Part 2
Egli è perciò, o signori, che prima meta ci proporremo nelle nostre ricerche il nome di _Esseni_. Stabilita di questo nome la definizione, discorreremo delle _origini_ dell’Essenato; cercheremo di stabilire una data almeno approssimativa del suo nascimento, di additare le fasi più cospicue della sua esistenza, di seguirne le vestigia più o meno sensibili pel corso dei secoli. Determinata degli Esseni la _origine_ e la _Istoria_, parleremo delle loro _istituzioni_ e di tutto quello che queste concerne, delle _leggi_ loro costitutive, della loro organizzazione, del loro genio, delle lor costumanze, insomma, o signori, della loro vita sociale.—Dopo la vita sociale, altra vita non meno della prima preziosa, sarà subbietto delle indagini nostre; voglio dire, o signori, la loro vita intellettuale; le loro _credenze_, i loro _dogmi_, i loro _principj_. Qui è, o signori, ove meno pienamente potremo appagare la nostra sete di cognizioni; qui è ove una grande lacuna romperà in gran parte il filo coerente della nostra esposizione; qui è dove chiaro apparirà negli effetti quel sistema prediletto agli Esseni di sottrarre agli sguardi curiosi parte almeno delle dottrine più riservate. Qui è ove noi, giunti alla soglia del tempio, dovremo se non indietreggiare sconfortati, certo non più che pochi e timorosi passi avanzare nel recinto del Santo, e solo, a così dire, di sbieco gettare di tratto in tratto qualche sguardo furtivo per entro alla cortina, che la piena ed intera fruizione ci contende degli inviolati misteri. Esaurito, o signori, il Dogma, narrata quanto meglio si può la vita intellettuale degli Esseni, quella prenderemo a descrivere che pratica o, come dire vogliate, _rituale_ si appella, ove i riti, la forma del loro culto, il numero, l’indole delle loro osservanze tutte, l’esercizio pratico delle loro credenze, tutti in bell’ordine ci si offriranno dinanzi schierati. Noi avremo allora tutta intera ricostituita la personalità degli Esseni.—_Esistenza_, _Pensiero_, _Azione_, tre sommi indivisibili elementi di ogni Ente morale, che nella _Origine_, nel _Dogma_ e nel _Culto_, ogni volta si convertono che di Setta o religioso Sodalizio è discorso.
Per ora, o signori, del nome degli Esseni.—Una falange di dotti si contenderà la gloria di averne l’appellazione decifrata. Voi ascoltateli con quella riverenza che si deve all’ingegno, e col rispetto che esigono le loro fatiche spese a restaurare una gloria che a voi, giovani israeliti, più che ad ogni altro appartiene. A noi, il falso dal vero discernere, a noi raccorre gli elementi del vero disseminati talvolta per entro i falsi sistemi; a noi il rintracciare in tanta distanza, in tanto pugnare di ostili pareri, il primitivo e genuino senso del vocabolo _Esseni_.—E dove a noi il cielo arrida propizio, potrò dir di me stesso, come per Laura il Petrarca:
Forse avverrà che il bel nome gentile Consacrerò con questa stanca penna.
LEZIONE SECONDA.
