Storia degli Esseni: Lezioni

Part 4

Chapter 43,535 wordsPublic domain

Certo, o signori, questa Igiene per così dire trascendentale, estolle il capo sino al più sublime dei cieli, e certe segrete armonie suppone tra il corpo e lo spirito, le quali la scienza non sospetta nemmeno: ma se il capo si erge al cielo, i piedi posano in terra; se i suoi principj sono sovraumani e sovrasensibili, i suoi effetti, le sue leggi di second’ordine, il suo teatro, la sua applicazione sono sensibili, sono palpabili, nè la scienza li revoca in dubbio. Ma qui non si ferma il carattere per così dire terapico di nostra fede. Ella non è soltanto come vedeste un’Igiene, non solamente contra i morbi assicura e guarentisce, ma i morbi combatte sopravvenuti, ma la salute restituisce perduta, ma ella è una vera e propria Terapeutica che lo scopo suo prosegue con due ordini di mezzi.—Sono i primi mezzi naturali, scoperti, naturali medicamenti che il genio enciclopedico universale delle antiche Religioni restrinse ed accolse in grembo ai tempj, fece banditori primi i Sacerdoti, ed a cui il carattere sacro appose, al primo apparire, di religioso e divino trovato. Sono i secondi quei mezzi cui l’arte umana verrebbe meno; sono quella dittatura instantanea che l’uomo ispirato assume, Dio consenziente, sopra il Creato; sono la taumaturgia propriamente detta; sono le guarigioni prodigiose del Vecchio Testamento; è Elìa, è Eliseo nell’atto di riaccendere la fiaccola che è per spegnersi nel povero infante. Chi furono, di questa doppia Terapìa, umana e divina, gli organi, i professori? Furono i Sacerdoti ed i Profeti.—I Sacerdoti, che più dimessamente procedono, e l’arte principalmente considerano e praticano dal lato umano; i Profeti a cui spetta per eccellenza la medicina straordinaria taumaturgica, che, nuovi Prometei, rapiscono di tratto in tratto il foco celeste per riallumare la lampada della vita. Vedete però, o miei giovani! sacerdozio e profetismo conscj ambedue delle prerogative, non vogliono rivali, non tollerano che altri l’impero divida che esercitan sui corpi. Non fu accademia così ostile alla importazione di nuove teorie, alla consecrazione di nuovi farmachi, che più nol fossero Sacerdoti e Profeti contro la medicina non officiale, non sacra, non religiosa. I Re d’Israele sono presi a biasimare perchè, piuttosto che consultare il Signore, gissero a interrogare la scienza spuria dei medicastri (Croniche II, Cap. XVI, 12), e, se crediamo ai nostri dottori, Ezechia Re santo avrebbe soppresso un intero trattato di Medicina che sotto il gran nome si ammantava di Re Salomone; ed allo stesso Ezechia affetto di scabbia, non sdegna il grande Isaia di prescrivere egli stesso quell’impiastro di fichi che ridonargli doveva la sanità. Ma Profeti e Sacerdoti cessarono.—Cessò forse la Medicina religiosa, nel doppio suo genio naturale e divino? si estinse forse con essi, o trasmigrava nei successori dei Profeti, dei Sacerdoti? Così è, ai Profeti, al sacerdozio tenne dietro il Dottorato, e il Dottorato raccolse di ambedue il retaggio nella doppia Medicina naturale e miracolosa che insegnava ed esercitava congiuntamente. Naturale nelle infinite vestigia che di essa reca il Talmud, e tutta l’enciclopedia rabbinica dei primi secoli; arte se volete meglio che scienza, cieco empirismo anzi che principj e metodiche deduzioni, ma pure, o signori, tutti di medicina gli officj e tutte le parti; prodigiosa però in quelle guarigioni portentose taumaturgiche che sono, a così dire, uno strascico dell’Èra profetica, e che l’impero rivelano non del tutto dismesso dell’uomo perfetto sovra le forze create, che la Genesi augurava sin da principio (Genesi I, 28).[13] Ora, questa duplice Terapia, quest’uso simultaneo di mezzi così dispari, di semplici e di scongiuri, di virtù naturali e di angeliche potestà, questa terrena e celeste farmacopea, ella è, sappiatelo a dirittura, ella è il più vistoso, il più manifesto distintivo della scuola che togliemmo a studiare. Non è da ora, o miei giovani, che a noi è dato il vederlo; ma verrà tempo, e non è lontano, in cui queste cose ci saranno manifeste. Vedrete gli Esseni a questa duplice Terapia dar opera solerte; li vedrete studiar sulla natura, sulle virtù dei semplici e sulla composizione dei farmachi; li vedrete studiosi sui libri della recondita Medicina dagli avi loro trasmessa; li vedrete in una parola _Esseni_ in tutta la forza della parola, che è quanto dire _Medici_—Medici, risanatori per eccellenza.

