Part 33
E queste paionmi già abbastanza eloquenti antologie tra Farisei ed Esseni. Ma ciò che vado ad aggiungere è, oso dirlo, di bene altra importanza. Se ciò che prova la identità generica dell’Essenato colla scuola de’ Farisei, egli è, com’è veramente, di non lieve momento, che saranno quelle prove che distinguendo l’Essenato dal comune dei Farisei lo confondono, l’identificano specialmente con quella parte di essi che si dicono Cabbalisti? Se tra il silenzio del farisato talmudico e la formale e solenne asserzione del farisato cabbalistico, vedremo gli Esseni a questi ultimi associarsi e con essi alta e solenne levare la voce in favore di un principio, di un divieto, di una legge taciuta dei Farisei, non sarà egli il più bello, il più urgente, il più irrecusabile argomento in favor della identità propugnata? E che direste se questo singolare fenomeno si avverasse, se un divieto sconosciuto al Talmud, strano, paradossale eziandio secondo il Talmud, fosse dagli Esseni e insieme dai Cabbalisti, e da essi solo, solennemente affermato? E pure nulla di più vero, di più dimostrato. E pure, se ognuno volesse dire a sè stesso, tutto il valore della concordanza presente la identità essenico-cabbalistica, non sarebbe più un problema, e pure se questo fatto solo emergesse dal confronto delle due sètte, bastare dovrebbe a ingenerare grave sospetto d’identità, alla critica più severa. E questo fatto spicca luminoso in Giuseppe, in Filone e poi nel gran Codice Cabbalistico, nel libro del _Zoar_. In Giuseppe quando interpreta il verso dell’_Esodo Eloim lò tekallel_ quando vi trova, singolare a dirsi! il divieto di maledire, di bestemmiare eziandio i numi gentili. In Filone quando il verso stesso nel modo istesso interpretando, ci trova il rispetto dovuto eziandio alle straniere divinità. E nel _Zoar_ infine, in quel luogo d’oro ove _R. Abbà_, il compilatore stesso della grand’opera, scrive parole memorandissime che nessuno sospetterebbe potere trovare in libro così ascetico; e che perciò stesso si può credere informato di uno spirito di gretta, di meschina, di esclusiva osservanza. E pure quanto vaste e grandi sono le idee! E non solo la teoria il fatto viene ivi stesso a confermare ed attuare il principio; e la conferma e l’attuazione per felicissima coincidenza, è opera non di uno, di _sei dottori Cabbalisti_, e tra questi più esplicito proclamator del principio, il dottore dei dottori, R. Simon Ben Johai. Io traduco e voi giudicate, e giudicando spero non troverete troppo enfatico il mio annunzio. Disse R. ABBÀ: «_Ognuno che bestemmiato abbia lo suo Iddio, ricade sopr’esso il suo peccato. Vieni e vedi; quando furono gli Israeliti in Egitto, conobbero quei duci della natura che presiedono sopra i popoli universi, ed ognuno di essi fatto se n’era un Dio speciale. Quando furono a Dio stretti col vincolo della fede_.—(vera etimologia di religione, come dice Cicerone, a ligando), _ed appressolli Iddio al suo servigio, da quei numi si separarono ed avvicinaronsi alla fede suprema e santa_. E perciò è scritto: _Ognuno che bestemmiato abbia lo suo Iddio, ricade sovr’esso lo suo peccato; imperocchè comunque Iddii alieni siano cotesti, cionnonostante avendoli io costituiti a duci per governare la terra, chiunque bestemmi, o dispregi il nome loro, certo sovr’esso ricade il suo peccato, perciocchè miei servi e ministri sieno essi nel governo delle cose create: ma chiunque bestemmia il nome di Dio, non solo come gli altri iniquamente opera, ma la presente e la eterna morte sarà al suo fallir pena condegna_. E questo è il principio ben chiaro, bene esplicito, bene eloquente, e per eccellenza essenico, come vedete, senza che io spenda altre parole per comentarlo. Ma io vi dissi che, per non comune ventura, alla teoria seguiva nel _Zoar_ immediatamente la pratica, ed il fatto viene in buon punto a dare il più bel comento al principio. Ed eccolo testualissimo. _R. Simone procedeva per via, e con esso erano R. Eliazar, R. Abbà, R. Hijà, R. Josè e R. Jeudà. Giunti che furono ad un laghetto di acqua_ (notate che le _parole testuali sono orribilmente oscure_ e i più grandi interpreti eziandio confessano di andarci a tentoni), stese la mano R. Josè per raccogliere nel pugno acqua per bere, sendo egli assetato, ma preso da impazienza, forse per l’acqua melmosa, o perchè stette, come vogliono altri, per sdrucciolare: _O Lago!_ sclamò, _deh tu non fossi!