Storia degli Esseni: Lezioni

Part 26

Chapter 262,380 wordsPublic domain

Se questo ne fosse il luogo, non malagevole tornerebbe il mostrare quanto il Cabbalistico _Mazal_ si dilunghi da quello che comunemente s’appella _Destino_. E forse non andrebbe errato chi volesse trovare nell’antico _Fato_ dei Greci alcun che di consimile al _Mazal_ cabbalistico, non essendo, a quel che pare dalle antiche teogonie, destituito il greco di ogni intelligenza e volontà, e solo in tanto distinguendosi dalla folla degli Dei, che a differenza di essi siedeva il Fato in regioni ove le passioni e le lotte umane non giungevano a disturbarne gli impassibili e sovrani decreti. Quello ch’è certo si è, che il senso, la etimologia della parola Mazal bene dà a divedere a chi la intende quanto intimamente si connetta colla Dottrina dell’Emanazioni, null’altro a mirar bene significando che _influsso_, _emanazione_, o come dire vogliamo _discorrimento_.

Ma noi dobbiamo procedere oltre nell’esame degli essenici dogmi, e poichè dell’anima umana abbiamo preso in prima a discorrere, dopo avere stabilito quei rapporti che a Dio la congiungono, al dire degli Esseni, mestieri è pure che di quei rapporti pur noi si favelli che, secondo gli Esseni, al suo corpo istesso la congiungevano. E intorno a questo, Giuseppe e Filone son categorici. Per essi, o per dir meglio per gli Esseni di cui ci riferiscono le credenze, se l’anima al corpo si unisce egli è a suo malgrado, egli è, dicono essi, per una certa _invariabile attrattiva_ che la spinge a subire tutte le vicende della vita terrena insieme al corpo. Ora chi potrebbe negarlo? Chi potrebbe dire che non siano queste le idee, e i più ovvj insegnamenti dei Farisei? Non solo la Misnà, e la più popolare della intera compilazione, ne intima la verità del principio _al corhah attà nozar_, ma i Rabbini posteriori prendendo a svilupparne i dettati, siccome è loro stile, e drammatizzando la troppo austera semplicità del placito minico, dicono di un Angiolo che invita le anime a rinserrarsi nel femminil chiostro, nell’atto della concezione; dicono delle repulse, delle resistenze che l’anima gli oppone, siccome quella ch’è rifuggente dalle turpezze e infermità della carne; e dicono infine che agli inviti ed alle esortazioni succede la forza, un vero _compelle intrare_, ma intimato questa volta dal Dator della vita. E qui sarebbe il luogo, dopo le mostrate analogie col farisato, di far scendere in campo Platone e la sua scuola, da cui appunto s’intitola principalmente la discorsa teoria della unione forzata col corpo; e tra i Dottori e gli Esseni da una parte e Platone dall’altra, quei rapporti additarne che corrono forse speciosi e parventi meglio che profondi e reali. Ma di rammentare Platone un dotto rabbino olandese mi dispensa, l’antico Menascè ben Israel. Il quale nella dotta e pia sua opera, _Nismat Haïm_, non mancò di notare, versato qual egli era nelle filosofiche discipline, come la _Misnà_, come il _Medrass_, quello stesso insegnavano che aveva insegnato Platone quando dicevano che gli spiriti scendevano riluttanti a rinserrarsi nel corpo. Il _Menascè ben Israel_ avrebbe potuto aggiungere anche i Pitagorici, i quali, come avvertiva il Ritter nel primo volume della _Storia della filosofia_, precorsero a Platone in questo modo di concepire l’unione dell’anima col corpo. Se non che, come io dissi non ha guari, l’analogia tra Platone e gli Esseni e i Farisei è più apparente che reale; e se questo fosse il luogo di rilevare la distinzione profonda che divide le due Teorie, tanto più volentieri lo farei quanto più la Teoria platonica ci offre della vita terrena un concetto punitivo e sinistro, che non entrò giammai nei pensamenti dei Farisei e tanto meno dei Cabbalisti. Ma di queste cose ci basti qui lambire soltanto la superficie, dovendoci pel compito nostro interdire ogni benchè seducente digressione che troppo lungi ci meni dal subbietto in discorso.

