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[55] Questa locuzione è comunissima nei due Talmud, e in generale nell’antica Biblioteca Rabbinica. Egli è da quest’uso che Gesù apprese a dire a proposito di Lazzaro morto, _Lazzaro nostro amico dorme_. (Gio. XI, 11). Ma ciò che torna incomprensibile egli è che uomini israeliti com’erano i discepoli, abbiano potuto fraintendere, e capire vero e proprio sonno, replicando: _Se egli dorme sarà salvo_ (anche così dicendo si mostrano seguaci della terapeutica talmudica). Questo equivoco non troppo naturale in uomini che ascoltavano tuttodì _dormire_ per _morire_ e che dovevano in quest’ultimo senso tanto più interpretarlo, essendo Gesù a quell’ora troppo da Lazzaro lontano, per saperne tutte le più minute vicende (la morte siccome cosa troppo più importante poteva da essi presumersi conosciuta per chiaroveggenza profetica), farebbe credere che ei fu soltanto appo lo scrittore del quarto Evangelo, siccome dai tempi alieno e dai luoghi ch’ebbe nascimento, e ch’egli per induzione analogica pose a carico dei discepoli.
[56] Questo avveniva nella festa dei Tabernacoli, ed era in quei giorni che ricorreva la straordinaria esultanza ove, dice la tradizione, prendevano parte quasi esclusiva i _Hasidim_ (nome a senso nostro più antico degli Esseni) ed i _Pratici_ come fra poco vedremo; lo che ci riconduce per altra via, alla predilezione degli Esseni per le acque. Il Talmud dice apertamente che si nomava festa della _Scioabà perchè di là attingevano (Scioabim) lo Spirito Santo, siccome è scritto: Attingerete acqua con esultanza dalle fonti della salute_; e questo fatto come queste parole stringono in un sol fascio. _Hasidim_ antica appellazione degli Esseni, la libazione delle acque; e la ispirazione onde furono celebrati gli Esseni, unione sopra ogni altra eloquentissima. Non taceremo come questa festa e questo Testo Rabbinico spargano gran luce sopra un passo del quarto Evangelo. (Cap. VI, V. 37.) _Or nell’ultimo giorno, che era il gran giorno della festa_ (dal V. 2 apparisce che questa festa era quella dei _Tabernacoli_) _Gesù stando in piè gridò dicendo: se alcuno ha sete, venga da me e bea._ V. 38. _Chi crede in me, siccome ha detto la Scrittura, dal suo ventre coleranno fiumi d’acqua viva._ V. 30. _Or egli disse questo dello Spirito il quale riceverebbero coloro che credono in lui._
1º Si noti la qualificazione di grande data all’ultimo giorno dei Tabernacoli, appunto come i Dottori lo chiamano il _giorno del grande Osanna_. Ma questo titolo ha un valore speciale in bocca a Gesù, perciocchè prova come non siamo andati errati in una Scrittura Ebraica, diretta a confutare le idee del Signor professore Luzzatto, quando asserimmo che il carattere penitenziale e solenne di questo giorno risale a tempi antichissimi. Fra gli altri cenni, questo dei Vangeli non è l’ultimo, mostrando Gesù, che invita in quel giorno a convertirsi alla sua fede, e chiamandolo GRAN GIORNO appunto come il Talmud Gerosolimitano chiamato GIORNO per eccellenza, e lo pone al fianco del _Capo d’Anno_ (vedi mia opera citata). Non è da trascurarsi neppure come il _gran giorno_ dei Vangeli per l’ultimo dei Tabernacoli, abbia non poca analogia col nome _gran digiuno Zomà Rabbà_ dato dal Talmud al 10 di Tisri.
