Part 20
Voi lo udiste; udiste come non sia la sola versione che si ammise in Flavio. Si volle e per moltissimi e forse pei più autorevoli, che la frase di Flavio suoni diversamente cioè _nome degli angioli_. Io vorrei che poteste quanto è d’uopo misurare tutta la importanza di questa frase, che ricordaste come la esistenza, nei tempi di cui parliamo, di una scuola che professasse il culto di una recondita teologia, fu subbietto ed è tuttavia di lunghe, ostinate e dottissime controversie, e come in ultimo questa frase gettata nella bilancia non può non farla, a creder mio, inclinare dalla parte del vero, del diritto. Ma queste preziosissime circostanze basti lo avervi accennato. Noi dobbiamo solo domandare: Saremo noi così felici nel rinvenire di questo giuramento il riscontro nei Farisei, come non infelici fummo, se io non erro, nelle cose discorse? Troveremo noi l’obbligo tra i Farisei di conservare dottrine arcane e certi nomi di Dio venerati? Io non rifinerei giammai se qui dovessi tutto quello esporvi che ci porge di analogia il Talmud; e benchè di significato fecondissimo e di momento stragrande meglio che altri non crede, nonostante non riguardando da presso l’argomento presente, e potendo con un singolo esempio tutto ad un tempo provare, ogni altra talmudica citazione preteriremo.[80] E qual è questo esempio di cui favello? Egli è tratto da quel libro che nell’officio comparativo che abbiamo intrapreso non potremmo desiderarsi più concludente. Egli è il Zoar al volume 3º sul fine, ove oltre moltissime attinenze che è facile notare colla società degli Esseni, oltre il narrarvi di un libro di un Asseo per nome _Cattinà_, oltre il citarne le parole che a guisa di commento pare avesse dettato sull’ultimo canto di Moisè, oltre il riferirvi tutto quanto in quell’opera si prescriveva sui doveri del medico, oltre il rivendicarvi la legittimità dell’arte salutare contro i sofismi che in nome di una religione fatalistica ne proscriveva l’esercizio, oltre lo accoppiarvi nella stessa persona, mirabile a dirsi! la cura del corpo e la cura dell’anima, carattere precipuo distintivo della società degli Esseni, oltre il parlarvi di un medico o Assià celebratissimo che più si diceva operare guarigioni colla preghiera che non colle arti sue, qualità se altra fu mai convenientissima agli Esseni, oltre a tutto questo, ed è già molto e rilevante, si aggiunge: quel libro esser stato veduto, esaminato prima da un Nomade, da un Solitario. _Tajaha_ il quale redatolo dall’avo suo, dice tutte le dottrine mediche contenute fondarsi sui misteri della legge, prescriversi certi mezzi curativi che non sono precisamente nè umani nè scientifici; e poi lo stesso libro veduto, esaminato per ben dodici mesi da uno dei più celebri dottori Zoaristici, da R. Eleazar, che da quella lettura riportò, siccome egli narra, un senso di venerazione e terrore. Ma ciò che più davvicino riguarda l’argomento presente, la gelosa conservazione dei nomi degli angioli è il fatto, di cui depone il Zoar istesso.—Il contenervisi in quel libro registrato il nome degli angioli, l’aggiungersi da R. Eleazar, vero e scrupoloso Essena, che quei nomi non parevangli esattamente ordinati, cose tutte che rispondono pienamente a quello che vedemmo praticato presso gli Esseni.
Noi abbiamo esaurito il tema del Giuramento, abbiamo parte per parte esaminato questa specie di programma che ogni Essena dovea soscrivere e giurare al suo nascere all’Essenato, e lo esame intrapreso tornò, come dovea, a sempre maggior conferma di quella identità tra il Farisato Cabbalistico e gli Esseni, che fu costante argomento delle nostre dimostrazioni. Adesso un nuovo lavoro ci chiama, un nuovo esame; l’esame delle istituzioni organiche, fondamento del nostro istituto. _La comunicazione dei beni, il celibato, gli usi e la vita pratica del chiostro._ Ecco gli argomenti che ci occuperanno nelle successive lezioni.—Prove maggiori ci attendono, a me di studio, di indagini serie, a voi di cortesia sempre crescente. A chi valica un mar tempestoso nulla più vale a ispirargli coraggio che una voce amica, che un volto, un’espressione che gli auguri dalla riva propizie le aure.
