Storia degli Esseni: Lezioni

Part 19

Chapter 193,550 wordsPublic domain

Ma gli Esseni non si contentavano di praticare il rispetto ai maggiori, alle autorità vuoi politiche o religiose; essi ne davano la teoria. Ei dicevano, e voi l’udiste, che l’autorità era essenzialmente d’istituzione divina, e come quella che era da Dio preposta al governo degli uomini tributavangli reverenza. Il credereste! Erano i Farisei non solo nella pratica agli Esseni conformi, ma lo erano eziandio in teoria. Ei credevano niuno poter venire assunto al reggimento degli uomini, se a questo officio non fosse stato anzi tratto destinato dal cielo; ei credevano che non solo a questa prerogativa partecipassero i principi e rettori delle nazioni, ma qualunque altra benchè subordinata autorità, e come essi testualmente si esprimono, eziandio gli esattori di balzelli, e come allor si diceva, i Pubblicani.—

Noi abbiamo veduto quali principj professassero gli Esseni sulle autorità costituite: vediamo adesso come ne intendessero e praticassero l’esercizio. Giurava l’Essena nella sua ammissione, che ove egli dovesse un giorno comandare ad altrui, si guarderebbe dall’imperare con fasto, con alterigia. Come intendevano i Farisei l’esercizio dell’autorità? Ei volevano nel soprastante scopo nobile e puro, e tutto rivolto a gloria e a servigio di Dio, _vehol aosechim ghim azibur ijù osechim immaeim lescem sciamaim_. Essi esigevano una pazienza, una longanimità nei Rettori del popolo a tutta prova; di subire dei soggetti i capricci, le rivolte, gli scherni e l’odio ancora; e per tutto in breve compendiare, di sostenere imperterrito quel fantasma che spaventa i falsi amici del popolo, e che è sfidato e vinto dai suoi amici veraci, la impopolarità «_Al menat sceischehlù ethem; al menat sceibzù ethem_,» essi imprecavano a quei maestrati, a quei superiori che spargono di sè terrore e spavento in cuore ai soggetti, _veassotem resciaim ascer natenú hittitam beerez haim; zè parnas amattil emà al azibur_. Essi benedicevano invece alla memoria di quelli che il gregge di Dio pascolavano con verga di mansuetudine e di clemenza, _col parnas scemanhig et azibur benahat, zohè umanigam leolam abbà_. Essi proclamavano, or sono 30 secoli, quando la forza reggeva a sua posta i popoli soggetti, quando l’unico diritto degl’imperanti era il diritto del più forte, quando si credeva generalmente il popolo esser fatto pei principi anzichè i principi pei popoli; essi quella teoria politica proclamavano onde si onora il secolo nostro, che è base dei governi più civili, e che nel principe considera unicamente il più eccelso ministro, il più eminente servitore dello Stato, della nazione, _vehi serarà ani noten lahem? Scihbud ani noten lahem_.