2º Gesù dice _Se alcuno ha sete, venga a me e bea_. Come non vedere in queste parole un’allusione, vuoi alle acque che si pregavano in quei giorni copiose per tutto l’anno, vuoi alla libazione delle acque nel Tempio che non si faceva mai, tranne quei giorni istessi? E si noti che Gesù proclama questo nel _Tempio_ (V. Giov. VII, verso 14-28), ove questo rito si celebrava, e si mostra per ciò stesso fedele a quella trasformazione ch’egli mirava a operare nel culto ebraico sostituendo _sè stesso_ al Tempio, e appunto chiamando sè medesimo col nome di Tempio, tanto quando _promette distruggere e rifabbricare il Tempio in tre giorni_, quanto allora che per giustificare i discepoli che profanavano il sabato, cita l’esempio dei Sacerdoti che eseguivano ogni illecita opera nel Tempio, e aggiunge: «_Ora io vi dico in verità che vi è qui qualcuno maggiore del Tempio._» Gesù trasporta dunque nel senso figurato delle sue proprie dottrine il rito materiale che allora si celebrava, e neppure così facendo si dilunga dalle dottrine farisaiche, conciossiachè siano esse appunto che hanno detto «chiamarsi quella festa _Scioabà_ perchè _vi si attingeva lo Spirito Santo_.» Ecco il senso metafisico innestato sul rito delle libazioni. E qual è il verso che s’invoca dai Dottori a sostegno? Quello appunto che dà Gesù. È vero che verso come quello da Gesù rammentato, non si trova affatto nella sua giacitura in tutta la Bibbia, ma è innegabile del pari che il verso a cui si mira (per qualsiasi ragione alterato) è quel che si legge in Isaja XII, V. 3 (non X, 4 come vuole Diodati) vale a dire _attingerete acqua con esultanza dalle fonti della salute_, che diventa in bocca a Gesù, _dal suo ventre coleranno fiumi d’acqua viva_. A spiegare la quale differenza, basta osservare che Gesù applica a sè stesso, ciò che il profeta intende per la salute politica e la morale, e i Dottori per la ispirazione. Quindi è che le frasi ebraiche prestandosi mirabilmente a tal metamorfosi—le fonti (_Mahianè_) da cui si attingerà l’acqua divengono—il _Ventre_ del Messia—dicendosi in ebraico per ventre _Mehé_ per fonte _Mahian_—ed anche _Mahiane_;—e la salute _Jesciuha_ è sostituita dal sottinteso Messia Gesù—chiamato _Jeosciua_ che suona all’orecchio come all’intelligenza, quanto Jescuha (Salute). L’imagine poi di _ventre ricettacolo di dottrina_, se suonerebbe impropria nelle nostre lingue, che per la scienza progredita esprimono più esattamente la situazione d’ogni viscere, è per contro comune e approvata nel biblico e nel rabbinico idioma, dicendosi nel primo: _la tua legge nel mio ventre_. (Salm.) _Vetorateha betoh meai_ e nel rabbinico: _Gioisci, o mio ventre_, per dire vo superbo di aver raggiunto la verità.—Questa trasformazione torna tanto più accettabile, ove si riduca a memoria quanto più sopra dicemmo, dell’intendimento a cui mirava _Gesù_ di sostituire o anteporre _Sè stesso_, le sue _dottrine_ e la sua _autorità_ al _Tempio_. Ma sopratutto torna qui opportuno notare, come la teosofia cabbalistica, che a senso nostro forma il fondo delle dottrine degli Esseni, e del primitivo cristianesimo, chiami _fonte o pozzo di acqua viva_ Beer maim haim non solo il Tempio di Gerusalemme, (V. Nacmanide e com. al Pent. Sig. Vojerà) ma il suo prototipo, emanatistico—la Sefirà chiamata _Regno Malhut_ e Tempio che è nella serie delle emanazioni—il principio della incarnazione, la umanazione del Verbo o Logo (Tifheret) lo che spiega come Gesù Avatara, chiami sè stesso _Tempio_, e a sè stesso arroghi l’epiteto di _fonte o pozzo d’acqua viva_. Si vegga anche nello stesso Vangelo di Giovanni, il