Part 35
Ma queste cose basti lo accennare, ed il cenno già troppo grave ne offre materia a pensare perchè di soverchio ci estendiamo. Questo solo non tacerò; quando lessi il voto che formava R. Simone Ben Johai delle due bocche, sovvenivami in quel punto, non di un voto, ma di un presagio che fece Fourier. Fourier, che tante cose predisse in avvenire, diverse da quelle che oggi vediamo in natura, disse fra le altre, come natura avrebbe un giorno pagato un antichissimo debito che aveva coll’uomo contratto, dandogli un occhio di dietro come ben due ne aveva davanti, e che tanto dovrà tornargli in acconcio per cansare i pericoli che lo minacciano di dietro eziandio: io non so quanto valga il presagio di Fourier, ma il voto, il rammarico di R. Simone Ben Johai suona ben altrimenti nobile e grande.
Ma io dissi come non solo la teoria ne porgesse del Silenzio il Jeruscialmi sulle labbra del gran Maestro, ma ben anco la pratica. E la pratica splendida emerge da quel fatto ivi stesso narrato, quando il signor Dottore considerando, specialmente nel sabato, quanto indegna e servil opra fosse ogni discorso profano, pregava silenzio ai domestici, e perfino alla madre sua, fatto più che non credesi significante, non solo per lo studio che ci preoccupa e con cui chiare si vedono le attinenze, ma ancora perchè mi offriva, già sono molti anni, l’unico mezzo che io trovassi a spiegarmi quel concetto, quella dipintura maninconiosa che del sabato ebraico fecero i Poeti latini, mentre tutto pare per contro spirare festa, spirare allegria. Ma anche questo è nuovo campo che noi rasentiamo e fuggiamo di volo.
Ciò che resta innegabile è la nuova e non meno parlante analogia, non solo fra la teoria, come veduto abbiamo nella passata Lezione, ma ancora nella pratica del Silenzio fra Esseni e Cabbalisti, come abbiamo veduto nella presente. E comunque questo nuovo amplesso fra le due scuole si operi in seno al Silenzio, e comunque per onorare il Silenzio essenico troppo più di parole abbiamo speso che il nome non tolleri, non meno provata però ne emerge la suprema identità tra Esseni e Farisei.
LEZIONE TRENTESIMASESTA.
Noi dobbiamo ora occuparci degli essenici libri, di quelli di cui usavano e di quelli da cui s’astenevano, del numero dei loro pasti, del regolato alternare del mangiare e digiunare, e infine del sistema dell’imbandire. Io sarò breve, non già perchè la materia scarseggi, ma piuttosto perchè troppo di soverchio ne abbonda, e quindi è mestieri riguadagnare in brevità e speditezza d’esposizione quel tempo che non si può senza ingiustizia fraudare ai fatti, ai rilievi interessantissimi onde avremo da favellare.—Ma la brevità perchè non torni pregiudicevole, due esige impreteribili condizioni. Bisogna che sia chiara, ed a questo m’ingegnerò provvedere. Bisogna poi che l’attenzione e la perspicacia, l’ingegno degli uditori ne colmi le lacune, ne svolga i germi, e intenda in un cenno un pensiero, in un pensiero un argomento, un raziocinio, in un raziocinio tutte le conseguenze potenzialmente in quello racchiuse. E questo è officio vostro, a cui non vorrete venir meno di certo quando più ne urge il bisogno. E prima dei cibi;—di quelli onde gli Esseni si guardavano come da cosa vietata.—È fama, e voi spesso l’avrete udito, ed io stesso ne reco ferma credenza, avere gli Esseni dalle loro mense bandita la _carne_ ed il _vino_. E pure se le prove dirette si consultano, se le memorie e gli espliciti attestati, non vi è cosa forse meno provata di questa. Se io non erro, egli è San Girolamo pel primo che favella di questo astenersi da carne e da vino. E Dio volesse che San Girolamo così parlando si facesse organo egli stesso di un’opinione, di una tradizione allora corrente. Avrebbe almeno tutta l’autorità e tutto il critico valore che può aver San Girolamo. Ma no; sventuratamente San Girolamo, parlando in questo caso degli Esseni, accenna a Giuseppe; a Giuseppe, il quale, a detta di lui, avrebbe quest’uso, quest’astinenza attribuita agli Esseni nel Trattato ch’ei scrisse contro Apione. Io vel confesso, non ebbi io stesso la pazienza di scorrere di nuovo da capo a fondo la non breve _Apologia_ flaviana: ma autori, ma testimoni gravi, asseriscono formalmente che questo fatto, questa memoria nel Trattato contro di Apione, per quanto si cerchi, non