LEZIONE DECIMOTTAVA.
Il sistema che abbiamo seguito nella esposizione della storia degli Esseni ha almeno il pregio, se io non erro, di essere naturale. Noi abbiamo quell’ordine esterno seguito che l’Essena seguiva nel passaggio che dalla vita faceva del mondo alla vita ascetica e contemplativa del chiostro. Passava dal mondo all’Essenato con un tirocinio di tre anni, e questo tirocinio studiato abbiamo sotto il nome di noviziato. Varcato così le soglie dell’istituto, un atto secondo e più intimo celebrava soscrivendo agli obblighi che lo attendevano nella vita claustrale, e questi obblighi e questo impegno abbiamo considerato sotto il nome di _giuramento_. Entrato così nel novero dei soci e tutti i doveri adempiendo, e che cosa dovrà formarne delle nostre ricerche subbietto? Certo, i doveri appunto che adempiva, le istituzioni a cui s’uniformava, le leggi che ne regolavano la vita. Ma in questa stessa disquisizione un qualch’ordine dobbiamo pure serbare. Dobbiamo da quelle istituzioni esordire, che prendevano lo iniziato al suo entrare; dobbiamo poi a quelle volgere la mente che lo iniziato accompagnavano, e che gli atti tutti informavano della sua vita sociale.
Una istituzione, singolare istituzione, attendeva lo Essena alla porta. Al suo giungere non solo i vizj, non solo l’errore doveva deporre, ma una mano invisibile lo spogliava di tutti i beni eziandio, e questi ora alla comunità appartenevano, all’erario sociale, ora in favore ai congiunti quasi per morte si rinunciavano: così Giuseppe nelle _Guerre giudaiche_. Ma lo Essena se di ogni presidio terreno si spogliava, ci trovava nella società una madre la quale per mezzo di socj a questi uffici preposti, e che la storia rammenta sotto il nome di _Economi_, provvedeva incessante agli abiti, al vitto, ai bisogni dei figli. E questa istituzione si dice _Comunanza di beni_. Furono in questo senza predecessori gli Esseni? Non ebbero modelli, esemplari tra il fiore dei Pagani, nelle patrie ricordanze e nei Dottori contemporanei? Vediamo gli uni e gli altri. I Pagani! Chi potrebbe dimenticarlo?—Chi potrebbe porre in oblio a questo proposito i _Pitagorici_? I quali oltre le altre moltissime analogie, in parte vedute e che in parte vedremo ancora colla società degli Esseni, questo pure parlantissimo riscontro porgevano col nostro istituto nella _Comunanza di beni_. Il Ritter, I, 299, crede che la comunità dei beni sia piuttosto dei moderni Pitagorici che degli antichi; ad ogni modo non nega l’istituzione. Ed ai Pitagorici somigliavagli pure il nostro grande correligionario Flavio Giuseppe quando ai suoi lettori pagani voleva porgere un termine di comparazione coi suoi cari solitarj.—Che Flavio Giuseppe non a torto, così sentenziando, si apponesse, abbiamo veduto altre volte e vediamo oggi non meno; ma forse altro meno atteso resultamento racchiudesi nel citato ravvicinamento, se gli Esseni sono ragionevolmente posti a fianco dei Pitagorici, se il carattere e le istituzioni hanno comuni indivisi. Se i Pitagorici, a confessione di valentissimi autori, hanno comuni le fattezze coi cabbalisti, chi non vede per nuova via accostarsi, abbracciarsi, confondersi in uno _Cabbalisti ed Esseni_? Se è vero in matematica che due quantità uguali a una terza sono uguali fra loro, chi non vede la verità di questo altro ragionamento? Esseni e Cabbalisti sono eguali a Pitagorici—dunque Esseni e Cabbalisti sono eguali fra loro—sono sopra un tipo stesso, un’idea sola improntati?