Questo è il primo senso in cui si dissero gli Esseni medicatori e Terapeuti. Ma non vi fu un altro, che il primo immensamente sopravanza in altezza, in nobiltà? Sì, vi fu; e tanto il primo trascende per ogni verso, quanto l’animo il corpo trascende, quanto la sanità, la purità e la interna armonia dello spirito, quelle vincono di gran lunga che il frale riguardano. Gli Esseni non furono soltanto i Medici del corpo, ma Medici si dissero pure dell’animo umano. Era egli cotesto nuovo officio, nuovo vocabolo nella lingua religiosa dell’Ebraismo? Dite piuttosto che era antichissimo; che la Bibbia rigurgita di simili esempi; che lo spirito non meno che il corpo fu sempre dall’Ebraismo considerato siccome un ente che a tutte le vicissitudini soggiace, buone e triste, della vita; che ha la sua salute, le sue infermità, le sue crisi, le sue cadute, le sue ristorazioni, e quindi una vera e propria scienza mediatrice. Ma dite piuttosto che univoci attestano di queste idee predominanti i Profeti; che lo attesta Davide quando chiedendo la remissione delle colpe, e la rigenerazione dell’animo suo, chiede farmaco e guarigione, _Guarisci l’anima mia, chè a te peccai_;[14] che il Perdono è da Isaia dichiarato qual suprema sanatoria;[15] che lo stesso Isaia parlando nel nome di Dio, ci presenta il peccatore amnistiato qual malato medicato e guarito[16], che lo attesta, infine, Geremia e quasi al sommo reca la forza dell’argomento, quando il Profeta istruttore chiama col nome istesso di _Rofé_, Medico; e farmaco dice per avventura e teriaca preziosa la dottrina di lui.[17] Sono elleno men di questi frequenti, meno di queste eloquenti le prove che dai Rabbini si traggono? Hanno eglino con manco predilezione usate in questo senso traslato, in questo senso metaforico l’idea, il vocabolo di Medicina e i suoi derivati? Sarebbe ignorare assolutamente dei Dottori la fraseologia, il disconoscere di questa Idea, di questi traslati, gli esempj parlanti. Volete sapere che cosa sono le religiose dottrine per i nostri Rabbini? Sono potentissimi cardiaci pei cuori infermi; sono collirj pegli occhi oftalmici, e antidoto, in breve, efficacissimo contro ogni malore. Ho io bisogno di avvertirvi che così magnificando delle religiose dottrine i privilegi a tutt’altro intendevano che ad una vera e propria virtù curativa? Voi già comprendete, o signori, a che cosa si allude. Si allude sotto il corpo allo spirito, si mira a traverso le infermità corporali, a quelle infermità che affliggono la parte migliore di noi medesimi: all’occhio della mente ottenebrato, al cuore fatto recesso d’ogni vizio. Che più, o signori? Se un dottore trova agli ignoranti della legge difesa nel dì della Resurrezione, egli chiama questo trovato Medicina, _e trovai per loro guarigione nella legge_:—se il pregio si vuol accennare trascendente di uno studio disinteressato, _Farmaco_ si dice cotesto di vita Eterna, _Sam haim_; come tossico mortale si dice il suo contrario, ch’è quanto dire ministero religioso sostenuto per argento, _Sam ammavet_. Che volete di più? Non solo è il linguaggio tal quale ve lo descrivo, non solo idee siffatte di Terapia ricorrono ad ogni tratto, e più che non dissi ne riboccano gli antichi rabbinici monumenti; ma ciò che infinitamente si lascia dietro ogni prova, ciò che è lo specchio vivo e parlante dell’Essenato salutare e medicativo, è l’attitudine esteriore—sono le forme curiosissime, sono gli atteggiamenti espressivi, parabolici, figurativi, che prendeva talvolta il dottorato insegnante. Avete udito d’Isaia che seminudo percorre le vie di Gerusalemme, ed in sè raffigura gli Ebrei da esso vaticinati, che fuggono dalla spada babilonese? Avete mai letto di Ezechiele che, in realtà o in visione, si giace or da un fianco or da un altro, e i cibi ingolla che l’umor satirico divertirono per lungo tempo del filosofo di Ferney? Or bene—non dissimili da queste immagini parlanti ci offre talvolta il dottorato mimiche rappresentazioni, e la medicina n’è il subbietto. Vedete questo rivendugliolo che, andando attorno per i villaggi che coronano _Sippori_, non rifinisce di gridare a squarciagola e quasi con piglio ciarlatenesco—chi vuol della vita lo elisire, venga e compri? _Man bae lemizban sam haim._ Chi è costui e quale è il mirabilissimo specifico che proferisce? È un farmacista, dice semplicemente il Medrasce, e nulla dell’esser suo aggiunge di più. Ma il farmaco che cosa è? Il farmaco ve lo darei in mille a indovinare. Pure se punto vi cale saperlo, salite qui.—Il pseudo farmacista è già nelle stanze entrato di un dottore il quale affacciatosi al noto grido, gli fece cenno dalla finestra, salisse pur su, che un confratello avria trovato con cui alternare i saluti e le soavi parole. Che cos’è, o gentil farmacista il Farmaco che tu ci vendi? Alla quale domanda ratto trasse fuora un salterio che sottopose agli occhi del dottore, dove questi detti si leggono significanti—_chi è l’uomo che ami la vita, che giorni chiegga per esser felice? La lingua sua guardi dal male, le labbra dalla menzogna, ec._ (_Vaicra Rabba, sez. XVI._) Ecco il farmaco vantato. E pure, qual vero e proprio farmaco lo bandiva per terra e castello. E pure, a quel grido gran calca fattaglisi intorno di incettatori, la innocente frode per avventura disvelava, e testo prendeva di là ed occasione a moralizzare le turbe, in quella guisa che il fondatore del Cristianesimo ci dipingono gli Evangeli andando attorno per le campagne e le moltitudini accorrenti concionando di tratto in tratto dalla sommità di un poggio.[18] Vi pare che sia abbastanza decisivo cotesto esempio? E pure una circostanza vi manca sapere, ed è la più concludente. E quale è, o signori? É il nome vero, il vero ufficio e il vero carattere dello pseudo farmacista. Già voi sospettate che qualche cosa di più nobile sotto i panni si asconda del cerretano: già i fatti presenti parlano troppo in favor mio; ma la provvidenza ci serbava ancor più.—Per una di quelle singolari coincidenze che nei libri rabbinici si dànno in mille volte, ciò che implicito rimase nel _Medrasce_, trovammo esplicito nel Talmud; ciò che col nome fittizio, supposto, quivi si designa di _Rohel_, col vero e genuino nome si accenna nel Talmud. In una parola, nel fatto stesso, ma più brevemente dal Talmud raccontato, il _Rohel_ non è più _Rohel_, il cerretano non è più cerretano, ma è un vero e proprio dottore, un vero e proprio Fariseo, nomato _Alessandro_.

