Storia degli Esseni: Lezioni

Part 39

Chapter 393,478 wordsPublic domain

Noi abbiamo finora veduto quanto valga il silenzio degli Evangeli, del Talmud, di S. Giustino, e quanto le parole stesse di Giuseppe in favore della identità da noi propugnata. Qui non hanno però termine gli argomenti estrinseci che formano di questa lezione il subbietto. Vi sono quelli che abbiamo detto _cronologici_ e _storici_, e di cui vado adesso a darvi contezza. E sono a due punti riferibili, i più prominenti della essenica esistenza, a due momenti principali di loro vita, a quelli che contrassegnano l’apogeo e il perigeo, lo stato più florido e la decadenza, o per dir meglio la scomparsa dello istituto dalla scena del mondo. Ed ambi ci forniscono novello argomento in favore del nostro sistema. Il momento più bello della esistenza dell’_Essenato_ egli è quello senza meno, in cui scrisse Filone, vale a dire il primo secolo dell’Era Volgare. Allora l’Egitto e la Palestina offrivano, nel duplice ramo di _Terapeuti_ ed _Esseni_, tutte quelle istituzioni, dottrine, tutti i costumi di cui si fecero storici Giuseppe e Filone, e le offrivano in tutta la pompa e la forza del loro sviluppo. Allora _Esseni_ e _Terapeuti_ avevano e studiavano, al dire dei medesimi, libri speciali, veneratissimi trasmessigli dai loro maggiori. Ma che dico? Scorrono già due secoli: siamo ai tempi di Alessandro Severo, e di Porfirio filosofo; e Porfirio non rifinisce di laudare l’istituto degli Esseni, e tante sono le lodi che gli profonde, che il cardinale Baronio non esitava di asserire, confortato eziandio da altri indizj, non potere non essere esso Porfirio di origine, di nazione israelitica. Tanto che non si può muover dubbio che sino nel terzo secolo dell’Era Volgare vi era l’Essenato, pieno di vita ed in perfetta possessione delle sue istituzioni e dei suoi libri. In qual guisa sì repentina scomparsa? In qual guisa si ecclissò il sole essenico, si può dire in sul meriggio? In qual guisa scomparvero ad un tratto le sue istituzioni ed i suoi libri? Che lo istituto siasi spento senza seguire le leggi regolari, ordinarie di ogni vita sociale, senza percorrerne le fasi tutte di declinazione e di decadenza, è già tal supposto che nulla può darsi di più strano, di più inverosimile, è già per se stesso uno dei più parlanti riscontri colla parte più eletta, superlativa, teologica, della scuola dei Farisei. La quale presente nei libri più antichi del Rabbinato talmudico, presente nella Misna, nei Medrascim, nell’uno e nell’altro Talmud, sparisce poi dalle scritture rabbiniche posteriori, sparisce collo sparire del Dottorato talmudico, e sparisce, lo che più monta, in quel punto istesso in cui sparisce dalla storia la società degli Esseni, e col simultaneo suo sparire giova mirabilmente ed al sistema d’identità da noi propugnato, ed a rispondere trionfalmente allo argomento degli avversarj i quali trar vorrebbero dal silenzio del Rabbinato postalmudico nuovo pretesto a negare l’antichità, l’autenticità cabbalistica. Noi torneremo sull’argomento presente quando il secondo punto toccheremo della loro scomparsa. Noi dobbiamo notare adesso un nuov’assurdo ch’emergerebbe dal rifiuto del nostro sistema. Se gli Esseni e i Terapeuti non sono i medesimi Cabbalisti; se la scuola non si è perpetuata sott’altro nome nella scuola dei Cabbalisti; se i loro libri, le loro opere, i loro scritti, che redato avevano, come dice Filone, dai loro maggiori, che formavano, come attesta egli stesso, oggetto precipuo, amatissimo dei loro studj, non si perpetuarono, non si trasfusero in quelle opere che la scuola serbò gelosamente dei Cabbalisti; se questi libri ai tempi di Filone, ai tempi eziandio di Porfirio, erano in fama grandissima, e oltremodo studiati e venerati presso gli Esseni, in qual guisa spiegare la loro subitanea e completa scomparsa dalla superficie del mondo; in qual guisa libri diffusi, meditati, venerati non lasciarono di sè traccia veruna? Io comprendo che libri preziosi celebratissimi siensi in breve ora perduti, che sieno stati anzi distrutti, o per scarsezza di esemplari svanissero dalla faccia del globo; ma che libri, non solo religiosi, non solo autorevoli, ma libri eziandio incarnati colla esistenza stessa di un istituto vivacissimo, anzi, colla fede, colle dottrine di un popolo tuttavia vivente; che libri i quali esprimono, senza meno, il grado più eccelso del suo intellettuale sviluppo, siensi perduti in modo sì intero, sì assoluto, sì irreparabile, egli è tal fenomeno bizzarrissimo ch’io non riesco a comprendere. Ma se i libri essenici sono quei medesimi che compongono la Biblioteca cabbalistica, o almeno se le idee, se le dottrine che li contessevano, si travasarono sott’altra forma nelle opere e negli scritti dei teosofi; in fine se il nostro sistema non è bugiardo, l’asserzione di Filone non è più contraddetta dai _fatti_, e il più strano fenomeno che siasi mai dato nella istoria cede il luogo al più normale e verosimile andamento nella seguenza dei fatti.