Che se questi sono dell’anima i rapporti con Dio e quelli col corpo, in qual guisa ne compresero gli Esseni la natura e l’essenza? Distinsero, se bene m’appongo, la sua parte materiale da quella che dissero il _Noo_, ovvero intelletto. E la parte materiale dissero essere il sangue.—A queste parole chi non ricorda Mosè? Aveva pur egli stabilito, in termini che più non si potriano formali, l’_anima essere il sangue_. E non solo Mosè, che della immaterialità delle anime umane o si tace, o di oscuri accenni si accontenta; ma i Rabbini pur essi, che questa immaterialità riconobbero, dissero come Mosè l’_anima_, l’_anima del corpo_, il _principio vitale_, il _pneuma_, come oggi si direbbe, essere nel sangue; prova se altra fu mai concludente come a torto si vorrebbe intendere l’espressione mosaica com’escludente la immaterialità delle anime, dappoichè i Rabbini che a questa formalmente ossequiarono, non si astennero dall’usare la stessa espressione che Mosè aveva usato prima di loro. E non solo la riproduzione della frase mosaica n’esclude la interpretazione materialistica, ma quel senso ce ne offre più adeguato che i Dottori intesero nell’adoprarlo. Il quale si connette colla triplice divisione che fecero dell’anima i Dottori, i Cabbalisti; distinguendone tre gradi o tre parti, la prima che dissero _vegetativa_, l’altra _sensitiva_, la terza _intellettiva_. E la prima forse è quella che dissero parte materiale, e posero il suo seggio nel sangue. Ma non solo sentenziarono del principio di vita e del suo seggio, ma di questo seggio istesso, ma del sangue ancora dierono la teoria fisiologica. Il sangue pegli Esseni era composto di due elementi, di aria e di fuoco. Il quale principio non solo meglio si comprende al paragone dei sistemi medici agli Esseni contemporanei, ma se io troppo non oso, un senso tuttavia potrebbe avere anco nei sistemi dei giorni nostri. La storia della antica medicina, specialmente quella dottissima di _Giusto Hecker_ professore berlinese, ricorda sistemi pressochè agli Esseni contemporanei, che ammettevano nelle arterie circolante una specie di pneuma o spirito vitale, rispondendo con singolar disinvoltura a coloro che obbiettavano l’esperienza la quale mostra l’arteria ferita mandare sangue. Chi volesse poi in linguaggio moderno tradurre l’essenica dottrina, la combinazione di aria e di fuoco, potrebbe pensare alla _combustione_ ed all’_ematosi_, ambidue effetto della respirazione, la prima palesantesi nella emissione del _carbonio_, la seconda consistente nella ossigenazione, ch’è quanto dire nell’introduzione dell’ossigeno nella massa sanguigna.