Giuravano poi d’amare sempre la verità, e di svelare i mentitori.—La verità! Niuna cosa più amarono nè più riverirono in atti e in parole i Farisei.—La verità impone Mosè proseguire in ogni cosa «_Midebar scecher tirhak_.» La veracità posero per condizione i dottori onde conseguire la visione di Dio, da cui dissero separati in eterno i mentitori. Verità praticarono, e verità rigidissima, nelle civili transazioni; testimone quel Rab Safraà che avendo in cuore aderito ad un prezzo propostogli, ricusò quell’aumento che immediatamente profersegli il compratore standosi contento di quello che aveva per lo innanzi in cuor suo accettato. Testimone quell’altro, che essendo uscito a diporto fuori della città, ed essendosi con altro dottore a caso imbattuto che tolse a ringraziarlo per essergli, siccome credeva, uscito ad incontrare, ingenuamente confessò non aver egli avuto siffatto intendimento. Testimone quell’orrore in cui ebbero ogni ipocrisia e simulazione alla quale sotto il nome imprecarono di «_Goneb dahat Abiriot_.» Sino al punto d’interdire ogni apparenza che un simulacro offrisse di Pietà o Religione non sentite; che dico? che ponesse in luce o divulgasse pratiche eziandio realmente osservate; testimone tra gli altri lo esempio di quel dottore non troppo dai nostri tempi remoto, che trovandosi in amica brigata un certo giorno che trascorreva in digiuno, ed essendosi ad ognuno presentata ospitale bevanda, amò meglio troncare, che palesare la particolare sua devozione ai circostanti. Tanto è vero che a niuno meno che ai nostri antichi dottori si potrebbero quelle accuse attagliare che una Religione rivale non cessò di scagliare in capo ai Farisei. E quanto non riesce la loro veracità più ammirabile al confronto! Al confronto dico di un popolo allora esistente che lo stringeva da ogni parte colle sue leggi, colle sue istituzioni, coi costumi; che aveva dato al mondo la sua letteratura, la sua scienza, la sua lingua, e che maestro sedeva allora di civiltà alle genti. Voi l’avete nomato: ella è la Grecia, la Grecia il cui carattere del mendacio, dice uno scrittore inglese, passò perfino in proverbio, che Luciano e Giovenale rimeritarono colla ironia e col vilipendio; e che in niun luogo così manifestamente si appalesa come in un passo di Plutarco, ove togliendo a dimostrare la opportunità di vincolarsi talvolta con certi voti agli Dei, egli novera tra i voti, possibile tra i laudabili, quello di astenersi per un anno dal vino e dalla lussuria, e quello infine di interdirsi per un certo tempo ogni menzogna: prova a parer mio manifesta come l’eloquio dei Greci ordinario, abituale, non solamente tollerasse, ma quasi non dissi esigesse, l’ingrediente indispensabile della bugia. Ecco quale era l’ambiente morale in cui vivevano i Farisei, ecco l’esempio che porgeva la pagana civiltà, ed ecco quali seppero in mezzo a sì grand’infezione conservarsi; puri, veridici, odiatori del falso e del simulato, della maschera d’ogni maniera. Ed ecco nobilissimo pregio ove, a differenza _dei popoli dominanti_, convengono insieme Esseni e Farisei.

Ma gli Esseni non solo vogliono che si ami, che si pratichi veracità; esigono ancora, e voi l’udiste, che si svelino i mentitori. E i mentitori svelati vogliono essi pure i Farisei quando insegnano _mizvà lefarsem et ahanefim_, quando dicono cioè dovere ognuno strappare la maschera di faccia agli ipocriti, doverne mostrare i vizi e l’abiezione denudata, dovere trarre d’inganno coloro che presi sono dal fàscino dal bagliore di una falsa virtù.

Giuravano gli Esseni di serbare _le mani incontaminate da ogni illecito lucro_, che è quanto dire da quei raggiri, da quelle trappole che pur sono tollerate in società, e che non sono giudicabili che dal fòro interiore. Il nostro Farisato non ha bisogno di chiarirsi innocente di siffatte bassezze: quindi in fatto di lealtà non può subire comparazione: egli aspira al primato. È egli per ciò che questo brano dell’essenico giuramento nulla dice, nulla ammaestra, nulla insegna? E pure preziosissimo documento vi è racchiuso, nè a voi perspicaci sarà difficile lo scuoprirlo. Vedrete in quello la prova come quella _Comunanza di beni_, onde andarono così famosi gli Esseni, non fosse così universalmente dagli _Esseni_ praticata, che una parte almeno di essi non si permettessero di possedere; vedrete in esso le traccie sensibili di una privata _proprietà_ a cui si giurava inviolabilità e rispetto.—Vedrete infine quella istituzione attenuata che può a prima giunta parervi ostacolo alla perfetta e intera identificazione tra Farisei ed Esseni, la _Comunanza di beni_.

Noi siamo giunti quasi alla fine dell’essenico giuramento. Se le cose che intorno ad esso mancano a dirsi fossero di più lieve momento che non lo sono, noi avremmo quest’oggi al tutto esaurito l’esame proposto.—Ma le ultime formule del giuramento dell’iniziato accennano a fatti, a costumi imponentissimi. L’arcano delle dottrine.—Il silenzio e il segreto ai profani.—L’insegnamento agli iniziati.—I libri.—I nomi degli angioli.—Cose tutte il cui nome soltanto accenna la importanza. Egli è per questo che ad altra volta ne serbo la trattazione, e che intorno a queste mestieri è, come Dante diceva, un’altra volta ancora «_sedere a mensa_.»

