiche delle dottrine misteriose dei Farisei, come non ci stancammo di dimostrare nell’opera francese altrove citata.
[78] Quanto è bella la imagine del libro divino a indicare l’uomo dotto e virtuoso! Galileo chiamò la natura il libro di Dio. L’uomo non meritò meno questo nome in specie appo gli antichi che lo dissero Microcosmo. Nè questo è solo il luogo ove il Codice della Rivelazione e l’uomo vengono dai Dottori ravvicinati. La separazione dell’anima dal corpo è comparata al volume rivelato che va preda alle fiamme; quindi l’obbligo dei segni di lutto che s’impongono agli assistenti.—Sulla bara dell’uomo dotto si poneva ab antico, quale insegna del suo nobile officio, il codice mosaico, e dicevasi:—Costui ha osservato quanto in questo libro è scritto.—Ed ove tu sottilmente consideri, vedrai come il dogma del verbo incarnato non sia che una esagerazione del principio incessantemente proclamato dai Dottori, la immanenza nel cuore e nella mente dell’uomo del Verbo Divino.
[79] Vorremmo che i negatori della tradizione, vuoi talmudica, vuoi teologica, riflettessero seriamente a questo orrore di novità che trasparisce in questi luoghi, e in altri infiniti che si omettono, e si domandassero in qual guisa è compatibile tal ripugnanza col supposto di origine moderna nell’una e nell’altra. In qual guisa l’una e l’altra tradizione appena nate, avranno potuto spacciarsi quali antichissime, rigettare ogni aspetto di novità, chiudere per sempre quella fonte da cui scaturirono, senza contraddire al proprio principio e senza temere di essere volti in deriso? I Dottori chiamano altrove quest’obbligo di far risalire, quanto più si può, ai primi autori la dottrina che si espone _«lescialscel et ascemuà» svolgere la tradizione_.
[80] Senza impegnarci in diffuse dimostrazioni accenneremo qui di volo le massime capitali conclusioni a cui riuscimmo ed a cui riescir deve a parer nostro, ogni spassionata indagine sugli Elementi d’Angelogia, e dei nomi divini che contiene il Talmud.
1º I confini che separano i nomi angelici dai divini sono tutt’altro che fissi e insuperabili, ma anzi mobili e permutabili; onde ogni ostacolo è rimosso alla identificazione _dei nomi degli Angioli essenici, coi divini ed angelici talmudici_.
2º Che la scienza di questi nomi costituisca nel Talmud una dottrina gelosa ed acroamatica, anche questo non patisce eccezione per chi ne abbia consultate le pagine: nè patisce eccezione pertanto la identità di metodi in ambo le scuole.
[81] Fra i Terapeuti, si trovavano le _Terapeutidi_, donne iniziate; nell’istituto pitagorico eranvi le numerose e celebri _Pitagoresse_. Vedi Ritter, _Hist. de la phil. ancienne_, vol I, 298.
[82] Questa designazione ha origine in seno all’Ebraismo dal divieto di cibarsi di carne che non fosse stata sacrificata, ma è certo del pari che presso tutti i popoli le prime immolazioni, e quindi le prime imbandigioni di carne furono _conviti sacri_. Sterminata opera sarebbe se tutto volessimo dire che a ciò si attiene.
[83] Nel Talmud si condanna l’uso di prendere i versi del Cantico dei Cantici e piegarli a uso di Epitalamio nei banchetti, nuziali o no.—Si tratta di applicazioni ad amori umani? Si tratta invece di poesie mistiche intessute di quelle frasi?
[84] Preziosa per quanto non avvertita menzione della Setta Accademica nella Misnà di Chelim nelle parole _Scel cat cademin i Zò_. Ci basti accennarla soltanto, troppo oltre conducendoci una piena dimostrazione, che ad altro luogo serbiamo.
[85] Ciò ch’è anche più degno di nota egli è, come questo ricorrere al _greco_ qual fonte di ebraiche etimologie, è seguito anche dai teologi cabbalisti nella nomenclatura delle loro emanazioni. Vogliamo qui citare un solo esempio ma singolarissimo. È noto come Platone e i nuovi platonici eziandio chiamassero Dio come Primo, come Ente col nome di _En_. Ed egli è questo il nome che il principio equivalente porta in quella nomenclatura e nel senso stesso di _Unità_. Ecco uno degli anelli che congiungono i moderni teosofi coi loro più antichi predecessori.
