Part 34
Ma oltre il vocabolo in discorso, Salomone celebra la virtù del Silenzio.—Oltre alcune idee, disseminate nei proverbi, l’_Ecclesiastico_ par che preluda a quel dettato che corse famosissimo per le contrade di Europa, e che suona _parum de Principe, nihil de Deo_. Salomone però è più discreto, ei vuole che poco se ne favelli. Non ti affrettare a pronunciare sentenza intorno a Dio, perchè Dio è in cielo, e tu sei sulla terra; però sieno poche le tue parole. Ma quanto ingiusto sarebbe confondere il suo consiglio col proverbio rammemorato, e quanto più ingiusto confonderlo con quell’ipocrita e vile e codardo e irreligioso silenzio sulle cose divine, che molti predicano, non solo savio e prudente consiglio, ma anche per colmo di sacrilegio, religioso dovere! Questa specie spuria, vigliacca, degenere di _Silenzio_ non è ebraica. Ella è propria di quelle _Fedi_ le quali, inalzandosi sulle rovine della ragione, non trovano nè trovar possono salute che nel silenzio, che nel mutismo della ragione; di quei dogmi che esigono, che predicano la _fede cieca_, termine assurdo, contraditorio, sconosciuto nell’Ebraismo, il quale nè comprende, e nè pure il potrebbe, in qual modo la fede che vuol dire _consenso dell’intelletto_, e quindi _razionale_, possa essere al tempo istesso _cieca_, che è quanto dire _irrazionale_. Ella è propria di quei tempi, di quelle età infelici in cui la ragione fuorviata dichiara guerra alla fonte d’ogni ragione, a Dio eterno; ai tempi di _Voltaire_, di _Diderot_, di _Holback_, e quindi scusabile in qualche modo, almeno nei timidi intelletti, nel secolo che ci ha preceduto; e quindi scusabile ancora nella bocca di quell’animo più intemerato che fu Salomone Fiorentino. Il quale ben fece ad essere così ricco come lo narra la fama di preziose virtù, di pietà ingenua semplice veracissima, di costumi specchiati, di probità senza pari, per fare almeno ai posteri obliare che ei fu autore di quell’assurda, vile, blasfematrice sentenza che suona, _adora e taci_. Ah! in quell’istante Fiorentino non fu ebreo, se pure non vuolsi a sua discolpa allegare che ei fece virtù in quell’istante di una dura necessità, non potendo libera, irrefrenata muovere la lingua contro di quello che lo spingea a battaglia. Ma ebreo, almeno nell’espressione, non fu. Non fu interprete veridico dell’_Ecclesiastico_, perchè solo le umane speculazioni l’_Ecclesiastico_ interdice, e quelle temerarie e folli irruzioni nei campi del _Divino_, che la ragione tenta tal fiata senza guida, senza norma, senza la stella polare della parola rivelata; siccome appunto l’indole dell’opera e le idee tutte che entrano nell’_Ecclesiaste_ mirano, com’è noto, a sfiduciare la mente umana nelle sue proprie ingenite forze, e ad ispirare uno scetticismo salutare che può senza fallo paragonarsi a quella specie di scetticismo religioso che professarono Biagio Pascal e Michele Montaigne. Non fu consentaneo allo spirito dei dottori che se il silenzio levano al cielo, e questo è il punto ove volevamo venire, egli è il silenzio delle cose vane, terrene, puramente mondane; egli è quello di cui intesero quando dissero: _Mà ummanutò scel adem baolam azzè iassim azmò cheillem_, non quello che eccettuarono in termini apertissimi quando aggiunsero: _Jakol af ledibrè torà chen, talmud lomar teddaberun_; egli è quello a cui accennarono quando dissero ogni parola che esca dal labro dell’uomo un’eco avere nello eterno ed ogni pensiero aspirare, e come il fuoco secondo gli antichi, come vuole la sua natura alle cose del cielo, egli è quello che un dottore in Abot (notate luogo acconcissimo alle esseniche memorie, siccome quello che _codice_ udimmo altravolta chiamato _dei hasidim_) proclama, dopo la lunga sua esperienza e conversazione farisaica, il farmaco più salutare, frase se altra fu mai opportuna al genio medico, terapeutico; come anche questo vedemmo dell’antico istituto, egli è il silenzio che nel medesimo _Abot_, notate indizio sopra indizio, un gran dottore R. _Achibà_, che