Storia degli Esseni: Lezioni

Part 32

Chapter 323,386 wordsPublic domain

Ora una parola della _Preghiera_ Essenica ed avremo finito. Pregavano gli Esseni, dice Giuseppe, al sorger del sole, gli è quanto dire in quell’ora istessa in cui pregavano i _Vatichim del Talmud_, altro nome dei nostri Esseni, e di cui videro i dottori nostri cenno in quel verso che dice _Irauka im Sciamesc_. Non basta: Giuseppe ci porge nuovo riscontro colla preghiera dei dottori. Gli Esseni, ei dice, non parlano di alcun affare prima del sorger del sole. E i Farisei pure, e lo dicono e lo raccomandano e lo osservano. Per essi, non solo gli affari, ma il conversare, ma il saluto istesso è interdetto pria che il sole risorto e l’anima ridesta mandino il saluto alla eterna fonte di ogni salute: tanto che vi furono e vi sono tanti Esseni senza saperlo, che imbattutisi per via prima di orare in un amico, usano frase che non è saluto ma è preghiera. Ma ciò che l’animo non ardiva sperare, ciò che parrebbe superare ogni aspettazione, egli è la esistenza, la conservazione tuttavia nella Liturgia ortodossa di un _Inno_, di un _Canto_ superstite dell’Essenato. E pure di questi miracoli, ed altri maggiori, è capace la bella e feconda per quanto ardita erudizione germanica. Se uomo vi è capace di dar credito e faccia di verità ad una ipotesi egli è senza meno il _Nestore_ dei Rabbini tedeschi, il dotto e celebre Rapaport, gran Rabbino di Praga. Ora secondo il Rapaport vi è una preghiera tra quelle che si recitano nel sabato, che appartiene all’antica Liturgia degli Esseni; ed è quello un ordine alfabetico che incomincia _El adon_. Credo l’opinione del Rapaport assai verosimile, e ciò che vi parrà singolare, per quelle ragioni appunto che altri la osteggiò. E questi è un dotto e piissimo Rabbino Tedesco, tolto, non è molto, ai vivi, il _Zebi Tro Haiot_. Il Haiot nell’_Imrè Binà_ trova la congetura del Rapaport inverosimile, e per quella ragione appunto la credo tale, che dovuto avrebbe persuadergli il contrario. Egli trova nel _Fur_ una diversa lezione nella preghiera in discorso, trova che là ove leggiamo _Raà veitkin_, _vide e formò_, leggere si debba invece _raà veictin_, _vide e impicciolì_ la forma lunare; e siccome tale lezione si fonda sopra un’_Agadà_ del Talmud babilonico, ove si dice che la luna dicadde nella gerarchia degli astri, e di stella che era divenne satellite, egli crede che non si possa a buon diritto supporre nelle preghiere esseniche menzione di questa leggenda. Dico il vero, il raziocinio del Haiot, non dirò mi sorprese, sarebbe poco, mi empì di stupore. Possibile dissi fra me! Possibile che tanto abbia egli negletto ed obliato così scrivendo! che abbia obliato come alla perfine la lezione di cui favella non é la sola; ed ove l’altra, punto all’_Agadà_ allusiva, si addottasse, resterebbe la congettura del Rapaport incrollata! Possibile che abbia posto in oblio, come l’Agadà della _degradazione lunare_ sia eminentemente Cabbalistica: e come tale, e come uno dei punti più culminanti del Cabbalismo talmudico, sia portata in trionfo dai teosofi antichi e moderni. Possibile che non siasi ricordato come appunto la lezione da lui proposta prevalga tra essi alla lezione contraria; possibile che abbia posto in non cale un fatto momentosissimo, e che solo basterebbe a dar ragione a Rapaport; voglio dire la importanza conceduta, i lunghi ragionamenti, le speculazioni Cabbalistiche che fa il _Zoar_ su questa preghiera di EL ADON: è possibile infine come non abbia veduto che non altro essendo gli _Esseni_ che i Cabbalisti antichissimi, se vi è scuola a cui s’acconci la preghiera in discorso che possa dire altamente _vide e impicciolì_ ec.; eglino sono senza meno i nostri Esseni, a cui in verità e tanto meritamente l’attribuiva il rabbino di Praga. Ma se causa vi è di tanto oblio, ella è questa una: il non avere a bastanza il Haiot riconosciuto la identità da noi propugnata tra Esseni e Cabbalisti; l’aver trovato disdicevole ai primi ciò che avea trovato dicevolissimo ai secondi; e se il Haiot vivesse ancora, tanta era la sua pietà e la dottrina, che, oso dirlo, egli avrebbe plaudito ai nostri sforzi, e trovato avrebbe col Rapaport essenica per eccellenza la preghiera di _El adon_, perchè potuto non avrebbe negare essere la sua lezione per eccellenza cabbalistica.

