Part 43
Alessandro nel dialogo in questione conclude con questa domanda: «_Perchè ci avete voi combattuto?_» E i dottori:—_Satan vinse._—_Ebbene_, dice Alessandro, _voi sarete uccisi per regio comando_.—Ed essi:—_Il potere è in mano dei Re; però ai Re non si addice mentire._—Qui il sig. Rapoport pone, e non a torto, in rilievo quanto la opinione che in questo _combattere_ intende un dissenso religioso, il perseverare nell’Ebraismo, sia comento piuttosto forzato; ma non avremo però bisogno per fuggire da questa chiosa improbabile ricorrere ad una vera e propria guerra, la quale verrebbe, a senso suo, da Alessandro rimproverata ai sacerdoti indiani, quali istigatori di quella tra esso e Poro combattuta. Perocchè noi diciamo: Come non un cenno, nè del teatro, nè della causa di questo rimprovero, nella narrazione talmudica? Bisogna dire o che di gentili qui non si può parlare, o almeno che gli autori della redazione che noi abbiamo sott’occhio intesero per questi _savj del mezzogiorno_, veri e proprj Israeliti; resultato al quale inevitabilmente riusciamo, da qualunque parte prendiamo le mosse. Ma è poi inesplicabile la conclusione del dialogo senza la divergenza religiosa, o la vera e propria guerra? A credere mio, una terza via, ed è la buona, ci viene indicata dal _Moarscià_, il quale vede nel rimprovero d’Alessandro un lamento superbo della libertà colla quale avevano avvilito ogni più cara cosa, onde egli andasse superbo;—la _Scienza_, quando risposero _che il vero savio è l’uomo previdente_, e quanto poco egli lo fosse, gli avvenimenti il dimostrano; il _valore_, il coraggio, quando dissero _vero prode colui che vince le passioni_, nè di questa maniera di prodezza ebbe Alessandro. Gli _averi, i beni, la potenza_, quando chiamarono, _solo ricco colui che è lieto e sodisfatto di quanto possiede_.—Qual più amara ironia della vita e delle idee di Alessandro! Ma esso è preso più evidentemente di mira in altre loro sentenze. S’ei chiede qual sia il modo di goder la vita essi rispondono di mortificarla. S’ei cerca il mezzo di tornare agli uomini accetto, essi gli additano il sistema opposto a quello che ei seguiva, quello cioè d’odiare il regno ed il potere. Ed è appunto per questa costante censura di tutti i suoi atti, e del suo genio, ch’ei chiede: «Perchè mi combatteste?»—E si noti che _Atrastun_, che è il verbo che noi traduciamo per _combatteste_, deriva da _Taris_, scudo, arma esclusivamente difensiva, ed ha un senso peculiare che si addice molto più a una lotta verbale, a una _ardita confutazione_ o meglio _apologia_ o diatriba, che a una lotta a mano armata. Basta dire che il Talmud chiama _Targati_ (_Baalè Terissin_) i _campioni più abili nella controversia religiosa_ (Talmud Berakot) e che quell’altra sola volta in cui questo verbo è usato nel Talmud (Jevabot, 121) è appunto nel senso che noi crediamo, vale a dire di un’ardita _opposizione scientifica_, come a un dipresso noi diciamo oggi _Polemica_ da _Polemo_ guerra in Greco a significare ogni maniera di _Controversia_. Che rispondono i _Zikné Anegheb_ ai lagni del Macedone? _Satan vinse._—Per quelli che veggono nella sua domanda un senso religioso ciò vuol dire:—«Satan vi vince e seduce coi sui errori, quindi fra noi opposizione nel sentire religioso»—e questa interpretazione, come si disse delle orazioni di Demostene, pute di lucerna. L’altra del _Moarscià_ non è meno infelice; il senso suo significa, _Noi tuoi avversari_ (Satan) _ti vincemmo colle ragioni_. E pel sig. Rapoport che vuol Alessandro lamentarsi delle loro istigazioni alla guerra, che cosa significa? Egli nol dice. Per noi il senso ci pare ovvio. Alessandro si lagna del loro ardito linguaggio. Essi si scusano dicendo. «Satan vinse.» Vale a dire, fu un mal genio che c’ispirò questo parlare a te increscioso.—L’idea del _predominio di Satan_ per significare una sventura che incoglie è usata nel Talmud dal medico e astronomo Samuel, _Satanà bitrè ummé la sciallit_; e ciò che più monta, ragionando come ragionano i dottori del mezzodì, con un pagano, vale a dire coll’amico suo Ablat, che noi abbiamo gravi motivi per credere non altri essere che lo stesso celebre _Plotino_ fondatore della scuola Neoplatonica di Alessandria.