Part 18
Abbiamo perciò esaurito quanto di più concludente ci offrono gli antichi rabbinici monumenti? Oso dire che rispetto alle cose che intenderete, poco parrarvi l’udito sin ora. Io vi dissi, e non è molto, che sino quasi ai nostri tempi non si credeva in generale che le opere rabbiniche dei primi secoli dell’Era volgare niuna traccia contenessero di Esseni e di Essenato. Oggi però si comincia a sospettare il contrario e non poco studio si rivolge a quante vestigia per avventura ne conservano i libri talmudici. Io credo aver posto la mano su tale memoria che mentre attesta come vedrete la identità degli Esseni e dei Haberim, ci fa udire forse per la prima volta sul labbro ai dottori vivo e parlante il nome di _Essena_, ed in circostanze e ad uno intendimento siffatto che il valore ne accrescono a mille doppi. Giudicatene voi stessi. Narra il Talmud gerosolimitano come un _Assià_ (alla lettera medico o terapeuta) chiedesse ad un dottore la comunicazione del nome di Dio, come questi lo interrogasse se mai avvenuto gli fosse di profittare degli averi altrui, come a ciò replicasse l’Asseo dicendo essere uso cibarsi della decima che si prelevava sulle derrate, e come infine concludesse il dottore dicendo: non potersi comunicare il santo nome di Dio a chi riceva d’altri qualsiasi cosa in dono. Quanti dubbi, quante domande non provoca il frammento citato! Chi è questo medico o Terapeuta così voglioso di conoscere addentro _i nomi di Dio_ quasi fossero aforismi ipocratici? Che è questo inaudito cibarsi della decima in chi non appartiene alla tribù di Levi? Che cosa significa questa condizione posta alla desiderata comunicazione—il nulla ricevere in dono? Ma quanto bene, se si accettano le nostre premesse! Avremmo allora nell’_Assià_ del Talmud il vero e proprio nome dei nostri Esseni; nella sua domanda, una domanda che nulla più confacente ad uomini che studiavano le arcane cose contenute nella legge di Dio, e sopratutto i nomi divini, i nomi degli angioli che apertamente impromettono di gelosamente custodire nel loro giuramento d’amissione, e tanto più a costoro conveniente s’egli è vero ciò che noi reputiamo verissimo, che non altro fossero gli Esseni che gli antenati dei cabbalisti ai quali mirabilmente si acconciano siffatte speculazioni. Ma che cosa, direte, è la decima di cui si cibano? Ovvio lo intenderla purchè vi piaccia con me convenire che non altro sono gli Esseni, non altro quindi il nostro _Assè_ o Assià del Talmud, che i Haberim o soci talmudici, gli uomini delle raffinate purità. Perciocchè di questi si legge nello stesso Talmud di Gerosolima (Sota cap. 9) che della decima si cibavano al pari dei poveri e dei leviti.
Non solo: ma il nome di _Haberim_ soci è dato dallo stesso Talmud (Nedarim VI) a quei Harasc e Masgher (alla lettera falegnami e fabbriferrai) che si narra nei Re essere stati trasferiti in numero di mille per ordine del vincitore da Gerusalemme a Babilonia. E finalmente un visitatore d’infermi, anzi un loro assistente, era detto nel Medrasc (Berescit Rabbà sez. XIII) appartenente al ceto dei Haberim; senza dire di altri luoghi moltissimi in cui tal nome ritorna; segnatamente nel Talmud già citato (Ghittim Iº) ove i _Haberim_ o soci si fanno interpreti delle dottrine di R. Jeosciuah Ben Levi, uno dei dottori i più manifestamente cabbalisti di tutto il Talmud.
