Part 36
Ma io dissi di un’altra circostanza, alla mensa attinente, e di cui vado a darvi immediatamente contezza, singolare a dirsi!—Non vi è pratica dell’essenico istituto, non è parte della loro istoria che meglio la consanguineità manifesti tra esso e lo antico istituto dei Cabbalisti. Egli è quì che si vede ad un tempo come l’ultimo spinga le sue radici sino alla più alta e profonda antichità, ed egli è quì egualmente che i due istituti si porgono sul capo ai semplici Farisei amica la mano, e ciò che il comune dei Farisei rigettava e rigetta ammettersi, sanzionarsi, e con ogni possa difendersi da Esseni e da Cabbalisti, prova manifesta come gli Esseni non siano Farisei se non in quella misura, e sino a quel punto che i Cabbalisti lo sono, nè temano da quelli dissentire quando nè dissentano i Cabbalisti, nè separarsene quando i medesimi se ne separano. Io non ne chieggo ad esempio che il fatto presente ove vediamo i Cabbalisti permettere, anzi comandare ciò che i Farisei interdicono, e gli Esseni ad imitazione dei primi egualmente permettere e comandare. Vietarono i Farisei tenere la tavola con pane imbandita dopo il pasto conchiuso, temendo non forse potesse cotesto uso precipitare in una pratica idolatrica, di cui si fa veramente menzione nel culto di Roma, e di cui le traccie risalgono sino ai Profeti che simil pratica rinfacciano ai coetanei loro, che la tavola, dicono essi, imbandivano oziosa in onore di Gad, _Ahorekin laggad sciulkan_. Ora, sia diversa tradizione, sia interpretazione più larga dello antico divieto, sia meno timore di trascorsi idolatrici; fatto è che i _Cabbalisti_ a quest’uso non si oppongono. E non che opporvisi, instantemente lo raccomandano per la sera e pel giorno di sabato, volendo la mensa in quel giorno continuamente imbandita con pane dopo il pasto rinnovato: d’onde un disputare infinito tra i semplici Farisei e i Farisei Cabbalisti, e d’onde in fino nuova arme portai ai nemici dello _Zoar_ a osteggiarne la santità e il valore. Ma io vorrei invitare amici e nemici a legger Filone. Il quale nè più nè meno una _eguale identica_ pratica narra dei nostri Esseni, la cui mensa, egli dice, vedevasi specialmente nei dì festivi perpetuamente imbandita, e pane vedevasi sopra ordinato a somiglianza della _mensa_ ch’era nel Tempio, e ch’è tipo che i Cabbalisti stessi tolgono ad imitare nella mensa loro.—Se gli avversarj dello _Zoar_ hanno imparzialità ed amor del vero, come hanno scienza ed erudizione insigne, riflettano a questo fatto, a questo gran fatto. Pensino allo _Zoar_ che in onta al Talmud, in onta alle sue esplicite interdizioni, in onta agli interpreti, ai ritualisti antichi e moderni, proclama innocente, pia, autorevole una costumanza che gli altri dicono vana, perniciosa, paganizzante. Pensino alla ignoranza _certa, provata_ in cui vissero i nostri dottori di questo inaspettato ausiliare, cioè della società degli Esseni. Pensino _all’esplicita_ menzione che veggiamo in Filone dell’uso contrastato; alla indubitata antichità, al potentissimo ausilio che questa conformità reca ad un tempo ed all’antichità delle teorie zoaristiche ed alla loro identità, colle dottrine e colle pratiche esseniche: pensino a tutto questo, e poi ci dicano se le stesse anomalie che a suo danno impugnarono, non riescano a prova maggior dell’antichità di quel libro, e se di esso, come Dante di San Domenico, dire non si potrebbe acconciamente che percosse
L’impeto suo più vivamente quivi Dove le resistenze eran più grosse.
_Parad._ XII.
LEZIONE TRENTESIMOTTAVA.
La seconda parte della Storia dell’essenico culto, quella che riguarda gli abiti e le virtù della setta, ci occupava nelle precedenti lezioni, e ci occuperà eziandio nella presente. E particolarmente diremo delle virtù per cui andavan distinti.—Quando parlammo delle dottrine degli Esseni, toccammo altresì della loro morale, e i principj indicammo speculativi dei loro costumi.—Ora dobbiamo dire in ispecie di quelli che a se medesimi si riferiscono, e che hanno principio e termine nell’uomo interiore.—Quando vollero gli Esseni insegnare la legge generale di ogni virtù personale, dissero che la maggiore tra esse virtù, la più generale, la più comprensiva consista nel domare le proprie passioni, nell’imperio di se medesimo. E se l’illustre signor Munk, il quale ci narra degli Esseni la morale suprema, si fosse dei Farisei ricordato, e delle sentenze in ispecie consegnate in _Abot_, trovato avrebbe la formula essenica in quel dettato degli antichi padri, _ezeu ghibbor accobes et izrò_, come in altri moltissimi forse anco più espressivi, che qui lungo saria ricordare.