—Un altro segno che questi savj sono sacerdoti tebani, è pel Rapoport (pag. 71) il suggerimento che porgono ad Alessandro per poter penetrare senza pericolo nei deserti affricani. Notiamo come poco innanzi (pag. 69) ei vi vedesse piuttosto etiopi o brami, e che ora divengono sacerdoti tebani come più atti a porgere di questa specie consigli. Non sarebbe però questa la prima volta che nel Talmud, filosofi e principi pagani ricorrono ai dottori ebrei per lume e direzione; testimone fra gli altri i messaggi che Antonino inviò ripetutamente a Giuda il santo per consultarlo intorno ad affari di stato.—Ciò che non dee tacersi però si è, come per espressa dichiarazione del Talmud questi suoi consiglieri, con cui di nuovo confabula al suo ritorno, sono _Rabbanan_, vale a dire i _nostri maestri_. Sono essi che vedendolo sorpreso perchè tutto il suo argento e l’oro non bastasse a contrappesare un _occhio_ che aveva riportato dalla sua visita in paradiso, gli porgono il consiglio di provare a porvi sopra un po’ di terra.—Lo che fatto, torna al suo peso naturale. Ora non è difficile scuoprire in questo significantissimo consiglio la impronta della precedente conversazione con Alessandro, lo stesso indirizzo morale, che in quella apparisce. E se autori del primo sono _Rabbanan_, mestieri è credere che eglino stessi siano i primi interlocutori.
Fosse pure provato che un doppio strato d’idee, di locuzioni si distinguono nella redazione talmudica, che il primo appartiene ad età più antica e nulla abbia di ebraico, l’altro ad epoca più moderna e abbia israelitica impronta: ciò che non potrà in ogni caso negarsi si è, che a senso dell’_ultima_ e _definitiva_ redazione talmudica tutte le cose quivi narrate _si riferiscono ai dottori ebrei abitanti nel mezzogiorno_. Ora quando pure ciò non avesse nessuna realtà storica, basterebbe, nonostante, al nostro supposto, e bisognerebbe vedervi egualmente un’allusione all’_Essenato_ colà abitante. Giacchè non è possibile che il Talmud attribuisca tutti i fatti e gli incidenti occorsi tra Alessandro e i sacerdoti tebani, ai dottori abitanti del mezzogiorno, se ai tempi medesimi che quest’alterazione si operava, nella tradizione più antica, non fossero esistiti dottori i quali tutte le qualità riunissero atte a rendere verisimile l’applicazione che ad essi si faceva di ciò che spettava in origine ai brami o ai sacerdoti d’Egitto. Non è possibile, in una parola, che il Talmud rapisca ai suoi veri proprietarj una veste per ricuoprirne un _Ente imaginario_. E ciò basta, come diceva, per vedere nella _intenzione_ dei redattori del Talmud una allusione trasparente allo Essenato. Questo resultato, non è critica che ci possa rapire, ove pure si meni buona la ipotesi dello illustre Rapoport.
[50] Il comento _Tossafot_ osserva (loc. cit.) come dal contesto apparisca esser gli anziani del mezzogiorno, dell’ordine dei _Taneiti_. Il sig. R. Rapoport Erek Millin, alla parola Alessandro a p. 73.—crede poter fondarsi su quanto si legge (Talmud ivi pag. 22.) _Tacah lehu Res Lachis lidromaé_; per dedurne che appartengono piuttosto all’ordine successivo degli Emoraiti. Veramente la frase Talmudica non prova; e tanto meno, quanto non si osserva nel contesto quella forma dialogica che sarebbe stata seguita ove Res lachis (degli Emoraiti) avesse coi dottori del mezzogiorno confabulato. Ma ove pure fosse provato che vi erano _dottori meridionali_ che appartenevano all’ordine e all’epoca degli Emoraiti, ciò non osta affatto al supposto che fossero Esseni, siccome noi veramente crediamo, poichè Esseni esistevano in Palestina tanto ai tempi tanaitici quanto a quelli più tardi degli Emoraiti. Anzi, a veder bene, questo trovarsi nel Talmud dottori designati coll’epiteto semplicissimo di _meridionali_, tanto in tempi antichi che in altri posteriori, prova che si volle con ciò alludere piuttosto a una _famiglia_ di savj che aveva _stanza comune e legale e conosciuta_ in quella contrada, che non a una dimora arbitraria che avrebbe lasciato sempre incerto, di quai dottori a preferenza si favellasse.