Io dissi non ha guari come il carattere di questa iniziazione talmudica partecipi in grado eminente del carattere generale del Talmud, che mira unicamente ad un complesso di osservanze più minute, più rigorose, alla costituzione di una frateria vivente con regole più severe di purità religiosa; dissi in fine che la iniziazione onde è discorso non si mostra nei libri talmudici, che dal lato suo rituale e positivo, per la semplicissima ragione che il lato rituale e positivo è quello che universalmente primeggia nelle pagine talmudiche. Quindi è, che solo brevi fugacissimi lampi ci è dato vedere per entro al Talmud della interiorità, del midollo del lato ideale dottrinale dogmatico, dell’istituto medesimo e sotto l’opaco velo talvolta adombrato dell’essoterismo dei riti. Egli è per questo che dovremo credere null’altro esser i Haberim del Talmud che uomini più gelosi degli altri del governo del corpo, dei reciproci contatti, del lecito e dell’illecito? Io credo che la conclusione sarebbe assurda in principio ed assurda in fatto, e come oggi si dice _a priori ed a posteriori_. Perchè dico assurda in principio? Perchè egli è contro ogni sana induzione il supporre un’organizzazione, vuoi sociale, vuoi religiosa, un complesso di pratiche, una regola di azioni senza alcuni grandi principî che siano di quell’organismo la vita, l’anima, il pensiero, il genio supremo; perchè non appena mi vien fatto di udire il verbo dell’uomo, di assistere all’esercizio ragionevole dei membri suoi, di udirlo parlare, muoversi, agire, io sono senz’altro e per questo solo criterio fondatissimamente autorizzato a supporre in lui comechè invisibile, un principio ragionevole che le azioni ne governi, un complesso di idee di pensieri che sieno come le molle dell’azione che mi si spiega dinnanzi, in una parola l’anima di quel corpo. Ho detto che sarebbe anche un errore di fatto. Perchè s’egli è vero, come ho già detto, che l’elemento dottrinale del talmudico _Haberut_ sia in gran parte invisibile, non è sì che altri monumenti, altri attestati, altre sorgenti non soccorrano all’uopo; non suppliscano a quanto ha di manchevole la storia talmudica del _haberut_; non completino di esso la verace fisonomia e quella non restituiscangli che nei libri talmudici fu unicamente abbozzata. E dove si trova questo? Lo si trova ove deve naturalmente, ove non potrebbe a meno di trovarsi: nel libro del _Zoar_: che è quanto dire in quel libro che adempie verso le dottrine, il dogma, la teologia, l’acroamatismo, quell’ufficio medesimo che il Talmud verso la pratica, il rito, l’essoterismo.[72] Per modo che il Zoar e il Talmud ci forniscono per parte loro una metà per ognuno della fisonomia del _Haberut_, e quella appunto che alla indole speciale si attiene di ognuno: le quali parti poi insieme combinate non solo bellamente si connettono, si completano, si integrano, prova se altra fu mai della loro intima originaria unità, ma ci danno ancora il vero e fedele ritratto che andiamo cercando. Che voglio dire pertanto? Voglio dire che il Zoar ci offre la iniziazione al _Habrut_ da quel lato che manca precisamente nel talmud dal lato dogmatico, voglio dire che il Zoar contiene per gran ventura pochi, ma preziosissimi fatti, in cui la iniziazione di cui si parla assume il colore proprio al genio dell’opera; e più palesi ne rivela le armonie coll’istituto che studiamo colla società degli Esseni.[73] Io lo credo fermamente. Percorrendo con occhio diligente le pagine del _Zoar_, parecchie altre non meno gravi dimostrazioni, non meno appropriati esempj si potrebbe scuoprire. Ma chi potrebbe a tanta opra non venir meno? Io non pretendo aver ogni ricerca esaurita; e pure due grandi esempi mi fu dato trovare, due grandi scene di cabbalistica iniziazione, due ritratti parlanti dello _Epopsi_ essenico-cabbalistico, l’ultimo specialmente che per la maestà e stupenda semplicità vince ogni credere. E il primo al vol. 2º p. decimoquarta, ove tu vedi il maggiore dei Hyà, Rabbi Hyà Rabbà, tutte subir le prove, le esitanze, le trepidazioni; e infine il premio dei nuovi iniziati; ove lo vedi soffermarsi alla porta del capo-scuola e per parlare il linguaggio dei misteri, del Jerofante; qui naturalmente non altri che R. Simhon ben Johai ove una cortina il divide dal seggio e dalla scuola venerata, ove ode la voce delle sacre dottrine e vaghezza il prende di penetrare, ove l’esitazione s’impadronisce dello stesso ben Iohai non sapendo se degno sia il nuovo venuto di partecipare ai santi misteri, ove tu vedi il figlio suo R. Eleazar profferirsi di fare da Epopta, da introduttore al dotto straniero, dovesse ancora, siccome testualmente si legge, restarne incenerito; ove una voce si dice allora essersi udita la quale con parole che tuttavia riescon dure ad intendersi, sembra volere il soverchio zelo affrenare del giovane dottore; ove lo straniero rinnuova il pianto e le suppliche; ove aperta infine la cortina, si rimane nonostante lo straniero esitabondo non osando penetrare; ove infine levatosi R. Simone, egli stesso introducelo, e vedendo il nuovo iniziato gli occhi tenere sommessi e il capo chino per timidezza soverchia, ordina al figlio suo, udite singolarità! di fare a R. Hyà quell’atto così celebre, così comune a tutte le società che vivono di segreto, voglio dire, la chiusura e l’aperizione della bocca.
