Storia degli Esseni: Lezioni

Part 21

Chapter 213,403 wordsPublic domain

Ma nè queste nè altre simili inattese conferme da un obbligo ci dispensano imperiosissimo; dallo spiegare in qual modo il celibato, almeno parziale, si concilia colla identità dei due Istituti. E qui mestieri è di buon grado il concediate. Se ci volessimo di una semplice analogia accontentare, egli è gran tempo che sarìa stata da noi indicata; se ci bastasse il dimostrare che i Farisei se non ebbero il celibato, n’ebbero almanco lo spirito, n’ebbero almeno le lunghissime astinenze, n’ebbero almeno l’applicazione temporanea ai grandi stati, ai grandi momenti della vita religiosa; gli esempj altra volta da noi ricordati sorgerebbero all’uopo opportuni, ed il Farisato di nuovo ricondurrebbero tra le braccia dell’Essenato; sorgerebbero gl’Israeliti separati da lunga mano dalle loro donne nell’aspettazione di Dio rivelato; sorgerebbe Mosè sacratosi secondo i dottori a perpetuo celibato perchè la voce udì che gl’intimava _Rimanti con me_, e di cui bello indizio comecchè indiretto ci fornirà il gran fatto, che dopo i due figli avuti pria della sua vocazione, niuna altra prole di lui rammemorino le istorie. Sorgerebbe David, il quale al sacerdote di Nob ripugnante di ammetterlo alla mensa d’Iddio protesta _esso ed i suoi da parecchi giorni da ogni venere astinenti_. Sorgerebbe, lo che è più, una schiera di Dottori Talmudici dei quali si narrano le lunghe separazioni dalle donne loro, sino ai dodici, sino ai venti e più anni, per vivere della vita studiosa appo qualche famoso dottore lontano; nè tra questi sarìa da pretermettere Rabbi Achibà che un carattere particolare ci offre notabilissimo nello appartenere a quei quattro privilegiati che si dicono ammessi al _Pardès_; ch’è quanto dire iniziati alle più alte speculazioni di una recondita Teologia. E questo, ne converrete, sarìa già molto, e molto del còmpito nostro noi avremmo fornito. Ma se il sistema nostro è vero, se resiste a tutte le prove, dobbiamo volere di più: dobbiamo chieder una precisa e formale dispensa dal matrimonio, dobbiamo chiedere una precisa e formale sanzione del celibato: Non basta; dobbiamo chiedere, perchè sia congenere e quindi identificabile perfettamente coll’Essenico celibato, dobbiamo chiederla quale virtù ascetica, trascendentale, qual mezzo di superlativa perfezione religiosa, quale sacrifizio di ogni affetto carnale ad un affetto morale sopramondano. Parvi egli che io proceda meco stesso più che non s’addica indulgente? Parvi egli che più potrebbe esigere il più severo Aristarco? Parvi egli che se questo trovato avremo, avremo tutto trovato? Ebbene, noi lo abbiamo trovato; abbiamo il Talmud, e dopo di esso un lungo ordine di Trattatisti, i quali tutti, dopo avere tra i precetti di Dio annoverato il matrimonio, pure stabiliscono una eccezione, e questa eccezione è pegli _Asceti_, è pegli uomini che pongono ogni loro amore nella _Contemplazione_, per quelli, dice il Talmud, che lo esempio vogliono seguire di _Ben Azai_. Che nome è questo, e qual nuovo raggio di luce diffonde sull’argomento? Chi era Ben Azai? Il credereste! Era anch’esso uno dei quattro che sopra gli altari si dicono nel Talmud ausati a’ più eccelsi voli della speculazione teologica; era pur esso uno dei quattro che entrarono nel _Pardès_, ed esso, oh meraviglia! è Ben Azai, è il modello del celibato in bocca ai Dottori, ed egli stesso fu celibe, come celibe o quasi celibe fu Rabbi Achibà, come celibe fu Ben Zomà, se non erro, tutti componenti il gran consesso del Pardès. È egli a caso cotesto? È a caso che non solamente si trova il celibato autorizzato praticato nel Talmud, ma lo che è di gran lunga più importante, si trova appunto, si trova esclusivo in quel consesso, in quei Dottori che se antenati ebbero i Cabbalisti negli antichi tempi, sono dessi di certo? È egli a caso che lo stesso argomento che prova la presenza del celibato trai Farisei, prova egualmente la particolare affinità degli Esseni con quella parte di Farisei che furono precursori, progenitori della grande scuola di Cabbalisti, tanto che si può dire che lo argomento che a noi saria bastato, sorge di nuova luce rivestito che ne prova la verità e meglio e più urgentemente conclude di quello che chiedevamo? Io credo che uno dei migliori criterj di verità, per giudicare di un sistema sia appunto cotesto, quando cioè affaticandoti a solvere una repugnanza apparente, non solo il filo trovi che ti trae d’impaccio, ma quasi per mano ti riconduce a rivedere, a riconoscere, a ricostatare tutte le altre parti del visitato edifizio provando al tempo istesso il tutto colla parte e la parte col tutto, e intimamente armonizzando non solo colla idea in controversia, ma con tutti gli altri caratteri del tuo sistema.

