Part 37
Ma che parlare di questi transiti, quando una via regia ci si para dinanzi nello stesso Talmud? Formiamo secondo il solito un voto, e vediamo se sarà adempito. Imaginiamo che cosa di più preciso, di più parlante potremmo desiderare nel Talmud, che nell’odio stesso alla passione dell’ira ci offrisse un mezzo nuovo d’identificare _Cabbalisti_ ed _Esseni_.—Diciamo a noi stessi: Se il Talmud suppone, come non è dubbio, una scienza segreta acroamatica che si chiama ora _Sitrè torà_, ora _Maase Mercabà_, ora _Pardes_, ora la trasmissione del nome _Mesirat ascem_; s’egli è vero, come dicemmo le tante fiate, che quella scienza, quella scuola segreta, è la scienza e la scuola dell’Essenato; se è provato come gli Esseni imponessero la fuga dell’ira qual morale apparecchio indispensabile alle dottrine gelose; se in pari modo l’imposero i Cabbalisti; se l’uno e l’altro sono quegli stessi nel Talmud designati, come cultori del _Pardes_, della _Mercabà_, dei _Sitrètòrà_ o qual altro nome si abbia la riposta teologia; in una parola se il sistema nostro non è bugiardo, che cosa dovrà trovarsi nel Talmud? Dovrà trovarsi, se non erro, la fuga, l’astensione, l’orrore della collera qual condizione impreteribile alla comunicazione della _Mercabà_, dei _Sitrè torà_ e sopratutti dei _Nomi_ sacrosanti che tanto gelosamente vedemmo custoditi eziandio dagli Esseni. Questo, nulla di più nulla di meno, dovremo trovare nel Talmud, ed ove realmente si trovi, ed ove l’ira vi sia additata qual sommo ostacolo da superare nello ingresso del _Pardès_, o la logica e la critica non sono più che nomi privi di senso, o il sistema nostro riluce di nuovo, d’inusitato fulgore. Ora l’ipotesi escogitata in desiderio è una bella e preziosa realità. È un testo chiarissimo e luminosissimo in _Kedduscin_ ove aperto s’impongono fra le altre, qual condizione indispensabile alla comunicazione dei nomi divini, l’età virile, e poi _la fuga dell’ira_. Queste parole non hanno bisogno di chiose perchè troppo eloquenti depongono in favor nostro. Egli è per ciò che per la porta che dischiudono, pel passaggio che ci offrono alle idee cabbalistiche, noi entreremo difilati ad udire dalle costoro labbra non meno solenne ed esplicita la condanna dell’_Ira_. Ora del _Zoar_ e del suo attestato. Chiede il _Zoar_ a qual segno si debba cercare o fuggire la compagnia di un uomo, e risponde: nell’ira. _Se l’anima santa_ ei dice, _custodisce illesa nell’ira, se non la divelle dal suo riposo, se in luogo suo non vi pone un Dio alieno, un idolo, questi è l’uomo perfetto, questi è il servo fido al suo Signore_, ma ove fosse al contrario, ci sarà l’uomo ribelle al suo Signore, ed a cui (notate le seguenti parole che l’idea ci destano dei _Habrajà_ Zoaristici che rispondono, come dissi altra volta, ai socj dell’_Essenato_), _ed a cui è interdetto avvicinarsi nè con esso associarsi_. Ma ciò che altrove dice lo _Zoar_ merita più attenzione.—Dopo aver chiamato, come udiste, la collera vera idolatria, _Èl Zar, Sitrà okarà_, conclude con parole che, oso dire, sono a parer mio un lampo vivissimo di luce che progettandosi a traverso i secoli frapposti sulle antiche linee del grand’_Essenato_, ce ne fa cogliere in un amplesso istantaneo di luce le vere fattezze e i fili segreti che lo congiungono agli uomini, alle teorie del _Zoar_. E per comprendere questo tratto di luce, due parole d’indispensabile prefazione. Ricordatevi di un fatto, e questo fatto sarà la chiave con cui potrete penetrare nell’intelligenza del _Zoar_. Il fatto e l’uso che abbiam veduto presso gli _Esseni_ di cibarsi cotidianamente di pane azzimo, e questo è il punto di partenza.