si trova. Dovremo perciò negare e dubitare del fatto? Io credo che non lo dobbiamo. In primo luogo chi ne assicura che il Trattato contro di Apione non sia in qualche parte manchevole, che non sia stato in qualche parte mutilato, che le frasi insomma da San Girolamo accennate non esistessero, siccome egli asserisce, negli antichissimi manoscritti? E San Girolamo è per sè autorevole non poco, autorevole pel tempo in cui visse non tanto dagli Esseni remoto, che la contezza veridica se ne potesse alterare; autorevole per la dimora, il teatro stesso delle esseniche gesta, in _Terra Santa_; autorevole poi e in grado eminente per la familiarità, sto per dire, in cui visse quel Padre coi più dotti Rabbinici dei tempi suoi, tra i quali scelse maestro nelle Scritture: e tanto addentro entrò nei pensieri, nella conoscenza dei dottori contemporanei, che ebbe fama e meritossi rimproveri da _Agostino_ di _giudaizzante_. Taccio poi della intima filosofica convenienza di quest’uso presso gli Esseni, perchè essendo questo argomento, come si dice, _a priori_, può parere a taluno arbitrario, comunque sia stile dei più grandi storici dei sistemi supplire alle parti manchevoli coll’analogia dell’insieme, in quella guisa istessa che in una iscrizione a metà cancellata dal tempo, si suppliscono le lettere dileguate coll’ajuto di quelle che precedono e di quelle che seguono. Ma come tacere dei precedenti biblici tradizionali, d’onde l’essenico uso può aver germinato, e che servono eziandio fino a un certo punto di argomento in favor della sua esistenza? Biblico precedente io chiamo quell’implicito divieto ad Adamo imposto da ogni cibo animale, al quale solo si veggono conceduti i _vegetabili_, quale alimento, ed al quale primitivo sistema dietetico possono avere voluto gli _Esseni_ restituirsi, siccome quello che anteriore al peccato, meglio pareva loro consentire a quel grado di perfezione a cui aspirava lo Essenato. Biblico precedente l’astinenza onde fa fede la tradizione, e fino a un certo segno confermata dal testo, e dagli Israeliti osservata per lo deserto da ogni cibo animale che non fosse stato all’altare appressato qual sacrifizio, attalchè per questo tempo poteva dirsi a rigore ogni banchetto essere un vero _zebah_, un sacrifizio. Biblico precedente l’astinenza da ogni inebriante licore imposta ai sacerdoti durante il servizio, imposto altresì, come ricordammo altre volte, a coloro che voti facevano di _Nazirato_ e Nazirei si appellavano; e biblico precedente finalmente la storia grande interessante dei Recabiti di cui abbiamo, non ha guari, mostrato le intime attinenze col nostro istituto. Tra le quali primeggia l’astinenza, onde qui si favella; l’astinenza dal _vino_ da _Jonadab_ recabita imposta a tutta la sua discendenza. Che sarà poi se dagli esempj biblici trascorriamo ai tradizionali disposti? I quali il vino vietarono al giudice prima che sieda _pro tribunali_ a pronunziare giudizio, non solo nelle criminali ma nelle civili e rituali cause eziandio; il vino vietavano egualmente a quello che si accinge alla preghiera, e _abominazione_ quella prece qualificarono che da una mente scaturisce conturbata dal vino. Ma i dottori ci offrono un documento ben altrimenti prezioso: ci offrono memoria non solo di leggi antiche che a certi offici, a certe situazioni interdicono l’uso del vino, come vedemmo, ma la memoria ci porgono eziandio di una _sètta_, di una _scuola_ la quale, dice il Talmud, non appena colse al nostro popolo l’estremo esizio, crebbesi grandemente di seguaci, che l’uso s’interdicevano di _carne_ e di _vino_. _Misceharab bet ammicdas rabbù paruscim scellò ehol basar vescellò listot iain nitpal laem R. Jeosciua veaamar laem_ ec. E come si chiama questa sètta in bocca ai dottori? Mirabile a dirsi! Il nome ella reca appunto di _Farisei_, e la frase ebraica _Rabbù paruscim_, crebbero i Farisei, se bene la intendi, rivela abbastanza come la esistenza dello istituto risalga più oltre dell’epoca indicata, e quindi consuona anche per questo verso colla società degli Esseni la quale, come i Farisei del Talmud, si asteneva da _carne_ e da _vino_, com’essa si reclutava cotidianamente di nuovi membri, e com’essa finalmente possono dirsi, siccome ad esuberanza fu per noi continuamente dimostrato, veri e proprj Farisei.