Vi promisi, o signori, che subbietto della presente conferenza saria stato la origine, il significato di questo nome di _Esseni_, di quel nome col quale venne la scuola presente invariabilmente contraddistinta. Aggiunsi, o signori, che molte sono, che sono discordi le congetture che di questo nome furono in tutti i tempi proposte. Io vengo ad adempire la mia promessa, vengo a schierarvi in bell’ordine innanzi le moltissime congetture che nella presente disquisizione il primato contendonsi.—Uomini celebri ci hanno trasmesso delle loro meditazioni il portato; nomi cari e venerati alla scienza non esitarono disputare lungamente intorno l’origine di questo vocabolo. Saremo noi rispetto ad essi più avari di attenzione, di quello ch’essi il furono verso di noi di lucubrazioni e di veglie? Io dico, o signori, per voi che nol saremo.—Levino, dunque, la voce e ci dicano dei loro studi il portato. Ci dica per primo il Salmasio in qual guisa egli giunse a credere il nome di _Esseni_ da quello derivato di una città e regione che questo nome portava di _Essa_. Ci dica poi il Basnage su qual fondamento egli la opinione del Salmasio negava, affermando a dirittura, nulla traccia averci l’antica geografia tramandato della esistenza della supposta regione. Ci dica, infine, la buona critica tra il Salmasio che afferma e il Basnage che dinega, chi meglio al vero si sia apposto. Cel dica, o signori, la Rabbinica Enciclopedia, e in particolare il Talmud. Cel dica, in secondo luogo, il deposto degli antichi geografi e l’autorità dei viaggiatori. Cel dica e la paziente disamina dei Filologi, e la scienza talmudica (e nello invitarvi a bere con me a questo fonte, nel potere ad autorità invocare il libro che tanti e tanti ebbero ed hanno in dispetto, difendere io non mi so da un innocente sentimento di orgoglio, che il rigoroso ascetismo del Passavanti non temeva qualificare di _santa superbia_): cel dica il Talmud in quei tanti e concludentissimi passi da me con grande studio raccolti, ove, ad onta dell’asserzione del Basnage, la esistenza di una regione così chiamata vien posta in splendidissima luce. Cel dica il trattato di _Sanhedrin_, ove di due Dottori si narra che, a determinare le Neomenie e le feste, convenivano insieme a moltissimi altri, in una spezie di concilio che una città vedeva allor celebrare, la quale il nome reca veramente di עסיא _Asia_: cel dica ivi stesso, ove di un altro Dottore si narra R. Meir, il quale in altra congiuntura si recava nella stessa אסיא _Asia_ all’effetto medesimo. Cel dica nel trattato di _Mesiha_, ove invitando un Dottore alla fuga, onde all’obbligo sottrarsi di ministrare a certi offici edilizj, _Tuo padre_, così gli dicono, _rifugiossi in Asia, e tu cerca riparo in Laodicea_. Che più, o signori? Cel dicano quei passi ove, volendo far comprendere ai contemporanei a quali popoli, a quali terre corrispondono i popoli, le terre nel _Genesi_ rammemorati, ci offre il più curioso ed interessante spettacolo dei primi degli iniziali conati che la scienza etnografica andava facendo per organo dei Dottori, e nuovo lustro e nuovi raggi aggiunge se è possibile alla loro corona. Il Talmud babilonico—il gerosolimitano, il Comento perpetuo che si chiama _Medrasce_, opera pur essa Palestinese, la Parafrasi di Gerusalemme, tutti, o signori, i primi albori ci offrono della Etnografia nascente, cresciuta, come sapete, ai nostri tempi gigante; e tutti della presenza attestano della contesa עסיא _Asia_. L’attesta il Babilonico in _Batra_, laddove ingegnandosi tradurre con nomi nuovi l’antico _Cheni_, _Chenizi_, _Cadmoni_, da Dio ad Abramo promessi nella sua discendenza, ci offre nel secondo di questi nomi il desiderato _Asia_. L’attesta il Talmud di Gerosolima, laddove a _Cheni_ sostituisce _Asia_,—a _Chenizi_ _Apamea_,—e _Damasco_ al _Cadmoni_. L’attesta il Medras alla sezione 44, ove si riproducono i nomi stessi se non l’ordine istesso del Gerosolimitano. L’attesta infine il Parafrasta di Gerusalemme, ove il nome istesso ci porge di Asia, in ciò solo però dagli altri discorde, che lo equivalente egli ne fa dello antico _Aschenaz_. Innanzi, o signori, a questo bello e generoso adoprarsi dei Dottori a far convergere al luminoso centro delle Scritture tutti i rai dello scibile, due pensieri l’animo mio tutto intero si assorbivano. Io dissi da principio: È egli possibile, dopo tanti e solenni esempj, più a lungo il divorzio protrarre tra la scienza e la fede; e protrarlo (lo che è a dismisura più enorme) sull’autorità fondandosi e sull’esempio degli stessi dottori? Ripiegando poi l’animo mio verso il subbietto in discorso, io dissi a me stesso: Volle il Salmasio il nome Esseni da quello di _Essa_ originare.