LEZIONE DECIMASETTIMA.

Il giuramento degli Esseni fu da noi nelle precedenti lezioni sottoposto ad esame, e trovato in ogni sua parte conforme alle idee, alle pratiche di que’ Farisei dai quali crediamo avere gli Esseni tratta l’origine. Pure una parte tuttavia restava a vedersi dell’essenico giuramento, che è quella per cui l’istituto Essenico sino adesso veduto quale sociale sodalizio si palesa dal suo lato scientifico religioso dottrinale; in cui l’insegnamento, il mistero era carattere precipuo solenne peculiarissimo; per cui spiegasi più luminosa quell’attenenza da noi certamente propugnata fra la scuola farisaica e la società degli Esseni. Giuravano gli Esseni di nulla nascondere ai fratelli dei misteri della setta, di nulla agli altri rivelare ove n’andasse eziandio della vita, e nei casi di legittimo insegnamento di non comunicare le dottrine sociali se non nella guisa in cui fur ricevute, e finalmente di conservare studiosamente i libri della setta e i nomi degli angioli. Gran parole son queste, vuoi per la intrinseca loro significazione, vuoi per i preziosissimi ravvicinamenti che ci offrono col sistema dei Farisei. Permettete che noi riandiamo gli articoli a parte a parte.

In primo luogo, l’obbligo di insegnamento di comunicazione ai fratelli delle dottrine sociali. Avvi nulla che meglio consuoni colle teorie dei Farisei? Io oso dire che non si potrebbe dare analogia più manifesta. Per essi il maestro, il dottore, chi avaro procede degli ammaestramenti ai discepoli, _triste messi raccoglierà di maledizioni dalle labbra dei pargoli, e da quelli eziandio che stanno ascosi nell’alvo materno. «Col ammoneagh alakà, mippi talmid, affilù obarim»_ ecc. ecc. _ei frauda lo innocente del retaggio dei padri suoi, della legge, patrimonio comune di tutto Israel_. Per essi quella solamente si chiama _Legge di Grazia_ (_torat hesed_) _che ama diffondersi, che si spande, che si comunica,_ (_Torà al menat lelamed zò torà scel hesed_) titolo che a sè unicamente arrogava una religione che da noi trasse l’origine.[77]

Per essi _colui_ all’opposto che _si fa de’ figli altrui istruttore meriterà di sedere nel consesso e delle speculazioni fruire dei celesti: «col ammelamed et ben haberò torà zoké veiosceb biscibà scel maghta» i egli potrà ogni più duro decreto squarciare col merito suo, «affilù gozer ghezerà mebattelà.»_ Per essi il vanto maggiore onde possa andare glorioso un Dottore, quello si è di aver molto insegnato, testimone il maggiore Eliezer, che prossimo a morire levò al cospetto dei discepoli radunati le due braccia in suono mestamente esclamando: O braccia mie che quasi due aste del santo volume, poichè la lettura si è consumata, siete prossime a ripiegarsi![78] Molto a svolgere vi stancaste i sacri libri per imparare, molto più vi affaticaste nello insegnare. Deh sia la pace nel mio riposo!

