Part 42
[29] L’origine essenica del cristianesimo trova un eloquente riscontro nella foggia di vivere e di vestire del Precursore che da un lato risponde al suo prototipo di Elia di cui adempie le parti; dall’altro non meno bene si confà all’antico uso dei profeti e degli Esseni.
[30] Dante è Maestro in siffatte similitudini; solo che alla Sapienza rivelata, alla Teosofia si sostituisca la _filosofia_ detta da esso «_la bellissima e famosissima figlia dell’imperadore dell’universo_.»
[31] A chi volesse vedere nella _purità e bianchezza_ dei Nazirei in Geremia, la delicatezza o candor della pelle, dimanderemmo ci dicesse perchè singolarmente si specificano qui i Nazirei. La similitudine poi della _Neve_, usata, come nota Rasci in Daniel, a indicare la purità delle vesti, non è tralle menome prove che mostrano quanto bene il padre di tutti i chiosatori si sia egregiamente apposto nell’interpretare per le vesti.
[32] È questo uno degli infiniti esempj in cui la Pratica posteriore a Mosè soperchiandone i dettati o diversificandone l’indizio manifesto di una tradizione è coimperante in Israel colla legge scritta. Infatti la Storia biblica ci mostra in pratica il _Nazerato perpetuo_. Ma dov’è egli preveduto e regolato nel testo mosaico? In nessun luogo.
[33] Abbiamo udito la scrittura parlare di santità a proposito dei Nazirei. Ora è bene che si sappia che ogni qualvolta il nome di santo è usato nel senso di astinenza o di perfezione religiosa la traduzione aramea è sempre _Parus_. L’atto stesso del votarsi al Nazirato _Iafli_ è tradotto dal Parafrasta Caldeo _Jefares_; da ciò il nome dell’angiolo apparso al padre di Sansone se in ebraico è detto _Peli_ in arameo è tradotto _Meforas_; nè altro è da intendersi nel titolo di Meforas dato dai Rabbini al titragramma se non il nome _separato_ e _distinto_ per eccellenza. Qui sarebbe luogo di diffondersi sopra una obiezione speciosa che questo nome di _Parus_ potrebbe suscitare contro l’antichità del Zohar. Tra le tante vestigia di tempi moderni che i critici vollero trovarvi, ora nello stile ora nelle dottrine, non mi venne fatto d’imbattermi in una che tutte le vince in speciosità e verosimiglianza e che pure mirabilmente si solve alla luce delle cose accennate. Le intelligenze superiori angeliche sono dette nel Zoar _Periscian_: vale a dire intelligenze separate. Ora per poco che si abbia contezza della filosofia aristotelica, specialmente del peripatetismo arabico, facile sarà ricordarsi come in questi sistemi, _intelligenze separate_ siano dette le intelligenze angeliche perchè immateriali e incorporee. Come non dubitare di una traccia della filosofia araba e della sua fraseologia nelle pagine del Zoar? Nelle mie note su quel libro in lingua ebraica osservai che non v’ha ragione di credere piuttosto a una derivazione arabo-aristotelica e quindi posteriore, che ad una origine greca, platonica o aristotelica e quindi più antica, ove meglio non si accetti la originalità del Zohar nel coniare questo epiteto. Ora aggiungo che il _Parus_, usato dalle tradizioni aramee per indicare la santità in genere, conviene che nulla più, alla frase ed all’uso che il Zohar ne ha fatto, trattandosi d’intelligenze angeliche chiamate dai Profeti antonomasticamente Santi; e che il _Mefaras_ del Parafrasta Ionatan applicato all’angiolo è di una convenienza difficile a vulnerarsi col Perisan del Zoar inteso per gli angioli.
[34] Il Talmud pare, è vero, non alludere che ad un oggetto speciale esclusivo, cioè di porsi in grado di offrire una specie di sacrifizio che solo la merce del Nazirato avrebbe potuto presentare. Tuttavia chi conosca come il Talmud Babilonico sia stato scritto più di sei secoli dopo i più bei tempi dell’Essenato; in terra, e tra costumi tanto dai loro diversi, non stenterà a credere che lo scopo universalissimo del _Hasidim_ nel farsi Nazirei, o per dir meglio la medesimezza dei due personaggi siasi circoscritta nel Talmud e considerata da un solo punto di vista.