[51] L’ebraismo biblico non ha mitologia. Ciò fu da lungo tempo notato e valse a provare sempre più la sua divinità e la superiorità dei nostri sacri libri sulle mitologie paganiche. Però di questo fatto vero in generale non è qui luogo a parlare. In ogni modo questo invertimento d’epoche nella storia dall’ebraismo, questo precedere inatteso, irregolare del vero, e dello storico, del proprio,—al mito, alla finzione, al figurato;—questo tardo comparire della mitologia nello Ebraismo che non comincia fra noi a spuntare che colla cessazione dell’era profetica, e col principiare dell’era rabbinica, è fatto eloquentissimo che dovrebbe dare grandemente a pensare. Non par egli mostrarci a dito che fino a quest’epoca ultima, la mente ebraica, il pensiero umano si rimase ozioso, supplito com’era da una potenza superiore che ispirandolo a suo grado, gli risparmiava naturalmente quelle fasi, quelle transizioni che lasciato a se stesso non può a meno di percorrere; e che appena cessata questa azione straordinaria sul pensiero ebraico, vale a dire al cominciamento dell’era rabbinica, la mente ebraica si trovò a quel punto istesso in cui la mente pagana si sentì all’esordire della sua civiltà, e cominciò allora soltanto a svolgersi per tutte le fasi che le sono naturali? Noi non facciamo qui che accennare una idea, la quale esigerebbe il massimo sviluppo, a cui siamo certo preparati, ma che il luogo non comporta. Ciò valga soltanto a spiegare la parola _Mitologia_ di cui ci siamo valsi ad indicate la _Letteratura Agaditica_ del Talmud.
[52] Vi è in ambo i Talmud un frammento che sembra ostare alla superiorità da noi attribuita ai meridionali, nella scienza dell’_Agadà_, e quindi sopprimere uno dei punti di contatto che tra gli Esseni abitatori di quelle regioni, e la scuola dei teosofi cabbalisti, abbiam creduto ravvisare. Pure dopo breve esame parvemi vedervi piuttosto ragione di confermarmi sempre più in questo supposto. Ecco i due frammenti preziosi anche per altre conclusioni che sarebbe ovvio inferirne, se qui ne fosse il luogo.—Nel Babilonese si legge (Pesakim V. 62). _R. Samlai presentossi e R. Johanan dicendogli: Insegnami, ten prego, il libro delle Genealogie. (Sefer Johassin). Risposegli: D’onde sei tu? da Lydda. E ove dimori? In Neardeà. Non è lecito dunque_ (replicò) _insegnarlo, ne a quei di Lyddà, ne a quei di Neardeà._—E nel Gerosolimitano al luogo istesso.—_R. Samlai presentossi a R. Jonatan dicendogli: Insegnami, ten prego, l’Agadà. Risposegli: Ritengo per tradizione dei miei maggiori, di non insegnare Agadà, nè a’ Babilonesi nè ai meridionali, perchè sono alteri, e nella legge dappoco._ Tacciamo di molte altre rivelantissime considerazioni che il confronto dei due testi ne suggerisce;—della equivalenza di _Sefer Jokassin_ (Talmud Gerosolimitano) e d’_Agadà_ (Babilonese); di una non meno pronunciata avversione pei Babilonesi che si riscontra nel Zohar; dell’_alterigia_, ostacolo all’insegnamento della Agadà; come la _umiltà_ fu titolo e pregio singolarissimo per penetrarne i segreti come più oltre vedremo; della importanza che assume l’Agadà in ambo i frammenti; del carattere tradizionale e antico di questa trasmissione a segno d’avere ricevuto per tradizione le regole della trasmissione medesima; del personaggio di R. Samlai—qui studiosissimo dell’Agadà, e celebre nelle pagine del Zohar (76, 2.) come maestro di penitenza, sotto il nome eloquentissimo di _Asià_, medico o terapeuta;—della identità del _Darom_ (mezzogiorno) del Gerosolomitano con Lydda (Lud) del babilonese frequente soggiorno dei teosofi nel Zohar, e d’altre per avventura non meno importanti considerazioni. Domanderemo soltanto come conciliare la scienza, la celebrità altrove vantata dei dottori _meridionali_ nelle dottrine dell’_Agadà_ con questo rifiuto d’insegnarliela, che sorprendiamo in bocca a R. Jokanan o Jonatan? Specialmente