LEZIONE TRENTESIMASECONDA.

I tempi, i sacrifizj, le preghiere dell’Essenato ci occuparono nelle passate Lezioni. Noi dobbiamo con passo misurato e rapido a un tempo procedere oltre; dobbiamo di quell’argomento favellare che più dappresso si attiene alle cose discorse; dobbiamo, a dir breve, ragionare delle _Feste_. E prima del Sabato Essenico, siccome quello che torna più di frequente e in cui più luminose spiccano le analogie farisaiche. E queste sono parecchie e di non lieve momento. È la prima quella che riguarda il _Muczè_. Che cosa è il Muczè? È quel divieto pel quale ogni uso e contatto eziandio ci è interdetto di quegli oggetti, che un officio adempiono proibito nel sabato.—Qual sarebbe a mo’ di esempio una vanga, una scure, delle legna, delle monete, divieto principalmente farisaico e tradizionale. E pure, gli Esseni il conobbero, e non solo conosciuto ma praticato era dal grande istituto, se stiamo a Giuseppe, il quale, con parole che più non si potrebbero esplicite, asserisce a dirittura non solo astenersi gli Esseni nel sabato da ogni opra servile, ma non osare _cambiar nemmeno un utensile di posto_, ch’è quanto dire il vero e preciso _Muczè_ farisaico. Ma le cose che seguono non solo offrono nuova conferma alla identità favorita, ma anche solo da questa traggono la sola luce e intelligenza possibile; tanto senza la tradizione nostra tornerebbero incomprensibile. Quando Giuseppe, dell’Essenico Riposo favellando, dice che da ogni necessità naturale si astenevano se non costretti, che cosa volle dire Giuseppe? Oso dire che le parole di Flavio riuscirebbero strane, ridicole eziandio, ove al contatto non siano poste della tradizione farisaica.—Ma poste di questa a riscontro, qual cambiamento! Non è dessa che l’uso interdiceva dei _purganti_ nel sabato ove pericolo non corrasi della salute? non è dessa, che alludendo ad uso allor comunissimo, proibiva eziandio quegli _emetici_ che non solo a ristoro della salute perduta, ma per istudio eziandio di crapula, d’intemperanza solevano prendere i _parassiti_ romani? Certo che è dessa, è la tradizione che di tali cose ragiona, ed essa pertanto ci offre quella sola intelligenza possibile all’uso essenico che ricorda Giuseppe.—Ma il terzo punto che concerne il sabato essenico, non meno degli altri eloquente depone in favor nostro. Se gli Esseni, come attesta Giuseppe, portavano abiti distinti nel sabato, se onoravano anche nella loro persona il riposo sabbatico, che segno è? Egli è segno che gli usi, che le pratiche, che le interpretazioni eziandio adottavano dei Farisei, perchè appunto egli è da una interpretazione a _Isaia_, che trassero i Dottori l’obbligo di recare vesti distinte particolari nel sabato.