_—Dissegli R. Simone: _Reo è il tuo parlare; ministro è questo della natura, e rea cosa è il vilipendere i ministri di Dio, e tanto meno si dee farlo, per quelle creature veracissime ch’esistono per legge del supremo imperante_. Nel quale passo per cogliere tutti i preziosi reconditi documenti, mestieri è molte cose ricordare; ricordare il culto paganico dei fiumi e dei laghi, e meglio dei genj che ai fiumi e ai laghi presiedevano e in grazia del qual culto proibirono i dottori macellare animali di ogni maniera in riva all’acqua, quasi fosse omaggio prestato alle Najadi, e ai Tritoni; ricordare poi il culto in genere all’acqua prestato dagli _Arabi_ contemporanei che i dottori dicono _Cadriim_; ricordare il conto grandissimo che gli Esseni facevano delle rive, lo spirito profetico che si sviluppa secondo i dottori più agevolmente sull’acque correnti, e di cui a dilungo parlammo; ricordare le acque, simbolo veneratissimo, come dicemmo in non remote lezioni, presso i Talmudisti, i Cabbalisti in ispecie; e soprattutto notare quel bel pensiero di R. Simon Ben Johai, che non è persino i più vili oggetti della natura corporea, su cui un raggio non si diffonda, benchè pallido e lontano, della gloria di Dio, nella quale tanto più davvicino si illustrano, si beatificano quelle che il _Zoar_ dice _Creature veraci_, che vivono nella legge del Supremo Imperante, ch’è quanto dire gli Esseri Ideali, gli intelletti separati, come dicea la scolastica, i quali vivono in Dio come Paolo disse _in Dio viviamo_.
Noi abbiamo conchiuso quanto a dir avevamo sul culto religioso degli Esseni, o per dir meglio di quella parte delle loro pratiche, che a Dio si riferisce. Però mestieri è che io ricordi, quando nelle primissime lezioni favellavamo dell’origine dell’istituto, molte cose discorse abbiamo al culto di Dio attinenti, che per non menare troppo a lungo la nostra istoria, o furono qui per brevità trapassate, o solo un cenno ne fu dato a rinnovarne la rimembranza. Fra questi sono gli Inni religiosi che la storia narra posseduti dai Terapeuti, che dicevano redati dai loro antichissimi, che cantavano, come vedemmo, nelle feste e nei pranzj, e di cui trovammo corrispondenza tra i Cabbalisti antichi e moderni, e specialmente in uno dei grandi protagonisti del _Zoar_, nel figlio stesso di _R. Simone Ben Johai_ che non il _Zoar_, sarebbe poco, ma il _Jeruscialmi_ chiama _Pajat e Carob. e Tannaj_.
Fra queste le danze sacre, non quelle dei Terapeuti di cui discorso abbiamo anche troppo ora a dilungo, ma quelle dei _Hasidim Veaosè Maasè_, di cui favella la _Misnà_, che avevano a teatro le aule del tempio, quella di _Illel_ che diceva danzando _Im aní can accol can_, parole pregne rigurgitanti di sensi cabbalistici siccome vorrei dimostrarvelo, se l’ora lo consentisse; quelle che dice il Talmud meneranno gli spiriti beati intorno all’Eterno, _Sole_ della vita, come la _Rosa_ dantesca si muove in giro danzando intorno il sole degli angioli, come Dante diceva, e se più oltre volessimo spingere lo sguardo, le danze astronomiche degli antichi, siccome astronomiche erano quelle dei _Terapeuti_, quali raffigurano, dice Filone, nelle loro danze, udite bene una imagine dei cori e delle armonie celesti, lo che solo potremo intendere quando sapremo la Teoria dei _Pitagorici_, coi quali tanto confonde e assimila _Ilario_ i nostri _Esseni_, e che vollero gli astri muoversi secondo le leggi della musica, e tra pianeta e pianeta viddero quelle stesse distanze musicali che _Pitagora_ il fondatore si dicea avere trovato, tantochè il roteare degli astri formava, a detta dei Pitagorici, quella che essi chiamavano, e che restò celebre nella storia della filosofia, col nome di armonia delle sfere. Ora il nostro secolo—gli Arago, gli Herschell, i Leverrier non credono più all’armonia delle sfere. Ma l’armonia pitagorica, a cui niuno secolo potrà discredere se non è suicida, è quella che i pitagorici annunziarono al mondo quando dissero anche per l’anima umana essere l’_Anima_ un’_Armonia_. Parola profonda che vorrebbe un volume per comentarla, e che basterebbe a provarla quella divina potenza che è in noi d’intendere, di cogliere ogni maniera di logica, di musica, di morali armonie. E voi ne date prova luminosissima comprendendo sì bene quelle che io tanto disarmonicamente vo proponendovi tra le grandi scuole del nostro popolo, tra gli Esseni, i Farisei e Cabbalisti, i quali sono i veri astri che si muovono nell’orbita eterna, che Dio loro ha segnato negli splendidi, nei sereni cieli del vero e del santo.[90]
LEZIONE TRENTESIMAQUARTA.