per colmo di maraviglia è dottore insigne dei Cabbalisti, ed uno dei quattro visitatori del mistico giardino, egli è il silenzio che ivi è detto—siepe e riparo alla scienza—non antidoto e spegnitoio, come altri vorrebbe farne, e di cui bellamente interpretando, ce ne porge circoscrivendolo una idea adeguata il Bartenora, dicendolo silenzio sì ma solo delle cose mondane _bedibrè aresciut_; ed egli è quello infine che i dottori consigliavano agli esordienti, come appunto i Pitagorici lo consigliavano dicendo _Asket, as veahar eah Kattet_. Silenzio tutto, come vedeste, di cose, di bisogni, d’interessi, di avvenimenti, di pensieri mondani, non di bisogni, d’interessi, di pensieri comunque morali scientifici dottrinali teologici e per tutto dire religiosi. Nei quali beni lungi d’imporre un codardo mutismo, vuoi per raffinata superstizione, vuoi per timidezza di cuore, lasciarono libero il pensiero e libera la parola purchè i semiti non travalichi della rivelazione, e tanto liberi lasciarono e l’uno e l’altro, e tanto profondo scolpirono l’abito di libertà nell’animo del nostro popolo, che un bel giorno questo si è creduto potere in piena sicurtà di coscienza-dogmatizzare a sua posta, e purchè il corpo assoggettasse ai precetti di Dio, scotere impunemente lo spirito, foggiarsi dogma come Parigi si foggia i suoi figurini; e questa libertà dissero non solo filosofica, ma religiosa e sopratutto, vedete pregio che ignoravamo! privilegio tutto proprio ed esclusivo di nostra fede. Noi abbiamo posto il dito sopra una cangrena terribile che consuma e rode la vita superstite in Israele, e se questo il luogo fosse di chiamare com’Elia i falsi Profeti alla prova, fossero presi costoro come gli antichi a centinaia, mandassero pure grida come gli antichi forsennate, il fuoco celeste non sarebbe per loro. Ma l’anarchia dogmatica, a cui pretendono costoro, prova una cosa, e i miseri non se n’addanno; prova che la libertà è passata per quella via.—Come le ceneri che attestano la preesistenza del fuoco,—come il corpo esanime fa fede che vi abitò uno spirto immortale, così l’anarchia presente fa fede dell’antica libertà. E quale libertà! Pei dottori, il dettato che udiste poc’anzi _Parum de principe, nihil de Deo_, se sarebbe stato nella prima sua parte un consiglio di prudenza, saria stato senza meno nella seconda un consiglio d’inferno—pel quale solo disse Dante _luogo d’ogni luce muto_, e la parola è luce del Mondo.—Per essi nella sfera vasta, vastissima della Bibbia e della tradizione, la parola umana, è giusta, legittima anzi regina e sovrana, e se gli imposero silenzio, come vedeste, nelle mondane faccende, ei fu fra le altre cagioni perchè non un atomo spendesse delle sue forze che non fosse per Dio, nè vollero che pel mondo molto tacesse se non per che di Dio e della fede sua molto parlasse.—In quella sfera se i dottori rifar dovessero il verso di _Fiorentino_, se crear dovessero un grido, una parola d’ordine, come si dice, non sarebbe _adora e taci_, ma _adora e parla_. In quella sfera la libertà è santa intangibile, anzi a Dio carissima anco nei suoi voli audaci, anche allora che ignara, come dice Omero, della lingua degli Dei, ne strazia le forme e le locuzioni bellissime, vale a dire quando erra involontaria, quando merita di essere _molto perdonata perchè molto ha amato_. Allora dicono i dottori, Iddio non solo perdona, ma infinito amore lo prende per quell’anima che balbetta il suo verbo immortale in quella guisa che un padre non rifinisce di baciare e ribaciare il piccioletto figliuolo quando le prime voci emettendo sciupa le forme del linguaggio nativo. _Vediglò alai aabà_. Nè altrimenti avviene allora che agli spiriti audaci ai quali disse il mondo sorridere sempre benigna fortuna ed amore, ed a cui dicono i dottori sorridere non meno Dio verace fortuna e primo amore. Noi abbiamo veduto il _Silenzio_ essenico approvato, predicato dai Farisei in teoria. In quest’altra Lezione lo vedremo in pratica.
LEZIONE TRENTESIMAQUINTA.