Ma i dotti indagatori delle sètte vi troveranno altra cosa eziandio. Vi troveranno ciò che finora fu creduto impossibile a trovarsi: una memoria, un vestigio, una abbastanza chiara e manifesta allusione a quell’Essenato che finora si disse dai talmudisti ignorato; a niuno allor che io sappia potendo meglio convenire che agli Esseni in discorso, i caratteri dal Talmud assegnati ai rigidi Farisei che da carne si astenevano e da vino, come appunto gli Esseni. E non solo la carne e il vino s’interdicevano, ma se prestiam fede a Filone che dei più rigidi dei Terapeuti narra i costumi, un solo pasto facevano in tutto il giorno, e questo per lo più composto di _radiche_, e di _pane_ e _sale_. E chi a queste parole non lo ricorda; chi non ricorda il _pane_, il _sale_ e l’_acqua_ colla misura, a cui ogni studioso deve starsi contento, secondo i morali di Abot? E come poi parlante, espressivo, e di nuova analogia fecondo, l’uso comune necessario del sale negli essenici prandi. Perocchè ei fu da lungo tempo notato come costoro tenessero quale inviolabile costumanza lo accompagnare la imbandigione, il loro pane in ispecie, con due condimenti indispensabili, il _sale_ e l’_issopo_, attalchè la presenza di questi due ingredienti si può stimare a buon diritto qual pratica obbligatoria seguita sempre, ed allora segnatamente seguita che solenne si imbandiva la tavola nei giorni di festa. Ora la importanza rituaria del sale nelle pratiche nostre, non vi sarà chi neghi ove sentore abbia alcuno delle nostre leggi. Ricorderanvi il sale da Mosè comandato qual compagno indispensabile di ogni sacrifizio, sia pubblico sia privato, e col pomposo nome fregiato di _patto ed alleanza del Signore_. Che dico? a significare elevato quale acconcissimo simbolo l’alleanza eterna, la legge da Dio sancita, che appunto col nome vien designata di _Patto di sale_, _Berit melah_. E siccome non tanto quanto altri s’imagina, distà dalla legge di Dio la primitiva e semiortodossa gentilità, ricorderravvi altresì e con un senso di maraviglia a quelle grandi prove ripenserete, che in seno ai Pagani medesimi non solo l’uso istesso ti rivelano comune e rispettato, ma il concetto altresì te ne mostrano riprodotto nella sua interezza. Ripenserete alla così detta _mola salsa_, che Eustazio definisce _farina di orzo mista con sale_, e di cui si aspergeva la vittima intiera; cerimonia tanto essenziale ad ogni specie di sacrifizio, che di essa parlando non temeva Plinio di asserire: _Maxime in sacris intelligitur salis auctoritas; quando nulla conficiuntur sine mola salsa_: parole che suonano quasi identiche a quelle del _Levitico_. Ripenserete a Omero, che non è quasi descrizione di sacrifizio che di questa _salagione_ non favelli: a Virgilio che nelle _Egloghe_ e nel 4º della _Eneide_ ne fa esplicita menzione il testo, che da _mola salsa_ deriva il vocabolo _Immolatio_, tanto stimavasi questa cerimonia essenziale, da qualificarne come qualifica _Immolatio_ tutta l’azione del sacrifizio: a Ovidio nel 1º dei _Fasti_ che alla cerimonia del salare attribuisce una particolare virtù a render i numi propizj