—Ma ciò non basterebbe senza che una idea intermedia non venisse a stringere, a legare tra essi l’uso essenico del pane azzimo e parole che udirete del _Zoar_, e questa idea è idea farisaica per eccellenza, è il lievito preso, considerato qual simbolo naturalissimo di ogni passione che suoni _tumore_, _gonfiezza_, la collera, la superbia particolarmente.—Da questo punto di vista, con questo duplice filo alla mano, udite le parole dello _Zoar_ a cui accennava. La fuga dell’ira era l’oggetto delle più calde sue esortazioni. Per mostrare l’Ira qual vera e propria idolatria, il _Zoar_ invoca l’autorità della Bibbia, e per ciò, ei dice, egli è scritto: _Eloè Massehà lò taase lah_, e poi si legge immediatamente: _Et kag amazzot tismor_. Ma che intenda lo _Zoar_ con queste parole, qual rapporto abbia l’idolatria col _kag amazot_, qual rapporto abbiano ambedue col soggetto in discorso, coll’_Ira_; nè il _Zoar_ lo dice, nè i più autorevoli commentatori lo spiegano, nè troppo parmi suoni agevole a comprendersi.—Solo ha un senso se ci torniamo alla mente e l’uso essenico di cibarsi di pane azzimo, e il simbolo del _lievito_ qual espressione di collera e superbia. Premessi i due fatti ricordati, quanto non riesce piano e naturale il ragionamento dello _Zoar_! Ei vede nella Contiguità ossia _Semikut_ dei due comandi il cenno del principio suo favorito.—_L’iroso essere idolatra_—; egli vede il testo esordire colla idolatria materiale esteriore, sensibile nell’Eloè masseha, e senza sbalzo e senza lacuna proseguire nella idea stessa d’idolatria, non più fisica certo ed esteriore, ma morale e interna nel divieto di ogni lievito, _Et kag amazot_; ch’è quanto dire, oltre il suo senso positivo e letterale, lo schifo, la fuga della collera, della superbia da cui gli Esseni si guardavano, e in figura e in realtà; in figura coll’odio che ispiravano per la passione dell’ira, in realtà colla massima estensione che davano al precetto in discorso, cibandosi, come vedemmo in fatto che si cibavano, cotidianamente di pane azzimo. Il _Zoar_ con una frase suppone, e la significanza simbolica del lievito qual simbolo di collera, e ci addita al tempo stesso la via per la quale poterono gli Esseni allargare il precetto in discorso sino a formarne regola comune ordinaria di loro vita. Ora dagli antichi ai più moderni Cabbalisti trapassando, seguiamo di queste idee le vestigia sempre più manifeste. Non solo per essi le virtù alla collera opposte, la dolcezza, la mansuetudine, la sopportazione delle ingiurie, sono apparecchio a ricevere lo spirito divino, sono anzi i più eloquenti maestri della scienza riposta; non solo si legge in nome dei più antichi Cabbalisti quai furono i _Cichittilia_ spagnuoli; non solo eglino stessi dicono averlo trovato scritto nei libri dei Cabbalisti, che meritarono di pervenire alla scienza divina; non solo, dico, per essi uno dei preliminari più grandi e più necessarj è la sopportazione delle ingiurie, è la fuga della collera ma ciò che più monta, è quello che segue, ove risalendo a un’epoca antichissima, al mille dell’_Era volgare_, vediamo la prova contro la collera prevaler qual uso tra i più grandi dei _Cabbalisti_. E grandi invero sono per esempio _Rabbi Jeuda chasid_, più antico di Rasci, e grande non meno il maestro suo _Rabbi Jaacob Eschenazi_. E dell’uno e dell’altro ecco ciò che si legge nel _Rescit Kokmà_, libro prezioso non solo per la dottrina morale, ma per i frammenti e le memorie di gran lunga più antiche che di frequente