colloquio di Gesù colla Samaritana e le parole significantissime che Ei vi pronunzia. Soprattutto non si dimentichi che lì come qui, è Gesù che proclama sè _vera sorgente salutare, vera acqua, vero pozzo_ capace di dissetare. Nella scena del Tempio, come in quella del pozzo colla donna Samaritana, non saria possibile disconoscere le allusioni ai fatti, e alle dottrine dell’Ebraismo, e l’influenza _mitica_ apparisce qua e colà evidente. Nel Tempio non solo, come dicemmo, Gesù ha di mira la ispirazione che in quei giorni reputavasi diffondersi sulle menti a guisa delle acque, che allora appunto l’unica volta in tutto l’anno si spargevano appo dell’altare; ma non si può negare nemmeno che qualche allusione non voglia egli fare eziandio al pozzo, su cui posava l’altare e di cui toccammo nel Testo. Nel colloquio colla Samaritana al pozzo, il _Mito_ non è a parer mio meno sensibile. Chi ne voglia diffusa dimostrazione la troverà nel mio _Essai sur l’origine des dogmes et de la morale du christianisme_ (Manoscritto premiato nel concorso dell’_Alliance israélite universelle_ di Parigi). Solo ci piace qui di aggiungere, come la donna Samaritana si dica avere avuto _sette mariti_, numero e circostanza di conto indubitatamente cabbalistico, onde il principio d’_Incarnazione_, il _Regno_ chiamato anche _Pozzo_, si dice il principio femminile di tutte le _Sette_ superiori emanazioni, e perciò stesso chiamata ora _figlia dei Sette Bat Sebah_, ora l’_ottava_ (Sceminit. Esmun egizio). Quanto al _pozzo_, un autore che se ne intendeva appartenendo egli alla Società dei _liberi muratori_, così s’esprime «_Les puits étaient des emblèmes communs à toutes les initiations. Dans tous les temples égyptiens où on initiait, il y avait le puits où descendait le néophyte.... La Maçonnerie considérée comme le résultat_ ec. per R. D. S. vol. 2. p. 65.» La esistenza dei segni dell’esoterismo e della iniziazione nel Tempio di Gerusalemme, malgrado le apparenze contrarie, dovrebbe ammonirci come sia verissimo ciò che altrove dicemmo, cioè che la sola differenza tra il metodo pagano e l’ebraico in ciò consiste, che il primo pose l’esoterismo e il mistero nella teologia e la divulgazione nella mitologia, mentre il secondo fa patrimonio comune della teologia e pone il mistero nella mitologia, siccome quella che serve d’_involucro_ non alla _sostanza_ ma alla _scienza_ dei Dogmi. Per modo che si può dire che il paganesimo non è che un ebraismo a rovescio.
[57] Alle cose esposte nel Testo vogliamo aggiungere come della sorgente che era nel Tempio ragioni eziandio Aristea nei frammenti riportati da Eusebio. (Prep. evang. ed Paris, vol. 2, pag. 51) _Cette eau_ (che terge il sangue delle vittime) _provient d’une source placée dans l’intérieur: source intarissable et abondante_ ec.; come i Dottori eziandio predilegevano le Rive come sede atta ai buoni studi, leggendosi nel Talmud Oraiot 3: _quando leggete o meditate, fatelo, presso ai fiumi; così, in quella guisa che scorrono le acque, scorreranno pure le vostre cognizioni_; e finalmente come questa simpatia e quest’uso condusse i primi cristiani a prediligere essi pure le rive, di cui non vogliamo citare qui che un solo esempio. _E nel giorno del Sabato_ (si legge negli Atti, cap. XVI, V. 13) _andammo fuor della città presso del fiume dove_ SOLEVA ESSERE IL LUOGO DELL’ORAZIONE, e _postici a sedere, parlavamo alle donne quivi raunate_. Una lettura del Vangelo mostrerà come quest’amor delle rive risalga sino allo stesso fondatore del Cristianesimo, il quale tolto lo ebbe senza meno alla Scuola Essenico-farisaica a cui appartenne.