_Ante deos homini quod conciliare valeret Far erat, et puri lucida mica salis._
Ma ciò che è più, ma ciò che di molto maggior rilievo è per noi, ripensar ai Farisei ed ai Cabbalisti,—ai Farisei, che nel Talmud rammentano, consacrano l’uso di porre il sale a mensa; ai _Tosafot_ nel trattato di Berahot, che sull’opinione raziocinando di alcuno dei talmudisti che la presenza del sale verrebbe omessa quando il pane bianco e sano non lo richiegga, voglion essi, i _Tosafot_, e concludono impreteribile la presenza del sale, che in termini apertissimi dicono _Sacra_ e palladio di purità, _leaabir ruach raà_, e soprattutto ai Cabbalisti che alle tutte anzi dette cose lo soscrissero, e sulla necessaria presenza del sale rincararono eziandio. E non solo da questo lato si manifestano i Cabbalisti insieme ai Farisei parenti e consanguinei all’antico _Essenato_, ma tali pure per un altro verso si manifestano i Cabbalisti, e tanto più concludentemente quanto più soli ed esclusivi. E quando? Quando sul vegetabile presero a ragionare che insieme al sale udiste accompagnare il pane essenico, quando ragionarono sull’_issopo_. Del quale mentre tacciono, a quanto io mi sappia, i Talmudisti, nè si leggono per contro certe parole nello _Zoar_, che non solo la lode ne contengono, e tale che a dirittura le stesse qualità purificanti gli comunicano che al sale furono attribuite, ma che eziandio, e per ciò stesso fanno grandemente dubitare non forse i Cabbalisti lo stesso uso ne facessero a mensa, che degli Esseni ci fu narrato, il sale, udiste, fugare ogni malefizio; e dell’issopo ecco che cosa si legge nel _Zoar_:—_L’issopo rimuove ogni spirito malefico, e lungi ne caccia ogni influsso colla sua virtù salutare._ Ma che dico lo _Zoar_? Doveva dire la _Bibbia_; doveva dire _Mosè_, che forse in niuno altro argomento più chiaramente ci apparisce informato dallo spirito medesimo dei Cabbalisti: nè meglio addimostra che il genio della Bibbia e dei dottori è unico, medesimo, indivisibile. E quanto nella Bibbia frequente, raccomandato, solenne l’uso, la virtù del vegetabile ricordato! Ecco il primo sacrifizio dagli Ebrei celebrato in Egitto, ed ecco l’_Issopo_, eccolo intinto nel sangue dell’agnello, e gli stipiti con esso contrassegnati ed i battenti delle israelitiche dimore. Ecco il sacrifizio del lebbroso, ed ecco egualmente l’_Issopo_. Ecco il rito della _Vacca rossa_, e non meno interessante ecco l’issopo. E non solo è vero che l’_issopo_ spiccava qual principale disinfettante nei riti biblici, che di esso fu fatto nelle locuzioni poetiche il simbolo più espressivo della virtù purificativa, del lavacro spirituale, della morale disinfezione. Così David penitente quando esclamava: _Purificami con issopo e diverrò mondo_. Quando prova con questa sola eloquentissima allusione, e la virtù che a quel vegetabile s’attribuiva, sino al punto di farne simbolo del perdono di Dio, e nel tempo istesso la perpetuità, la continuazione ai tempi davidici dei riti, delle leggi mosaiche, in quella forma appunto in cui si leggono scritti oggi stesso nel Pentateuco.