Trovare le idee, i costumi degli Esseni conformi alle idee bibliche e, ciò che più monta, ai costumi, alle idee farisaiche, trovare come trovato abbiamo nell’ultima Lezione il _Silenzio_ essenico in quei Farisei d’onde trasse, a parer mio, l’Essenato l’origine, egli è certo assai per la storia dello Istituto, è poco per noi che nel Farisato medesimo abbiamo specialmente identificato i nostri Esseni con quella parte di Farisei che si chiamano _Cabbalisti_. Se il nostro sistema non è bugiardo, le analogie tra le due scuole dovrebbero, nè meno esplicite apparire nè men numerose. Se _Esseni_ e _Cabbalisti_ sono tutt’uno, gli ultimi non meno che i primi deono avere come squisita virtù proclamato il _Silenzio_. E proclamato l’hanno quanto basta a darci piena, assoluta ragione. E tanto iterati e diffusi ne sono gli elogi, i pregi, le utili conseguenze, che io farei opera interminabile se qui tutti volessi i testi riprodurre che negli antichi e nei moderni libri del Cabbalismo parlano in favor del _Silenzio_. Pegli uni come per gli altri due sono gli atti dell’umana generazione, corrispondenti alla doppia natura dell’uomo, la _Parola_ ed il _Coito_, il germe spermatico ed il germe ideale, la concezione della carne e la concezione dello spirito, ambo unificati nelle lingue moderne, nella parola _Concetto_, ambo, e ciò che è più ammirabile, confusi, identificati nelle parole _Jadagh_, _Pensiero_ e _Coito_.—Generazione di carne e generazione di spirito e quindi dal seno istesso della lingua ebraica, intera e splendida sprigionasi la teoria cabbalistica.[92] Per essa due sono i segni dell’alleanza, due i patti, due gli organi fecondatori, il _Berit allascion_ e il _Berit amaor_, ambi porgenti vana e colpevole ridondanza, ambi recanti da natura prepuzio, come stupendamente accenna la Scrittura medesima nel _Aral Sefataim_, ambi suscettibili di emendazione e circoncisione; anzi, notate meraviglioso riscontro, ambidue chiamati nel loro stato perfetto con una sola parola che suona _milla_, quasi dicesse la _Corretta_, la _Circoncisa_, nulla ostando la più lieve o più grave pronunzia, perchè ambidue unificati gramaticalmente in una sola radice, perchè d’ambi dicono i Lessici tedeschi _Fortasse Malat idem facit quae mul abscindere_: e noi possiam dire dopo le cose discorse senza _forse_, senza _fortasse_, e perchè finalmente l’organo della parola e l’organo della generazione oltre essere unificate nelle antiche pagane rappresentazioni del _Fallo_, parola generatrice, sono manifestamente adombrate nella prima _Misnà_ dell’antichissimo Sefer Jezirà, ove sono posti in armonico contrapposto, il _Milat alascion_ e il _Milat amaor_, nella quale iterazione della parola _Milat_ volle senza meno l’antichissimo autore accennare a quella comunanza di espressione, quella di cui adesso parliamo. Ed ambi, sommessi a gelosa custodia, tanto che pei Cabbalisti non meno è colpevole chi la parola invano disperde, che chi spreca inutilmente il _liquor seminale_, ambi sendo egualmente colpevoli di fallita generazione, che è mira suprema di natura, nel mondo dei corpi come nel mondo delle idee; nè qui certo avrebbero fine le bellissime analogie se a talento mio potessi nell’argomento spaziare. Non tacerei di quell’aureo riscontro che ci porge tra le altre la Mitologia dei Greci in Mercurio Dio della parola e del _Fallo_ fecondatore, che Cicerone chiama per ciò stesso _itifallico_, e ch’era adorato in Samotracia, in Beozia, nell’Attica, e nel Peloponneso, identico all’Erme itifallico dei Pelasgi, rappresentato nell’Attica e nell’Arcadia col simbolo del _Fallo_ che Creuzer crede identico a _Pane_ suo figlio (di cui tutti sanno l’officio e i simboli fecondatori), e ch’egli chiama _principe de fécondité et source de toute vie, de la vie physique et animale aussi bien que de la vie intellectuelle!_ (Religions des Antiq. Hermes, in Mercur. 676.) Ma perchè troppo è per sè l’argomento fecondo, di queste come di altri non men leggiadri relievi, si taccia per lo migliore.