Il Paganesimo, noi lo abbiamo veduto, ci ha dato i Pitagorici quale ordine, quale istituzione affine alla società degli Esseni. Che cosa ci darà l’Ebraismo, la storia dell’Ebraismo? Voi lo sapete; parliamo qui di una linea sola della fisonomia degli Esseni, della comunanza dei beni, del voto di povertà. E dove meglio potrìa questa istituzione ravvisarsi che trai Leviti ed i Sacerdoti? Sacerdoti e Leviti secondo le leggi mosaiche nulla possedevano.—Sola fra tutte, la tribù di Levi fu di ogni retaggio in terra santa destituita, sola fra tutte vivea del Tempio e dei proventi del Tempio, sola fra tutte avea per ogni _avere sortito l’Eterno, la sua Dottrina, il suo Culto_. E questa è visibilissima attinenza tra Esseni e Leviti. Ma non è sola, voi lo ricordate. Quando parlavamo dell’astinenza dal vino, quando degli abiti, dei candidi pannilini, quando degli studj e della vita contemplativa, ei furono sempre i Leviti che tutti questi caratteri ci offrirono comuni agli Esseni. A questi caratteri un nuovo dobbiamo aggiungere, e questo è il voto di povertà, la comunanza dei beni. I Leviti appartengono alla biblica antichità e quindi recano i caratteri ed il genio essenico nelle epoche più vetuste di nostra esistenza. Sono soli i Leviti in quel periodo di nostra storia a offrire cogli Esseni questa nuova similitudine? Sarebbe errore il crederlo, riflettendo ai Recabiti dei quali parecchie cose udiste per lo passato. Certo spero non avrete dimenticato come nelle espressioni di Geremia io vi facessi osservare una frase la quale altro senso non può avere che il voto di povertà, che la comunanza di beni. Così prima Leviti e Sacerdoti e poi i Recabiti di Geremia preludono, come in altri infiniti anco in questo carattere, alla società degli Esseni.
Ma l’Ebraismo, voi lo sapete, ha due ère, due grandi, e come oggi si dice, organici periodi; Bibbia e Talmud, Profeti e Dottori, ispirazione e scienza, parola scritta e parola parlata. Abbiamo veduto della comunanza di beni gli avvisi nell’epoca prima; vediamone adesso i segni, il passaggio nella seconda. Questi segni e queste vestigia di due constano principalissimi ordini: idee e fatti, teorie ed esempj, principj e pratica applicazione. Si trova la povertà insegnata in principio, si trova poi in fatto applicata, esercitata. La povertà proclamata in principio, e questo è già molto; ma assai più sarà, se non sbaglio, quando vedremo a chi riferita, quando vedremo qual portano nome i suoi professori. Io ebbi parecchie volte occasione di ripeterlo, l’ho secondo me innalzato al grado di fatto presso che dimostrato. Il nome con cui pei rabbini si distingue l’Essena è quello di Kassid, e riandando tutte le prove da me in mezzo recate, troppo più oltre la bisogna procederebbe che non fa di mestieri. Questo per certo riteniamo, come l’abbiamo ad esuberanza provato, che il nome Hasid è sinonimo in bocca dei Dottori a quello che Giuseppe Flavio ci trasmise di Essena e Terapeuta.