Ma quanto il secondo sovrasta d’incomparabile maestà! Egli appartiene a uno di quei due antichissimi frammenti la cui autenticità l’ossequio ebbe eziandio di coloro che più dubitosi procedevano intorno all’opera in generale; e che sotto il nome sono conosciuti di due Iddarot.[74] È in quella che il titolo riceve di maggiore, che il venerato maestro R. Simone intendendo i più sublimi misteri ai discepoli rivelare, è sovrappreso dapprincipio da cruda perplessità; non sa se parlare o tacersi; chiede una parola che a dire lo conforti; e questa parola si fa finalmente sentire. Egli è R. Abbà il futuro scriba e compilatore del Zoar[75] che supplicante gli dice: Deh! o maestro, ti piaccia liberamente favellare perciocchè si trova scritto: «I misteri del Signore sono per coloro che lo temono» e cotesti fratelli tutti timorosi sono di Dio; e in altri augusti consessi sedettero e felicemente ne uscirono. Sedette R. Simone e pianse. Quindi sclamò: Guai se svelo e guai se mi taccio! I soci che si trovavano là si tacquero. Ma sorse R. Abbà e disse: «Piaccia a te, o maestro, di svelarci i misteri, perciocchè dice la scrittura: il mistero di Dio è per chi lo teme. Ora questi nostri compagni tutti temono Iddio e già furono introdotti nella camera del tabernacolo.» Allora dopo avere tutti gli assistenti passati in rassegna, tutti in circolo si posero intorno al maestro. Le mani loro ei raccolse e fra le sue le strinse, e poi quasi in atto di giuramento tutti levaronle al cielo, il cielo chiamando a testimone della sete che tutti consumava per la parola di Dio. Quindi, dice il Zoar, trassero ai campi la prediletta dimora, e là, dice il testo, all’ombra degli alberi sedettero tutti; e il venerato maestro dopo avere in piedi orato, sedette pur esso. Ma egli è qui dove si vede quel riscontro che io dapprincipio avvertiva tra il giuro degli Esseni e il sacramento dei cabbalisti. Perciocchè, dice il Zoar, non appena seduti impose loro il maestro che le mani di nuovo ognuno fra le sue ponesse,[76] _sul suo petto_ come legge un testo, _sul proprio cuore dei giuranti_ come legge un altro; e dopo aver tutte in un fascio strette le mani ai discepoli, terribilmente prorompe con quella spaventosa imprecazione con cui i leviti sulla montagna di Ebal dovevano la vendetta di Dio invocare sul capo degli Idolatri, e _maledetto_ con essi ci grida _colui che immagine o scultura facesse opera di arte e tenesse celata_; volendo con questo premunire i discepoli contro ogni arbitraria e personale intrusione di umani opinamenti, di umane innovazioni nel giro del misterioso insegnamento: prova tra mille come da ogni straniera importazione profondamente abborrissero i Patriarchi del cabbalismo, e come stranamente vadano errati coloro che la origine del cabbalismo ripongono nelle anteriori e contemporanee scuole di filosofia orientale.