Ma se ogni rea passione volevano domata, ve n’era una che più ispirava orrore agli Esseni, e che credevano il più grande nemico da superare; e questa era la _collera_. Nè potrebbe essere diversamente, se i Pitagorici sono gli Esseni del Gentilesimo, come gli Esseni i Pitagorici dell’Ebraismo, al dir di Giuseppe, niuna passione più della _collera_ doveva essere da loro abominata. La quale vincere era còmpito particolare di ogni buon Pitagorico; e tanto innanzi vennero i seguaci di Pitagora nel conseguimento di questa virtù, che la memoria restonne celebre nei filosofici annali, e che Carlo Ritter non temeva di asserire: _Le triomphe des Pythagoriciens sur la colère est célèbre_.
Mostrato abbiamo la verità dell’asserto flaviano, _la pitagorica parentela_; sarà d’uopo che la bontà proviamo ora del nostro sistema? Secondo il quale, e voi il sapete, oltre l’origine che con tutte le ebraiche scuole vanta l’Essenato, comune nell’epoche e nelle opere della Bibbia, più specialmente s’identifica, a parer mio, colla grande scuola dei Farisei, e in questa stessa segnatamente, colla frazione più eletta dei _Teosofi_ o _Cabbalisti_. Or bene, se il nostro sistema non è erroneo, la collera dovrà apparirci esecrata non solo nei libri biblici, ma nei farisaici e cabbalisti eziandio; anzi in quest’ultimi specialmente un carattere particolare dovrà assumere, che meglio consuoni col genio e colle virtù degli Esseni, mostrandoci l’ira avversa specialmente a quella eccellenza contemplativa, a quella santità e purezza di speculazione ch’era il più proprio e più grato officio dei gran solitarj. Io oso dire che tutti i tratti anzidetti escogitati soltanto in desiderio si verificano storicamente a cappello. Non dirò lungamente della Bibbia, la quale siccome libro popolare e soterico non mira, almeno esteriormente, che alla morale o sociale pervezione dello individuo, e solo per via di accenni allude, di tratto in tratto, ai lati più nobili e segreti della umana coscienza, all’intelletto, alle sue leggi, al suo culto, alle dottrine che ne formano lo alimento. Pure la Bibbia, i Proverbi in particolare ci presentano la collera, non certo sotto quei varj, moltiformi e veracissimi punti di vista, sotto cui i dottori la presentano nei loro libri, ma sempre quale passione esiziale all’uomo sociale, al suo corpo, ai suoi amici, ai suoi interessi, al suo onore. Ma i dottori vengono, e le parole bibliche, e i fatti stessi, come quadri, dalle tenebre sottratte, acquistano luce colore verità e merenza. Vengono i dottori, e la collera non solo è predicata micidialissima all’uomo corporeo, come la Bibbia stessa pareva indicarlo, come la Storia e la Medicina concordi lo attestano, ma, siccome non è vero scientifico che non abbia il suo limite in un vero contrario, così non tardarono a trovare nella collera stessa un farmaco alla salute, quando la fiamma onde l’anima s’avvampa, è accesa, dicono essi, non già nel fuoco d’inferno, ultima e vile teoria, _Zoamà_ dell’igneo torrente, _Near di Nur_ che traversa il Creato, ma in quello puro della celeste scaturigine, vale a dire nello sdegno generoso a difesa del vero, dacchè, per un concetto bellissimo, l’Inferno stesso pigli origine dal Cielo, e il fuoco che vi consuona non sia altro che il sudore delle _Hajot_ ch’estollono il trono di Dio, vale a dire la Cloaca massima dell’Universo.—Or quest’effetto terapico di una collera nobile generosa, la Medicina lo ha notato, e molte cure si notano, come asseriva il medico Dementi, conseguite di vecchie e croniche malattie per l’effetto subitaneo salutare di un accesso di collera. Ma la collera non meno all’anima, secondo i dottori, che al corpo è nociva, e non meno alla morale che alla intellettuale perfezione. Alla morale, quando dissero: _Dio stesso è preso a vile dall’iracondo, Afillù schehinà ena hasciubà chenegdò_; quando aggiunsero _tanto empio essere lo iracondo quanto lo idolatra_; quando insegnarono sommo antidoto al peccato il non adirarsi. Che diremo degli effetti sull’intelletto? Per _essi l’iracondo non potrà mai istruire_, e questo notate trovarsi in Abot, vale a dire nel Codice dei _Hasidim_, e sommamente confacente al genio studioso e contemplativo degli Esseni. Per essi _la collera mette in bando la scienza, e intorpidisce lo intelletto_.