[35] Vegga il lettore tra i raffronti da noi stabiliti nella nota 3, pag. 90, tra Filone e la tradizione farisaica, la memoria di questa volontaria continenza mosaica nel filosofo alessandrino. Ragion di più per farle acquistare peso e autorità.
[36] Questa stessa trasformazione dell’eccezione in regola del precetto morale in Cerelo, costituisce uno dei passaggi originarj dall’Etraesmo al Cristianesimo.
[37] Questa bellissima idea, che Paolo presentò ai Pagani nella similitudine dell’ulivo selvatico, appartiene in origine ai dottori interpretanti la promessa ad Abraham: _E saranno in te benedette tutte le genti della terra._ Il verbo ebraico _venibrehu_, che suona _saranno benedetti_, è suscettibile dell’altro senso d’_innesto_, ed è appunto su questo che i Dottori insisterono veggendovi l’_innesto_ di tratto in tratto operatosi, di un ramo gentile sul tronco ebraico.
[38] Le istituzioni e gli offici sono come le scienze. Dapprima confusi e concentrati in una sola persona, non cominciano a distinguersi che in progresso di tempo. Perciò il sacerdozio fu anticamente centro in cui conversero tutti i rami del sapere e tutti i sociali maestrati, appunto siccome quello che tutti sovrasta. L’ebraismo stesso, per quanto non abbia seguito la legge comune, lenta, regolare del progresso, e sia sorto, come avverte l’autore del Kuzari (libro meditato pure da Guido Cavalcanti, come ci ammoniva l’illustre Mamiani), a guisa delle creazioni in un _Fiat_; pure non è sì che la legge di unione primitiva non si verifichi in esso ancora comecchè per breve istante. Difatti è sentenza dei dottori corroborata eziandio da qualche cenno del Testo che nei sette giorni d’inaugurazione del tabernacolo il ministero sacerdotale fosse assunto e concentrato temporariamente in _Mosè_ siccome Jerofante e Iniziatore, il quale da quell’ora in poi tornò semplice Levita e subordinato ad Aaron.
[39] Non si attribuisca questo _vivere nelle tende_ a costumi tuttavia rozzi e primitivi. Nè i Cananei sposseduti, nè gli Israeliti erano allora in tal grado di barbarie da non aver ancora case costruite. Esempj di case anteriori a questi fatti non mancano nella Bibbia. Sin dai tempi di Mosè egli promette loro nella Palestina _Case piene di ogni bene che voi non avrete ricolmo_; prevede e regola _la costruzione di nuove case_ e impone il _riparo_ sul tetto. Contempla e prescrive le regole per purificare le case colla demolizione delle antiche _mura_, e colla introduzione di nuovo _materiale_. Egli è quindi indispensabile credere che se ai tempi tanto più posteriori di Devora i Cheniti abitavano sotto le tende, così facessero non per altra cagione di quella che indusse a così fare i loro nepoti a’ tempi tanto più moderni di Geremia, che il vide e li lasciò viventi _fuori della città sotto le tende_.
[40] _Isaia_, cap. 1.
[41] Lo avere questa sentenza origine nel Zohar, lungi dal detrarre del suo valore ne accresce anzi il pregio per ognuno che ricordi essere a senso nostro non altro gli Esseni che i predecessori dei Kabbalisti o Teosofi moderni, appo i quali si troverebbe pertanto la stessa denominazione di _Eunuchi_.
[42] Questa lezione era da lungo tempo scritta quando mi venne fatto d’imbattermi nel florilegio talmudico (En Israel), ediz. Königsberg, e preceduto da bella e dotta introduzione di scrittore moderno. L’autore, ragionando intorno ai versi d’Isaia di cui è parola, esce fuora con questa interpretazione, che se non coincide appuntino colla intelligenza che qui si attribuisce al Testo, pure di molto le si avvicina, e stabilisce un principio e accenna una idea generale che non può trovare la sua realtà concreta, il suo adempimento storico, che nella ipotesi nostra. Ecco le sue parole: «_Vuole Isaia significare come allora vi fossero uomini assai che renunciato avevano ad ogni piacere mondano, nè tolto avevano donna; ma attendevano in solitudine con grande amore al culto religioso, nel Tempio divino, e tanto avveniva altresì degli stranieri, vale a dire dei Gabaonti._»
[43] Pel lettore che sa di ebraico non fan mestieri spiegazioni. Pegli altri, diremo solo che tutto il ragionamento presente tende a provare come il verbo _Omed lefanai_ usato in Geremia a proposito degli Esseni, è suscettibile, in forza degli arrecati esempi, dei sensi che qui si accennano.