L’ultima parte della Storia degli Esseni, quella che riguarda il loro culto, la loro pratica, fu da noi in tre parti secondarie divisa, parte religiosa, parte privata, e parte pubblica. Della prima abbiamo parlato quanto meglio ci è stato concesso: ora diremo della seconda, di quella che ci narra i costumi e le virtù eziandio private dei nostri Esseni. Egli è d’uopo poi che d’una cosa io vi prevenga. Molti fatti vi sono alla privata vita appartenenti dei nostri Esseni, che in questa parte della loro storia non avranno menzione, e non l’avranno per la semplicissima ragione che per la natura loro organica fondamentale l’ebbero, e l’ebbero diffusissima, allorchè della prima parte ci occupavamo di questa storia della istituzione dell’Essenato. Allora, voi, lo ricordate, la tavola e i particolari tutti ad essa attinenti, gli abiti e le loro varietà, il celibato, e lavori, le occupazioni, gli studj furono subbietto, che a dilungo trattammo, ma che non lasciano per questo di essere vere e proprie esseniche pratiche. Per che allora piuttosto che adesso ne facemmo menzione? Perchè meglio tra gli istituti annoverati che tra le pratiche? Io già ve lo dissi, perchè non solo mere e nude pratiche son esse, ma vere e proprie istituzioni, ma elementi integrali della essenica esistenza, e perciò tra le istituzioni le abbiam collocate. Di queste dunque più non si parli, e sol di quelle si faccia menzione che questo carattere non ci offrono organico, fondamentale.
E prima, la nettezza, la proprietà.—Era essa, dice Giuseppe, studio precipuo dei nostri Esseni; e ad essa particolarmente miravano nel sodisfare ai naturali bisogni. Noi siamo in pien Mosaismo, quando Moisè raccomanda di tener sgombro il campo di ogni immondizia, quando vuole che niuna traccia rimanga alla luce del sole, delle impurità corporali, quando, ciò che più monta, la scrittura designa l’atto vilissimo con una parola che dipinge l’attitudine stessa che prendevano i decentissimi Esseni, quando lo chiama _Cuoprimento di piede, leassek et raglau_, non fanno altro e Scrittura e Mosè che preludere alla rigida _proprietà_ o decenza dei nostri Asceti. Ma che direte quando vedrete, siccome è proprio di ogni idea primitiva, radicarsi l’elogio, il dovere della proprietà, in una parlante e bellissima sinonimia? Vi è una parola nella lingua ebraica che attesta quale idea nobile elevatissima si formassero i primi suoi parlatori della proprietà corporale, e questa parola è _Nachi_. Nachi in ebraico vuol dir certo _proprio_, _netto_, _decente_, ma sapete che altra idea eziandio vi si acchiude? L’idea di una nettezza ben altrimenti superlativa, l’idea di purità, d’innocenza, di morale irreprensibilità. Avvi forse lingua che offra fenomeno così fatto? Or che diremo dei nostri dottori? I quali s’ebbero in pregio la proprietà corporale; lo dicano quei placiti infiniti che si leggono nei loro volumi, e per tutti lo dicano quei due eloquentissimi testi che vado ad esporvi.—È l’uno quel tratto curiosissimo del Medrasc ove traendo partito dagli usi contemporanei, dalla custodia gelosissima che si faceva su per le piazze, delle imagini, delle statue, dei ritratti dei Cesari, conclude _a fortiori_, quanto più ragionevolmente si debba il corpo nostro serbare netto, proprio, decoroso, poichè il nome pure meritossi d’imagine e similitudine di benaltro Augusto, di Dio sempiterno. Ma se il passo, esso citato, è ammirabile per leggiadro confronto, per storiche allusioni, per un _sapore_ di _contemporaneità_ che solletica piacevolmente, quanto l’altro non sovrasta per più speciale attinenza coi nostri Esseni? Spero che non l’avrete obliato. Vi è in fondo al _Talmud_ di _Sotà_ un frammento preziosissimo per questa storia che porta il nome di Barraità, di _R. Pinechas Ben Jair_. In questa _Barraità_ non è frase, non parola che non interessi, e grandemente, il nostro istituto. E in parte lo vedeste voi stessi quando vi additai in quella scala, che tale è veramente, di morale perfezione, il Hasidut (che è lo stato in cui vissero i nostri Esseni) occupare quasi la cima di quella morale gerarchia, e condurre