Aveva io ragione quando diceva, il concetto che suggerì l’appellazione di Esseni, profonde, vaste gettare le radici nei Profeti e nei Rabbini, nella Bibbia e nella tradizione? Io credo, e non è troppo presumere, che queste prove da sè basterebbero. E pure non sono le sole; vi sono analogie, vi sono concetti, vi sono appellazioni non dissimili nell’istesso paganesimo. Che dire della Biblioteca Egiziana? Domandatene ad Orapollo e poi a Bossuet, che la narrazione ne riferiva. Essi attestano concordi, come le Biblioteche si chiamassero in Egitto con nome che in quella lingua suonava medicina dell’anima. Domandatene Diodoro Siciliano. Egli parlando del sepolcro di Osimandia, vi dirà che tra gli appartamenti di quel palazzo era una sacra Biblioteca alla quale queste parole soprastavano incise: _Medicina dell’anima_. E per ultimo, le buone ragioni si guadagnarono i buoni autori;—la buona causa trovò buoni avvocati che la difendessero. S. Epifanio, che conobbe il vero, e amore del nuovo trasse fuori del cammin dritto; il sig. Munk, che nella _Palestina_ alla interpretazione nostra fa ossequio; il _Salvador_, che esplicitamente vi assente nella grandiosa sua opera _J. C. et sa doctrine_, ed altri molti che sarebbe lungo annoverare; tutti intesero egualmente nel vocabolo di _Esseni_ quel concetto di sublime, di superlativa _Terapeutica_, che noi v’intendemmo; tutti vi prestarono ferma e ragionevol credenza: _a guisa del ver primo che l’uom crede_. Ella è, infine, una deposizione il cui valore non sarebbe possibile dissimularsi. Non è da ora che non possiamo insistere sulla identità originaria degli Esseni coi Cabalisti. Sull’autorità di scrittori gravissimi, ci permettiamo aggiungere quanto verrà più a lungo trattato nel corso di questa istoria, ponendone i titoli in una luce che non si potrebbe più sfolgorante. Intanto non è fra gli ultimi indizii che a questa identità ci conducono, il fatto per più d’un verso eloquentissimo, che nel Zoar il nome di _Assia_ vien conferito a un dottore Cabbalista; e ciò che è più, nel senso che qui si accenna, di medico spirituale, di Risanatore delle anime. E tanto si legge in quell’opera a proposito di R. Samlai (_Zohar, vol. III, 75, 2._)