Per le Feste, non è questa la prima volta, che ne udite parlare.—Quando cercavamo la derivazione essenica dagli antichi _Hasidim_, voi lo ricordate. Noi parlavamo di una festa Terapeutica in cui mille spiccavano analogie colla festa della _Scioabà_; e noi lasciavamo allora indeciso se, salvo il ceremoniale e il solennizzare che era senza dubbio conforme, la stessa festa, lo stesso giorno fosse dagli uni e dagli altri in modo così conforme solennizzato. Ciò che allora mi pareva dubbioso, mi sembra oggi, non so se a torto, indubitato. Io credo che salvo il Rito, e lo ripeto che era conforme, la Festa di cui parla Filone, quella non sia di cui parla il _Talmud_, non sia cioè la festa dell’autunno, la _Scioabà_, ma sia per contro la Festa delle _Settimane_ del Pane terreno e del Pane celeste, della terra e del cielo fecondi, la festa di _Sciabuot_. Io oso dire che se avessi dovuto scegliere a libito mio, qual festa tornar potesse più acconcia al mio sistema, quale più di ragione mi fornisse nelle mie congetture, io non avrei altra festa potuto scegliere se non questa. E pure non l’arbitrio mio, ma le autorità irrecusabili degli antichi ce lo attestano.

E non solo attesta, come dissi, che quella festa era la festa delle _Settimane_, ma due grandi insegnamenti eziandio ne somministra nell’esporne in primo luogo la teoria e in secondo luogo nel narrarne la pratica. La teoria! Io oso dire che non potrebbe essere più consentanea al vero spirito della Bibbia, e alle più famigerate teorie cabbalistiche. Quando Filone espone le Dottrine terapeutiche sulla festa del _Sciabuot_, ci pare l’eco fedele delle idee più frequenti e più proprie dello _Zoar_; ci pare, ciò che è veramente, che uno sia l’insegnamento, una l’origine, una la scuola. Quando Filone fa dire ai _Terapeuti_ il Sette numero santissimo, e quindi santissima la _Settima Settimana_ dopo l’èra nazionale della Pasqua, quando lor fa dire la _Settima Settimana_ casta e sempre vergine, dice cosa che inchiude un mondo d’idee cabbalistiche, che accenna in mille guise a quelle riposte dottrine, che riproduce in modo esattissimo, non solo i simboli e le espressioni più favorite, ma li produce in modo che più non si potrebbe opportuno. Perocchè egli è appunto intorno all’argomento del _Sciabuot_, che si accumulano, che si affollano nei libri teosofici le idee, i simboli uditi poc’anzi in nome dei Terapeuti, che tu odi, come udito abbiamo dagli Esseni preconizzare, glorificare il Settenario, e quello venerare nella Settima settimana, che ricorrono, come ricorsero appo gli Esseni, i nomi, gli appellativi per la Settima settimana di _casta_ e _vergine Bat Scebah_, _Betulat israel_; e che la festa del _Sciabuot_ tu odi come intendevamo or ora dagli Esseni, chiamata il Settenario Sacro e solenne nel Ciclo Annuale.