racchiude:—«_Avvenne che il hasid Rabbi Jacob Eschenazi, che era straordinariamente erudito nella scienza_ (intendi la Teosofia o _scienza per antonomasia_), _volendo insegnare la sua dottrina a Rabbi Jeudà chasid, provollo prima riguardo alla collera._—» Ma ciò è poco rispetto a quello che segue: «_Ed era tradizionale costume appo loro_ (intendi Teosofi)_ di non trasmettere la scienza, se non a chi provato essendo negli effetti dell’ira, non s’adirasse. Ora fu provato pertanto R. Jeudà chasid il quale, per molte volte riuscito vittorioso, la settima però restò soccombente._» Queste parole brillano di una luce propria innegabile, nè bisogno hanno di venire illustrate, ogni parola o comento non facendo che oscurarle. Solo piacemi additarvi un punto, non men bello nè luminoso, ma che nel fulgore dell’insieme potrebbe sfuggirvi, come le stelle si ecclissano alla luce del sole. Ed è l’epiteto _Hasid_ invariabilmente appiccato al nome dei due Cabbalisti, del dottore e dell’addottrinato del _Hasid R. Jacob Eschenazi_, il maestro; e del _hasid R. Jeudà_ suo discepolo. Se tutte queste cose sono a caso, io mi taccio; e solo dirò che se ciò è a caso, non è più assurda quella ipotesi che altri mise in campo per provare la necessità di un ordinatore del mondo, e che non è più impossibile che imborsando tutte le parole del vocabolario latino ed estraendole ad una ad una, ne venga fuori il capo d’opera della letteratura latina, _L’Eneide di Virgilio_.—Se il caso può partorire le armonie che vediamo nello studio degli _Esseni_, non v’è nulla di assurdo che possa fare ancora il prodigio indicato.
LEZIONE TRENTESIMANONA.
La storia della vita essenica costava di tre parti distinte. La vita religiosa, la vita interna, la vita pubblica esteriore. Delle prime due parti abbiamo ragionato abbastanza, rimane a vedere della terza ed ultima che dicemmo _vita pubblica ed esteriore_. Vi ha però un tratto della vita loro, intima privata, che serve quasi di ponte e di transito naturalissimo allo studio, dei loro rapporti esteriori, ed è il rispetto reciproco che professavan tra essi i membri dell’Essenato. Questo rispetto fu sì grande, sì costante, così proprio all’Essenato, che un tratto forma sensibilissimo della essenica fisonomia, che menzione segnalatissima meritava dallo storico della setta, Flavio Giuseppe. Giuseppe vide il rispetto, la deferenza che usavansi tra essi i membri dell’Essenato, ed ai posteri lo trasmise, e trasmettendolo, nuovo e parlante argomento ci porse della identità tra Farisei ed Esseni, da noi propugnata. Se v’ha carattere deciso spiccato prominentissimo nella scuola dei Farisei; egli è questo senza meno, egli è il rispetto che la scuola imponeva tra colleghi e compagni; egli è il precetto che si legge in Abot, il Codice dei _Hasidem_, di amare, riputare qual proprio l’onor del compagno; egli è l’onoranza dovuta al compagno qual duce e maestro per quello inevitabile incremento di scienza che si consegue negli studj, nelle disputazioni comuni; egli è il titolo di familiare all’Esterno conceduto in Pesahim a quelli che tributano lode e dimostrazioni onorevoli ai compagni loro nei dotti, consessi; egli è il vanto che menavano i più grandi tra i Tanaiti, di non aver mai tolto a vile l’opinione dei colleghi, sino al punto, dice alcuno tra essi, di officiare qual sacerdote abbenchè sacerdote non fosse; egli è il flagello che dicesi menò strage nella immensa scolaresca di Akibà, sol per aver un solo istante obliato il dover sommo del Farisato, il rispetto reciproco e per cui dura tuttavia un vestigio di