[44] Tra i trasportati in Babilonia, la storia biblica annovera _charas veamasgher_ alla lettera _falegnami e fabbroferrai_. La tradizione ne fa altrettanti _maestri e dottori_; ed è notabile: primo, che Masgher può avere senso di claustro, di reclusione, e poi che il Talmud Gerosolimitano su questo verso (Nedarim, IV) chiosa _Ellu ahaberim_, _Sono questi i soci_. Quanto questa frase convenga agli Esseni ognuno il vede; e non si sarà dileguato dalla memoria dei lettori quanto congetturava il dottissimo R. Rapoport intorno al senso della parola _Esseni_ che vale al dire di lui quanto _socio_, _compagno_ da _Jso_ Arameo. Sotto altra forma l’appellativo di socio è attribuito ai Farisei nel nome Amit (Talmud Tract Sciabuot, cap. IV). Quanto alla identità originaria di Esseni e di Recabiti non d’altronde sembra muovere l’Heckers, (Istoria della medicina, 42) se non da tale premessa, quando scrive: «_Gli Israeliti, spezzato il giogo di Babilonia, si dedicarono alla vita contemplativa e solitaria e fondarono la setta degli Anacoreti_ (Geremia XXXV), _i quali privi delle scienze naturali operano colla fede e cogli scongiuri cure portentose_.» Qui ognun vede come Recabiti ed Esseni pongano in comune i loro caratteri.
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Prima di abbandonare la questione dell’origine degli Esseni, facciamo qui alcuni rilievi che recenti letture ci suggerivano. Il senso da noi dato agli _Eunuchi_ d’Isaia, quello di precursori ed antenati degli Esseni, fu avvertito da un Critico alemanno autore del _Biccoret Attalmud_, pag. 273; se non che non diè valore ai _Proseleti_ che allato degli _Eunuchi_ figurano nello stesso luogo d’Isaia (cap. 56), e ch’è indizio eloquente dell’origine da noi propugnata. Quanto all’origine dai Nazereni, mentre è consentita da valenti scrittori tra cui il _Graetz_, è invece combattuta dall’autore sopra ricordato. Ond’è che non sarà discaro udirne le ragioni, e pesarne la forza. Egli si giova di quanto si legge nel Talmud (_Nedarim X_) _essere usi gli antichi Hasidem di far voto di Nazer_; dunque ei conclude, eran costoro _Kasidim_ (cioè Esseni) prima che si votassero Nazirei. Il lettore ricorda come cotesto passo fosse da noi noverato tra gli indizi che ci favoriscono. Questo senso ostile che gli si vuol dare non ci par serio; sia perchè può avere appunto inteso il Talmud di svelarci l’origine e il carattere primitivo dei Hasidim; sia perchè il Talmud stesso per le ragioni altrove accennate, può non aver avuto un’idea assai chiara di una origine puramente storica e di piccolo o niuno religioso momento. Il Talmud altrove (Chidduscin, 71) offre un curioso passo che diè luogo ad un antico comentatore (Moarscia) a trovarvi un’allusione agli Esseni sotto il nome di Nazirei. Il Talmud così si esprime «Colui che dicesse: Sarò Nazireo _se non svelo i vizj di origine delle famiglie, sia Nazireo e non le sveli_.» Qui il Moarscia chiosa dicendo: _Si dee intendere mercè quanto scrive Giuseppe, esservi stato durante il secondo Tempio una setta detta dei Nazirei, che amavano la solitudine e i deserti per non cadere nel peccato di maldicenza. Perciò si legge che se taluno dicesse sarò Nazireo se non svelerò ec. sia Nazireo, poichè tale n’è invero il costume per quanto sia cotesto un voto non da tutti laudato a cagione delle astenenze che importa. Tuttavia peggior cosa sarebbe se per annullarlo si permettesse la maldicenza. Quindi si taccia e sia Nazireo._ Questo senso dà noia all’autore rammemorato del Biccoret Attalmud: (pag. 279) ma s’è vera la intelligenza ch’egli ci porge, non si comprende come rimanga fermo il voto e sia Nazereo mentre la condizione apposta, cioè quella di propalare le turpitudini delle famiglie non si verifica nè si permette che si verifichi. Quindi ci pare probabile il cenno agli Esseni che vuol trovarvi il _Moarscia_; ed in ogni caso, è questa prova novella come non appena i nostri scrittori ebbero a narrare o a ragionare degli Esseni, li qualificarono senza esitanza quali veri e propri _Nazirei_, ossequio spontaneo e tanto più concludente in favore della loro affinità originaria. L’autore medesimo, non a bastanza penetrato dei vincoli strettissimi che uniscono il Farisato nei suoi gradi più eminenti colla società degli Esseni, va in cerca di contradizioni tra l’uno e l’altra. Fra queste pone il _bianco vestire_ in onore nella seconda, in odio presso i primi, e cita il Talmud Sota 22 e Meghilla 24. 