ove si abbia occhio al motivo che di questo rifiuto si narra—_l’alterigia loro e la inferiorità nella scienza religiosa_. Ma la obbiezione si tramuta in prova, solo che si attenda al comento di Rasci, il quale, non saprei dire troppo il perchè, non vede nel motivo allegato al rifiuto che un _pretesto_, e riduce per conseguenza la negata trasmissione a un giudizio poco favorevole che dell’attitudine personale del richiedente, avrebbe fatto R. Jokanan o Jonatan. Difatti si legge in Rasci—_che non ebbe di mira così dicendo che a respingerlo con un pretesto—o meglio perchè Babilonesi e meridionali non hanno sicura genealogia in Israel_.—Ognun vede come nella prima alternativa l’ostacolo è scomparso; ma non tutti veggono a prima giunta come nella seconda sia trasformato in appoggio. Non si comprende invero come Babilonesi e meridionali non hanno sicura genealogia in Israel, dappoichè sappiamo che _Essa non si partì da Babilonia, finchè non la lasciò quasi farina schiettissima_; come si esprime il Talmud e che il _Darom_ o _Lud_ era parte di Palestina ove pare inconcepibile che vivessero uomini _interamente_ d’origine _spuria_ o _dubbiosa_. Ma si comprende benissimo ove in questi meridionali almeno si veggano i nostri Esseni, discendenza, siccome più sopra vedemmo, dei Recabiti e ramo gentile innestato in Israele, la gente aliena _Benè Nekar_ di cui parla Isaia. Può darsi dunque che dopo tanti secoli scorsi dai Recabiti e dopo il continuo incorporarsi alla società loro di tanti elementi israelitici, quelli che erano conosciuti per discendenti da quei proseliti (che allor ve ne fosse lo sappiamo da R. Iosè, che è detto nel Talmud apertamente _della prole di Jonadab ben Rekab_) fossero tenuti in conto di meno degni di penetrare le dottrine _agaditiche_.
Checchè ne sia, ci sia lecito prima di passare ad altri fatti di osservare alcuni indizj che nel testo talmudico di Zebakim ove si parla di Jeudà Ben Dostai, e di cui si fe’ parola nel testo, ci conducono per altre vie alla società degli Esseni.—È il primo il nome _peculiare_ che il Talmud dà a questo Ieudà ed ai suoi, di _Parouscim_ farisei per eccellenza, nome che essendo comune a tutti i dottori, e che da se stessi si dànno, non può essere inteso che come una più onorifica designazione: quasi i più _farisei_ tra i _farisei_. Il secondo è il fatto che il comento di Rasci pone in luce quando dice che Ieoudà e il figlio elessero stanza lungi da Gerusalemme _per non recarvisi nelle feste, nè sacrificare l’agnello pasquale, nè gli altri sacrificj di Haghigá_. Non par egli porgerci la chiave di quel dato singolarissimo che ci somministra Giuseppe intorno gli Esseni dicendoci che _non entravano nel tempio per sacrificarvi_; e che tanto sembra opporsi alla identificazione loro colla parte più eletta dei farisei? Avremmo dunque nel fatto di _Jeoudà ben Dostai_ la spiegazione di questo astenersi, e in guisa l’avremmo da dissipare ogni nube che sembra elevarsi sulla identità da noi propugnata. Non si dimentichi che Jeoudà è più antico di Giuseppe, di quasi un secolo e mezzo.
[53] Poche linee più sopra, il gran maestro della Teosofia piange di un pianto di gioja. Qui è il bacio che officia come segno di fraterna approvazione. Ambo, a parer mio, indizj significantissimi. L’uno e l’altro provano come questi farisei così posti in mala voce per formalismo, per insensibilità, per ipocrisia, fossero d’una sensibilità, così esquisita da prorompere frequentissimamente in quelle dimostrazioni spontanee che ne sono il più efficace argomento; e che d’altra parte tanto bene si acconciano a quel _Misticismo_ che noi vediamo nelle loro dottrine. Chi scinde i dottori zoaristici, i mistici dai dottori talmudici, non poco dee durare fatica a spiegare quella pronta, vivace, energica estrinsecazione dei proprj affetti che negli uni come negli altri apparisce ad ogni tratto.