Ma io dissi che non solo la teoria, ma anche la pratica da Filone narrata non riuscisse meno preziosa pel nostro assunto. Io vorrei avere tra i miei uditori coloro che tolsero a testo delle loro declamazioni l’uso prevalso tra noi di vegliare la notte intera in letture, in meditazioni devote, la notte di _Pentecoste_, la notte, dice il _Zoar_, in cui la _Sposa s’apparecchia pel talamo nuziale_; vorrei che fosse tra gli altri il nostro venerando Luzzatto, e ch’egli, a cui niuno può far da maestro, vedesse quanto giova lo studio dell’Ebraismo _extrarabbinico_, qual’è a mo’ d’esempio la storia delle sètte, per la rivendicazione di certi veri che non prendono faccia di menzogna se non quando sono isolati da tutte le manifestazioni contemporanee dell’idea religiosa. Egli che nel suo recente _vicuah_ apriva la scena con un pio consesso, con una veglia religiosa per mostrarne, s’intende, la inanità e la fatale rovina col rovinare della base che è lo _Zoar_ che la preconizza; egli così schietto e disinteressato cultore del vero, venga e veda. Veda i Terapeuti, che noi abbiamo sempre predicato antenati dei Cabbalisti, darsi in quella sera istessa in cui si danno i loro tardi nipoti, non già a quelle letture, a quelle pratiche istesse, a quel programma inalterato che vediamo oggigiorno seguito, perchè chi questo esigesse, esigerebbe l’assurdo; ma darsi a _preci_, a _canti_; e poichè nel recinto del Tempio di Gerosolima i _Hasidim_ si davano pure alle danze, ed essi ancora i Terapeuti, come attesta Filone medesimo, intrecciare parole, e poi all’alba, come udiste altra volta, di nuovo orare, e tutta insomma quella notte trascorrere in offici che se non hanno la forma istessa dei tempi moderni, ne hanno lo spirito. E poi, potrò io tacerlo per timor di sorprendervi? potrei negare che quella danza istessa, che urta tanto gli abiti, le idee, i pregiudizj contratti, che vi sembra, me lo figuro, sfidare tutti gli sforzi che io spendo a trovarne le vestigia fra noi, è tuttora visibile in qualche parte di mondo, ove si voglia frugare per entro ai costumi dell’universal ebraismo. E perchè dovrò tacere ciò che io ho veduto? Perchè non dirvi non solo che l’uso di danzare in _Simhat torà_ è costume predominante tra gli Ebrei di Africa e di Oriente, ma che nella mia più tenera infanzia io stesso ne fui spettatore? E il santo e pio _Coribante_ era un dottore che Livorno vide prima opulente e generoso sino alla prodigalità, e poi povero e anche più generoso, che amai fanciullo, e stimai e rispettai giovinetto siccome quello che mi parve di cuore e mente nobili elevatissimi, e che, a rovescio del ritratto di Petrarca che disse _sotto biondi capei canuta mente_, conservò già vecchio la candida, la fervida poesia del cuore: egli dotto, ingenuo, facondo, civilissimo familiare in Londra de’ lord John Russel e del Duca di Cambridge, cultore anzi adoratore di ogni sapere, ma più adoratore della patria nostra antichissima che sospirò negli anni suoi tardi, dove trasse, stanco dei favori e dei disfavori della fortuna, e dove pochi giorni dopo il suo arrivo morì di morte repente, per un _bacio_ divino dicono sublimemente i dottori, _Mitat Nescicà_ il giorno stesso di _Sciabuot_ mentre compieva l’atto suo più favorito, mentre parlava. Ed ei danzava e nel suo privato oratorio con leggiadrissimo e piccolissimo Pentateuco alla mano, rinnovava la scena dei Terapeuti, ed io fanciullo stupefatto guardava, e poi risi, e più tardi pensai, ed ora intendo.—E voi pure, ne son sicuro, intendeste. Intendeste come la danza dei Hasidim _veossè Maasè_ nel tempio di Gerosolima, la danza dei Terapeuti che narra Filone, la danza del santo dottore che ora udiste, sia un atto solo ripetuto in luoghi e tempi diversi, l’espressione identica di un sol culto, di una sola scuola, che si chiama ora _Hasidim_, or Esseni, or Terapeuti, ora e proprio ora Cabbalisti sempre gli stessi e sempre diversi, sempre gli stessi nella sostanza, sempre diversi nella forma e nei nomi. E sopratutto intenderete il solenne insegnamento, ch’emerge dal soggetto principale del confronto presente, le veglie esseniche e cabbalistiche di _Sciabuot_ in pari modo osservate dalle due scuole tra i primi, tra gli Esseni in alta e incontestabile antichità, tra i secondi in tempi a noi più vicini, ma che posti coi primi al contatto ne formano seguito e anella indivisibili, osservate da entrambi per le stesse ragioni, espresse da entrambi cogli stessi simboli, trascorse da entrambi in atti religiosi se non al tutto conformi.