—Lo negò il Basnage, e solo il Talmud parve al primo dei due consentire. Dovrà ella la questione rimanere in pendente? Dovremo noi la sola autorità del Talmud opporre al Basnage, a costo di udirci intimare solenne declinatoria? Immaginate voi, o miei giovani, l’ansia che assalisce il viatore quando, dopo mille disinganni, qualche caro pronostico gli ripromette la terra vicina? Or bene, tale io mi feci nella ricerca di una rovina, di una memoria, anzi di un vocabolo solo. Questo nome, o signori, finalmente spuntò. Non solo _Tolomeo_ asserisce essere stato il nome di _Asia_ particolarissimo alla Frigia, ma l’autorità eziandio mi soccorse ben tosto di nomi, di autorità ben altrimenti sonori, che non è in oggi l’esautorato Tolomeo. Egli fu il celebre orientalista _Klaproth_, che mi mise il primo sulla buona via. Egli, nella Cronaca caucasiana da esso pubblicata, mostra lo stabilimento in quelle regioni sino da epoche remotissime di un popolo detto _Osi_, o meglio _Asi_, come piuttosto crede il suddetto Klaproth. Non basta. Il Dubois era più esplicito; egli, nel suo _Voyage autour du Caucase_, questo formalmente ci fa sapere, cioè che il nome di _Asia_ ha esistito in epoca remotissima, qual denominazione locale particolarissima della parte settentrionale della catena caucasiana.[3] Perchè tanto studio a rivendicare la esistenza di tale sconosciuta regione? Forse, o signori, perchè io soscriva interamente alla origine dal Salmasio immaginata? Il processo del mio dire vi mostrerà che così non è veramente. E perchè? Perchè niuno, che io mi sappia, antico, originario legame il nascimento della Setta congiunge colle province dell’Asia minore. Ora, o signori, chi non lo sa? egli è proprio delle sètte quel nome assumere che più aperto n’esprima il genio, e il principio nativo, in quella guisa istessa che ognuno di noi quel nome porta con sè chè recò in sul nascere. E tanto esser dee avvenuto per quel degli Esseni. E poi, o signori, quante altre e potentissime ragioni non avversano la ipotesi del Salmasio! L’avversa il costume che ebbero, sto per dire generale, tutte quante le Sette, di tôrre a preferenza quel nome o che il fondatore ricordasse, o che più alla mente pingesse l’indole, il carattere, il genio ideale, anzichè il luogo, la patria, il paese ove prima ebbe i natali. Così voi dite, o signori, Platonismo, Epicureismo tra i pagani, e voi leggete tra le cristiane eresie i nomi di Ario e Nestorio, le dottrine del Triteismo e del Monoteismo, e tra le filosofiche scuole voi usate rammemorare l’Idealismo, il Sensualismo, il Panteismo.[4] L’avversano, o signori, tutte quelle buone e salde ragioni che ci consigliano, come in seguito vedrete, a preferire diversa sentenza; e finalmente, l’avversa la più seria, la meno oppugnabile difficoltà che si potria contro un sistema suscitare. E sapete qual’è?—La prova del contrario. Invero, che dicono, le più antiche memorie della setta? Ove per la prima volta lo storico con gli Esseni s’imbatte, ove li trova, ove ne nota la prima presenza, i primi atti, la prima dimora? Altro che Frigia o Bitinia o altra qualsivoglia gentilesca contrada! E’ sarebbe come chi cercasse fuor di Roma il Campidoglio, l’Acropoli fuori di Atene, e il cuore umano fuori del centro vivificatore ove ha stanza ed imperio. La patria naturale, dirò anzi, necessaria dell’Essenato, è _Palestina_; e Palestina registra veramente la istoria qual primo teatro della loro storica apparizione. A Palestina aderirono costantemente gli Esseni, in quella guisa istessa che la più nobile parte di noi al frale aderisce per conservarlo in vita sin dove _il militar le fu prescritto_. Egli n’era l’anima, il genio personificato, condensato, ristretto; quindi tanto più espressivo: genio nazionale e religioso, ma religioso e ieratico sovra tutto, per i tempi volgenti a politico sfacelo, e pel predominio da lungo tempo avverantesi negli ordini ebraici dello spirito sulla materia, del generale sul particolare, dell’eterno sul temporaneo, del Cielo sopra la terra. Egli è quindi nel giro della patria Palestinese che l’origine e il significato dobbiamo cercare del nome di Esseni.