Abbiamo veduto lo stato economico degli Esseni, la comunanza di beni, il loro stato, in parte coniugale in parte celibatario. Adesso dobbiamo più davvicino osservare la vita privata, le costumanze, le abitudini. E prima di ciò che riguarda il loro esteriore, la loro persona. Quali erano i loro abiti? Noi abbiamo di questo argomento toccato laddove della origine discorrevamo del nostro Istituto. Voi lo ricordate. Questi abiti non erano per tutti uniformi, e forse cercando di questa diversità la origine, la troverete per avventura in quel doppio ordine di Esseni che abbiamo veduto comporre il grande istituto _Pratici e Contemplativi_. Vestivano altri di ruvide pelli, secondo ne ammonisce Giuseppe nell’_Autobiografia_, altri poi procedevano ammantati di bianchissimi lini. Noi chiedevamo, voi lo rammentate, all’antichità ebraica, alla storia, al culto ebraico di questo duplice costume i precedenti. Vedevamo l’origine del primo nell’uso generalmente adottato dai profeti, e che n’era siccome pare il principal distintivo. Vedevamo l’origine, il modello dei _candidi lini_, in parecchi e venerande istituzioni in Israel; il vedevamo tra i sacerdoti che di bianco lino vestivano nell’interno del Tempio; il vedevamo tra i Leviti, tra i Nazirei, presso i quali un verso preziosissimo delle Lamentazioni ci attestava egual costumanza; il vedevamo nelle rappresentazioni degli esseri angelici quando i profeti ce li dipingono biancovestiti, quando in Daniel _l’antico dei giorni_ ci è presentato cuoperto di veste bianca qual neve; il vedevamo tra i Dottori, specialmente in uno tra essi celebratissimo R. _Iehudà Bar Ilhai_, del quale si narra che approssimandosi il sabbato indossava candida veste onde _non dissimile_, dice il Talmud, _appariva dagli Angeli_. Che sarà pure se lo epiteto intenderete, col quale questo santo Dottore vien designato? Certo non negherete che niuno più parlante modello da paragonarsi agli Esseni. L’epiteto di cui si parla egli è quello col quale, a senso nostro, si designava dai Dottori lo Istituto degli Esseni, l’epiteto di _Hassid_. E _Hassid_ è detto nel Talmud questo stesso Ribbi _Ieudà Ben Ilaì_ di cui vediamo la singolare conformità esteriore col costume degli Esseni. Fatto di gran rilievo ove specialmente si consideri che a detta del Talmud, ogni qual volta il nome, l’epiteto ricorre presso gli antichi, di _Hasid_, egli è di questo stesso Dottore di cui si è voluto parlare. Ma non è egli il solo di cui si narri il _bianco vestire_. I Dottori di Babilonia si distinguevano pei _candidi manti_; onde erano detti, perciò appunto _Malahè asciaret_, secondo avverte il Talmud in _Chiduscim_ ed in _Nedarim_. Ed oh quanto non torna all’uopo nostro significante la voce _Hassid_! Voi lo vedeste le mille volte come l’uso storico speciale che di questo vocabolo fecero gli antichi consuoni sempre coll’istituto degli Esseni, tanto che, ciò che i Dottori dissero, narrarono dei _Hassidim_, è vero alla lettera, dei grandi solitari. Ma non è perfino il nome stesso di Hassid che non acchiuda in seno una squisita convenienza coll’uso, col costume in discorso. Il senso suo cotanto vago, cotanto generale, pure talvolta si determina, si fissa, si circoscrive e l’idea ci offre bene chiara, bene specchiata di _candore_ e _bianchezza_. Ce l’offre quando è adoperato in senso di _onta_ siccome quella che in ebraico si dipinge col pallore e la _bianchezza del volto_; _Malbin_. Ce l’offre poi nel nome _Hassidà_ che il traduttore Arameo traslata a dirittura la _bianca_; _Havarità_ per il bianco colore delle sue penne.