lutto tra la Pasqua e la Pentecoste; ei sono infine gli esempj grandi cospicui che ci offrono del reciproco rispetto i lumi più grandi del Farisato, e ciò che più monta, per eloquentissima coincidenza, i dottori più celebri del Cabbalismo, Rabbi Akibà quando profonde in carcere la scarsa misura d’acqua per bere, ad uso di un lavacro doveroso soltanto, a detta dei suoi colleghi, perchè, com’egli disse, meglio era subire le torture della sete che dar pubblico segno di indisciplina e disobbedienza; _R. Simon_, il corifeo del cabbalismo, quando sgrida, non appena uscito dal suo più che decenne nascondiglio, colui che contro la volontà dei colleghi, e ciò che più monta, in coerenza alla sua propria opinione, raccoglieva poche spiche spontaneamente cresciute nell’anno sabbatico. Ma tal rispetto, comunque osservato universalmente tra i nostri Esseni, non era tuttavia in pari modo distribuito tra loro. Fra gli Esseni d’Egitto, che la Storia conosce col nome di Terapeuti, v’era una classe che forse non differisce dai sacerdoti stessi che ministrarono nel Tempio di _Onia_, di cui ebbi luogo non è molto di favellare e che il nome reca appo Filone di _Presbiteroi_, d’onde, come dissi altra volta, il prete cristiano. Ora i _Presbiteroi_ di Filone erano i più degni e più meritanti di tutta la scuola, certo i più dotti, e ciò che più monta è ciò che aggiunge Filone, concedersi quel titolo al merito senza riguardo di età. E questo è pretto e puro farisaismo. Presso i quali se la vecchiezza è in somma onoranza, come presso la Bibbia, come appresso i più civili e più nobili popoli dei tempi antichi, non è sì che la scienza non faccia venerando per prematura canizie anche l’uom giovanissimo, che non lo anteponga al vecchio ignorante, e che per tutto ciò che s’attiene ai consessi studiosi, unico criterio di preminenza non sia la scienza maggiore, e solo nei mondani convegni si accordi alla vecchiezza, comunque indòtta, la preminenza.
Ora lo studio della vita esteriore ci dee le soglie far varcare del grande Istituto, e dall’esame dei rapporti reciproci dobbiamo procedere a quelli che gli Esseni legavano cogli uomini, col mondo, colla Società esteriore. La storia ci ha conservato memoria di due rapporti, che due Stati contrassegnano opposti, estremi nelle sorti dell’Essenato, la libertà, la grandezza, il potere da una parte, la sventura, la persecuzione, il martirio dall’altra. Nell’uno come nell’altro, nella trista e nella lieta fortuna, uno è il volto, uno il carattere, uno il tipo, quello dei Farisei. Come gli Esseni, dei quali chiaro attesta Giuseppe le civiche e governative dignità, le città governate, come _Giovanni Essena_ governatore di Jamna, come gli Esseni ebbero i Farisei onori, potenza, impieghi, uffici pubblici, edilizj politici eziandio dal governo romano, o dagli efimeri principati della Giudea; e senza ripetere ciò che fu detto di _Menahem_, chiamato, dice il Talmud, insieme ai discepoli al servigio di Erode, parecchi esempj si potrebbero fra i dottori citare non solo di regie e imperiali amicizie, ma di offici pubblici sostenuti, e di cui lo esempio non è raro vedersi anco nella storia moderna, nelle corti d’Europa, nei ministri dei Re di Francia, nei tesorieri e medici della corte papale, tra i quali splende qual vivido astro, _Rabbenu Iehiel_ del 9º secolo dell’Era Volgare, tesoriere del Papa allora regnante. Ma le cariche, di cui parla Giuseppe, datano da tempi più antichi, da quando ogni barlume d’indipendenza non era svanito, dai primi tempi del dottorato talmudico, e forse dai tempi gloriosi della