[58] Queste cose andavamo tra noi stessi conghietturando privi, come siamo, del gran sussidio della letteratura germanica, quando la sorte ci fe’ imbattere in un illustre ausiliare, dell’amicizia del quale ci onoriamo, ed è il sig. _Jost_ nella _Storia del Giudaismo e delle sue sètte_. Ecco la traduzione delle sue parole recate in idioma francese: «Les Esséniens n’observaient pas si rigoureusement les scrupules rabbiniques sur la transcription de la loi orale, et les Meghillat Setarim mentionnés dans le Talmud ont été écrits par des Esséniens.» Il Redattore dell’_Univers israélite_, che riproduce queste parole, a torto aggiunge: «Nous ne connaissons quant à nous que les Meghillat Setarim de R. Hija:» dico a torto, perchè altre pure ve ne sono, e la nostra del Talmud Gerosolimitano è tra queste. Che si tratti poi di volumi _scritti_ e non di _libro_ ed _opera_, lo attesta il verbo _Catub_ che nel citarli si adopera, come il nome di _Meghillà_ indicante invariabilmente _volume_ e non _opera_, come saviamente avvertiva giù _Rasci_ sul Talmud (Irrubin).
Come astenerci dal rammentare altro autorevolissimo erudito tedesco (specialmente in tutto che tende a favorire l’antichità della teosofia ebraica, alla quale si protessa avverso), ed è lo _Zünz_ di Berlino il quale così esprimesi, Cap. VII.: _Altra opera pregerolissima andò perduta la quale ragionava di Morale e di Civiltà_ (Dereh Erez): _è chiamata talvolta Meghillat Setarim_ vale a dire _libro in cui si ragiona di misteri; tal altra Meghillat Hasidim, il libro dei Hasidim. Quindi apparisce come questa opera non di leggi rituali soltanto favellasse, secondo che altri pensò, ma più e meglio di Morale e di Dottrina; e tanto significa il nome che reca, e quello eziandio che per entro vi è contenuto._ Due punti pertanto emergono dall’opinione del Zünz 1º Che _Meghillat Setarim e Meghillat Hasidim_ non sono due opere, ma una soltanto; 2º Che reca il nome di _Setarim_ pei misteri ch’ella conteneva. L’autore del _Rabia ed Ofen_, 1837, benchè di gran lunga più ortodosso del Zünz, non consente nelle conclusioni rammentate, e crede che lo Zünz siasi indotto a credere alla identità delle due opere pel fatto che il _Ialcut Simeoni_, pag. 73. 2, chiama _Meghillat Setarim_ ciò che altre opere (Talmud Gerosolimitano e Sifré) chiamano _Meghillat Hasidim_. È lecito credere però che non solo questo sia il motivo che della identità fece persuaso lo Zünz; sibbene ancora l’intima convenienza di libri misteriosi ai _Hasidim_ noti nella storia come proavi degli Esseni, come accennammo e accenneremo più volte. Ma il nome di _Meghillat Setarim_ significa veramente libro de’ misteri, come vuole lo _Zünz_, o piuttosto libro apocrifo (nascoso), come pare intendere _Rasci_ ed altri, e come oppone il Rabia? Noi inclineremmo a credere come il primo, per certe analogie rabbiniche che lo persuadono. Difatti _Meghillat Setarim_ ha la stessa forma che _Bet Assetarim_. Ora è indubitato che quest’ultimo lungi da significare il luogo riposto, suona invece il luogo ove stanno le parti riposte; così _Meghillat Taanit_, significa _il libro ove sono descritti i digiuni_, e non il _libro digiuno_.—_Meghillat Joasin_ suona il _libro che contiene le Genealogie_ e non il _libro Genealogico_,—Meghillat _Sammamanim_ vuol dire il _libro ove sono descritti i profumi e gli aromi_, e non il _libro profumato_.—_Meghillat Kinot, il libro che contiene le elegie_ e non il _libro elegiaco_. Non si vuol dire con questo che il _Meghillat Setarim_ non fosse libro _riposto_ oltre il contenere dottrine _riposte_, che ansi il primo fatto è conseguenza del secondo; nè si vuol negare che contenesse anche disposizioni rituali, ma non si deve nè si può concludere, come fa il _Rabia_, dal fatto che non sono citate che queste nel Talmud, che altro non vi si contenesse, stante che il supposto da cui si muove, cioè il carattere misterioso delle altre dottrine, impediva che queste pure si citassero. Inoltre vi sono certi caratteri persistenti in tutte le citazioni che del Meghillat Setarim si fa nel Talmud, che formano a parer mio grave indizio della sua parentela Essenico-cabbalistica. Basti osservare: 1º Che nei tre luoghi onde di essa è menzione nel Talmud (Sciabbat p. 6, 2, e 96. 