—Per essi Mosè stesso non si sottrasse da questi effetti della collera e vide venir meno il suo saper rivelato dopo un moto di sdegno.—Per essi, e ciò più davvicino s’attiene alla società degli Esseni, se tra le due scuole rivali di _Sciammai_ ed _Illel_ la seconda prevalse qual norma suprema in Israel, egli è perchè tra le altre virtù della scuola Illeliana, quella splendeva massimamente di una mansuetudine a tutta prova; fatto di gran rilievo, se ponete mente come la mansuetudine degli _Illeliani_ e il carattere opposto dei _Sciammaiti_ non siano, a ciò che pare, un fenomeno accidentale, ed uno scherzo del caso, ma parte integrale del loro genio speciale, poichè rimonta ai due grandi fondatori di ambo le scuole; e la docile natura degli _Illeliani_ come il genio severo e sdegnoso dei _Sciammaiti_ si vedono già spuntare in tutta la loro interezza nel docilissimo e mansuetissimo _Illel_ come nello sdegnoso e severo _Sciammai_.—Ma se ciò è già molto per condurci bel bello dalle idee farisaiche alla società, alle leggi dell’Essenato, un passo più grande avrem compito quando ricordato avremo ciò che si legge in _Sciabbat_ a proposito della mansuetudine _Illeliana_. Fra poco, quando toccheremo della _collera_ qual aborrita passione dai _Cabbalisti_, vedremo le prove che i più venerandi tra essi imponevano ai nuovi venuti, contro la passione odiatissima in tempi in cui le dottrine loro erano chiuse ancora in istrettissimo cerchio, e che di uno o due secoli precedono il _Mille_ dell’Èra Volgare. Ma dall’8 o 900 dell’Era Cristiana ai giorni dell’antico Illel corrono più di mille anni, e nonostante vi è un fatto narrato nel Talmud Babilonico nel 2º di _Sciabbat_ in cui, ove tu guardi con occhio fermo penetrante e scevro di pregiudizj, non potrai non ravvisare le fattezze comuni, alle posteriori prove dei Cabbalisti, alle prove più antiche che imposero certo gli _Esseni_ ai loro seguaci.—Ma io però lo confesso, il mio modo d’intendere il fatto in discorso immensamente si dilunga da quello che fu ammesso sin’ora dai chiosatori; e s’egli è vero, com’è verissimo, che a niuno sia interdetto proporre nuovi e più acconci sensi alla parola tradizionale, altro non resta, per assicurare il trionfo del vero, se non vedere ove più sia di ragione, di critica, di plausibilità, di carattere storico. Il fatto in discorso è ovvio e trito fatto tra i Talmudisti. Sono due uomini, dice la _Barraità_, che scommettono di venire a capo della pazienza e mansuetudini Illeliane; che prendono tutte le loro misure per riuscirgli in mille modi importuni, che scelgono un giorno di venerdì mentre Illel si radeva i capelli, che bussano alla porta sua e con gran pressa chiedono se a caso vi fosse Illel. E Illel, che ricompostosi in fretta gli esce incontro festoso, che chiede a loro che cosa desiino; sono essi che gli propongono una serie di domande degnissime di nota, in quanto preludono alla bellissima moderna scienza _etnografica_, vale a dire allo studio dei popoli in relazione alla regione da essi abitata, e di cui, se io non erro, solo in Aristotile si vede tra gli antichi un primo albore.—Ma queste domande sono fatte ad _Illel_ in guisa che un moto ne provochino d’impazienza, una parola, un accento; perchè fatte dopo iterato congedo, con intervallo dall’una all’altra, e coi ripetuti preamboli ad ogni novella domanda. Ma nè moto, nè accento, nè segno alcuno dà a divedere _Illel_ d’animo concitato, ma sempre a metà raso accorse alla porta, sempre dolce favella, col nome di figlio sempre li chiama, sempre cortese risponde, e non solo cortese, ma ragionevole e sapiente, come mi fu dato osservare non so se più lieto o sorpreso, in guisa che mille offre analogie colle soluzioni che Aristotele stesso, se non erro, nella _Politica_, propone agli stessi problemi.