LEZIONE QUINTA.

L’origine degli Esseni doveva essere, voi lo sapete, subbietto delle nostre ricerche, quando il nome fosse stato da noi rintracciato che il nostro istituto contraddistinse. Questo nome, o Signori, la derivazione di questo nome fu da noi recata a quella evidenza che si poteva maggiore. Qual’è ora il compito nostro? Io già vel diceva. Ella è la origine, la origine storica dell’Essenato, l’epoca della sua formazione, le cause che precedettero al suo nascimento, il luogo d’onde prima trasse i natali. Era la prima disquisizione, più ch’altro, gramaticale. È la presente, ricerca storica, e ricerca gravissima.

Noi abbiamo di fronte, non amici da abbracciare, ma nemici da combattere. Noi avremo il paradosso, il pregiudizio, la mala fede da superare, pria di poter penetrare nei vestiboli di verità. Quali sono questi pregiudizj? Eglino sono così svariati di forme, come sono eguali in bruttura. Egli è, in primo luogo, il pregiudizio _Pagano_; che è quanto dire l’origine pagana gratificata allo istituto più ebraico che abbia mai esistito. Chi lo avrebbe pensato? Chi avrebbe detto che di origine _pagana_ dovesse supporsi lo _Essenato_? E pure nulla di più vero, di più dimostrato. Egli è il _Buhl_, il celebre storico della Filosofia, che ne fa fede. Grazie al cielo, non è il Buhl che noi dobbiamo combattere. Non è egli l’autore di paradosso siffatto; ma egli lo ha registrato, gli ha dato luogo nella sua istoria; e se la memoria non erra, non l’ha, come pure avrebbe dovuto, sotto il peso schiacciato della sua autorità. Quale è la causa di tale aberrazione? Su quai fondamenti, su quai pretesti riposa la pagana derivazione? Io credo che non sia difficile indovinarlo. Voi vedrete quando del culto ragioneremo, e delle adorazioni degli Esseni, come fuggito non abbiano costoro ai morsi della più svergognata calunnia. Voi li vedrete, sopra basi inconsistenti accusati, processati e per peccato condannati d’_Idolatria_; li vedrete posti al bando del Giudaismo, e le note contender loro e le prerogative di Monoteisti e di Ebrei. Li vedrete, in una parola, accusati di prestare idolatrico omaggio al _Sole nascente_. Noi vedremo allora di che sappia l’accusa inconsiderata; noi rivendicheremo la bontà, la purità della loro credenza. Ma che cosa si esigeva di più per porre gli intemerati Esseni in mala voce, per additarli al mondo quali idolatri, e la fama accreditare tra i contemporanei, tra i posteri, di una origine viziosa, di una origine pagana? Voi vedete le basi vacillanti dell’accusa. Avrò io mestieri di spendere parole soverchie a giustificarli? Dovrò io ricordare le atroci calunnie onde furon bersaglio le israelitiche credenze, siccome allora vi accennai, che del culto Samaritano tenevamo parola? Dovrò dirvi dell’adorazione del firmamento che non pochi tra i Poeti Latini favoleggiarono dei nostri proavi; del teschio che, al dire di essi, nel recesso si adorava del Tempio di Dio, del famoso Asino che il gran Tacito non dubitava di erigere a sommo obbietto del nostro culto?