guerra d’indipendenza. Di tempi così antichi, scarsi sono ed incerti le memorie talmudiche, e quindi scarse ed incerte le analogie che andiamo cercando. Non sì però che qualche vestigio non ne rimanga. Testimoni _Menahem_ e la sua scuola di cui abbiamo parlato, e testimoni quei primi venerandissimi _Tanaim_ che aprono la serie del dottorato in Abot, un _Antignos Is soho_, vale a dire Signore rettore di _Sohò_, un _Joseben soezer_ rettore di Zeredà, un _Rabb Halafta_ rettore di _Chefarhanama_, un Rabb Eliezer rettore di _Bartota_, un Rabb Levitas rettore di _Jabuc_, un _Nehunià_ capo di _Chefarabatli_; tutti, come concordi attestano i chiosatori, investiti di pubblico, di civile officio, indicato nel vocabolo Is, Signore e Duce. Ma gli esempj e la pratica non solo all’uopo soccorrono, vi è anco il principio, il costume, l’enunciazione generalissima del fatto dai dottori proclamato. Il fatto voglio dire di Dottori, di Farisei, di Esseni, che son tutt’uno per noi, preposti al governo, al maneggio de’ pubblici affari. E non solo una volta, ma bene tre esplicite e chiarissime menzioni ne ricorrono nei libri talmudici, e non solo i Farisei in generale ne sono, come dissi, gli enunciatori, ma quelli in specie che recano manifesti i segni dell’affiliazione cabbalistica, e di cui udito abbiamo altra volta la voce e veduto gli esempj preziosi, autorevoli. Ma uno poi di questi luoghi accennati brilla di una luce tutta propria, speciale, sfolgorantissima, ed al novero appartiene di quei pochi, ma salienti tratti di luce che ci rivelano nel Talmud le traccie dell’Essenato, e che se non soli perchè corredati, accompagnati da quelle costanti e perpetue analogie da noi additate, sono però come soli in mezzo agli astri minori, come i visceri vitali, come i centri organici nervosi in mezzo al continuato organismo, come i nuclei stellari nella materia delle nebulose, come i grandi avvenimenti nella istorica successione, come le epoche organiche genesiache nella formazione della terra; un concentramento di luce, di forza, di vita, di azione e di pensiero. Io dissi che tre sono i luoghi in discorso. Ma se tre sono i luoghi e tre le forme, uno solo è il pensiero, uno solo il fatto che sotto vi giace, ed a cui si allude; il fatto della presenza dei Dottori, dei Farisei al governo della città, il pensiero di fuggire la città da essi governata. Io non starò a notare le grandi riflessioni che questo pensiero ci suggerisce, le vere cause che condussero i più grandi tra i Farisei ad abdicare ogni politica superioranza, ma il fatto resta, ed il fatto ci basta. Quando _Rabbi Akibà_ volle lasciare al figlio alcune regole di condotta per bene vivere nel mondo, fralle altre cose che raccomandògli sì è quella di non abitare un luogo al cui governo siano _Talmide hahamim_, vale a dire veri e proprj _Farisei_. Quando _Rab_ volle fare nel Talmud di _Sciabbat_ una scala, una gradazione di merito fra le umane signorie, pose in primo luogo l’araba signoria, dopo l’araba la romana, dopo questa la persiana o cabaritica, e dopo questa la farisaica. Ma il terzo luogo vince di gran lunga i due ricordati; ed è, come dissi, un dei fari, dei punti luminosi che guida chiunque si faccia a cercare nel mare talmudico l’antica scuola degli _Esseni_. L’autore è quel medesimo della scala politica testè udita, è il medesimo _Rab_, il pensiero è il medesimo, ma l’espressione, ma la forma, quanto più eloquente! Esorta egli com’esortava _Akibà_ il figlio suo, ma invece del vocabolo _Talmid Haham_ un altro è posto in luogo suo, e questo è il nome di _Assè_. _Non