Ma il pane onde cibavansi gli Esseni, almeno quelli che abitavano l’Egitto e che si dicevano _Terapeuti_, merita che speciale considerazione gli si conceda, grazie a una singolare circostanza che lo distingueva. Il credereste? Gli _Esseni_, quelli in ispecie che si dicevano _Terapeuti_, si cibavano giornalmente, regolarmente, di quel pane stesso onde noi ci nutriamo otto giorni dell’anno, di pane senza lievito, in una parola, di pane _azzimo_.—Io non istarò a speculare filosofiche teorie: starò contento ai fatti, ed i fatti parleranno eloquenti abbastanza; sorgerà la storia patriarcale e dirà come comune alimento fosse tra i patriarchi il pane azzimo; sorgerà tutto il levitico, tutta la legislazione sacerdotale, e dirà come _tutti i pani, tranne uno_, che sotto qualunque forma e per qualunque oggetto si offrivano a Dio, e sull’altare e sulla mensa di preparazione, fossero tutti di _pane azzimo_; e il lievito qual abominato presente fosse bandito severamente dall’altare; dirà ancora come i sacerdoti in officio non d’altro pane si cibassero ogni giorno che di azzimo pane, sendo loro nutrimento i pani di proposizione che toglievansi ogni sabato dalla mensa di Dio; sorgerà la pratica secolare che ci fa vivere ogni anno per otto giorni della vita degli Esseni, della vita dei sacerdoti, e del pane esclusivamente ci nutrisce che stimavasi solo degno di essere a Dio presentato, del pane azzimo. E sorgerà in fine lo _Zoar_.—Dico il vero. Non fu senza qualche trepidazione, che io presi a svolgere le pagine di quel libro, temendo non dovesse nel maggior uopo venir meno lo storico raffronto, tanto più che niuna memoria sovvenivanci di simile pratica o teoria nella scuola dei Cabbalisti. E la pratica non vi era veramente, ma vi era la _teoria_. Non vi era la pratica, perciocchè, siccome ebbi luogo sin da principio di accennarvi, dividevansi gli _Esseni_ in due ordini distinti, _Pratici_ e _Contemplativi_, e i dottori nostri al primo dei due appartenevano, mentre l’altro figura sì nel libro di _Zoar_, ma solo in distanza, e quale maggior raffinamento del medesimo sodalizio, di cui solo di tratto in tratto vediamo i membri entrare in scena, quando dal fondo delle loro solitudini passano qual ombra fugace in mezzo ai loro colleghi della città. E tra questi più rigidi probabilmente si praticava l’uso del _pane azzimo_ per cotidiano alimento. Ma ciò che io non osava sperare, e che pure apparvemi luminoso nel libro _Zoar_, si è la _teoria_ mercè la quale in termini apertissimi si conclude che dovriasi a rigore tutti i giorni invariabilmente imbandire sulle nostre tavole il pane azimo. Anzi lo _Zoar_ stupisce, lo _Zoar_ ricerca per qual motivo quel pane eletto non sia il pane giornaliero di ogni israelita, e la risposta è tale, che lascia intatto il principio, anzi che più e più lo conferma, ed oso dire ancora che il filo preziosissimo ci porge per cui dalla teoria zoaristica, la parte forse più ascetica dell’Essenato, scese alla pratica di cui si favella. Lo _Zoar_ risponde, ma come? con una similitudine. Egli imagina un Re che un servo suo fedelissimo abbia insignito di un titolo onorando, e che a questo titolo, a quest’officio vadano annessi certi _segni_, certi fregi particolari. Quando dovrà il servo i gloriosi segni indossare? Certo, ripiglia lo _Zoar_, che per quanto a suo talento possa quandochessia rivestirsene, ciononostante ei non avviene per l’ordinario che la persona se ne adorni se non nelle grandissime e solennissime congiunture, quale sarebbe a mo’ di esempio il giorno anniversario della sua assunzione a tanta dignità. E pongasi pure, secondo lo _Zoar_, che il _pane azimo_, segno distintivo della nostra elezione, non debbasi, appunto qual abito peculiare e distinto, indossare se non nelle grandi, nelle grandissime occasioni. Ma siamo coerenti, e dal principio deduciamo, se vi piace, sino all’ultima conseguenza. Chi potrà negare al servo premiato di recare, se così gli piace, indosso i segni continuamente della sua dignità? chi potrà negare uno stato di perfezione religiosa in cui ciò che per altri si fa per breve tratto di tempo ed a lungo intervallo, si faccia per contro da chi vive in quello stato, in modo continuo, regolare, abituale; e ciò ch’è stato eccezionale pegli uni, sia normale pegli altri? Certo che la conseguenza emerge chiara e legittima dalla teoria stabilita, e chiara quindi e legittima emergeva pei più spirituali tra gli Esseni, quel cibo cotidiano di pane azzimo a cui il resto dei fedeli non è astretto che per pochissimi giorni.
LEZIONE TRENTESIMASETTIMA.