Or, che miracolo se gli Esseni pur essi del grande onore parteciparono di subire le accuse pagane, e se nell’accusa furono involti pur essi del popolo nostro, essi che del popol nostro la più eletta parte formavano e la più santa?

Ma un altro, credo, e non lieve pretesto, potè l’adito schiudere alla imputazione mostruosa; voglio dire, o miei giovani, di un passo di Flavio concernente gli Esseni, che tratto a peggior sentenza ch’egli non dice, commentato dall’ignoranza e dalla malizia, potè per un istante autorizzare la insensata imputazione. E quale è il passo di Flavio? Egli è quello ove, parlando della essenica scuola, e precisamente nel lib. XII delle Antichità, quella definisce come una setta di _Giudei Pitagorici_. Il nome di Pitagorici non fu invano pronunziato. Egli avrà sedotte le menti superficiali, egli avrà fatto vedere ciò che Giuseppe non vi ha posto giammai, ch’è quanto dire l’origine pagana. E pure, quant’era facile comprendere Giuseppe senza costituirlo reo di tanta enormità! Che voleva dire Giuseppe? Egli voleva far comprendere ai suoi lettori, ch’è quanto dire al mondo pagano, ai Romani, ai Greci, a tutti quelli che degli Ebrei nulla sapevano che non fosse dalla passione travisato, che cosa fosse quel bellissimo istituto di cui egli, il grande istorico, si professava il ferventissimo ammiratore. Egli lo dice un Istituto Pitagorico foggiato all’ebraica. Egli lo dice un Pitagorismo israelitico, un Pitagorismo ortodosso, siccome Filone fu detto _Platone filonizzante_, siccome Porfirio chiamò lo stesso Platone un _Moisè atticizzante_.

Aveva egli ragione così giudicandolo, è ella esatta la sentenza di Flavio? Noi in seguito lo vedremo. Ma quanto non dobbiamo noi l’ignoranza ammirare, ammirare la mala fede di chi le parole di Giuseppe innocentissime torse a così rea sentenza?

Noi non saremo i detrattori degli Esseni. Non saremo nemmeno i loro adulatori. Non diremo neppure come da taluno fu detto, che Pitagora essendosi recato, come ognun sa, in Oriente, colà cogli Esseni s’incontrasse, che ne adottasse i principj, che l’Italico sodalizio erigesse poi sul modello di quel di Solima. Questo fu detto, e caldamente propugnato dai Frati Carmelitani, i quali vedendo nell’Essenato l’origine del loro ordine, vollero fare altresì di Pitagora un copista dei loro supposti antenati, e Carmelitano pur esso coi _tria vota substantialia: obbedienza, povertà e castità_.[19] Novelle son queste da muovere a riso, nè più seria meritano veramente nè più lunga disamina.