Che se santo è l’obbligo d’insegnare a chi indegno non sia, se dal lato positivo tanta veggiamo conformità col giuramento e colla pratica degli Esseni, sarìa egli lo stesso in ciò che il giuramento contiene di negativo, nel divieto cioè di comunicare le dottrine religiose agli indegni, agli stranieri. E questo pure a veder bene è comune ai Dottori; comune quando pronunciavano il divieto di comunicare la legge, le sue dottrine, i suoi misteri agli idolatri, non già perchè avari procedessero dei veri posseduti, ma per la ragione semplicissima che i Gentili volevano e credevano salvi senza le speciali conoscenze dell’ebraiche dottrine, le quali l’officio e il carattere sostenevano verso i Gentili di dottrine jeratiche sacerdotali, e di inviolabile acroamatismo, a cui accostarsi solo era lecito per le vie gelose e riservate di una regolare iniziazione; comune quando ci narrano di un discepolo cacciato per indiscreta propagazione di cose udite già erano vent’anni, come dei Pitagorici si narra che parecchi soci ebbero espulsi per indiscreta divulgazione dei loro misteri. (Ritter, I, 300) Comune quando _la legge comunicata allo indegno, alla pietra parificavano, che gli adoratori di Mercurio o del Siro Meeracles deponevano sui mucchi a loro onore innalzati nei capi strada_. E quando più specialmente togliendo di mira quelli che espressamente si dicono _Sitrè Torà_, _Misteri della Legge_, e che sono appunto a parer mio le dottrine di cui eran pubblici depositari e cultori gli Esseni, precise e severe regole imponevano alla loro trasmissione, virtù, qualità richiedendo particolarissime nello iniziato, come a dilungo può dimostrarsi in _Haghigà_, e di cui non è qui luogo a discorrere. Che sarà poi se gli specialissimi libri rammenteremo e le regole dei cabalisti? Certo che l’analogia sarà più parlante, se vera è quella identità che non ho cessato di propugnare fra le due sette; certo che troveremo allora nel Zoar frasi siccome quelle che nel terzo volume si leggono della grand’opera ove il verso dei Proverbi _chebod eloim aster dabar_ «si onora Iddio serbandone i santi misteri» ai misteri si applica ed all’insegnamento dei cabalisti, nè troppo saprei dire veramente a chi altro si potrà meglio riferire che agli arcani di religione, alle norme eziandio attenendosi della Esegesi più imparziale. Troveremo nell’istesso volume un verso solo che sembra suonare contradditorio, autorizzando e vietando al tempo stesso la propagazione dei misteri d’Iddio, seco stesso pacificato, distinguendo gl’iniziati, i soci _kabrajà_, gli entrati ed esciti a salvamento, come si esprime il Zoar per l’ordinario, dagli indegni, dai profani, dagli inesperti, _leekol lesobà velimhassè attik_. Troveremo a coloro imprecato che trasmettono (per tradurre testualmente) i misteri delle leggi, i misteri della tradizione della Genesi, e della ortografia dei misteri di Dio ad uomini indegni; troveremo infine l’essenico divieto ripetuto ad ogni tratto e qual tutela e palladio raccomandato per la conservazione delle riposte dottrine.

Ma il giuramento degli Esseni un’altra clausola conteneva che noi dobbiamo esaminare. Non solo volevano generosa trasmissione agli iniziati, non solo volevano ogni cognizione interdetta a chi nol fosse; ma volevano fedele eziandio ed inalterato lo insegnamento; ma giuravano eziandio di comunicare le dottrine religiose _nella guisa stessa_ che erangli state insegnate. Potrebbe darsi riscontro più evidente coi costumi, colle regole, colla pratica dei Farisei? Havvi nulla di più provato, di più costante della fedeltà, quasi non dissi servile, che ponevano i Farisei nella trasmissione delle ricevute dottrine? Eppure non si comprese come cotesta bellissima sia e perentoria dimostrazione della veracità della tradizione; e pure gli uomini che si facevano scrupolo di ripetere perfino gl’idiotismi dei loro maggiori, si accusarono di inventori e falsari; eppure non si vide infine quanto Esseni e Farisei procedano per questo verso eziandio per conformità ammirabili; eppure le infinite prove che ne somministrano i Farisei furono travolte in oblio; si obbliarono quelle formule che tornano ad ogni passo nel Talmud; che sono il preludio obbligato di ogni recitata tradizione; che di maestro in maestro, di trasmissore in trasmissore risalendo, ascendono sin dove le superstiti memorie lo permettono; si obliarono quei dottori che per niuna cosa andarono tra i posteri così famosi come per essersi ogni opinione interdetta che dal proprio maestro non avessero ricevuta come si narra in _Succà_, se non erro, per Eliezer il maggiore: _sciellò amar dabar sciellò sciamagh mippi rabbò micòdem_. Si obliò come tra i peccati che causa sono _della cessata insidienza di Dio in Israel_ quello si annoveri, _la propagazione di dottrine non ricevute_; e nulla, a mirar bene, di più ragionevole; conciossiachè la tutela e la possessione del vero eterno siano il segno della presenza di Dio infra gli umani; si obliò lo scongiuro che il restauratore della Teologia, Ben Johai, il Socrate del cabbalismo, dirigeva ai discepoli, ai _suoi Kabrajà_, instantemente esortandoli non volessero lasciarsi di bocca uscire una parola di religione, che saputa ed udita non avessero da uomo autorevole, o come dice il Zoar, da Albero magno. _Bemattutà minaiku de la tafcum mipummaihu milà deoraità dilà scemahtun meillanà rabrebà_; e quel titolo obbrobrioso si obliò che ai propagatori di novità imponevano i dottori, _adoratori_ chiamandoli di _Simulacri_ veri e propri, e di quel comando violatori che è secondo nel Decalogo, dove la fattura s’interdice di imagini e sculture; _dehol man demappich beoraità ma delà jadagh vela chibbel merabbò alé chetib lo taasé lekà pessel, la taghbed lak oraità ahrà delà jadagh velà amar lah rabbah_.[79]