2. Ma che cosa si legge invero in ambo i luoghi? Nel primo: _Il tribunale supremo si vendichi di coloro che si cuoprono di Gundé?_ Che cosa è _Gundé_? Per l’autore, così pare, _abito bianco_. Non così però per _Rasci_ il quale chiosa addirittura _abito nero_. Volesse pur dire _bianco_; non sarebbe altro che un denunciare la ipocrisia di coloro che prendevano le sembianze esteriori degli _Ottimi_ senza averne le virtù. Il secondo suona _Chi dicesse non officierò nel Tempio con abiti di colore non officii nemmeno coi bianchi_. E i comentatori: perchè era il bianco vestire costume dei _Minim_ (eretici); ma 1º Non si vuol egli distinguere tra il bianco vestire _volontario_ degli Esseni e l’_obbligatorio_ di questi Minim? Sappiamo non meno che gli Esseni vestivano talora diversamente; di sacco p. e. 2º Probabilissimo è poi che in _Minim_ s’intenda i _primi cristiani_ come talvolta significa veramente; e se così fosse, nulla di strano che il costume adottato da costoro tornasse odioso a quegli stessi che lo avevano usato poc’anzi. È questo nella natura dell’uomo, e corroborato da esempi? nostrali. Il Decalogo fu soppresso nella orazione del mattino a cagione dei Minim; anche qui probabilmente cristiani, che ridussero tutta l’antica legge al solo Decalogo. 3º Infine insigni _Farisei_ vestono di bianco nel Talmud e ne vanno ivi stesso celebrati, come ragionando del costume vedremo. Si dirà ancora ch’era tal costume in odio?
[45] Un fatto generale ci avrebbe forse potuto dispensare da tutte queste particolari citazioni; ed è la _presenza di Sinagoghe ebraiche per tutta la distesa del romano impero_, le quali supponevano certo a capo loro Rettori e Dottori. La storia evangelica ed apostolica è piena di fatti che provano questa presenza, dovunque l’Evangelio fu predicato.
[46] La tradizione che ha per stile di trasformare nell’antica storia ebraica gli avvenimenti guerreschi e politici in fatti dottrinali, o in morali controversie, vede nella promessa di _Caleb. Chiunque avrà battuto Kiriat Sefer e l’avrà presa, daragli Ahsà la figlia mia in donna_, una ricompensa promessa a chiunque avesse molte leggi restituite che erano cadute in oblio dopo la morte di Mosè. Nulla di più paradossale a prima giunta di questa interpretazione; ma quando riducasi a memoria che cosa questo nome di _Kiriat Sefer_ vuol significare, e quanto saviamente avvertiva Gioberti, facile lo accorgersi come i dottori non abbiano inteso che appigliarsi ad un felice addentellato in cui la espressione storica si presta mirabilmente alla chiosa tradizionale; anzi con questo senso sino a un certo punto s’identifica; volendo dire che colui che sarà da tanto da sottentrare nell’officio che Kiriat Sefer adempiva nel concerto o Antizionato dei popoli Cananei come _Archivio dello Stato_, e potrà essere utilmente consultato in quella città come lo erano i suoi abitanti Cananei, sarà rimunerato ec. Potremmo aggiungere che in questa trasformazione di guerre politiche in lotte spirituali i dottori nostri non si dilungarono punto dal genio che predomina nelle più antiche epopee orientali.—Ma qui lasciamo per brevità; fidente che il lettore compia il nostro pensiero, solo che attenda per breve istanti a ciò che sono i poemi indiani del _Mahabaratta_ e del _Ramayana_.
[47] Vedi per la giustificazione di questo supposto, quanto è riferito più oltre in nota a proposito di ciò che narra il Talmud sulle occupazioni dei _Hasidim_.