abitare città alla cui testa sia un Assè_. Parola grande storica che suona rarissima in tutto il Talmud, e che doveva quindi tornare strana, bizzarra all’orecchio dei chiosatori ignari o incuranti della esistenza stessa di una scuola per nome _Essenato_. Quindi in _Rasci_ e nel _Karuh_, un linguaggio perplesso e come a tentoni: ma poi la mente loro dopo breve bagliore, mirate forza del vero! si fissa come aquila nel sole, nella contemplazione dell’unico senso, vero, storico, razionale, e la gran parola pronunziano d’identità fra _Talmid haham_ e _Assè_, e nell’_Assé_ del Talmud non altro veggono che lo stesso _Talmid haham_, vale a dire veri e proprj Farisei. Ei fu per me un conforto, un diletto che non saprei dirvi. Oltre il passo talmudico che ha un’importanza senza pari per la storia dell’Essenato, e che è come il suggello posto al nostro sistema d’identità, e che niuna umana potenza ci può rapire, mi doleva non poco dover anch’oggi scostarmi da quegli uomini santi e venerandi che sono Rasci, e l’autore del Lessico _Aruh_ e in genere i Rabbini del Medio-evo. Da oggi in poi potremo dire senza che niuno sia oso di contraddirci, che per l’uno come per l’altro _Assè_ vuol dire e può voler dire ch’egli è uno dei nomi con cui il _Fariseo_ si distingue, ch’è quanto dire, per assumere un linguaggio storico, che gli Esseni non sono che parte nobile sì, ma pur parte del gran corpo dei Farisei.
Ma la considerazione di questo gran fatto non vorrei ci togliesse vaghezza di volger il pensiero a cose men grandi; la beltà delle forme si vede nelle grandi come nelle piccolissime linee, e ciò che è vero, è vero in tutto, nelle massime come nelle minime parti. Se il fatto che ci narra il Talmud, se il nome nuovo che accampa, quale denominazione dei Farisei, sono, più che dir si può, eloquenti, non lo è meno il nome degli uomini che il fatto proclamano. L’uno è R. Achibà, il maestro del Ben Iohai, grande e felice visitatore del _Pardes_, ed egli stesso vivente esempio della ingerenza politica dei Farisei, nella parte grandissima che prese, nel supremo ed infelice conato d’indipendenza, in cui _Ben Cozibà_ fu il braccio glorioso, in cui Achibà fu il capo, il pensiero, il profeta, l’ispiratore, e che soleva dire per l’infelice _Barcocheba_ avere di esso pronosticato Balaamo quando disse: Ecco spunta una stella (_Cokab_) da Giacobbe. L’altro che abdica il valore politico è Rab, vale a dire R. Abbà lo scriba, il redattore, il collaboratore anzi dello _Zoar_, il discepolo prediletto di R. Simon, il Beniamino della scuola, il _portavoce_ del gran maestro tanto nella tradizione comune, quanto nella recondita, tanto nel Rito come nel _Dogma_, nel rito colla redazione del _Sifrè_, opera di Rab, pensiero del Ben Johai _Setam Sifré R. Simon Ben Johai_, nel dogma colla redazione dello _Zoar_, opera egualmente di R. Abba o Rab che è pensiero egualmente del _Ben Johai_. E ambidue eloquentissimi nomi perchè appartenenti al maestrato supremo del cabbalismo, i quali uniti all’idea che esprimono, essenica per eccellenza perchè allusiva agli storici esteriori rapporti dell’Essenato, formano un concorso di prove, di memorie innegabili in primo luogo della identità tra Esseni e Farisei cabbalisti, e in secondo luogo delle vestigia tuttavia sussistenti nei libri talmudici del grande Istituto. Vedremo nella seguente lezione quanto gli Esseni abbiano comuni coi Pitagorici, il genio, gli uffici, la vita politica, e come grandi si mostrino nella sventura e nel martirio, non meno che nella prosperità e nella gloria.
LEZIONE QUARANTESIMA.