Sono queste alcune linee di quel grande sistema d’identità che abbiamo cercato di dimostrare del continuo in queste Lezioni; ma la precipua sua forza sta nell’insieme, nell’armonia delle sue parti; in quel vicendevole connettersi, spiegarsi, completarsi, che fanno tutti i suoi elementi, ed in cui l’animo non può fare a meno di ammirare o uno strano capriccio del caso, o un titolo ed un carattere innegabile di evidenza.

LEZIONE VENTESIMA.

Dopo avere nella passata lezione descritto l’esteriore costume degli Esseni, le loro vesti ora candide quai sacerdoti, ora aspre e pelose quai solitari e profeti, diremo adesso degli usi loro, della pratica della vita privata. Grande era il conto che gli Esseni facevano della mensa comune, delle comuni imbandigioni. E nel farlo fedeli erano alle patrie idee, alle patrie tradizioni, e fedeli eziandio a’ più cospicui, a’ più religiosi istituti della pagana antichità. Delle prime faccia fede la Bibbia che ove avvenga chi di solenne banchetto faccia menzione, sempre un gran nome, un nome santo, gli conferisce, quello di sacrifizio,[82] faccian fede i dottori che a dirittura asseriscono, la mensa ove presiede la fede tenere degnamente le veci dello altare di Dio, e le imbandigioni il luogo tenere di sacrifizio espiatorio. Le quali idee comecchè leggansi nelle più autorevoli opere de’ prischi dottori, pure e forse per ciò stesso, consuonano a maraviglia colle teorie cabbalistiche; prova ad un tempo che tralle prime e le seconde anzichè divario, come altri presume, grandi invece ci corrono e sensibili affinità, e che gli Esseni anche per questo verso esprimono con mirabile fedeltà il genio non solo della scuola de’ Farisei, ma più specialmente di quelli che la età moderna distinse sotto il nome di Cabbalisti.