Ora diremo del secondo punto di contatto che ci offre la Storia tra le due scuole nel momento in cui spariscono dalla scena del mondo; gli uni, i Cabbalisti, dai libri posteriori al Talmud; gli altri, gli Esseni, dagli storici, dai cronisti posteriori a Giuseppe e Filone, ai primi Padri della Chiesa e Porfirio. Io dissi, non ha guari, che meglio che scomparsa, meglio che estinzione, si dovrebbe chiamare questo sottrarsi degli _Esseni cabbalisti_ dalla scena del mondo un’_ecclissi_ temporaria, un ritiramento nelle più segrete latebre dell’Ebraismo, uno ascondimento precario a guisa di quei fiumi che ad un tratto avvallando e sprofondandosi nelle viscere della terra, si aprono una via sotterranea per miglia non poche, onde erompere di nuovo alla superficie del globo e lo antico corso seguire alla luce del sole. Due cose sono da notarsi in questo fatto importante: la causa che lo ha prodotto; lo insegnamento prezioso che ci porge, e i nuovi riscontri in favore della identità da noi sostenuta. Della causa si vorrebbe discorrere con ampiezza maggiore di quella che qui è concessa, tanto parmi rilevante e connessa coi più grandiosi problemi della storia contemporanea. Pure è bene che qui ne abbiate almeno un cenno. E per averlo meno inadeguato che è possibile, mestieri è che vi riduciate a memoria come tre grandi avvenimenti segni la Storia circa all’epoca istessa, vale a dire, nel terzo o quarto secolo dell’èra volgare. Il primo è il trionfo definitivo del Cristianesimo. Il secondo è la formulazione definitiva della tradizione nei libri talmudici. Il terzo è la scomparsa, è l’eclissi di una dottrina che fatto aveva per lo mondo romore stragrande sotto tre forme particolari, ma una sempre, e la stessa nella sostanza; e le tre forme sono l’_Essenato_, il _Cabbalismo_ e la _Filosofia alessandrina_ rappresentata da _Ammonio Sacca_, da _Platino_, da _Porfirio_, da _Samblico_ e da _Proclo_. Questo sincronismo, questa contemporaneità dei tre grandissimi eventi, non è a caso. In gran parte, si può dirlo arditamente, i due ultimi fatti, la _formulazione della tradizione, e la scomparsa dell’Essenato, del Cabbalismo e dell’Alessandrinismo_, essere conseguenza più o meno diretta del primo e momentosissimo fatto, voglio dire il _trionfo del Cristianesimo_. Il quale dopo avere a lungo lottato coll’Ebraismo da cui tratto avea il nascimento, colla civiltà e colla filosofia alessandrina con cui ebbe più di un tratto di somiglianza, finì col prevalere sulle due forme rivali, sulla forma religiosa trionfando dell’opposizione del Giudaismo, sulla forma civile e filosofica trionfando della opposizione dell’Essenismo. Vinti nel mondo esteriore, spodestati dal Cristianesimo trionfante, _Essenismo_ e _Giudaismo_, disperando oggimai di lottare e di vincere, pensarono almeno a conservarsi, a custodire pei tempi avvenire il pensiero, l’idea di cui erano depositari. Ambi lo fecero, ma ognuno in quel modo che più tornava acconcio al suo genio, ai suoi destini: l’_Essenismo_ depose la stola di sacerdote e ispirò le lettere, le scienze, la filosofia della società riformata per comparire di nuovo ed invadere, ad èra meglio opportuna, il dominio istesso della religione e del culto. L’_Ebraismo_, che il trionfo veduto aveva della forma sorella, ma non meno per questo rivale, che appunto per le affinità che tra esse correvano, doveva ragionevolmente temere di essere da quella avvolto, circonfuso, assorbito, che vedeva il mondo confonderli, immedesimarli nella stessa esecrazione o nello stesso rispetto; l’Ebraismo avendo invano combattuto, osteggiato ciò che dal Cristianesimo lo divideva, pensò a