[48] Simile circospezione ci viene narrata nel Talmud (Meghilla) dei Traduttori del Pentateuco in greco per ordine di Filadelfo.
[49] Il citato frammento del Talmud forma subbietto di profonda indagine nel rammentato Lessico _Ereh Millim_ del dottissimo sig. Rapoport Rabbino di Praga. Ci sia permesso anzitutto costatare coll’illustre autore la grande antichità di quel frammento, ch’egli crede redatto o almeno formulato molto innanzi al Talmud in qualche raccolta d’_Agadot_, che, come è noto, precorse il Talmud, e da cui questo l’avrebbe copiato. Sono fondamento a questa plausibilissima congettura, varie singolarità filologiche proprie ai libri Agaditici, e che l’autore saviamente pone in luce. Quello che non potremmo mai consentire al gran critico, si è la pretensione da esso accampata di vedere nei savj e dottori del mezzogiorno, con cui Alessandro favella, uomini _pagani_ anzichè _ebrei_, e più specialmente sacerdoti _etiopici_ o _Brami_ indiani. Il testo ha un bel opporsi a questa interpretazione mercè le parlanti intercalazioni che corrono fra domanda e risposta. Il nostro autore con un colpo di magica verga le dichiara posteriori addizioni al testo più antico; nel quale egli non crede doversi ravvisare niuna traccia d’Ebraismo. Questo concetto che l’illustre autore si forma degli interlocutori di Alessandro, capovolgendo le basi su cui poggia tutto il nostro argomentare nel testo, e facendo sparire una delle vestigia più splendide, che a senso nostro abbiano lasciato gli Esseni nella Biblioteca rabbinica, merita, anzi esige, che con qualche pazienza vi ci soffermiamo d’intorno, e lo esaminiamo più davvicino. Si noti anzi tratto come:
Fra i neologismi nota il Rapoport _Atristun_ di cui dice non esservi la radice nell’antico lessico _Aruh_. E pure egli non avrebbe dovuto che gettare lo sguardo sopra _taris_ (bis) per vedere (in fine) il verbo _taras_ col suo esempio tratto dal Talmud (Jevamot 121. 1).
Osserviamo ora le traccie d’ebraismo nel racconto Talmudico che il Rapoport crede estraneo alla primitiva leggenda, e solo aggiunto, vuoi nell’atto della redazione Talmudica, vuoi da copisti posteriori. Lasciamo per ora quanto vi ha di arbitrario _a priori_ nello scindere una narrazione omogenea in tanti frammenti di cui altri avrebbero appartenuto al tessuto primitivo, ed altri sarebbero stati introdotti posteriormente. Guardiamo solo se questo criterio comunque inverosimile, è applicabile al fatto concreto.—In primo luogo, la locuzione _Ziknè Anegheb_ non contiene veruna indicazione che miri piuttosto ai pagani che ebrei.—Anzi il nome _Ziknè_ implica una idea di venerabilità che male si affà, in bocca ai dottori, ai savj gentili. Essi hanno altre locuzioni per indicare questi ultimi, e non si comprende come qui se ne siano discostati; per esempio quella di _savj gentili, hahme umot Aolam; Flosofim_, che sarebbero state qui tanto più opportune, quanto meglio avrebbero posto in rilievo l’opposizione che segue dei dottori israelitici (_Vakakamim omerim_) intorno alla distanza dal cielo alla terra. Non ne conviene lo stesso autore quando confessa che l’epiteto di _Zikné Anegheb_ ad indicare i sacerdoti etiopi ed i brami, è _nuovo ed unico_ nello stile rabbinico? Egli, è vero, non ne conclude che una maggiore antichità; ma non so quanto sia lecito trovare anormalità, laddove la locuzione sembrerebbe regolarissima ove intesa come noi la intendiamo, pei dottori dimoranti nel sud di Palestina.