Dissi però di costumi, eziandio, di idee pagane da queste non dissimili de’ nostri Esseni. E qui potrei, le greche e le barbariche istorie invocando, far mostra di facile erudizione. Potrei citare e Persia e Atene e Sparta e le Repubbliche pressochè tutte di Grecia antica, ove i pranzi comuni, ora al grado si elevarono di pubblica, di sociale istituzione, ora, lo che è più, di religioso cerimoniale. Ma su queste e altre simili ricordanze trapasseremo per brevità. Solo dirò con Plutarco che la _mensa_ dice _rappresentazione e figura della Terra; l’una e l’altra di forma sferica concepite_. Ma Plutarco dice di più: egli aggiunge che perciò stesso, _Vesta_ da taluno _si appellava la mensa_, e Vesta era simbolo di _fuoco centrale_, dell’altare, della torre di fortezza, come altra volta vedemmo appellato esso fuoco centrale; e quindi al nome mirabilmente corrispondente di _Mizbeak_ che reca ne’ nostri libri la mensa, ed ambedue e _mensa_ ed _altare_ come tra i pagani così tra noi indicanti un unico principio. Tra i primi Vesta, il fuoco centrale, la vita del mondo, e tra noi l’Ente Metafisico che i Dottori chiamano _Malhut_, e che tutti i caratteri offre appunto or ora discorsi. Sono questi arbitrari accozzamenti o armonie spontaneamente prorompenti dal cuor del subbietto? Per ora ci basti il fatto enunciato, il concetto uniforme che della tavola formaronsi, e la Bibbia e i migliori tra i pagani, e gli Esseni, e i più eruditi scrittori del paganesimo quale Plutarco. Nè Plutarco è il solo. Cicerone prende a posta sua la parola, ed arguto quale egli esser suole in fatto di etimologia, accenna la superiorità del latino che _convivio_ chiama il banchetto quasi vivere insieme, sul greco che lo qualifica _simposio_ quasi bevere insieme. Ma che avrebbe Cicerone pensato se del nome ebraico avesse avuto contezza? Egli avrebbe certo trovato lo equivalente di simposio nell’ebraico nome di _mistè_, e quindi inferiore anch’esso al _convivio_ latino. Ma quanto più splendida qualificazione avrebbe egli ravvisato nel nobilissimo _Zebach_? Che se il primo ogni volgare accenna ed anche licenzioso banchetto, il secondo ai grandi, a’ solenni allude e religiosi convivj.

Nè quelli degli Esseni avrebbero questo nome demeritato. Non lo avrebbero pel silenzio profondo che durante il pranzo regnava d’intorno, e di cui celebre esempio ci offrono pur essi i Farisei, quando esigono in principio non doversi per ragione di igiene conversare mangiando; del qual divieto solo allora comprenderemo lo spirito che a memoria ci ridurremo l’attitudine che prendevano a quei tempi sui letti loro i commensali. Non lo avrebbe poi, aggiunge Filone, pei dottrinali trattenimenti che, conchiuso il pranzo, si intavolavano tra i commensali. Ma quanto non suonano preziose le frasi Filoniane, specialmente ove si badi alle circostanze a cui si accenna. Non solo ei dice che si proponeva a mensa una questione tratta da’ libri sacri; ma egli ne addita l’indole peculiare, ei dice quei discorsi _composti di allegorie sulle sacre scritture_. Nè di questo si accontenta Filone: ma trapassando al criterio generalissimo con cui dagli Esseni si procedeva nella interpretazione delle scritture, la _legge_ dice _considerano pur essi qual’Ente animato i cui precetti sono il corpo; e spirito e mente, le allegorie_. Abbiamo ben udito? Sono elleno coteste le espressioni testualissime di Filone? È egli questo il concetto che della scrittura formavansi Terapeuti ed Esseni? Che se così è, che cosa resta per identificarli a’ Teologi del Farisato, ai Cabbalisti? Non sono essi che lo esempio ci offrono continuo luminoso di dotti ragionamenti a tavola intrapresi? Non ne riboccano ad ogni pagina e Talmud e Medrascim ed il Zoar sopratutto? Che dico? Non sono eglino soli, soli i Cabbalisti gli autori, e propugnatori del gran principio esegetico dagli Esseni bandito, _la duplice natura della legge di Dio spirituale e corporea_? Non sono eglino appunto che all’animale somigliandola (nel 3º Volume del Zoar) i precetti dicono appunto come gli Esseni dicevano, _il corpo della legge_, e le allegorie, non meno com’essi ancora ne dicono, lo _spirito_?

Ma se la teoria degli uni a quella degli altri perfettamente risponde, ciò che aggiunge Filone, non pare, se ben si mira, di manco rilievo, e forse meglio che le grandi affinità varrà a stabilire tra i due istituti la medesimezza, siccome quello che poggia non già sopra certe somiglianze che possono essere effetti di cause congeneri, ma sopra alcune circostanze singole arbitrarie che rivelano una medesima provenienza. Egli è Filone che parla, Filone che dice come, conchiusa la sposizione allegorica quando trovata sia laudabile, ognuno applaude. E questa circostanza ove la troveremo? Nel Zoar se la cercherete, ove vedrete non una nè dieci, ma cento e mille volte seduti i dottori Cabbalisti al desco comune, lunghi e dotti tessere ragionamenti, i quali conchiusi, sono ora i baci fraterni che fanno fede del cuore appagato, ora certe frasi che tornano immancabilmente dopo ogni festeggiato discorso, e che suonano, a mo’ d’esempio: _Se la vita ci fosse stata solo, per questo udire, largita, già ne sarìa di avanzo_. «_Illù la atena leàlmà ella lemiscmagh dà, dai_.»