[86] Fatto che nulla più avverato e che resulta luminoso nella enciclopedia rabbinica da un _complesso imponente_ di fatti e considerazioni che ci siamo studiati porre in luce in una nostra _Introduzione generale storico-critica a tutti i Monumenti della tradizione_. Un solo fatto citeremo qui ad esempio, il nome di _Misnà_ che sempre recò la tradizione e che suona quanto _Ripetizione_ appunto per che lo insegnamento se ne faceva _ripetendo il testo_.
[87] Giusto però è confessarlo. Il Cristianesimo non sempre fuorviò dall’antico sistema esegetico, non sempre immolò, almeno in teoria, il senso litterale all’allegorico. Il Medio-evo cattolico ammise il quadruplice senso dei Dottori, non solo interpretando la Scrittura, ma nelle opere di grande calibro quale, ad esempio, la Divina Commedia. Ed anche il Protestantesimo nel suo inizio. In due versi furono compendiati i quattro sensi
Littera gesta docet, quid credas allegoria, Moralis quid agas, quid speres anagogia.
[88] Questa mia congettura intorno alla vera lezione di Maimonide otteneva, poco dopo scritte le presenti pagine, una splendida conferma. Ognuno sa come l’originale del Comento Maimonideo sia stato scritto dall’autore in lingua Araba. Ora essendomi io diretto all’illustre orientalista Sig. Salomone Munk, attualmente Professore di lingue Orientali nella _Sorbonne_, per qualche schiarimento senza tacergli però la ipotesi mia, n’ebbi per gran ventura a risposta come in un Manoscritto Arabo del Comento stesso, da lui recato dall’Egitto nel 1840, si leggeva anzichè l’enigmatico _Cabtazar_, _Copt-maser_, vale a dire i _Copti di Egitto_.
[89] Nel caso che qui si contempla, il _Rito_ è noachide. Vi è però dottrina nella _Misnà_ secondo la quale il rito stesso israelitico può essere praticato fuori del Tempio e cooperante un Israelita: e l’autore di questa dottrina è _R. Simon Ben Iohai_. Qual nome eloquente!
[90] Abbiamo taciuto di un uso essenico che ricorda Giuseppe, quello cioè di portar le mani, l’una tra la barba ed il petto, l’altra sospesa ai fianchi. È questo un punto che mi affaticai invano a chiarire. Forse qualche analogia ci offre Champollion Figeac quando nell’_Egypte_ scrive dei sacerdoti egiziani: «Les anciens disent qu’il résultait de ce costume éclatant de blancheur, de la gravité habituelle de la physionomie, de la démarche et des paroles des prêtres, un extérieur imposant que complétait _le repos forcé des bras et des mains habituellement_ cachés dans les plis des vêtemens. Les Monumens confirment cette observation faite par les anciens (p. 113).» Aggiungasi che nei Monumenti egiziani si veggono i subordinati presentarsi al loro superiore e signore «_ayant_, dice Champollion (Egypte, 185. I.) _leur main droite posée sur l’épaule gauche, et leur autre bras pendant en signe de respect_.»
[91] Una gran parte di queste _Regole_ portano nel _Talmud_ un nome pregno di senno, quello di _Cabbalà_. Si legge in Berahot queste parole che porgiamo alla meditazione degli ebraizzanti _Annan Cabbalà debet akissè seniutà usticutà_. I forzati e inutili tentativi degli interpreti, e tra gli altri di _Rasci_, provano ch’egli è solo dal nostro ordine d’idee che la frase in questione può ricever lume e verità.
[92] I termini che si riferiscono alle fasi dell’uno e dell’altra generazione seguitano correlative. Così _Ara_ si dice per _gestazione_ e _meditazione_, onde l’_Irur_ rabbinico.
[93] Per bene comprendere tutto questo, si avverta come una delle emanazioni cabbalistiche porti i nomi ad un tempo di _Mi_ (chi?), di _Sceticà_ (_Silenzio_), di Mahasabà e Kohmà (Pensiero e Sapienza). Chi subodorò alcun che della teologia dei Gnostici sa benissimo come i nomi di Sofia Superiore e di _Sige_ o Silenzio sieno proprj dei più supremi _Eoni_ o Emanazioni. E poi si dica che la teosofia cabbalistica è cosa moderna!