Or che sarà se oltre i contrassegni infallibili onde questi nomi per noi si confusero, s’identificarono, questo pur esso si aggiungesse della comunanza dei beni? che sarà se oltre le condizioni tutte che abbiamo veduto comporre la personalità del _Hasid_, quello pur esso udissimo annoverarsi della povertà volontaria? E pure oso dirlo, nulla di più ovvio, dirò anche, di più ripetuto. E la parte più popolare del testo Misnico, e il trattato più accessibile, più conosciuto, più recitato di tutta la vasta raccolta, è quello che ricorre eziandio sulle labbra dei parvoli, che prezioso ne acchiude e perentorio insegnamento. E pure non si comprese; e pure tanto può di luce ed evidenza diffondere uno storico ravvicinamento. E pure era tanto facile comprenderlo quando si fosse agli Esseni pensato, quando si lesse nel Testo: _Colui che dice il mio è tuo, il tuo è tuo_, egli è _Hasid_; vi fu nessuno che dubitasse che sì dicendo si alludesse ad alcun che di storico, di reale, di organico istituto? Quando si lesse ivi stesso per contrapposto: _Colui che dice il mio è tuo e il tuo è mio_; vi fu nessuno che pensasse a quei famosi progetti che dopo Platone e Licurgo correvano per il mondo di repubbliche, di città socialistiche; chi esaminasse se in questa frase approvato o riprovato fosse il sistema dai nostri dottori? Certo ch’io mi sappia, nessuno: e se qui il luogo fosse di trattarne per disteso, quanto non riescirebbe interessante l’ultimo di tai raffronti eziandio? Platone, Licurgo, Fourier, Saint-Simon, Blanqui, Owen, giudicati dai dotti Ebrei non sarebbe tema di piccol momento senza dubbio. Ma di questo si taccia per lo migliore. Solo ci piace insistere sulla prima parte del testo Misnico, su quel rinunciamento a cui s’allude dei proprj beni in favore dei poveri. Strana, insulsa, parassita allusione ove un fatto non vi fosse stato contemporaneo a cui si riferisse, quando si fosse di una virtù favellato che nessuno praticava, quando si fosse voluto soltanto un ideale tratteggiare a cui niuno si fosse accostato, quando a fianco delle altre tre classi reali, esistenti, positive, si fosse una quarta accompagnata che condannata fosse stata a rimanere esclusivamente teorica.
Ma noi dobbiamo mostrarla questa virtù in azione, dobbiamo passare nel dominio dei fatti, dobbiamo toccare degli uomini, degli atti, delle circostanze che di questa essenica istituzione ci offrono in numero infinito ad esempio i dottori, e così avremo le due grandi parti della storia ebraica poste a contributo. E prima un tratto caratteristico che si legge in _Cammâ_. Si narra d’un uomo, che le pietre che la casa ingombravangli, andava rotolando sulla pubblica via. Chi passa, direste, in quel mentre? Passa, dice il Talmud, un _Hasid_, ch’è quanto dire tale che il titolo stesso recava che noi abbiamo altravolta ad esuberanza provato, proprio propriissimo degli Esseni, e con mal piglio apostrofandolo si narra che così gli dicesse, o _Raca_, o Sciocco! _per che le pietre sgombri dal dominio nostro per gettarle nel tuo verace dominio_? Voi lo udiste. Egli il hasid chiama suo dominio il dominio comune, la via pubblica, la proprietà comunale; egli chiama invece dominio non suo la casa, la propria dimora, la privata proprietà, in quella guisa a un dipresso che quel poderoso intelletto di Proudhon difiniva un _furto_ la proprietà. _La propriété c’est le vol_, e spiegava il _Lo tignob_ del Dicalogo come se dicesse piuttosto _non possedere_. Chi avrebbe pari linguaggio tenuto se non un Essena, ch’è quanto dire appunto un Hasid, uno di quei cotali che sotto questo medesimo nome di Hasid ci palesarono in mille incentivi la società degli Esseni? Ma gli esempj non scarseggiano, che anzi ve ne sono di avanzo. Fra gli antichi un Monobaze principe degli Adiabeni, che si dice avere i suoi averi ai poveri distribuito, e Monobaze era, curiosissimo a dirsi! figlio di