—Lo dissi e lo ripeto, il senso storico ch’io veggo nel fatto di _Sciabbat_, non è quello che tutti intesero i chiosatori finoggi, e forse gli ultimi compilatori del Talmud che tanto vissero lontani e dai luoghi e dai tempi dell’antico _Illel_, non si addarono o poco del carattere verace del fatto narrato, ed in guisa lo presentarono che nè mostra in essi una coscienza chiara luminosa del suo vero senso, nè è capace nemmeno d’ingenerarla ad una lettura superficiale, e senza il concorso di dati, di elementi estratalmudici. Pure io non m’astenni nè mi astengo dal proporvelo, sì perchè è principio di critica liberalissimo nei nostri studj—potere ognuno liberamente discutere sul senso talmudico—, sì perchè se non al tutto andava errato Ernesto Renan, quando disse potere la ebraica filologia moderna più e meglio penetrare la biblica intelligenza che non i secoli per avventura men dall’origine discosti, egli è certo però che, vuoi nella Bibbia, vuoi nei Dottori, questo fatto si verifica allora, e solo allora che il nuovo senso è tratto dall’Emporio tradizionale che è la corrente perenne ed il pensiero intimo nazionale, che precede, accompagna e segue tutte le opere scritte, l’atmosfera in cui nuotano, la luce in cui sono rischiarate. Nel giro tradizionale la ragione ha libero il moto, libera scelta, libera adozione, e mentre gli è dato produrre ivi quel giro con quei dati, con quegli elementi, tutte le combinazioni, tutte le forme, le figure possibili, che sono _Scibghim Panim_, e l’immenso _Poligono_ di cui favellano i Dottori, non può a buon diritto _creare_ nè nuovi dati, nè nuovi elementi appunto come nella materia, ove libero s’esercita nel combinare incessante l’ingegno del chimico, ma in cui vano sarebbe tentare la creazione eziandio di un atomo.—Sendo il corpo e l’idea, la materia fisica e la materia ideale _campo_ e _limite_ nel tempo stesso alla ragione dell’uomo,—campo ove libero si muove—limite ove libero si ferma, e campo e limite adombrati nel bel vocabolo _Ghebul_, che con mirabile sinonimia significa a un tempo _limite_ e _campo_.
Noi però siamo ancora nei confini del puro e semplice farisaismo talmudico. Prima di passare alla più speciale considerazione del farisaismo cabbalistico, che è quello con cui in ispecial modo s’identifica la società degli _Esseni_, mestieri è che di due altri rilevantissimi cenni favelliamo altresì, tratti dal seno del farisato talmudico, e che serviranno di naturalissima transizione al campo alla scuola più speciali del farisato cabbalistico. Questi cenni non sono di eguale significanza, troppo il secondo sovrastando, come agevole comprenderete. È il primo una frase che precede una sentenza, che non ha guari udivate quando per sommo preservativo al peccato additavano i dottori l’allontanamento dall’Ira, _Lò tirtah velò tehetà_. E il nome del dottore, a cui si dirige l’insegnamento e il titolo di _Hasid_ che reca manifesto e che non troppo frequente ritorna nelle pagine talmudiche, _Rab Sallà Hasida_. Ma che cosa è il nome del dottore ammonito di fronte a quello di chi ammonisce;—che cosa è _Rab Sallà Hasida_ di fronte al nome di _Elia_, del profeta immortale che di un balzo leva la mente a una visione semiprofetica, che ci rapisce di un tratto nel vero e naturale orizzonte dell’_Essenato_, delle sue visioni, della sua vita contemplativa, che un nuovo anello ci porge tra i due istituti, tra Esseni e Cabbalisti, nelle comuni visioni, nelle comuni apparizioni di Elia profeta; e che dopo avere insieme stretti Esseni e Cabbalisti, insieme poi gli radica, li riappicca nelle più vive e pure fonti del farisato antichissimo. Oso dire che lo incontro di questi nomi di _Elia_ e _Rab Sallà Hasida_, è lo incontro di due idee che insieme si spiegano, s’illustrano di bellissima luce, la quale poi è levata a grado ancor maggior di potenza dall’oggetto istesso che pone a fronte i due individui; oggetto, legge, precetto essenico per eccellenza, l’orrore, l’esecrazione della collera. E questo, come vedete, è già transito facilissimo dal puro e semplice farisato al farisato cabbalistico, in quanto ne porge nel titolo di _Hasid_ nell’incontro dello _Essena_ con _Elia_, e sopratutto nell’idea che li pone a contatto, altrettanti sbocchi e riuscite naturalissime alla più speciale scuola dei Cabbalisti.