E ciò che vi parrà, ne sono certo, aperto contrassegno di verità è il linguaggio che tiene lo _Zoar_ a proposito delle veglie medesime. Non basta allo _Zoar_ datare le veglie in discorso da R. Simone e dai suoi colleghi, ciò che bastato sarebbe a un impostore. Lo _Zoar_ con uno sguardo retrospettivo, che non è comune troppo nelle sue pagine, ricorda tempi, uomini, esempj, più antichi come più antichi certo del _Ben Johai_ furono gli uomini, i tempi, gli esempj dell’_Essenato_, nei quali e pei quali le veglie in discorso erano già state introdotte in Israel. E con quali parole ricorda lo _Zoar_ quei tempi più antichi! Con frase che designa direttamente il grande Istituto, se le tante cose dette in queste lezioni sul vocabolo _Hasidim_ non furono invano. E se nol furono, come non credo, chi non sarà di dolce sorpresa assalito leggendo nello _Zoar_ di _Emor_ queste parole: _E per ciò i Hasidim antichissimi non dormivano in questa notte_: in cui la parola _Hasidim_ non comune nello _Zoar_ è acconcia propria speciale che nulla più all’epiteto _Cadmaè antichi_ che segue dappresso, essendo, come dissi più volte, il nome di _Hasid_ proprio ai _Cadmaè_ cioè agli antichi progenitori dei Zoaristi, agli Esseni e Terapeuti, anteriori certo allo _Zoar_ e allo stesso R. S. B. J. E non solo il passo citato favella dell’uso in discorso, ma la Prefazione eziandio dello _Zoar_ a pagina 8 diffusamente ne parla. Parla dell’uso come da lungo tempo introdotto, degli uomini che si davano opera, e che sono evidentemente non già i Farisei indistintamente, ma quella parte più eletta che si chiamano _habrajà dibnè ekalà deeallà_. Si parla di nozze, di tripudj nuziali e quindi l’idea risveglia di danze e di canti; si parla di paraninfi, della mistica sposa che sono i dottori rammemorati; si parla nei libri posteriori della recitazione del _Cantico dei Cantici_ mistico Epitalamio, e quindi sommamente consenziente alle idee preaccennate. Si parla di _Tebilà_ nel mattino seguente di _Sciabuot_, come abbiamo veduto i _Terapeuti_ di Filone dopo i riti notturni purificarsi con generale abluzione, e questo è notevolissimo riscontro come vedete. Infine uno dei punti delle pratiche stimate meno autorevoli dei Cabbalisti riesce così storicamente rivendicato.

LEZIONE TRENTESIMATERZA.