quella _Elena_ regina degli Adiabeni che noi, favellando altra volta del Nazirato, trovammo affiliata all’ordine dei Nazirei,[81] che è quanto dire, quell’ordine che tante e sì parlanti analogie vedemmo offrire colla società degli Esseni; alla quale il figlio suo Menobaze avrebbe in quella guisa aderito che i principi e monarchi aderiscono alle più illustri consorterie del loro Stato. E qui pure un _Ribbi Isbab_ di cui si dice essersi di ogni avere spogliato in favore dei poveri; qui Ribbi Iohanan che traendo da Tiberiade alla vicina _Zippori_ e giunto presso un campo, voltosi al suo compagno di viaggio, _questo_, disse, _era mio e lo sarebbe tuttora se non avessi ad esso preferita la vita studiosa, contemplativa_. E qui un fatto, un gran fatto che solo dalla storia dell’Essenato, delle sue istituzioni, del suo voto di povertà, può ricevere lume adeguato, ed aspetto di verosimile, voglio dire la manìa che invase, l’andazzo, il trasporto generale ai primi albori del cristianesimo, di togliersi indosso il grave giogo di povertà, ed eleggersi volontaria indigenza; che dico? il genio stesso, le parole formali dell’autore del nuovo culto quando diceva: _più agevole il passare di un elefante per la cruna d’un ago che un ricco varcare le soglie del cielo_. Quando alle turbe di seguirlo desiose, imponeva dicendo: _Dividete tutto il vostro ai poverelli e seguitatemi_; quando _gli ultimi_ diceva _dovere essere i primi nel regno dei Cieli_; ed altre infinite somiglianti sentenze che tutte, consuonano coi principj dello Essenato allora in fiore.
Potremo dubitarne? Potremo dire che il Cristianesimo, che il suo autore non abbia volgarizzato le teorie ed i precetti del grande istituto? Potremo appuntare coloro di errore che colsero tanti strettissimi legami fra le due sette? Potremo dire che non bene si apponesse un poeta francese, non ha guari tolto alla patria, quando il fondatore del Cristianesimo chiamava recisamente _un philosophe Essénien_? Certo che non potremo, se punto ci cale della verità; ma tutti intenti nello spettacolo di sì gran filiazione, diremo ai grandi fondatori del nuovo culto, ai figli un poco degeneri degli Esseni, ai nipoti un poco ingrati dei Farisei, ciò che Dante disse dei grandi ingegni, _che vostra arte a Dio quasi è nepote_.
LEZIONE DECIMANONA.
Se la comunanza dei beni fu propria istituzione della società degli Esseni, come veduto abbiamo nella passata lezione, non meno tralle altre distinta procedeva, per un altro suo particolare istituto, _il celibato_. Il celibato fu ed è tuttavia fama avere appartenuto, come ad altri, così a quello antichissimo istituto eziandio, e gli appartenne in verità, purchè si voglia in questa sentenza procedere colle debite distinzioni. Che il celibato praticassero una parte, la più ascetica delli Esseni, nessuno negò, anzi formalmente asserironlo tutti quelli che degli Esseni presero a trattare da Giuseppe sino ai nostri giorni. Ma quanto a partito s’ingannerebbe chi volesse a questa regola astretti tutti quanti gli Esseni! Vi confesso il vero, giovani miei, quando le prime, le più superficiali nozioni acquistando del grande istituto, mi venne fatto di leggere questa regola severissima; quando pensai tutti dover gli Esseni rigorosamente conformarvisi; un dubbio mi assalì, e dissi fra me: che sarà del mio elaborato sistema, dei raffronti perpetui dei Farisei, della strettissima parentela, anzi della perfetta identità tra i due Sodalizj, se il celibato fu invero proprio costitutivo elemento di quello istituto? In qual guisa gli Esseni identificare con quei Dottori, che levavano al cielo il matrimonio, che il gridavano mezzo, condizione di spirituale eccellenza? Ed allora un certo scoramento mi prese, e dubitai un istante della bontà del sistema. Ma quanto ingiustamente! La contradizione che si parava gigante a traversarmi la via, veduta più davvicino, meglio