difendersi, a premunirsi contro di quello che al Cristianesimo il congiungeva. Se durante le lotte ci furono le discrepanze a temere, ci furono per contro dopo il trionfo le somiglianze. Quell’ombra vana, quel ricordo lontano, quel simulacro di Ebraismo che la Chiesa ostentava, era il pericolo massimo per la esistenza del nome ebraico. Quel centro possente di Pseudo-Ebraismo che si andava formando in Costantinopoli e in Roma, era un’aperta voragine dove precipitate sarebbero il nome e la fede ebraica, dove gli animi ebraici inquieti, perplessi in quell’istante critico di rottura fra le due forme, e non sapendo da qual parte fosse il vero, l’antico Ebraismo avrebbe con facile apostasia disertato gli antichi vessilli. Quindi nei Dottori, nei Padri del popolo, il grande studio di definirsi, quando quello spettacolo grande che somiglia ad un esercito avvolto nelle tenebre per vie nuove e inesplorate, che per riconoscersi, per distinguersi dagli inimici, moltiplica i contrassegni con assise, con motti, con armi diverse; quindi in una parola lo studio, come dissi, di definirsi: definirsi nelle leggi, negli usi, nelle credenze colle più precise e formulate sanzioni dell’opere scritte, e al tempo istesso con concentramento, con ritiramento della vita e del pensiero ebraico nelle più segrete latèbre del popolo nostro. A quel moto di espansione che prodotto aveva i _Filoni_, gli _Aristobuli_, i _Flavii_ e le lotte rabbiniche colle sètte contemporanee, sottentrò un moto contrario di ripiegamento sopra se stessi, e per meglio conservarsi, e per meglio serbarsi intatti e possenti per l’avvenire. Ma questo internamento del pensiero ebraico si verificò in quella misura che più si richiedeva, secondo l’importanza e la gelosia delle dottrine. S’egli è sensibile in tutte le parti dello scibile ebraico, egli è sommo e cospicuo per ciò che riguarda la parte più riservata di quelle dottrine, la riposta teologia che si chiama _Essenato_ nella Storia, che ha nome tra i Rabbini di _Cabbalismo_. Dopo il trionfo del Cristianesimo il silenzio è completo intorno gli Esseni, non meno completo intorno la scuola i cui fasti sono contenuti nel Talmud sotto il nome di _Pardes, Sitre tora Maase Mercaba_. Se questo è il fatto, e fatto accertato, non meno ovvia riesce la spiegazione dopo le cose discorse. Ambi, _Essenato_ e _Cabbalismo_, o per dir meglio il Cabbalismo sotto il duplice nome, non appena fatto avevano di sè mostra nel mondo, non appena ne furono alquanto divulgati i misterj, non appena si fe segno di voler deporre i veli opacissimi che il nascondevano, che il romore si levò grande tra gli Ebrei e fuori, che i dogmi ne furono fraintesi, che gli insegnamenti abusati, che le teorie mischiate a teorie sconosciute e straniere, e che dallo strano mescuglio sorse un _Pseudo-Essenato_, un _Pseudo-Cabbalismo_ che si disse Cristianesimo, e che non fu altro in origine che un Cabbalismo equivocato. Quando la lotta pubblica esteriore finì col trionfo del Cristianesimo, videro i Dottori nostri quali amari frutti raccolto avevano dalla non troppo gelosa custodia dei loro misteri, dalla non troppo gelosa scelta dei loro cultori. Quindi l’antico e vero Cabbalismo si ritira innanzi il più fortunato rivale, quindi un silenzio, un segreto più assoluto, e per cansare ogni contatto col Cristianesimo vittorioso, e per togliere ogni causa di nuovo abuso, di nuovi errori, di nuovi scismi e quindi quell’ecclissarsi instantaneo dal mondo rabbinico del Cabbalismo talmudico, che sarebbe il più difficile e insolubile problema se non avesse la più ovvia e natural spiegazione nei fatti e nei pensieri discorsi.