Che più? Una religione che secondo ogni probabilità trasse le sue prime ispirazioni dalla società degli Esseni, che stende oggi i suoi influssi sul mondo civilizzato, il _Cristianesimo_, ci offre il più illustre vestigio dell’antica essenica costumanza esaltata, divinizzata, ed al grado assunta del più sublime dei sacramenti, nel sacrifizio dell’_Eucaristia_. Il pane eucaristico è pane _azzimo_, nè potrebbe essere da questo diviso; e per quanto la storia delle Eresie ci offra memoria delle quistioni a questo proposito suscitate, ciononstante, l’uso prevalse sempre conforme alla vetusta pratica degli Esseni.
Tra essi i più austeri tutti i loro giorni trascorrevano in digiuno, e solo a sera prendevano il loro parchissimo pasto. Nella quale rigorosa astinenza ebbero a compagni non solo i più austeri dei Farisei talmudisti, ma quelli eziandio che del _Zoar_ sono autori od attori. L’ebbero nei Talmudisti a cui ci si offre ad esempio un figlio di _Rabbinà_, del quale si narrano i giorni tutti trascorsi in digiuno, salvo il giorno della Pentecoste e la vigilia del giorno d’espiazione. L’ebbero nel _Zoar_ e più illustri e più numerosi, in tutti quei dottori che si veggono passare parecchi giorni senza prendere alcun nutrimento, assorti com’erano in profonde meditazioni, di cui la storia dell’antica filosofia ci porge esempi non pochi e tra gli altri di Socrate. Del quale si narra che non solo, mentre assisteva ad un banchetto, era sì vivamente colpito da un pensiero che ogni moto perdeva e lungo tempo immobile perdurava, ma che in mezzo eziandio al romore dei campi restava dall’uno all’altro mattino immobile al luogo istesso, e solo i raggi solari gli ricordavan l’ora della preghiera. Nè qui vuolsi due circostanze della essenica vita pretermettere perchè più o meno all’ordine, alle regole della mensa si riferiscono. È la prima quel divieto che interdiceva agli Esseni ogni specie di unzione dalla quale si riguardavano come d’abominevole cosa. Nè la menzione volli di questo divieto disgiunta dall’argomento presente per una semplicissima ragione, perchè appunto le unzioni odorifere entravano tra le generali costumanze dei tempi dopo il pasto conchiuso, come fra poco vedremo. Ora dobbiamo domandare a noi stessi. D’onde e perchè questa interdizione fra gli Esseni?—Quale l’origine e quale lo spirito; e quest’ultimo costatato, più agevole, cred’io, scuopriremo la prima. Lo spirito è l’orrore di ogni mollezza, di ogni effeminato costume, è quel medesimo che non pochi precetti informa della legge di Dio, quello che la interdizione suggeriva onde all’uomo si fa divieto indossare femminile costume, di radersi i segni della virilità, l’onor del mento; e non solo come udiste di avvolgersi in ammanto donnesco, ma di addottare eziandio modi, ed usi, ed acconciature di donna. Testimone lo specchio proibito dai Talmudisti, perchè lo specchio a quei tempi era peculiare costume di femmina, siccome la pagana letteratura lo attesta, e come in ispecie si vede da Apuleio. Al quale un suo censore rinfacciando l’uso di quel arnese troppo a filosofo disdicevole, sclamava meravigliato: _habet speculum philosophus; possedit speculum philosophus_. Ma ciò che più interessa a sapersi, egli è in qual guisa la pensarono i dottori intorno all’argomento presente, intorno all’unzione. Si può dire generalmente come i dottori distinsero in fatto di unzione quelle che dalla nettezza sono richieste, dalle altre che hanno la mollezza per consigliera. Le prime ammisero; nè forse, se il tempo lo concedesse, tornerebbe ingrato rammemorare come tra queste noverare si debba l’uso dagli stessi Romani adottato di ungersi dopo il pasto con olj odoriferi, e che ripetutamente vediamo ricordato nei libri Talmudici. Le altre che mirano, come dissi, a semplice diletto carnale interdirono specialmente a coloro che professione fanno dei sacri studj, pei quali reputarono abominevole il mostrarsi per le pubbliche vie per profumi olezzanti e per olj odoriferi, consentendo in questo come in infinite altre cose colle esseniche osservanze.