studiata, meglio analizzata, simile ai giganti che vide l’Eroe della Mancia, si convertiva in mulini. E per due ragioni e per due diversi lati deponeva lo scoramento, e quello immenso intervallo che pareva il celibato frapporre tra le due sette sorelle, era in parte da ognuna di esse superato e ricolmo. Farisei ed Esseni che il celibato faceva così discrepanti si porgevano da lungi una mano fraterna, e muovendo ognuno verso dell’altro fornivano una parte di quella distanza che dividevali. Si accostavano gli Esseni ai Farisei togliendo al celibato quel carattere organico, fondamentale che parevagli attribuito, nè i Farisei meno davvicino agli Esseni si appressavano, parecchi e grandi e autorevoli esempj porgendosi non solo di celibato fortuito, involontario, ma di celibato studiatamente voluto, e amato e osservato; e qual grado eminentissimo reputato di spirituale perfezione. Ma parlino i fatti più di me eloquenti. Parli Giuseppe che la preziosa distinzione stabilisce tra Esseni ed Esseni, tra quelli che al celibato si attenevano, e quelli che, comunque veracissimi Esseni, non pertanto non solo il celibato non professarono, ma il matrimonio ad esso preponevano per molti rispetti. _Havvi_, dice Giuseppe, _altra specie di Esseni che convengono coi primi, nell’uso degli stessi cibi, negli stessi costumi e nelle stesse leggi, e in nulla ne differivano_, notate preziosissime parole, _tranne perciò che riguarda il matrimonio, a cui il rinunciare stimano quanto estinguere dalla faccia del mondo la specie umana_. E questo è il punto in cui Esseni al centro farisaico convengono. Ma Esseni, voi direte, vi furono nonostante i quali il celibato praticarono ed a regola parziale sì, ma pure venerata eressero del loro istituto. Nè io lo nego, nè il potrei. Lo attesta Giuseppe, come vi dissi; lo attesta Filone pei suoi _Terapeuti_, e lo attestano infine i due pagani Plinio e Solino. Ma quanto lo stesso attestato di questi due ultimi, che pure sembra osteggiarne, non reca un’aspettata conferma al nostro sistema! Quale è questo sistema? Voi lo sapete; l’identità suprema tra Esseni e Farisei. Ma chi erano i Farisei e qual concetto di sè porgevano al mondo pagano? Certo di quelli che la immensa maggioranza rappresentavano della nazione, il fondo a così dire della Ebraica società, il popolo vero, il popolo Ebreo. Udite ora le parole di Plinio. Egli non rifinisce dallo stupirsi, egli celebra quale inaudita meraviglia che una nazione per secoli e secoli si perpetui, nella quale, per dirla colle sue parole stesse, _non nasce nessuno_. Che cosa vi dicono queste parole di Plinio? Certo che un attestato vi porgono rilevantissimo, come altra volta vi feci osservare, della rispettabile antichità dello Essenico istituto, e come stranamente siano andati errati coloro che circa a quel torno gli assegnarono il nascimento, mentre Plinio favella di secoli e secoli. Ma non vi pare che le parole citate confermino la propugnata identità? Vi par egli che Plinio avrebbe così favellato, che avrebbe ad una setta, e scarsissima di numero, il pomposo nome assegnato di popolo e nazione; vi par egli che del suo perpetuarsi avrebbe fatto le meraviglie, se gli Esseni come i Sadducei fossero uno scisma, un membro putrido e divelto, anzichè il fiore e la eletta della nazione? se nel concetto di Plinio e Solino, Essenato ed Ebraismo farisaico non fosse tutt’uno? Vi par egli che luogo vi fosse a gridare _mirabilia_ pel durare, comunque lunghissimo, di uno Istituto ove, s’egli è vero che niuno nasceva corporalmente, pure moltissimi erano i nascenti per le vie di affiliazione e di noviziato? Se d’altra parte Essenato ed Ebraismo non fossero stati nel concetto di Plinio una sola cosa, e se il suo errore da questo appunto provenuto non fosse, dalla naturale identità tra gli Esseni, espressione più alta dell’Ebraismo Farisaico, e lo istesso Farisaico Ebraismo?