Ma non solo perdiamo il Cabbalismo di vista col trionfo del Cristianesimo, ma l’Essenato eziandio cessa di comparire sulla scena del mondo, nell’epoca istessa in cui l’altro scompare; grande insegnamento, e che sarebbe già per sè stesso fecondo, ove ancora ogni altra circostanza mancasse che nel tramontare delle due scuole nuovo segno non ci additasse d’identità. Ma questa circostanza esiste, ed esiste troppo eloquente perchè qui non si accenni. È il nome che narra la Storia aver recato gli Esseni sul declinare di loro esistenza, è il nome che unanimi gli assegnano gli ultimi storici della scuola, il nome di ABITANTI DEL CIELO. Se gli Esseni si dissero _abitanti del Cielo_, se la Storia fedele registrava questo epiteto, ci pare che abbia voluto fornirci la più bella gemma con cui suggellare possiamo questo monumento di amore, di studio, di ammirazione ch’elevato abbiamo in onore della gran scuola. Non dirò del nome già abbastanza parlante di _Angioli_, _Malahe Asciaret_, recato indistintamente dai più dotti dei Farisei, e che veduto abbiamo usato eziandio dal Cristianesimo nascente, quando i suoi vescovi chiamavansi col nome di Angioli. Ma tacere non si deve di una più propria, più speciale, più decisiva appellazione; e più decisiva perchè unica in tutta la Biblioteca talmudica, e sopratutto perchè quell’unica volta è posta in bocca di quello, che se Esseni v’ha tra i Dottori, è l’Esseno per eccellenza, voglio dire _R. Simone Ben Johai_. Egli è là ove, deplorando lo scarso numero dei seguaci, le fila diradate del _Pardes_, il declinare sempre più sensibile della scuola, pronunziava la grande, la eloquente parola. Diceva R. Simone Ben Johai: _Veggo gli_ ABITANTI DEL CIELO _in numero scarso. Se dieci sono, io e il figlio mio siamo tra i dieci. Se due sono, io e il figlio mio, siamo quei due._ E questo nome di ABITANTI DEL CIELO l’usa Ben Johai, l’Essena per eccellenza, l’usa allora appunto che vuol accennare alla decadenza della scuola, vale a dire allora appunto quando la Storia accenna averlo assunto lo Essenato, e l’usa nel Talmud, libro non dubbio, non controverso, e che autorevole favella agli amici come agli avversari della verità cabbalistica.