Ma per entro agli stessi confini di Terra santa, non è così unanime il sentire, che tutti in una origine si quietino gli indagatori delle Esseniche antichità, nei confini di Palestina. Tra le quali, una mi piace per questa sera considerare, che non piccola fama nè piccolo stuolo di seguaci si trasse dietro nel consorzio degli eruditi. Chi il merito vanti del primato non so, ma egli è un fatto però che non pochi furono di coloro a cui tra gli Esseni e i _Baitusei_, altra religiosa setta di Palestina, parve vedere una perfetta identità. L’udì forse per la prima volta l’Italia, e dalla bocca l’udì di un Ebreo, di un Rabbino, di un Italiano. Egli era il nostro concittadino _Azaria De Rossi_, o, com’egli si diceva ebraicamente, _Min aadomim_, che nel secolo decimosesto seppe coltivare con tal successo la storia e l’erudizione Greca e Romana, che la fama ne corse e dura tuttavia onorata nel mondo erudito. Or bene, o signori, Azaria De Rossi fu quello che propose la identificazione perfetta dei Baitusei del Talmud coll’istituto degli Esseni. Non basta; egli ne vide il nome nel nome dei Baitusei. Questo nome di Baitusei, si scrive in ebraico _Baitusim_, o _Betusim_, secondo altra lezione. Or bene, l’occasione era troppo bella per un ingegnoso etimologista, e il De Rossi non era uomo da lasciarla fuggire. Egli scrisse in due parti il vocabolo Baitusim; divise _Bet_ da _Usim_. Di _Bet_ egli fece _Casa_, _Istituto_, _Sodalizio_, _Società_; di _Usim_ fece il nome proprio, l’appellativo istesso di Esseni. Ecco che cosa fece il De Rossi, schiudendo in questa via la strada a quelli che in processo di tempo la percorsero intiera. Vi entrò per primo il Fuller, che alla sentenza soscrisse del nostro Rabbino. Vi entrò quasi ai nostri tempi il Gfroëre, dotto tedesco, nella celebrata sua istoria, _Critica del cristianesimo primitivo_, a pagine 347; e tanto reputò la congettura avverata, che precipuo argomento ne trasse a provare tra le due sètte perfetta, intera omogeneità di carattere. Convien dire però, o signori, che tale non sembrasse a parecchi altri, nè di minore rilievo, che delle origini Esseniche presero a trattare. Io non dirò di altri che il precessero; ma se ultimo fu, certo non meno formale si pronunziò contro l’asserta origine Baitusea, l’illustre Franck, che onora in Parigi il nome e la dottrina Israelitica. Egli, il Franck, nella terza parte dell’opera sua la _Kabbale_, ou _Philosophie religieuse des Hébreux_, formalmente la respinge. Io credo che in questa, come in altre cose moltissime, abbia colto nel segno.—No, o signori, fintanto che luce non sarà tenebre, nè il giorno in notte converso, Baitusei ed Esseni non saranno giammai una cosa sola, un istituto, un sodalizio. Riflettete all’opinione costante universa prevalente negli antichi e nei moderni tempi della esistenza di un individuo, di un eresiarca famoso per nome _Baitos_, fondatore o vogliam dire caposetta della fazione Baitusea;[5] esistenza, o signori, che, come vedete, la possibilità perfino ci toglie di scindere, di notomizzare l’indiviso e personale distintivo dell’eresiarca Baitos.[6] Riflettete, infine, che i Baitusei non sono tali sconosciuti e incompresi settarj, che sia lecito alla ventura fantasticare sul conto loro; che note non ci sieno le lor dottrine, note le divergenze dal centro ortodosso, noti i caratteri, note le costitutive e naturali fattezze,[7] e troppo ristretto quindi e troppo angusto il vallo riservato ad arbitrarii connubii.