2 Mezia 92, 1) egli è sempre _Rab o R. Abba_, che dice averla letta e ne riferisce i dettati; ed è sempre presso R. Hija ch’ella fu trovata. Ora Rab e R. Hija sono due personaggi eminentemente teosofici, l’uno come redattore presunto da Zoar di parte di esso, l’altro come uno del soci (Haberim) e interlocutorio. 2º Il _Mazati_ (_trovai_) onde si vale invariabilmente Rab nel riferirne il contenuto, tanto poco conviene ad una raccolta di ricordi rituali che dovevano essere frequentissimi e molto letti e studiati, quanto bene si acconcia a libri e dottrine per loro indole misteriose. Altrettanto si dica del _Vecatub ba_ (Ed era in quello scritto) locuzione che torna nel Talmud solo allora che si tratta di libri esoterici come il libro di Balaamo (Sanhedrim XI), e quando la citazione non è consentanea al subbietto generale dell’opera. Lo stesso _Isi ben Ieuda_ le cui parole si citano registrate in quel volume: vi è grave ragione di credere che sotto uno dei sette nomi che reca in Pesahim (113, 2) appartenga agli studiosi dell’_Agadà_, vale a dire della scienza esoterica.
[59] I dottori Talmudici, se quando ripetono le ricevute tradizioni sono _Autorità religiosa_ nell’Ebraismo, non così quando _spiegano_, e sono allora discutibili come qualunque altro dottore. Ciò intesero ab antico i più antichi loro successori, i quali spinsero soventi volte l’ardimento sino ad interpetrare il _testo misnico_ diversamente da ciò che fecero i _Talmudisti_, lo che è bene altrimenti grave che non il trovare inesatta la spiegazione di un fatto per loro stessi remoto, e del quale non era imposto loro il ricordo quai maestri di religione. Di questa e maggior libertà usarono anche largamente i moderni, comecchè in fama di Ortodossi quale il _Rapoport_ nel suo _Ereh Millim_ altra volta citato.
Quanto all’orazione protratta e quasi continua che nel Talmud si attribuisce ai Hasidim, non è a tacersi un curioso raffronto che ci porge la storia delle Eresie. S. Epifanio rammenta due ordini di _Messaliti_, nome notoriamente derivato dall’Arameo _Zalla_ o _Zalle_ pregare (V. Bergier Dict. de Theologie vol. 3º p. 246), i quali s’imponevano la preghiera continua, che credevano adempisse le veci di ogni altro dovere. Non è difficile ravvisare nel più antico di questi due ordini le fattezze dei nostri _Hasidim_, coi quali se non s’identifica assolutamente, pare senza meno un ramo Cristiano del più antico ceppo Ebraico. È vero che S. Epifanio dice di questo più antico ordine nè Cristiano essere, nè Ebreo, nè Samaritano; ma si rifletta alla distanza di luogo e di tempo che divideva Epifanio dai nostri _Hasidim_, alla vita eccezionale e in tante parti discordante dalla comune Ebraica che menavano i nostri _Hasidim_, o Messaliti, e chiaro si vedrà come l’asserzione di Epifanio non ci toglie la pensata affinità tra i suoi Messaliti ed i Hasidim del Talmud; onde non è da redarguirsi Scaligero se negli stessi eretici vede una frazione degli Esseni. (V. Bergier, _Ibid._)