Nè i dotti ragionamenti nè gli applausi erano la sola parte che negli Essenici banchetti si dava alle lettere, si dava allo spirito. Eranvi altresì i canti, vi erano gli inni. I quali, dice Filone, coronavano gli Essenici _Agapi_ colle lodi di Dio, e colla memoria de’ suoi benefici. Questo inno era tal fiata opera personale del Patriarca, del Presidente; tal’altra era dettato di qualche antico poeta, perocchè i poeti, dice Filone, hannoci lasciato de’ versi metrici _spondei esametri_ ed inni che accompagnano le sacre danze. Dove sono gli inni a mensa cantati nell’antico Farisato? Il Talmud non li disconosce in verità, per quanto per la indole dell’opera stessa non troppo, se non isbaglio, ne son numerosi gli esempi.[83] Pure già ne è dato l’uso travederne sino da remotissimi tempi: che dico? sino da’ tempi profetici, sino nella Bibbia. La quale volendo dire come nell’ultimo nazionale esizio cessato sarebbe ogni tripudio, annunzia come non più a suon di canto, sarìa il vino ne’ conviti libato: d’onde traevano i dottori argomenti a interdirne l’uso dopo l’esilio. Pure la interdizione non è tale che l’uso non ti apparisca di quando in quando nell’istesso Talmud: testimone quel banchetto ove invitato Rab Hasdà a sciogliere giojoso un canto trista invece intonava e lugubre elegia. Ma questi, per quanto non ispregevoli esempj, poco sono, se gli Esseni sono non solo Farisei ma Farisei cabbalisti, se la identità di cui abbiamo finora discorso non è una favola.