Ma se la gioja, il pianto, il bacio fraterno, attestano indistintamente qual cuore si avessero questi farisei calunniati, l’ultimo specialmente, il _bacio fraterno_, ha una significazione particolarissima in quanto accenna a quella filiazione di cui altre volte toccammo del primitivo cristianesimo, e dei suoi più eminenti rappresentanti, dalla famiglia dei mistici farisei e dei teosofi, si appellino essi _Esseni_ o _Kabbalisti_. Non è troppo il dire che spesso più nelle piccole analogie che nelle grandi, più nelle minute circostanze che nelle linee più prominenti, si vede la vera affinità e derivazione dei sistemi; perciocchè le prime come più particolari più urgentemente ne fanno fede che non le seconde, siccome quelle che essendo più generali, è più agevole il supporne la fortuita apparizione simultanea in varj sistemi. Così, a mo’ d’esempio, il _bacio_ di cui è discorso. Chi conosce il Zoar sa che non v’è cosa che vi torni più di frequente.
Ma ciò che più monta si è che negli altri monumenti rabbinici come Misnà Talmud, ecc. o non vi si nota, o se tu ve lo scorgi, egli è _solo in quei casi in cui dei Misteri è parola_.—Per esempio della Mercabà o carro di Ezechiele (V. Talmud trat. Haghigà, 14). Non è questo eloquente indizio che questa forma di approvare e di salutare era peculiarissimo un genere di studj, a quelli cioè dove ebbe culla il Dogma Cristiano? Che sarà se vedremo poi il _bacio fraterno_ apparire _nei Vangeli_ e tra i fondatori della fede cristiana come saluto consigliato e approvato? _Salutatevi_, dice Paolo, (Ep. ai Rom. sub fine) gli uni gli altri con _santo bacio_.—E così I. Corint. XVI, 20.—2ª Corint. XIII, 12.—1ª Tessal. V, 26.—I. Piet. V, 14.—Nè mancò neppure chi lo avvertisse. «_Dès l’origine de l’Eglise la coutume s’introduisit parmi les Chrétiens dans leurs Assemblées de se donner le baiser de paix._ (Bergier. Diction. de Theolog. III. 571.)» Forse non sarebbe erroneo aggiungere che quest’uso fa fede d’un’antichità particolare di quel consorzio, se si dee giudicare dagli esempi della nostra Europa, in cui non è raro vedere il _bacio_ essere il saluto per eccellenza e la forma di esso più antica. Oggi pure in Inghilterra tanto è dire _salutare_ che _baciare_. «_Sous le règne de Henri VII, quand les arrières grand’-mères des douairières actuelles d’Angleterre saluaient un parent, un ami, ou même un étranger, c’était en échangeant avec lui un innocent baiser._ Le mot _salute_ est resté en anglais comme synonime de _Kiss_ ou de baiser.—Revue Britannique, Mars 1860, p. 91.
[54] La mèsse è talmente abbondante, che non crediamo con quanto fu detto averla esaurita. Plinio aveva detto (lib. V, VIII,) degli Esseni, _Gens socia Palmarum_. Ora, oltre la residenza che abbiamo veduto scelta dai Teosofi nella regione delle Palme, il mezzogiorno di Palestina, non si dee tacere come nel Zoar ci si offrano spesso que’ contemplativi a ragionare all’ombra dei palmizj _tuté diclé_; che notarono la _sessualità_ di quei vegetabili non solo, ma di tutte le creature dell’universo in questi termini. _R. Eleazar e R. Hisà andavano per via, e vedendo due palmizi, l’uno maschio l’altro femmina, disse R. Eleazar a R. Hisà: Certo, tuttociò che vegeta sulla terra, è maschio e femmina non solo, ma eziandio tuttociò che cresce in seno al mare._ È noto come Empedocle fosse il primo ad osservare la sessualità delle piante; ed Empedocle presenta più di una analogia nelle sue dottrine in generale coi teosofi nostri, sulle quali ameremmo fermarci, ma che i limiti di quest’opera ci contendono. Diciamo solo come il gran poeta e filosofo nostro Ben Gabirol, conosciuto e citato da tutto il Medio Evo sotto il nome di _Avicebron_, come con grandissima sodisfazione dei dotti, avvertiva l’illustre sig. Munh di Parigi, è reputato dal suo abbreviatore e traduttore Ben Falakira seguace fra tutti gli antichi a