Potremo dunque noi vedere in questi _Zikné Anegheb_ altri che i dottori meridionali celebri appo i Rabbini, par la loro squisita sapienza, come attestano le citazioni, recate nel corpo dell’opera? Il Rapoport crede che ciò non solo si possa, ma si debba. Per esso altro è _Negheb_ (mezzogiorno) da cui qui s’intitolano, altro _Darom_ (altro nome di mezzogiorno) da cui altrove si qualificano. (op. cit., pag. 73, 1). Con quanta ragione però non saprei dire, dappoichè è ovvio, che _Negheb_ e _Darom_ son due nomi egualmente approvati per mezzogiorno o sud; come Iam e Maarab per occidente; e come levante e oriente nel nostro idioma, onde, tanto vale Ziknè Anegheb quanto Zikné Darom. Si dirà che altrove dissero per la parte meridionale di Palestina piuttosto Darom che Negheb? Ciò non si nega, ma se prova qualcosa, ei prova piuttosto l’antichità di questa tradizione che usa di un vocabolo che sa di Arcaismo. Ma vi è nel Talmud un caso a cui pur non badò il Rapoport per triplice ragione, conchiudente in favor nostro, non solo perchè _Negheb_ vi è usato per mezzogiorno di Palestina; non solo perchè tutto il frammento affetta uno stile ricercato e arcaico, ma anche perchè fu usato appunto quando s’intese a significare (come nel nostro caso) la gran scienza dei dottori meridionali. Narra il Talmud (Irubin pag. 53) di varj dottori che affettarono talvolta uno stile figurato e antiquato, e tra gli altri accennando ad un collega che si era ritirato nel Darom presso quei valenti teologi, per impararne la dottrina, si dice «Nitiaaz bemahtir _veinghib limfiboscet_» _si volse al sud verso Mefiboscet_, lochè, secondo comenta Rasci, vuol dire:—Si partì pel mezzogiorno di Palestina verso i _Zikné Darom_ sopra gli altri tutti dottissimi, e perciò detti Mefiboscet per la sua gran scienza ch’era causa a David di vergogna. Le conseguenze si fan vedere ad ognuno. 1ª Negheb, pel mezzogiorno di Palestina. 2ª Impronta di vetustà come nel nostro caso. 3ª Infine usato ad indicare, a celebrare i dottori di quelle regioni.
Il sig. Rapoport, come dicemmo, crede che questo sia uno dei casi in cui si riferiscono dal Talmud le dispute o le divergenze occorse fra i savj gentili e quelli d’Israel. Ma se questa fosse la intenzione talmudica, non già colla semplice designazione di _Vakahomim omerim_ avrebbe indicata la dottrina israelitica, che ritorna solo allora che sorge controversia fra i dottori israeliti medesimi, ma coll’altra più peculiare ed esclusivamente usitata di _vekakmè israel omerim_ come ad esempio nel Talmud (_Pesakim_) ove è questione del moto delle sfere e degli astri.—Non si nega per questo che la menzione della dottrina del _Kakamim_ ed il ragionamento che segue non possano essere stati aggiunti posteriormente al racconto primitivo, ma in ogni caso provano ad esuberanza come a senso di chi operò tale aggiunta, e che non può esser posteriore al Talmud, i savj con cui parlò Alessandro fossero israeliti. E se ciò resulta da una aggiunta, resulta non meno da una frase inseparabile dal tessuto primitivo, ed è quella di _Ziknè Anegheb_ come abbiamo veduto. Altro indizio non meno appartenente al tessuto primitivo è la prova che i _savj del mezzogiorno_ traggono dalla genesi (_Scenneemar_) a provar l’anteriore creazione del cielo. Avrebbero ciò fatto savj gentili? Il sig. Rapoport dirà che anche questa è una intercalazione arbitraria. Ma in primo, ella fa troppo parte integrale della redazione primitiva, per autorizzare il supposto; e poi, prova ad ogni modo come il Talmud, anzi le versioni anteriori al Talmud tenessero per fermo non altro essere i _Zikné Angheb_, che dottori israeliti.—Questi alla domanda di Alessandro, quale tra luce e tenebre abbia preceduto, si tacciono. Il Talmud dà a questo silenzio un motivo che non si acconcia che ad uomini israeliti. E qui come ognun vede il carattere israelitico investe l’ordine stesso dei fatti, ed appare manifesto in uno dei suoi più singolari incidenti. Si dirà qui pure che il silenzio loro ebbe altro motivo, e che il Talmud ne escogetò tale che consuonasse colla origine israelitica degli interrogati? Ma allora conviene trovare quale sia questo _altro_ motivo: e in ogni modo sarà una conferma di più, che il Talmud non dubitò mai dell’ebraismo di quei dottori.
Ecco però l’argomento capitale, l’_Achille_ dell’illustre Rapoport; ma che però, come l’eroe di questo nome, ha veramente vulnerabile il calcagno.