immediatamente al Ruah acodes o _Spirito Santo_, che è quasi la transumanazione dell’anima umana, mentre vive nel corpo. Or bene: il primo grado di quella mistica scala, la porta quasi che mena alle aule celesti, è appunto la virtù che ora ci occupa, la _proprietà_. E se a questo aggiungete il nome che porta in fronte scritto la citata _Barraità_, quel nome che tanto dice di R. Pinechas Ben Jair, il suocero amatissimo di R. Simone Ben Johai principe dei Cabbalisti e Cabbalista egli stesso, e dei più insigni come si vede nello _Zoar_; se aggiungete le altre non meno belle analogie discorse in altre lezioni, ei non sarà senza grande ammaestramento che la proprietà, virtù tanto Essenica per eccellenza, forma quasi il vestibolo per cui si entra nelle più segrete parti del grande edifizio. Ma i dottori non si limitarono a predicare e celebrare la _proprietà_ in modo generalissimo:—la loro mente così alta non sdegnò scendere basso, molto basso; e le più minute applicazioni studiare, e tutto prescrivere determinare nella vita dell’uomo la _proprietà_ consentanea.[91]
Ma Giuseppe un’altra minuzia ci ha pure conservata della essenica vita, che ha certo il suo pregio. Quando noi ragionavamo dei superstiti simboli dell’_Essenato_, di quelle forme a così dire oggi vuote di senso, ma ove il pensiero essenico si era una volta rinchiuso, voi lo ricordate certamente, noi facevamo allora menzione di quel principio di antagonismo, che gli Esseni esprimevano coi nomi di _destra_ e _sinistra_, la prima chiamando fausta e buona, l’altra rea e veramente _sinistra_; nè posso qui tacere, giacchè l’omisi a suo luogo, che questo antagonismo venivano eziandio esprimendo talvolta coi nomi di giorno e di notte, simbolo se altro fu mai cabbalistico per eccellenza, come fa fede la celebre dualità o _Sigezie_ che il nome reca appo i mistici di _Giorno_ e di _Notte_, _Middat iom umiddat lailà_. Or bene: quando di _Destra_ e _Sinistra_ favellava, io vi dissi allora che una pratica essenica da quel principio s’ingenerava, e di cui a luogo suo ne avrei tenuto proposito. Questo luogo è il presente, e la pratica essenica, onde si parla, ci offre nuova occasione di ammirare lo spirito e gli atti uniformi di due scuole che furon sin’oggi credute diverse, e che l’esperienza e l’esame intrapreso perpetuamente identifica. Quando Giuseppe ci parla del rispetto che gli Esseni avevano per la destra, quando dice che si astenevano dallo sputare da quel lato, fu nessuno che sospettasse le analogie bibliche e farisaiche? Delle prime non dirò, che troppo più lungi ci condurrebbero che non vorremmo. Ma come tacere delle altre? E se pure tacere volessi di quei tanti infiniti casi, in cui negli atti di religione la _destra_ vantò il primato, come tacere del caso in termini da Giuseppe accennato? Chè tale esiste veramente, e per perfetta medesimezza ammirabile nelle pratiche farisaiche. Pei dottori, pei Farisei lo sputare, specialmente nella preghiera, se è concesso di _dietro_, se è concesso a _sinistra_ non è concesso a _destra_; e il divieto più che non si crede antico muove non solo dai più _antichi Trattatisti_, quali sono _Maran_ e _Muram_, ma vanta esplicita menzione nel _Jeruscialmi_, che è quanto dire nel più antico dei due Talmud. Ma il rispetto alla destra non finiva con questo e Giuseppe stesso ce lo ammonisce. Reputavasi, ei dice, grande increanza porsi in mezzo o a destra dei lor maggiori. E quest’uso, perpetuatosi fino a noi, ha antica e manifesta sanzione nel Galateo dei dottori. Per essi, tre che vadan per via, in mezzo si ponga il maestro, a destra il maggiore, a sinistra il minore. E non solo il consiglio non potrebb’essere più perentorio, ma il titolo con cui infamano chi lo prevarichi, conferma, se è possibile, l’indole essenica di tal prescritto.—Chi procede, dicono altrove, a diritta del suo maestro, è Bur. Ora che cosa è Bur? Noi il chiedemmo altra volta, e la risposta ci venne eloquente da un frammento d’Abot.—È l’opposto di _Jerè ket_; e _Jerè ket_, e questo non meno ci fu fatto palese, è il primo grado che all’altro più eccelso mena di _Hassid_.