LEZIONE TERZA.
Vi dissi, o signori, come il Fuller aveva dapprincipio sottoscritto alla opinione del nostro De Rossi, e come esso prestò omaggio alla etimologia Baitusea. Ma che? ben presto s’avvide su quanto fragile fondamento posasse la preaccennata opinione. Narrò ai dotti impazienti come il vocabolo Esseni significasse uomini _ritirati_, _ascosi_, e poco mancò non dicesse solitarj e romiti. Non è difficile ch’egli dedotto avesse il nome Esseni dal vocabolo _Asam_, che in ebraico significa ripostiglio; o, meglio, che dalla radice ne ripetesse l’origine, che l’idea esprime veramente di _tesaurizzare_ e _nascondere_, siccome Isaia (XXIII) aveva detto, di questo vocabolo giovandosi, _lo ieazer veló iehasen_. La nuova etimologia del Fuller riunisce ella, o signori, tutte le desiderate condizioni di credibilità? Rispond’ella a tutte le esigenze grammaticali, critiche, storiche e dottrinali? Quanto alla prima, io vo’ dire alla convenienza grammaticale, sarebbe ingiustizia il dirne male. Ben altre etimologie, e ben altrimenti arbitrarie, furono propalate qual prezioso e pellegrino trovato. Ma potranno dirsi egualmente contenti la critica, la istoria, e il genio e l’indole generale delle sètte? La critica potria invero, ponendoci un poco di buona volontà, chiamarsi contenta; potrebbe ricordarsi la critica come i Talmudisti dicessero appellativo glorioso quello di _hobesé bet amedras_, che suona gli _studiosi reclusi_; come uno tra essi celebratissimo recasse il nome di Hanen il recluso, _Hanen anehba_; come di parecchi si narri nel Talmud di Gerusalemme, avere eglino menato della vita gran parte, nel fondo di una grotta, _tamir bimhartà_: e infine potrebbe con cert’aria di trionfo notarsi come i diletti di Dio, i suoi servi, i suoi fedeli, siano detti a dirittura nei Salmi, i reclusi di Dio, i nascosi di Dio. (_Salmo 83._)
Ma che per ciò, o signori? Io ripeterò ciò che parmi aver detto altre volte. Questi curiosi ravvicinamenti, questi tratti di luce, queste inaspettate e brillanti conferme, possono, in progresso di tempo, avere sovrapposto sul fondo primitivo un nuovo senso che nè al vocabolo ripugnava nè al costume degli Esseni. Ma può esserne stato, o signori, cotesta la naturale e propria e primitiva intelligenza? Io non lo credo; e per addurre due potentissime ragioni, ella è, in primo luogo, la considerazione per me capitale che gli Esseni così facendo, dissentito avrebbero dall’andazzo comune di ogni setta, la quale quel nome a preferenza si appone che il genio intimo e la natura sua propria e il carattere prominente stia a significare, anzichè un uso o una qualunque consuetudine, per quanto grande e peculiare si voglia imaginare. Ella è, in secondo luogo, la formale e contradittoria deposizione della istoria, la quale, siccome a suo tempo vedremo, non solo della vita reclusa, del genio cenobitico non fa costume proprio inseparabile dagli Esseni, ma gli Esseni stessi ci addita talvolta negli affari e nelle transazioni mischiati della umana società, e bella e grande parte sostenere sì nelle politiche, come nelle religiose faccende.—Il fatto, o signori, la reclusione, la vita cenobitica, cade qual integral requisito dell’Essenato; e con esso cade la etimologia del Fuller sur esso fondata. Altra ne escogitò lo Scaligero, e fu quella di _Santi_. Che ciò significhi il nome di _Esseni_, non oserei sostenere, comecchè io vada persuasissimo che tra i nomi che recarono gli Esseni, fu quello di _Santi_; come, da un lato, ne fanno fede le numerose menzioni che sotto questo nome appunto ne fa il Talmud, segnatamente là ove si parla della Santa Società, _Keilla caddiscia di biruslem_; e come, dall’altro, non meno concludenti ne soccorrano all’uopo i tanti passi degli Evangeli, in cui i primitivi cristiani, usciti senza meno dagli essenici chiostri, s’intitolano _Santi_; e _Santi_ è tra i nomi che gli storici attestano avere i cristiani nei primi tempi recato, molto prima che _cristiani_ si dicessero in Antiochia.