La prima parte della essenica vita, della essenica pratica, vuole essere qui terminata, la vita, la pratica religiosa.—Dopo i tempj, i sacrifizi, le preghiere studiate nella prima Lezione, dopo i sabati, le feste studiate nella successiva Lezione, vuolsi qui far menzione di due fatti che la storia degli Esseni ci ha tramandati, e che possono agevolmente in un fatto convertirsi. Riguardo al primo, l’essenico giuramento, non quello che lo iniziato pronunziava al suo ingresso, ma quello comune, ordinario, legale che si prestava innanzi ai giudici. Se stiamo a Giuseppe, gli Esseni reputavano spergiuro il giuramento istesso comunque veridico.—Giuseppe non si spiega di più, ma le analogie farisaiche, la legislazione ebraica del giuramento non solo spiegano, ma limitano e circoscrivono nei termini del vero, del verosimile l’asserzione di Giuseppe. Gli Esseni non possono avere considerato spergiuro quel sacramento prestato in modo legittimo _pro tribunali_, ed in quei casi, in cui non solo la legge il consente ma imperiosamente lo esige. Se questi pure avessero involto gli Esseni nella comune riprovazione, se detto avessero colpevole un atto chiarito da Moisè innocente, e talvolta altresì doveroso, potrebbero più dirsi veraci Ebrei, come pure lo erano eminentemente i nostri Esseni? potuto avrebbero al tempo stesso tributare quella venerazione stragrande all’uomo divinissimo che pur tributavano a segno, come dice Giuseppe, di proclamare sacrilego chiunque meno che reverente favellasse dell’uomo di Dio.—Che se la ragione, la storia, i fatti più ovvj escludono questa lata, assurda interpretazione di Flavio, che cosa resta nella sua asserzione? Nulla a parer mio che mai sia, non solo in grado sommo conciliabile colla legge e le tradizioni farisaiche, ma anche che da esse e solo da esse tragga luce ed intelligenza adequata. Restano i giuramenti insulsi comunque veridici, lo affermare con sacramento fatti notorj incontestati, di colonna marmorea, come dice il Talmud, che è di marmo, di fatti pubblici incontesi che sono avvenuti, e quella insomma molto diversa dal falso giuramento che reca il nome di vano ed insulso e si dice legalmente _Sebuat Sciav_. Ma questo stesso quanto non giova al nostro assunto! Se ricusato avessero gli Esseni la tradizione farisaica, se dello spirito dei dottori non fossero pieni, se una sola scuola non avessero con essi formato, avrebbero eglino col solo, col nudo testo alla mano, il giuratore insulso dichiarato spergiuro? Io ne dubito, e tanto più esiterei ad ammetterlo quanto più i testi sembrano favorire l’equivoco tra il _Sciav_ e il _Sceker_, e presentarle ambidue come identiche espressioni di un sol giuro. E se ogni altra prova mancasse, basterebbe questo fatto soltanto, basterebbe vedere la duplice versione del Decalogo servirsi sempre del vocabolo _Sciav_ nel quale non potrebbe non vedersi il vero spergiuro, il falso giuramento. Che se la sola tradizione, il solo farisaico può avere agli Esseni amministrata la legale nozione del giuramento insulso, che sarà poi ove nello stesso giuramento vero legittimo, necessario vedeste le due scuole porgersi amica la mano, e se i Farisei non disdicendo, come disdir non potevano, il giuramento legale, pure li vedeste ristringere nei limiti che più poterono angusti. Se ne circoscrissero l’applicazione, ed anco nei casi indispensabili lo infamarono? Vi è un luogo d’oro nel _Tanchumà_ ove il prescritto del Deuteronomio «_ad esso ti attaccherai e pel suo nome giurerai_» ove l’autorevole, il legittimo giuramento è a tali e tante condizioni subordinato, di morale, di religione, di virtù pellegrine, che pochi sarebbero coloro che nei secoli più perfetti ne sarebbero degni.

E sono quelle che precedono il verso citato, il _pel nome suo giurerai_.—Il timore di Dio nella sua più vasta e nobile significazione—il culto perfetto—l’attaccamento, l’amore in cui i dottori pongono il colmo della perfezione religiosa. Ecco secondo i dottori chi può impunemente subire del giuramento la prova. Ma oltre i limiti e la repugnanza nell’applicazione, oltre le condizioni di morale squisito imposte al giuramento,—i dottori nostri ai litiganti che invocavano in causa il giuramento, imposero il titolo infamante di _Resciaim_, _empj_, e non solo tali li dissero sui loro libri, nel loro foro interiore, ma legale e pubblica sanzione dierono a questo titolo ingiurioso nel fôro esteriore, e lo dierono quando statuirono tra le formalità del giudizio civile, che dopo avere il giudice colla solenne formola del _Scun_ o vuoi _Monitorio_, intimato alla coscienza del giurante le gravi pene dalla legge sancite, e la voce del Sinai minacciosa ripetuta ancor una volta al cospetto dei litiganti, che ove, dico, le parti insistessero nullaostante nelle loro pretese, che tutti ad una voce intuonassero i presenti quel verso con cui Mosè allontanava dalle tende ribelli turbe innocenti e: _Lungi_, dicessero, _lungi dalle tende di cotesti malvagi; nè vi appressate a cosa che loro spetti, affinchè involti non siate nel loro sterminio_, volendo alludere alla colpa presunta di ambo le parti, colpa d’insulso o di falso giuro, nel debitore, colpa d’irregolare procedimento e d’imprudente fiducia nel reclamante, e tutti e due causa più o meno colpevole della invisa e dolorosa necessità di giurare.