Ma gli Esseni, voi lo udiste, volevano esatta e fedele la trasmissione delle loro dottrine, e quindi a questo fine preordinarono il giuramento. Perciò imposero la fedeltà della orale trasmissione come abbiamo veduto, e perciò stesso introdussero quell’altro _inciso che di conservare imponeva, di custodire con cura, con fedeltà i libri e scritture dell’Essenato_. Che vi par egli che abbia pensato e praticato a tal proposito la scuola dei Farisei; che idea vi formate della loro fedeltà bibliografica? Ah! che se io volessi trattare dell’argomento in tutta la sua ampiezza bene più oltre ne spingeremmo i confini che l’ora ed il tema non lo consentano. Ricorderemmo il deposto biblico, il suggello di autenticità che reca manifesto, ed a cui piacquersi di porgere ossequio i dottori eziandio della Chiesa cristiana, ed una schiera infinita di critici di ogni stirpe e religione; i lavori prodigiosi colossali dei _Massoreti_ che resero ogni alterazione impossibile col tessere l’elenco minuto circostanziato delle frasi, delle parole, delle lettere di tutta la Bibbia, e queste ed altre infinite cose riandando, potremmo offrire della farisaica fedeltà luminosa testimonianza. Ma noi ci contenteremo di scendere da tanta altezza, e le più antiche e gravi prove trasandando ci acqueteremo nelle più modeste. Ricorderemo il divieto soltanto di conservare eziandio un libro che non fosse corretto, e quindi l’obbligo della rettificazione, e della soppressione. _Assur leasciot sefer sceeno mugghè miscium al taschen beaoleha avlá_, e soprattutto ricorderemo un passo del Talmud di Gerosolima nel trattato di _Chetubot_, che mentre conferisce da un lato a sempre maggiore dimostrazione dello scrupolo e delle esattezze bibliografiche dei Farisei, ci offre da un altro lato tutto il carattere ed il valore di una vera _Rivelazione_. Io non oserei questo vocabolo adoperare se non avessi sempre letto in autori gravissimi, qual fatto costante dimostrato, _il silenzio dei Dottori intorno gli Esseni_; se le ricerche eziandio più moderne non si fossero arrestate innanzi questo fatto strano incomprensibile, se infine il luogo da me citato del _Jeruscialmi_ a quei pochi ma rari e preziosi luoghi non appartenesse, che nella rabbinica enciclopedia alludono, a parer mio, manifestamente alla società degli Esseni. Giudicatene voi stessi. Vuole il Talmud accennare quei libri, quegli esemplari da cui si può impunemente togliere criterio per la trascrizione dei libri sacri, accennarli insomma quai libri modelli. _Rab Kannà amar lemedin misefer mugghé._ E quali sono, credereste, quei libri modelli? Sono quelli, aggiunge il Talmud, _quei libri che libri s’intitolano da un Esseno o Esseo_ come più precisamente legge il Talmud. «_Chegon illen deamrin sifroi de Assè._» Strano a dirsi! Quando i chiosatori tolsero a darci di questa frase l’intelligenza, che cos’avvenne? Essi ignoravano o in quel punto obliarono che nei secoli misnici, talmudici, eravi una scuola famosissima che si diceva degli Esseni, che come gli stessi farisei avevano libri; che come essi scrupolosamente ne praticavan la custodia, che la gelosa conservazione eragli imposta per giuramento e tutte queste cose obliando, girono in cerca di meschine, di assurde interpetrazioni. Si disse: eravi allora celebratissimo scriba che il nome portava di _assè_, i cui libri si prendevano per modello delle copie trascritte, e di quest’uomo intese favellare il Talmud quando disse _Sifroi de Assè_. Ma dov’è questo _Assè_ nella storia? Dove sono i luoghi in cui di esso si ragioni nel Talmud? Come il singolare parlante nome reca egli appunto di Assè, e come infine il solito inseparabile aggiuntivo non si legge di Maestro o di Rab? Ma quanto meglio nel nostro sistema! quanto più naturale, storica, espressiva, piena di vita e di verità la frase talmudica ove degli Esseni s’intenda, ove si ammetta niun più acconcio esempio aver potuto citare il Talmud di esattezza e religione bibliografica, che lo esempio pubblico famosissimo della bibliografia degli Esseni! Il qual esempio vediamo citato in verità nella frase summenzionata, che mentre conferma la fama di periti e probi bibliografi che vantavano gli Esseni, e che è l’oggetto specifico di questa lezione, ci offre al tempo stesso uno dei più pellegrini luoghi che la storia degli Esseni vanti nelle pagine Rabbiniche, siccome quella che prova contro l’opinione generalmente accettata, la cognizione degli Esseni presso i Dottori.