Ma le cose discorse finora debbono cedere il luogo a considerazioni di gran lunga più rilevanti. Il silenzio essenico, il silenzio imposto ai suoi membri come dovere sociale, è più che un uso, più che una consuetudine; e non poco ristetti dubbioso se tra le istituzioni meglio che fra le pratiche non avessi dovuto annoverarlo. Dovunque però collocare si voglia, non si potrebbe disconoscerne la importanza; basta ricordarsi ciò che disse Giuseppe. Quando Flavio, porgendo ai Pagani una imagine delle sètte ebraiche, diceva gli Esseni _i Pitagorici dell’Ebraismo_, diceva una breve parola: ma quanto eloquente! Noi abbiamo le mille volte veduta l’asserzione flaviana alla prova, noi la vediamo anch’oggi a proposito del _silenzio_, e sempre vera e sempre confermata dai fatti. L’istituto dei _Pitagorici_ è celebre per la virtù del silenzio comandata ai suoi membri, ed a niuno meglio, a parer mio, se ne addice la pratica, siccome quello che, a somiglianza delle consorterie sacerdotali antiche di Oriente e di Occidente, serbò sempre inalterate le fattezze ieratiche tradizionali, religiose per eccellenza, che in parte ma meno profonde si trasfusero nei sistemi susseguenti dei Platonici, e degli Stoici antichi e moderni. Ma se _Pitagorici_ erano gli Esseni, al dire di Giuseppe, _Pitagorici_, erano a detta sua, _dell’Ebraismo_, ed è in questo, ed è nelle viscere dell’Ebraismo, nella sua storia, nelle sue idee, nei suoi dottori che dobbiamo investigare le origini del lor _silenzio_, e tanto più imperiosamente a noi ne corre strettissimo l’obbligo, siccome quelli che abbiamo incessantemente proclamata la identità generale di Esseni e di Farisei, e quella specialissimamente di Esseni e di Cabbalisti.—La storia ebraica consta di tre grandi momenti—_Bibbia, Dottori esoterici e Cabbalisti_; ed è in tutti che noi dobbiamo cercare le segrete radici del _Silenzio_ dell’Essenato. La Bibbia è il tesoro del pensiero antico nazionale dell’Ebraismo, ed è appunto siccome tesoro che solo nelle parti più ascose, nelle segrete profondità della lingua, nei misteri della grammatica, nella genesi ideologica delle idee nazionali, che tu trovi, ardisco dire, tutta la successiva esplicazione della dogmatica ebraica, e come mi è avvenuto non poche volte di avvertire, anche i riti e le leggi tradizionali. Ora la lingua ebraica porge colla sola denominazione del _Silenzio_ una idea che si trova poi espressa, formulata nelle opere dei Rabbini; e cosa veramente ammirabile, senza che gli stessi Rabbini vadano minimamente consapevoli del possente ausilio; e nemmeno che sappiano lo affratellarsi delle due idee in seno al vocabolo sinonimo; prova, se altra fu mai, della ingenuità e schiettezza e autorità della parola tradizionale. Io potrei sin da ora additare il vocabolo in discorso, ed insieme scendere come si fa negli scavi scientifici al lume di una critica sagace nelle più profonde sue viscere; ma a costo di stancare la pazienza, ne differisco l’enunciazione sino a tanto che le cose che ho a dire ne facciano più innegabile, e il senso e le conseguenze che ne deduco.