Strana cosa avvenne poi ad un antico padre della Chiesa cristiana, a S. Epifanio. Non è già che la cognizione della vera e sana etimologia gli facesse difetto, che anzi egli la conoscea benissimo, egli la propose, la insegnò; ma non quotando nel possedimento del vero, cercò il nuovo ed incappò nell’errore. Stava a cuore ad Epifanio, siccome stette di poi ad altri moltissimi della sua religione, di noverare il nobilissimo Istituto tra quelli che la chiesa generò nei primi secoli; di cristianizzare, per così dire, lo Essenato, di svellere la gloriosissima pianta dal Monte Sion per innestarlo al tronco cosmopolita del cristianesimo, e questa cara e bella gemma strappare alla corona di Giuda. Però non rifinirono antichi e nuovi dottori cristiani di cercare alle loro pretensioni argomento; cercarlo nei fatti, cercarlo nelle dottrine, e di queste vedremo; cercarlo poi nell’etimologia, e di questa adesso vediamo. Il primo a dar il segno della propaganda retrospettiva, fu, come dissi, Epifanio. Egli nel nome Esseni trovò Iesse genitore di Davide; anzi, in grazia di esso, il nome di Esseni in quello mutò più alle sue viste affaciente di _Iesseni_. Gli parve poco. Gli parvero troppo remoti, troppo indiretti i rapporti coll’oggetto che preso si aveva di mira. Egli osò; e di un balzo superò ogni distanza, e di un balzo strinse, confuse, identificò l’Essenato o il Cristianesimo; e quello, come questo, derivò dal nome di Gesù, e gli Esseni disse da Gesù appellati, siccome quelli che alle dottrine sue preso avevano ad ubbidire. Dante, o miei giovani, disse in alcun luogo della Commedia, negarsi talvolta dagli uomini ossequio a quel _ver che ha faccia di menzogna_; nè la mente errò, così dicendo, del divino Poeta. Dante, avria potuto dire con egual verità, che spesso quest’ossequio si concede, si prostituisce a _quella menzogna che ha faccia di verità_. Ma quella di sant’Epifanio ha ella almeno, o signori, di verità la sembianza? Io dico che ella reca distinto il suggello dell’errore, dell’arbitrario. Chi mi sa dire, invero, quale delle due sue interpretazioni riesca più a udir tollerabile? È ella forse la prima, è ella quella che da Iesse padre di Davide l’appellazione ripete degli Esseni? Ma qual rapporto, di grazia, fra l’antico Betlemmita, e il grande e il dotto istituto degli Esseni? È ella la seconda che da Gesù, il nome conia di Esseno, di Essenato? Ma vuol dunque egli, sant’Epifanio, la baia dei fatti nostri? Che un padre della chiesa, che un Epifanio non voglia soscrivere alla sentenza di parecchi tra i moderni che Gesù vogliono anzi educato, ispirato nella società degli Esseni, questo di leggieri si comprende; ma quello che non si comprende, questo si è, o signori, cioè come ignorasse Epifanio, che mentre gli Esseni mangiavano, bevevano e panni vestivano, il modello d’onde tolsero, al dire di lui, a foggiare il nome loro, il preteso denominatore della setta, giaceva tuttavia latente in grembo al futuro; ch’è quanto dire che Gesù Cristo non esisteva: e non occorre aggiungere che, salvo quei rarissimi casi in cui tutto collima ad attestare la verità di un supposto, non è concesso a chicchessia, fosse pure un santo, detrarre o aggiungere una jota, siccome egli fa, veramente nel nome che si vuol decifrare. Or, chi ha egli abilitato Epifanio a cangiare il nome di Esseni in quel di Iesseni? Ecco, o signori, le cause, le gravissime cause che ci interdicono lo assentire alle arbitrarie interpretazioni di Epifanio.