Ma gli Esseni promettevano nel loro giuramento altra cosa non meno preziosa conservare, e voi lo udiste, _il nome degli angioli_. Chi è che questo giuramento ci ha trasmesso e quindi anco la frase presente? Egli è Giuseppe Flavio che grecamente dettava le opere sue, e grecamente in pari modo narrava dell’essenico giuramento. Come suona nell’originale la frase di Flavio? Suona ella così chiara, così formale che nè incertezza nè contradizioni abbia tra gli interpreti ingenerato? Io vel debbo confessare. Le parole di Giuseppe furono diversamente comprese dai suoi traduttori. Ove Basnage, ove Munk, ove altri moltissimi leggono, come udiste, _il nome degli angioli_, l’antico traduttore francese _Arnauld d’Andilly_, e forse altri che io non conosco, intesero e tradussero, _il nome di coloro dai quali furono i libri ricevuti_, che è quanto dire il nome dei loro antichi autori. A quale delle due diverse lezioni dobbiamo attenerci? Io non vi obbligherò a sì lungo e duro processo; piuttosto più breve e spedito cammino preferiremo, e prendendo in esame or l’una or l’altra lezione, dimostreremo come qualunque versione ci piaccia anteporre, sempre naturale e luminosa sorgerà tra gli Esseni e i Farisei nuova e concludentissima attinenza. Piacevi la versione _d’Arnauld d’Andilly_? Volete che si tratti degli scrittori, degli autori antichissimi della scuola il cui nome si volle scrupolosamente conservato? Ed allora potrei io tacere quei luoghi autorevolissimi, ove di questa regola e costume si costituisce obbligo, dovere impreteribile? Non sono i Dottori che insegnarono che chi degli antichi autori i nomi ricorderà, è fattore di Redenzione? Non sono essi che ammaestrarono desiare ardentissimamente le anime dei trapassati udirsi ricordate in quanto insegnarono in questo mondo? Non imposero essi ad ognuno immaginare presente nell’atto d’insegnare l’autore dell’antico dettato. _Leolam jekaven adam baal scemuà lefanav._ Non posero eglino stessi il precetto in pratica risalendo per lo usato nella recitata tradizione, di autore in autore, tutti per nome distinguendo sin dove la superstite memoria lo permetteva? Io vorrei potere farvi qui apprezzare il doppio oggetto che, sì facendo, si proponevano i Farisei; l’ossequio che in tal modo amavano prestare agli antichi maestri, lo spediente che per tal guisa usavano efficacissimo a serbare inalterate le religiose tradizioni perpetuando le vetuste trasmissioni, e quasi i titoli e diplomi di legittimità invariabilmente accompagnando alle loro dottrine. Ma questo troppo più oltre ci menerebbe che il tempo ed il tema non lo consentano.