Ma gli Esseni, noi lo abbiamo veduto, riponevano in un principio diverso la causa, l’origine del pensiero. Questo principio immateriale è chiamato da Filone il _Noo_ e talvolta _Pneuma_ o _spirito divino_, ed in mancanza di ragguagli più diretti della essenica nomenclatura dobbiamo contentarci delle indicazioni di Filone, che può avere, come dicemmo altravolta, rivestito di forme greche l’ebraico pensiero, ma che lo mantenne, così è lecito credere, immune di sensibile alterazione. Però non è sì che questa fedeltà _filoniana_ qualche volta non si smentisca, e che obbedendo forse alla necessità in cui era di far comprendere ed accettare dal mondo pagano le dottrine dell’ebraismo, non si valga talvolta di espressioni un po’ equivoche, testimone quando parla della natura dell’anima, quando dice le anime umane della stessa natura essere degli angioli; anzi quando null’altra differenza addita tra le une e gli altri, se non la discesa ed il soggiorno nel mondo dei corpi.—Per Filone può l’anima discendere ed abitare nei corpi una sol volta, può altre fiate ripetutamente vestire la forma carnale, può infine restare in eterno immune da ogni coabitazione e commercio coi corpi.—E in quest’ultimo caso, dice Filone, ei sono gli angioli, anzi e’ sono i genii di cui parlano i filosofi.—Se Filone intese parlare con filosofico rigore, egli ha torto nel senso dell’ebraismo. Il quale tanto profondamente distinse la natura dell’angelo da quella dell’uomo, che niuna più famosa disputazione narrano gli annali dell’ebraismo di quella che a proposito s’impegnava della preminenza dell’una e dell’altra. Nella quale i nomi più famigerati figurano non solo del Talmud e dei Medrascim, ma dei più celebri posteriori Dottori eziandio, quali furono, a mo’ d’esempio, _Rabbenu Saadia_, _Abenesra_, ed una schiera illustre di dottori cabbalisti. Ma quanto ad un tempo fedele e felice interprete ai Pagani non si mostra Filone delle antiche dottrine degli avi suoi, quando parla del soggiorno delle anime!—Udito avevano i Pagani i lor filosofi insegnare, avere le anime dei trapassati per abituale loro soggiorno l’atmosfera, o come allor si diceva l’aria intermedia; e basta leggere il Ritter e i cenni ivi contenuti sulle scuole antisocratiche, per vedere quanto comune fosse tra gli antichi questo pensiero sulla sede degli spiriti. Or bene che credete che faccia _Filone_? Egli traduce nel linguaggio del paganesimo ciò che aveva letto nella Bibbia, non già delle anime de’ giusti ma di quelle dei riprovati, ciò che disse _Abigaille_ accennando alle sorti eterne dei nemici di David, i quali dic’ella: _Andranno balestrati in qua e in là, come pietra nella balestra_, ciò che gli era giunto da Palestina qual eco della mitologia rabbinica, che ripone nell’aria intermedia gli spiriti che vi nuotano, dice il Talmud, in numero infinito; e per toccare di alcun che di più serio, ciò che aveva imparato nelle dottrine essenico-cabbalistiche, avere le anime residenza nella _sefirà_ che si chiama _Jesod_, e che per colmo di maraviglia, reca in quelle dottrine il nome di _Rakia_, di atmosfera, alla quale, dicono essi, alluse Mosè quando parlò _degli uccelli che volano per l’aria_ pei quali intesero le anime che hanno sede e radice nell’atmosfera divina cioè nel _Jesod_, come Dante chiamò l’angelo, nella Commedia, _divino uccello_. E siccome tutte queste cose aveva udito e imparato Filone, così quando scrivendo per i Pagani volle dire del seggio delle anime, dir volle in guisa che la terminologia convenzionale restasse intatta, che udito avea dai maestri di religione, in guisa che rispondesse alle idee che d’abantico avevano i Pagani addottato forse per un’equivocata interpretazione dell’antica simbologia patriarcale, e disse, come udito avete poco anzi, aver le anime seggio nell’atmosfera. Ma se i dotti intendevano per _rakia_, atmosfera, tutt’altro che l’aria che ne circonda, se intendevano la _matrice_, il _repositorio_ delle anime umane, anzi l’_anima universale_, il _Paramatma_ degli Indiani, la _Psiche_ di Platone, non è sì che il popolo non intendesse della vera e propria aria che ne circonda, non è sì che gli stessi cabbalisti segnatamente l’_Aari_ non dicesse di vedere le ascensioni e le discese degli spiriti umani nell’aere circostante, non è in somma che Filone non fosse interprete fedele, ancorchè alla lettera interpretato, delle credenze almeno popolari degli avi nostri.—Però eran tra i due popoli, tralle due mitologie una differenza essenziale. Pei Pagani era l’aere seggio delle anime indistintamente, fossero esse buone o ree uscite da questa vita. Pei nostri, per l’_Aari_, per i cabbalisti, egli è seggio soltanto di quegli spiriti che la sorte balestra errabondi e incerti negli spazzi infiniti, indegni del cielo per che non l’han meritato, indegni ancora dell’inferno e de’ demonj che vi soggiornano per che _troppa onoranza avrian d’elli_. Io vorrei che tutto comprendeste il poetico magistero dei teologi nostri ed insieme la profondità filosofica che vi si acchiude: prova, se pur altra ne occorresse, che la poesia non è che una filosofia potenziale e implicata, come la vera filosofia non è che poesia esplicita ed attuale, ed altra differenza non correndo tra esse se non quella che corre fra il pensiero intuitivo e il pensiero riflesso.—Chi non vedesse di questi pensieri e teorie cabbalistiche che la corteccia, chi non risalisse ai principj che dominano tutta la scienza, altro non si vedrebbe che vaghe sì e piacevoli finzioni in cui il cielo, l’aria e l’inferno sono designati qual triplice seggio delle anime beate, sospese, e di quelle penanti: ma per poco che si risalga ai principj, qual metamorfosi! Fra i quali, principio capitalissimo per l’ordine morale cosmologico, provvidenziale, egli è quello che ogni cosa terrena dice _copia_, _ombra_, _riflesso_ di una idea che vive eterna e sta nella mente divina, principio che ammette anteriore e superiore a questo mondo dei corpi, in Dio, cioè nell’assoluto, nell’infinito, un mondo ideale che è la parola interna di Dio, il _Logos endiatetos_ di Filone, il piano architettonico, il prototipo celeste, il disegno infinito anzi la verace realità, l’essere verace di cui le esistenze corporee non sono che ombre che si proiettano dalla mente di Dio, che figure che passano come le ombre degli astri che si proiettano nell’ecclisse come le vesti di cui parla il Salmista, che i rami estremi del grand’albero della creazione il quale ha le sue radici nell’intelletto divino nell’eterno esemplare, vero _Olam abbà_, vero _paradiso_, vera _beatitudine_. Ora, se rispetto al nostro pianeta, tre si distinguono principalissime regioni; se vi ha la regione celeste dimora degli astri; se vi ha l’aria intermedia, l’atmosfera che tramezza tra il cielo e la terra; se vi ha, come è provato in _Geologia_, un fuoco centrale, un centro incandescente che è il centro terreno perpetuamente in fusione, e se, ricordatelo bene, il mondo fisico è esemplato sul modello divino; se tutto ciò ch’esiste quaggiù ed ogni forma e relazione delle esistenze tra loro, ed ogni stato terreno risponde a uno stato celestiale supremo che lo ha generato, come l’originale crea la copia; se è vero che non è che il pensiero di Dio estrinsecato, come il pensiero di Dio non è che la creazione stessa mentalizzata; se è vero che la internità del Cosmo è l’idea di Dio, come la esternità dell’idea è il Cosmo, è la creazione; chi non vede la efficacia, la verità del simbolo, quando tolsero a significare lo stato dei Beati, il cielo o la regione suprema, lo stato dei sospesi, l’aria intermedia, e quello dei riprovati l’inferno, o come suona il vocabolo stesso, le regioni _infere_ ultime, fisicamente incandescenti, del nostro pianeta? Egli è questo uno dei simboli che dovrebbe piuttosto, secondo Gioberti, nomarsi _Tecmirio_, dappoichè fra il simbolo e la cosa simboleggiata non corre solo una relazione e similitudine arbitraria e puramente fantastica, ma una relazione intima, logica, soprasensibile, appunto come la relazione ch’esiste fra l’originale e il ritratto.