preferenza di _Empedocle_. E ciò torna tanto più verosimile in quanto sappiamo per confessione dei critici stessi più indipendenti, che tra Ben Gabirol e la Dottrina Cabbalistica o teosofia corrono numerosissime affinità a tal punto che fu creduto il primo modello e la seconda la copia. Ma ciò non toglie che questa particolare conformità del Zoar alle teorie botaniche di Empedocle, non abbia il suo valore. Quanto ai Dottori Essoterici abbiamo già avuto luogo di vedere nel raffronto da noi istituito tra le loro dottrine e quelle deposte nel libro di Filone _de vita Mosys_ come della intima struttura delle Palme favellassero come favella la scienza odierna. È inoltre narrato nel Medras Rabbà, il fatto di due Palmizj che divennero fecondi quando ogni ostacolo fu rimosso che li divideva, lo che consuona mirabilmente con quanto narra il Verati, vol IV, p. 268. «È veramente degno di attenzione, scrive il Prof. Gaetano Savj, ciò che si racconta della Palma maschio di Brindisi e della Palma femmina di Otranto. Questa da lungo tempo pareva ed era sterile, ma allorquando ambedue furono cresciute a segno che gli spadui si trovassero al di sopra degli ostacoli che si frapponevano alla diretta comunicazione fra loro, la femmina abbonì dei frutti.»
Abbiamo nel testo veduto gli oratorj posti in mezzo ai campi. Là pure si studiava e s’insegnava ai discepoli. E nulla vi ha di più frequente non solo nel Zoar, ma nei libri essoterici non meno, che i Dottori meditanti o insegnanti ai discepoli all’ombra di un palmizio o di un fico. E molto sarei inclinato a credere che da questo uso derivarono le similitudini tolte dalla vita dei campi a significare la scienza sacra, le sue parti, e i suoi cultori. Forse anche altre allusioni si annodano nel nome _Pardes_, giardino, dato alla Teologia arcana, ma è probabilissimo che tanto esso quanto l’idea correlativa di _guastare o sbarbicare le piante_ per indicare la introduzione d’errori, o la negazione di alcune verità, non d’altronde abbiano presa occasione a così dirsi. Non è da questo diverso il nome di _Cherem_ (Vigna) dato alle scuole, ed alle accademie. Se pure non vogliasi vedervi una _Vigna_ vera e propria ove si studiava, lo che non pare affatto inverosimile, egli è certo però che la interpretazione che si dà a questo nome, (antichissima, a dir il vero, perchè origina dal Talmud Gerosolomitano) e che significherebbe un luogo distribuito e diviso a guisa di Vigna, non è molto atta a sodisfare la buona critica. Non sarebbe piuttosto una derivazione o una reminiscenza della situazione delle scuole e delle accademie in mezzo a campi ed a vigne? Nè la similitudine quietò in questa idea generale, ma scese analiticamente a distinguere parte a parte i prodotti delle vigne e dei campi, ed a designare col nome di ognuna di esse, una delle parti più cospicue della scienza religiosa. Così il _fiore della vite_ adombra la bibbia.—_L’agresto_ la Misnà.—_Il melogranato_ il Talmud (Irubim, Cap. II, V, ivi Moarscià che connette questa similitudine coll’altra generica della _Vigna_.) E altrove il grano _Dagan_ significò l’_Alakà_, il _Rito_ la _legge_, e il vino _Tiros l’Agadà_ (si noti come Agadà a senso nostro sia la veste leggendaria della Teosofia; e come la Dottrina evangelica che non fu in origine che una Teosofia propalata prenda il nome nei vangeli stessi di _Vino_): Infine l’uomo pieno di scienza varia fu detto _Escol_ Grappo (Sotà sub fine), come l’indotto, il volgo fu chiamato col nome di _pampani_ che valgono a conservare e difendere i grappoli (_ibhun rahamé aalaia deitcaiemùn atcalajà_.) E per quanto valenti critici come il Rapoport vogliano vedere negli _Aschelot_ (Sotà ibid) una corruzione o ebraizzamento di _scuole_, pure, tutto considerato, non si può a meno di conservare a questa locuzione, almeno come senso fondamentale e primitivo, quello proprio di _Grappolo_.