Ma i Cabbalisti parlano di una virtù del _Silenzio_, che troppo parmi accennare al carattere dottrinale degli _Esseni_, dei _Pitagorici_, perchè io possa senza colpa tacerla. È l’efficacia che gli assegnano al conseguimento dei misteri divini; è l’economia delle forze intellettuali serbate tutte alla contemplazione di quegli altissimi veri; è lo accesso che forzano col loro concentramento nelle parti più recondite della scienza religiosa; è insomma una sublimazione straordinaria dell’Intelletto, parole son queste del R. Loria. _Umittenaè assagat akokma scezarih lemaet beddiburò velistok col mà sceiuhal chedè scelò leozi sikà betelà_. La quale virtù del _Silenzio_, dicono essi, può giungere sino alla fruizione dello _Spirito Santo_, sino a quel grado di _Ispirazione_ che è _Ruak Acodes_, sino a rapire la mente in quella regione beatissima della scienza divina in cui la mente non ode, nè vede, nè sente più nulla, o per dir meglio sente ed ode il silenzio, la quiete, la pace, che sono proprie di quelle attitudini dove l’anima resta assorbita in estasi soavissima al santuario del silenzio della _Mahasabà_, della suprema _Kokmà_, dove tutta la scienza dell’uomo si risolve in una grande ma soavissima interrogazione, e dove al _Mi_ (chi?) infinito che l’anima manda in uno slancio d’amore, non s’ode che un’eco eterna che replica _Mi_, come l’unico obbietto omai conoscibile.[93]—Ed a chi vera e santa non credesse la teologia dei Cabbalisti e che pure nel giro si rimangono dell’Ebraismo, la Bibbia si leverebbe, e insegnando loro ciò che i Cabbalisti insegnano: Uomini, gli griderebbe, di poca fede, venite e vedete. Vedete il Silenzio indicatore della presenza di Dio.—Nella poeticissima e profondissima ad un tempo visione di Elia, in cui il _vento_, il _fuoco_, il _tremoto_, non sono che precursori del Nume che s’avvicina, che esteriori vestiboli del riposto Sacrario, e solo nel Silenzio, anzi per antitesi maravigliosa, nella voce del Silenzio _col demama_ stare la maestà dell’Eterno, la essenza di Dio, appunto come il Silenzio dicono i Cabbalisti stare in cima alla scala delle cognizioni celesti. Vedete la intima identità, dai Cabbalisti ravvisata, fra la scienza ultima estatica, intuitiva e il Silenzio, sola condegna espressione di quella nella lingua stessa dei Profeti, nell’idioma antico d’Israel, siccome quello che è semenzajo, come non mi stanco di dire, delle antiche credenze dell’Ebraismo. Ora nell’idioma ebraico v’è una parola, e questa parola è _Haras_, e Haras, ammirate la forza del vero, è radice significante in pari modo _Silenzio_ e _saper magistrale_, _tacere_ e _meditare_. _Pensiero_ e _Silenzio_, perchè il pensiero per eccellenza è tacito e silente, e perchè come udite dai Cabbalisti, la sede del Silenzio è altresì sede della _Mahasciabà_ e della suprema _Kokmà_.