Ah! dopo questo prezioso trovato, possiamo chiudere contenti questa Storia dell’illustre Istituto; possiamo dire addio contenti a quegli spiriti beatissimi; possiamo togliere commiato da costoro che nel dipartirsi ci invitano a salutarli col titolo di ABITANTI DEL CIELO; possiamo riconoscere in essi, i nostri Dottori più illustri e più santi; e col dolce nome salutarli di _Padri_ e maestri del nostro popolo.

Ed a voi una parola ancora pria di separarci. Se fu bello ed onorevole, se fu soave all’animo mio il vedere i miei esordj incoraggiti con tanta affluenza di uditori; se titolo giusto si acquistarono pur essi alla mia gratitudine, egli è certo che l’onore più grande, che l’affetto più sentito spetta a coloro che perseverarono. Grazie vi sien rese, e grazie sincere. Voi muoveste costanti nella via in cui m’inoltrava; voi porgeste assidui l’orecchio alle mie Lezioni; voi comprendeste quanta importanza si nascondesse per entro a certi studj, che ai frivoli, ai semidotti, agli _ameni_ anco nelle lettere e negli studj, potrebbero sembrare per avventura destituiti di ogni momento; voi toglieste a cuore l’onore di questa città che dopo essersi annunziata al mondo iniziatrice di nuovi studj, imitatrice della seria letteratura germanica, riscuotitrice del sonno che ne gravava le ciglia, sarebbe caduta senza di voi, in onta e in deriso presso l’Ebraismo universale. Imperciocchè, s’ella è vera sentenza per ogni culto, ella è verissima e santissima pel culto ebraico. Il vero Tempio, le vere glorie, le vere bellezze, il vero decoro meglio che nei marmi e nei fregi esteriori, sono nell’uomo interno, nel suo sapere, nella sua cultura, negli studj in cui si adopera, nel Tempio, a tutto dire, dell’animo suo, senza di cui ogni pompa esteriore è vana e ridicola ostentazione di _Fede_, di _Religione_ bugiarda.

FINE.

NOTE:

[1] Sicarj si chiamavano i _terroristi_ ebrei che volevano spinger la resistenza alla signoria straniera sino all’estremo e con tutti i mezzi. I Vangeli, se non erro, vi alludono.

[2] Udremo fra non molto Plinio, qualificare gli Esseni col nome di _gente che non muore mai, e tra cui niuno nasce_.

[3] A quai paesi corrisponde la nordica regione del Caucaso? Se io non vado errato, ai paesi anticamente conosciuti sotto i nomi di Frigia e Bitinia. E questi paesi che nomi recano nella Santa Scrittura? Null’altro, dice il Bochart, e dopo di esso autori parecchi, che quello di Aschenaz. E per quanto _Askenaz_ suoni diverso nella lingua ultima dei Rabbini, e nel valore che l’uso da lungo tempo gli annette, quello cioè di Germania; nonostante, ai Dottori, organi veri, legittimi di tradizione, non mai avvenne usare per Germania _Askenaz_. Che dico? Sono essi per contro che il suggello appongono alla Interpretrazione del Bochart, e tutto il peso vi aggiungono del numero e della tradizione. Abbiamo detto, non è molto, il Parafrasta di Gerusalemme tradurre Aschenaz per Asia: ora non è egli solo che all’uopo ci ajuti. Egli è il _Rabba_, che l’_Askenaz_ della Scrittura ci presenta in Asia. Egli è altresì il Talmud di Gerusalemme, che _Asia_ egualmente sostituisce ad _Askenaz_. Non basta: ma, cosa più sorprendente, vi ha un nome d’un popolo tra i figli di Jafet e tra i popoli Giapetidi, che il nome reca di Tubal. Ora, o signori, che cosa è Tubal? _Bitinia_, vi risponde aperto il Talmud Jerosolimitano; _Essenia_, vi risponde aperto egualmente il Medras. Duplice asserzione che a vicenda si rischiara, che a vicenda s’illustra, che ci rimena col pensiero alla Bitinia, che, secondo Tolomeo, il Klaproth e il Dubois, fu specialmente contrassegnata col nome di _Asia_. Egli è, insomma, quel cumulo maggiore di prove che sia lecito desiderare onde mettere in sodo la esistenza di una particolare regione denominata Asia, e per giustificare il Talmud.

[4] Si dice, è vero, Scuola _eleatica_, _cirenaica_ ed _itala_; ma non si dice, od appena, _eleati_, _cirenaici_ ed _itali_.