Noi abbiamo gran parte esaurito di ciò che concerne la psicologia degli Esseni, le credenze intorno l’anima umana, i suoi rapporti con Dio, quelli che ha col corpo che veste quaggiù, la sua essenza, la divisione delle sue forze, e infine il suo soggiorno. Io vorrei potere porre compimento a questa parte della Dogmatica degli Esseni, se non che l’ora breve mi fa protrarre ad altro giorno lo studio di altri due punti non meno interessanti, la _metempsicosi_ e la _resurrezione_, secondo gli Esseni. I nuovi studj non faranno che confermare l’antico nostro sistema d’identità _essenico-cabbalistica_. Noi udiremo, come abbiamo udito sinora, l’eco lontana delle dottrine cabbalistiche ripercuotersi a traverso dei secoli, e giungere sino a noi che eravamo sinora assuefatti al silenzio di quelle dottrine nei primi secoli dell’E. V. Quel sistema che pareva non esistere in quell’antichità, si mostrerà per organo degli Esseni non solo esistente, ma vivente e parlante, e tanto più andremo persuasi col _Frank_, con il _Munk_, col _Ritter_, coi dotti veramente nella questione imparziali, quanto antico sia quel sistema teologico nel nostro popolo.

LEZIONE VENTESIMASESTA.