Ma la pratica farisaica, ed è tempo che ne parliamo, attesta in modo ben altrimenti eloquente la identità che non cessammo di propugnare tra le due scuole, e ciò che tornerà di gran lunga più rilevante, la identità specifica peculiare fra Cabbalisti ed Esseni. Obliamo per un istante la Storia e domandiamo a noi stessi: Se il nostro sistema non è bugiardo, se i dottori Cabbalisti del Talmud sono veramente, come crediamo, i medesimi _Esseni_, che cosa dovrebbe mostrare la Storia? La Storia, in mezzo alla gran corrente del _Farisato_, dovrebbe mostrare, come ci mostra natura in alcuni vastissimi mari, una corrente secondaria, distinta, particolare, che segue inalterata sua via, in mezzo a mille correnti paralelle o traverse, e in questa corrente mostrar dovrebbe non solo i caratteri del Cabbalismo Talmudico, è questa impreteribile condizione, ma per finire di persuaderci, anche la pratica del _Silenzio_ distinta, costante, particolare e pressochè esclusiva in questa istessa corrente. Noi abbiamo formato un voto, abbiamo detto ciò che la mente più esigente potrebbe chiedere al sistema che abbiamo adottato. I fatti ci daranno ragione? La Storia dei Farisei accenna a molti centri, a molte linee, a molte scuole di dottori diversi, e se tra questi ve ne sono tali che i caratteri, che i contrassegni ci porgan legittimi incontestabili della linea del centro, della scuola _Farisaico-Cabbalistica_, ella è quella senza meno, che incominciando coll’antichissima _R. Johanan Ben Zaccai_ e poi con _R. Eliezer Agadol_, segue con R. Akibà suo discepolo, continua con R. Simone Ben Johai discepolo del medesimo _Akibà_, e ferma almeno, a quello che io ora mi sappia, con _Rab_ o _R. Abbà_ scolaro di R. Simone. Ora vi è un fatto luminoso a cui vano sarebbe chiudere gli occhi, e questo fatto è la celebrata e particolare virtù in questa serie di Farisei Cabbalisti, in queste cinque generazioni di Farisei nell’amore del _Silenzio_. E chi lo attesta non è lo _Zoar_, non è uno dei parziali a quella teosofia, è il _Talmud_, quel solo giudice competente fra noi e gli avversarj del Misticismo.—Egli è il Talmud in _Succà_ che narra dello stipite della gran scuola di _R. Johanan Ben Zaccai_ non aver egli parlato mai parola profana; egli è il _Talmud_ che pone in bocca al suo discepolo _Eliezer_ la stessa lode; egli è il Talmud che chiama R. Akibà _Ozar Balum_; tesoro chiuso; egli è il _Talmud_ che di R. Simone Ben Johai dice _tohen arbé umozé chimhà_, _macina molto e poco espone_, vale a dire, _molto medita e poco parla_, o come di sè medesimo ei dice nello stesso Talmud: _Figli miei, imparate le mie regole perch’esse sono_—_prelevazione di prelevazione_—vale a dire, le più elette delle regole di _R. Akibà_; e se non è il Talmud che narra la stessa pratica di _Rab_, perchè, della teoria niuno di esso più esplicito, è qualche cosa, oso dire, più del Talmud concludente.—Voi lo ricordate, per completare la serie ci manca un anello, ci manca _Rab_; e non narrandolo il _Talmud_, non ammettendo noi qual parte interessata la deposizione dei _Cabbalisti_, non ci resta che una sola possibile autorità, e questa, grandissima, irrecusabile, gli avversari del Cabbalismo. Ci accade in questa ricerca, come altre volte non poche ci era accaduto: che andando in cerca di una prova, ne abbiamo trovate altre ancora che non cercavamo.—Ei fu quando arrivammo alla persona di _Rab_ che assistemmo al più singolare spettacolo che sin ora ci si fosse parato dinanzi.—Trovammo prima diffusa comune nei posteriori libri la memoria di _Rab_ come celebre per la virtù del _Silenzio_, e volendo, siccome è mio stile, risalire alle fonti, ne chiesi vestigia ai libri talmudici, ma senza frutto. Allora tenendo una via opposta, scesi dal Talmud ai succedanei scrittori, e il primo in cui trovassi menzione del Silenzio di _Rab_, il primo che mi fornisse l’ultimo anello della serie farisaico-cabbalistica, ei fu il più grande avversario del cabbalismo, ei fu _Maimonide_. E non solo, come dissi, completa la genealogia cabbalistica col ritratto di _Rab_, ma il modo, le frasi con cui ne favella sono sommamente eloquenti per chi le intende. Attesta in primo luogo il _Silenzio_ di Rab, quando scrive nel Comento di Abot: _E fu detto per Rab, discepolo di R. Hijà, che non profferì parola inutile tutti i giorni di vita sua_. Il qual deposto formulato in _Abot_, ripetuto e destituito essendo nell’Opera Magna, nel 2º dei Morali (Deot), come dissi di ogni sanzione scritta nei libri talmudici, e parendo quindi inesplicabile al Caro, gli suggeriva ivi stesso queste parole di sorpresa, d’ignoranza: _Ma per quello che a Rab si attiene, non saprei dire per adesso ove ne sia l’origine_. Pure, _Maimonide_ lo asserì formalmente non solo in due libri diversi, ma ciò che parrà ancor più rimarchevole, in due epoche non poco distanti di vita sua, avendo il Comento intrapreso all’età di 20 anni, e il testo Maimonico a quella dei trenta.