Ebbene il Cabbalismo, i suoi usi, i suoi personaggi ne danno la più parlante, la più espressiva imagine della Essenica costumanza. Io non so se sbaglio, ma se il Talmud, se tutta la biblioteca rabbinica de’ primi secoli fa per avventura menzione di un poeta rabbino, di un poeta fariseo, questi è un solo, chiaro, celebre se volete, ma pure un solo. E questo unico poeta chi è egli? Egli è uno de’ più eminenti della teologia cabbalistica, egli è il _cervello_, la _mente_ della _scuola_, come Ribbi Abbà ne fu lo scriba, ne fu lo scrittore; egli è in una parola il figlio stesso del grande maestro, egli è Ribbi Eleazar figlio di Simone che fu, dice il Medrasc, _Carobì vetanoi upoeti_. E ciò che più monta, egli è che di questo officio, di questo carattere di poeta non fa fede il Zoar, parte interessata nella questione e monumento esautorato dagli anticabbalisti, ma fanno fede libri a niuno sospetti, di indubitata autenticità, di imparzialità manifesta. I quali lo dicono fregiato delle triplici doti, come vedemmo, di _Poeta, Oratore e Rapsoda tradizionale_ e il vogliono ancora _perito cantore_ e identico a Ribbi _Elleazar Hisinà_ per non parlare della tanta controvertita identità col poeta nostro, conosciuto più tardi sotto il nome di Callir o di Calliri, intorno al quale tanto dottamente s’affaticarono i nostri moderni eruditi. E questo è senza meno antichissimo e per ciò stesso concludentissimo esempio di analogia, Esseno-Farisaica ed Esseno-Cabbalistica. Ma quanto più prossimi e più comuni gli esempi se per poco scendiamo in ordine di tempo! Quanto illustre ce n’offrirebbe l’esempio dico di magnifiche poesie, parte più specialmente consacrate alla _mensa_, parte alla preghiera, alla liturgia, e tutte stupendamente improntate di una siffatta elevazione che rende a mille doppi mirabile il poetico magistero. Fra i primi non si potrebbe non menzionare il Loria _principe de’ moderni_ Cabbalisti, prodigio di speculativa fecondità, comecchè nulla abbia scritto ma tutto lo insegnamento suo abbia trasmesso oralmente. Che dico nulla scritto? Egli scrisse pure qualche cosa, e queste sono brevi e mistiche poesie dettate in linguaggio Arameo e destinate alla mensa sabbatica. Gli altri poi sono egualmente Cabbalisti ma scrittori esimj nella purissima favella della scrittura. Possiamo dire che se a ragione vi ha chi possa dire di aver generato la _mistica poesia ebraica_, la più bella che io conosca, ella è senza meno la Italia nostra. La quale se non avesse in questo genere dato la vita che a _Moise Zaccut_ di Venezia, avrebbe già un titolo glorioso alla riconoscenza de’ cultori della santa lingua. Bisogna leggere le poesie del Zaccut e persuadersene. Bisogna avere qualche sentore delle Dottrine cabbalistiche, bisogna avere anche il gusto dell’ebraica poesia, per ammirare il magistero stupendo, con cui concetti sublimissimi sono vestiti di forma non meno sublime, ed in cui non sai veramente discernere se più l’idea conferisce alla venustà della forma, o la squisita magnificenza di questa alla grandezza e nobiltà del concetto. A me poi la lettura di quelle poesie cabbalistiche dettate nel più puro idioma della scrittura produce un effetto singolarissimo. Mi pare che un grande abisso sia ricolmo, mi pare un grande intervallo superato, mi pare in un istante la distanza soppressa, che i Profeti divide da’ Dottori, da’ Dottori cabbalisti. E quando vedo quanto la forma profetica scritturale si attagli al concetto cabbalistico, quando vedo e l’uno e l’altro immensamente più belli, più grandi farsi al contatto, e quasi la parola biblica incarnarsi, immedesimarsi col concetto cabbalistico, allora la unità primitiva e della _parola_ e _dell’idea_ rivelata, la sintesi che ha preceduto l’analisi, la separazione sofistica, mi si rivela in una luce, in una evidenza intuitiva che non si potria la maggiore.

Ora di due altri punti che il sistema, che la forma e l’ordine concernono della tavola essenica. Questi due punti sono in primo, l’ora, e poi l’abito che a tavola indossavano. L’ora dicono gli storici era la sesta. Dopo avere, dicono essi, lavorato sino a 5 ore si bagnavano nell’acqua diaccia, e bagnati che erano si riunivano per il pasto. Entravano nell’aula ove cibavansi, con aria solenne, quasi fosse in un tempio; sedevano nel più profondo silenzio, e prima e dopo il pasto i sacerdoti pronunziavano una preghiera. Le parole udite sono pregne di allusioni, di reminiscenze, di analogie farisaiche; analogia l’ora al cibo assegnata; questa ora era pegli Esseni la 6ª e lo era egualmente pei Farisei; i quali, prescrivendo e determinando a ciascuno l’ora di sedere a mensa, assegnano a’ Farisei la 6ª ora del giorno, quella stessa che udiste sulle labbra di Filone particolare agli Esseni; analogia la lavanda, l’abluzione che gli Esseni praticavano nella sua forma più religiosa, _Tebilà_, e che i Farisei non imposero che nella sua forma più mite l’abluzione delle mani _Tebilat Iadaim_; analogia il concetto grande ed augusto che si formavano del refettorio al quale si accostavano come _ad un tempio_, consuonando in tal guisa col farisaico dettato che la tavola parificano all’altare, e il _carattere gli assegnano espiatorio che era proprio all’ara di Dio. Sciulkan scel Adam mechap per ghalav_. Analogia infine la benedizione che si dice pronunziata prima e dopo il convito, e di cui abbiamo continuo quotidiano l’esempio innanzi gli occhi.