Potremo dire lo stesso di altra origine che l’ingegno moderno pegli Esseni fantasticava? Io credo che più profonda cotesta si esiga e più protratta disquisizione. Il nome, il tempo, la fama dell’autore vogliono che noi alcune parole ci spendiamo d’intorno. Qual’è il nome? Il nome non potrebbe essere nè più famoso nè più interessante, e (aggiungo volentieri) nè più specchiato nè più caro al popol nostro. Egli è il _Salvador_, che primo tra gli Israeliti francesi dei tempi nostri, salì sulla breccia, e tutto il fuoco sostenne il primo delle falangi avversarie. Il tempo fu quello dei grandi religiosi dibattimenti della Francia moderna. L’opera è quella che più fama destò di sè in Europa, e soprattutto in Allemagna, ove precorse, ove augurò la terribilissima scrittura dello Strauss.

Or bene, nella _Vita di Gesù e la sua Dottrina_, il nostro _Salvador_ dal proprio têma? condotto, scende a parlar degli Esseni. Egli chiede a sè stesso degli Esseni l’origine; e qual ne segue risposta? Certo non tale quale per noi si vorrebbe. Egli chiede del tempo, ed il tempo egli lo vede, durante la invasione Siriaca, quando i successori di Alessandro osteggiarono aspramente il popolo nostro, e sotto Antioco in ispecie. «_Son origine la plus probable_, dice il Salvador, _remonte à l’époque de l’invasion des Syriens._» Quali le cause che allora lo istituto creavano? Non sono cause propriamente, dice il Salvador, ma piuttosto _fortuito concorso di circostanze_. «_È una turba_, sono sue parole, _è una turba di famiglie che rovinate dalla guerra, desolate dalla continua violazione dei luoghi sacri, e degli atti alla credenza loro oltraggiosi, ai quali venivano costretti; vanno in cerca di un asilo nelle regioni alpestri della Giudea._» Quale è l’origine del loro culto? Eccolo qual ei ce lo narra. «_È l’impossibilità di compiere in quelle solitudini, riti e sacrifizj, o, come dire si voglia, il culto esterno, ella è cosifatta impossibilità che l’animo rivolse ad un’altra specie di culto, ad un culto più interno, alla continua elevazione dello spirito, mercè la pratica della giustizia e gli offici di carità._»—D’onde poi, secondo il Salvador, quella singolare comunanza di beni, che fu peculiare distintivo dell’Essenato? Quali le cause che la produssero? Furono, ad udirlo, «_l’incertezza della vita, minacciata mai sempre dalla spada nemica, fu la necessità di provvedere di sostentare tanti vecchi, tante donne, tanti fanciulli_.»—Ecco le cause, conclude trionfalmente il Salvador, che ispirarono loro la comunanza dei beni, che la stabilirono allora e poi in seno agli Esseni, e ch’egli dice nel suo idioma «_ne tarda pas à devenir une règle principale de leur institut_.»—Noi abbiamo parlato del Salvador, come d’uomo si conviene della sua tempra, del suo ingegno. Noi gli abbiamo tributato elogi non ipocriti, non servili e non avari. Ma noi abbiamo perciò stesso la libertà pienamente acquistata di sindacare la bontà, la ragionevolezza delle sue dottrine. Mi duole il dirlo, il Salvador ha soggiaciuto al genio predominante del suo paese, del suo tempo, e più assai al genio dei suoi vicini Tedeschi. Egli sente, come essi, alto profondo orrore di tutto quello che per poco trascende le età più moderne della istoria; egli è uno di quelli che i tempi, gli uomini, gli istituti più antichi modernizzarono; egli è uno dei grandi atleti che stringendo a così dire tra poderose ritorte le statue, i monumenti, che sorsero all’aurora dei secoli, si sforzano e sudano e si affaticano a tirarli a tempi a noi più vicini; egli è uno di quelli che fanno vedovi i primi secoli dei fatti più illustri, degli uomini più venerandi; che fanno, nell’ordine della cronologia, ciò che le moderne nazioni civili fanno in ordine allo spazio, togliendo obelischi, sfingi, sarcofagi e d’ogni maniera anticaglie, a quei paesi ove l’arte li generava, e decoro illustre ne fanno di musei, di biblioteche, di capitali. Egli è di quelli che fanno il vuoto nelle origini, e gli uomini e i fatti condensano, accalcano in angustissimo spazio di tempo, con quanta sapienza e ragione, non so.