Ma tutto questo è poco, di fronte a quello che segue, malgrado la mancanza di sanzione talmudica, malgrado la rispettosa denegazione del Caro, un altro antico, meno certo antico di Maimonide, ma più antico del Caro, il luminare dell’Africa, Ribbi Semhon bar Zemak, nel Comento ad Abot ripete alla lettera le parole maimoniche riguardo a Rab, benchè suo stile non sia copiare servilmente il gran Cordovano, e benchè vada egli distinto per una solida e smisurata erudizione talmudica. Ma io dissi che non solo la tradizione estratalmudica rispetto a Rab si trova in Maimonide, ma che eziandio qualcosa trovato avremmo soprammercato. E questo è il preambolo che precede l’asserzione in discorso. E l’epiteto con cui qualifica gli antichi dottori distinti per la virtù del Silenzio, è lo appellativo che noi dicemmo storico antichissimo della scuola degli Esseni, l’appellativo di _Hasidim_ allorchè non poteva tanto mostrarsi Maimonide avverso alle dottrine dei Mistici, che ei non soggiacesse talvolta, come altre fiate eziandio, alla forza del vero, e non divenisse organo inconsapevole di una verità utile e preziosa alla causa loro. Noi potremmo dire qui terminato ciò che a dire avevamo intorno l’essenico silenzio, trovato, come vedeste, conforme in teoria e in pratica al silenzio dei Farisei, e dei Farisei Cabbalisti; pure vi è qualcosa di più, e di più concludente. E se delle cose dette una sola non resistesse alla prova, ciò che io vado a dire basterebbe non solo a provare la comun pratica del silenzio tra Esseni e Farisei, ma formerebbe prova bella, benchè indiretta, della somma omogeneità di pensieri e di genio fra il _Ben Johai_ del Talmud, e il gran dottore del Misticismo. Se io mi illuda, giudicatelo voi. Voi sapete i dubbi suscitati sulla legittima figliolanza del Misticismo dalla sacra antica fonte _Ben Johai_. Sapete quindi qual valore immenso prezioso abbia per noi ogni tratto che nel _Ben Johai_ del Talmud ci rivelavano somiglianza coll’ispiratore del _Zoar_. Sapete eziandio qual’opera bella, decisiva, per quanto erculea, sarebbe quella che facendo astrazione dal _Zoar_ come se non esistesse, ricomponesse coi soli esclusivi elementi talmudici la gran figura di R. Simon Ben Johai, e da quel sacro capo sempre col martello talmudico facesse emergere, come Pallade bella e armata dalla testa di Giove, il sistema intero del _Zoar_, almeno nelle linee sue più preminenti, opra a cui vorrei volgesse qualcuno il pensiero, poichè le forze mie piegano non solo sotto il peso dell’opre, ma persino sotto il peso dei desiderj. Ora, questo desio generalissimo applicabile a tutte le parti, vuoi teoriche, vuoi pratiche, del gran sistema, ci è dato vedere adempiuto in due luoghi d’oro del _Jeruscialmi_, ove nell’uno si legge il pensiero, nell’altro la pratica di Ben Johai. Voi udiste come del santo dottore dicesse il Babilonese: _molto egli meditare, poco favellare_. Ora udite come egli stesso della parola umana sentenziò nel _Jeruscialmi_. _Se presente io fossi stato presso il Monte Sinai, avrei chiesto al Signore che altra fosse la bocca con cui uom parlasse delle cose del mondo—altra quella con cui delle cose di Dio_. Qual idea della parola! E quanto feconda anche nelle minime sue parti l’enunciazione! In primo io veggo tutta la mente ardita taumaturgica del principe dei Cabbalisti in questo ardito consiglio—veggo la teoria massima dei Cabbalisti dell’officio di _Concreazione_ all’uomo assegnato—il principio eminentemente farisaico e cabbalistico della rettificata natura, vale a dire della emendazione che all’uomo incombe nelle parti anormali imperfette delle cose create, e da cui trae origine l’ARTE nella sua più lata significanza, la quale non sarebbe pertanto una semplice imitazione di natura, come vorrebbero i Realisti in Estetica; ma meglio un ritiramento della natura istessa alle eterne norme del bello ideale, come vogliono gli Idealisti, e veggo sopratutto l’idea ch’entro vi sta, come seme racchiusa, che il Silenzio è l’atto più nobile e naturale per tutto quel che concerne le cose mortali.