A costo poi di precorrere in parte le cose che saremo per dire, il testo talmudico, onde qui si ragiona, ci mena irresistibilmente, per l’affinità delle idee che qua e colà si acchiudono, a far menzione sino da ora di parecchi e preziosi testi antichissimi riferiti nel Talmud, ove sotto un altro nome eloquentissimo si allude, a creder mio, alla società degli Esseni; e che sono da porsi fra quelle tante memorie che debbonsi oggi restituire alla storia degli Esseni contro la divulgata sentenza che l’Enciclopedia rabbinica dei primi secoli non rechi della società degli Esseni niun vestigio. Questo nome che offre invariabilmente l’idea comune e in sommo grado rilevante di _Società_, di _Sodalizio_ assume non dimeno tre forme: differenza che a senso mio ad una sola cagione debbesi ascrivere, alla diversa origine e stile dei testi che ne fanno menzione. Queste tre turme sono: 1º _Cheillà Caddescià di beruslem_ (Santa Società ch’è in Gerusalemme); 2ª _Edà Chedoscià_ (Santa Società); 3ª _Bene Akeneset_ (figli della Società). Incominciamo per dire (e per quanto negativo, ci sembra fatto di gran calibro) che le interpretazioni date sinora o sono vaghe o mal sicure; che p. e. per la _Keillà Caddiscià_ mentre il Talmud Gerosolimitano (Mahaser Sceni, cap. 2º) intende due soli dottori ivi nominati (interpretazione, come ognun vede, tutt’altro che seria o verosimile), il Talmud Babilonico ci pone nella impossibilità di sottoscrivervi porgendoci non pochi esempi in cui la stessa _Santa Società_ (_Keillà Kaddiscià_) si distingue evidentemente da uno almeno de’ due Dottori, onde a detta dello altro Talmud è composta, a segno di figurare al suo fianco come indipendente e distinta (Vedi Talmud Bezà e Iohasin Lettera Iod al nome Iose ben Mescuillam). Che per la _Edà Chedoscià_ (Santa Società) il suo nome si legge nel Medras koelet, ove, oltre altre preziose indicazioni che proveremo fra poco convenientissime ai nostri Esseni, si domanda: _E perchè si chiamano Santa Società?_ Dopo queste parole occorrono due varie lezioni. La prima è quella del Lessico _Aruh_ (alla parola _Kaal_) ove si risponde «perchè dividevano in tre parti la loro giornata, la prima dedicavano alla preghiera, la seconda allo studio, la terza al lavoro, altri dicono perchè studiavano nell’inverno e lavoravano nella state.» L’altra versione legge dopo la domanda ricordata: _Perchè sono R. Iose ben Mesciullam e R. Simon ben Manasia i quali tripartivano la loro giornata_ ec. L’autore dell’Aruh non ha i nomi proprj rammentati, e niun dubbio che la sua lezione sia da preferirsi non essendo luogo a rammentare chi _fossero_, dopo aver domandato perchè si _nomassero Santa Società_. Checchè ne sia, abbiamo qui un motivo del nome loro che mirabilmente si addice al nostro Istituto del quale sappiamo come la _preghiera, lo studio_ ed il _lavoro_ dividesse tutto il loro tempo, come più oltre vedremo. Si avverta però che mentre queste indicazioni si attagliano agli Esseni, non è possibile convenire col Medras Koelet che per ciò solo prendessero il nome di _Santi_, non essendovi in questo tenore di vita niun carattere che meriti il nome di _Santo_ per eccellenza, e che non sia comune ad altra maniera di dottori. Infine il terzo nome ch’è quello _Bene Akeneset_ ricorre come abbiamo detto nella misna _Zabim_ 3, p. 2. E qui ancora, siccome quello che suona straordinario ed eccezionale, non solo creò interpretazioni disparate, ma diè luogo a differenti versioni. Così il Maimonide nel Comento legge _Bet Akenesset_ il _Tempio_; ma chi legga attentamente il testo di leggieri s’accorgerà come il senso venga da questa interpretazione forzato, non essendovi memoria che i lebbrosi e gli affetti di gonorrea avessero luoghi apportati nei tempj. Assai meglio però l’altro comento di _R. Simson_ che legge come noi _Bene Akenesset_ e intende _oheli hulleen betaará_ vale a dire _coloro che non si cibavano che di cose pure, alieni da ogni immondo contatto_; lo che da una parte identifica i _Bene Akenesset_ con altro ordine e nome molto più comune nel Talmud, quello di _Haberim o Socj_ che avremo luogo di ripetutamente citare in questa storia, i quali appunto questo tenore di vita conducevano, e dall’altra porge la mano ad un preziosissimo passo del Talmud Gerosolimitano ove un _Asseo_ (Asia) possessore e insegnatore di nomi divini misteriosi si dice cibarsi di Maaser.