[5] Vi sono alcuni testi rabbinici antichi, che farebbero credere essere stati piuttosto i discepoli di Zadoc e Baitos, ch’eglino medesimi, i fondatori delle sètte di questo nome. Ma posto ciò eziandio, riman ferma la esistenza storica di Baitos, e la derivazione da esso del nome della setta. Quanto ai Sadducei, setta a questa collaterale, la critica moderna si è permessa da poco in qua un congetturare senza limiti e senza freno. Lo spirito caraitico e antitradizionale che informa alcuni distinti suoi corifei, fece trovare nel nome di Sadducei un senso eminentemente encomiastico, facendolo derivare da Zaddik, _giusto_. Altri fece risalire i _Sadducei_ a _Zadok_, antico sacerdote a’ tempi di Salomone, e vide per conseguenza in essi un partito _sacerdotale_. Il Sig. _Renan_, nella recente sua opera _Vie de Jesus_, fece altrettanto rispetto al _Baitusei_, che volle derivati da un _Böethus_ pontefice di questo nome. Sarebbero, dunque, e _Sadducei_ e _Baitusei_ della famiglia sacerdotale. Qualunque sia il fondamento di questa congettura, egli è certo che il sacerdozio costituiva ai tempi di G. C. un partito ostile ai _Farisei_, tanto per le tendenze politiche, quanto per le dottrine religiose. E di ciò abbiamo autorevoli documenti nel Talmud, nè il sig. _Renan_ ne dissente minimamente. Solo ci pare ch’ei non tragga tutte le conseguenze che da questo fatto derivano, nella discussione dei grandi problemi ch’ei si è proposto. Ma qui non è luogo a parlarne.

[6] Il nome talmudico Baitos è identico al _Bœthus_ pagano. Vi fu un Bœthus stoico, contro cui scrisse Porfirio un Trattato sull’Anima. V. _Enneades de Plotin, trad. par Bouillet: Paris_. Vol. II, p. 68.

[7] Il Talmud è pieno di allusioni alla setta dei Baitusei; e quanto di essa si legge, delle dottrine e costumanze, nulla offre di analogo a quanto sappiamo d’altronde di certa scienza intorno la società degli Esseni.

[8] L’illustre sig. Frank, autore della _Kabbale_, notò a buon diritto come nella identificazione suprema dell’Essere e del Pensiero precorresse la Teologia ebraica alle ultime dottrine prevalse in Germania. Ciò che ci reca ad una più alta antichità, che ne fa risalire alle Bibliche sorgenti, e che perciò stesso rivela nelle viscere dell’idioma biblico l’arcana dottrina teosofica che per entro vi circola, è questa sinonimia profonda di Essere e Pensiero nella radice _Ies_, onde qui si discorre. In un ordine poco diverso d’idee abbiamo, nel verbo _Iadah_, conoscere, un’altra non meno ammirabile sinonimia di _Conoscenza_ e _Amore_. Noi renunciamo a citare il nome di Benedetto Spinosa, e ciò che nella sua _Etica_ pertratta. È noto come i due attributi della Sostanza sieno per esso il _pensiero_ e la _estensione_; e ciò che vi ha di acroamatismo ebraico nelle dottrine di Spinosa, ciò che costituisce la sua deviazione dall’acroamatismo ortodosso, ci studiammo di porre in luce in un articolo in idioma francese dettato, nel quale prendemmo a rilevare alcune mende nelle quali ci sembrò incorrere l’illustre sig. Emilio Saisset, nell’egregio suo lavoro pubblicato dalla _Revue de deux Mondes_ intorno a _Maïmonide_ et _Spinosa_.

[9] Solo nel secolo scorso, e tra gli Enciclopedisti sarebbe suonata una eresia filologica l’additare nell’Ebraico l’origine di un vocabolo greco. Erano costoro così lungi dall’immaginarne perfino la possibilità, che tra le più speciose obbiezioni che mossero contro la originalità e santità delle sacre scritture, sì fu il nome di Giove pagano, che dissero origine e modello del nome ineffabile del Dio d’Israel, senza riflettere che gli Ebrei avrebbero dovuto andare a cercare il tipo immaginario non già in Grecia ove Giove ebbe nome _Zeus_, ma in Roma, anzi in Etruria, sin dove lo raggiungono gli studj moderni. Per essi, il Sole delle origini non sorgeva più dall’oriente; e bene stava cotesto ragionare in bocca di chi cantò per Caterina Seconda:—

C’est du nord qu’aujourd’hui nous vient la lumière.

I progressi della scienza hanno ricollocato nell’oriente la sorgente della luce morale, siccome non cessò mai di essere il fonte della luce che ci rischiara; e basta aprire un lessico moderno per comprendere ad un solo sguardo qual parte segnalatissima sostenga l’idioma ebraico, e in generale sostengono le lingue semitiche, nella formazione delle lingue occidentali; comecchè si collochino nella famiglia delle indo-germaniche, e se ne cerchi la prima derivazione o almeno la forma loro più antica, nella lingua sanscrita.