Ma la fedeltà non è unico dovere che il maestro imponga ai discepoli: egli ricorda loro immantinente _come la riserva, il segreto comandato dalla legge nelle cose del mondo, nelle cordiali espansioni dell’amico che il cuore ci apre; a mille doppi allora più doveroso che Dio stesso ci apre, a così dire, la mente sua sacrosanta, ci inizia ai suoi misteri, ci fa copia dei suoi segreti, i quali voglionsi con quella gelosia custodire che basti agli sguardi sottrarli dei curiosi, degli indegni e dei profani_. Quante cose egualmente preziose contenute in questo mirabile esordio! Quale inesausta miniera di peregrine indicazioni! Oltre la maestà del quadro, e a tutto dire il pregio estetico di questo prologo sublime, innanzi a cui impallidiscono le più vivide gemme della classica antichità; quanti bellissimi documenti per noi per la società degli Esseni, per la identità da noi propugnata! Prima di tutto il giuramento; tema della presente lezione, il giuramento che chiaro spicca e luminoso dal fondo del quadro. E poi quante conferme, quanta maniera di prove, quante nuove e minute attenenze! Il grado più eccelso della iniziazione cabbalistica, il nome di _soci_, di _fratelli_ così parlante, così chiaramente alludente ad una consorteria, ad un legame sociale. L’amore dei campi e degli alberi ombrosi, il mistero comandato, l’orrore delle innovazioni così proprio, come vedremo, agli Esseni medesimi; e finalmente quella attitudine con cui si dipingono colla mano sul petto. Verrà tempo, quando parleremo del culto e delle pratiche degli Esseni, che la storia antica, ignara assolutamente del Zoar e delle sue dipinture, ci parlerà di una attitudine curiosa inesplicata che soleano prender gli Esseni, una mano lasciando andare sul fianco, l’altra al cuore premendo, allora il ravvicinamento fra il Zoar e la vita degli Esseni si farà spontaneamente, naturalmente nell’animo vostro; si farà senza neppure che a così fare siate guidati per mano, ed allora crederete anche voi alla identità delle due scuole.
«A guisa del ver primo che l’uom crede»
LEZIONE DECIMASESTA.
Noi abbiamo nelle passate conferenze accennato all’Essenico giuramento. Dobbiamo adesso questo giuramento osservare più da vicino; dobbiamo brano a brano sottoporlo a disamina; dobbiamo al tempo stesso a quell’ufficio comparativo adempire che imprendemmo a principio, rilevarne cioè le idee, gli obblighi in seno al Farisato nei suoi volumi, nei suoi dottori, onde quella identità emerga sempre più luminosa che fu nobilissimo compito di queste lezioni.
Principalmente dicono le istorie: giurava il nuovo Essena _Adorare e onorare Iddio, e giustizia e carità serbare alle sue creature_.
Parvi egli sterile insegnamento cotesto?
Parvi egli che queste idee a prima vista sì ovvie, sì comunali, così oggi universalmente consentite—non offrano per nulla argomento alla critica ed alla istoria? Così veramente sarebbe se le glorie nostre, le nostre dottrine fossero state sempre nostre credute, se niuno avesse preteso redare l’unico retaggio glorioso che i padri nostri ci trasmisero, il _maestrato di Religione_; se il primato niuno ci avesse conteso nella proclamazione delle più sacrosante verità religiose e morali; se quando lo Evangelo insegnava _Ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo tuo come te stesso_, ognuno applaudendo alla santità della massima, all’eco fedele della ebraica morale, non si fosse l’ebraismo fraudato della legittima priorità che gli spetta; se si fosse ognuno di Mosè ricordato quando _l’amore_ prescrive _di Dio al disopra di ogni cosa terrena più degli averi, più degli affetti, più della anima nostra_; quando imprecando alle vendette private prescrive _l’amore del prossimo come se stesso, fosse pur egli nemico nostro_, siccome manifesto appare dal contesto; se rammentato avesse Illel, lo stipite glorioso del Dottorato palestinese; quando al gentile che anelava alla cognizione della legge—_Ama_, gli rispondeva, _il prossimo tuo come te stesso. Ecco tutta la legge. Il resto n’è la chiosa_; di Rabbi Hachibà quando insegnava: _Ama il prossimo tuo come te stesso; ecco della legge l’assioma supremo «Ze Kelal Gadol battorà»_ di Ben Azzai quando riponeva cotesto assioma nel dettato mosaico: _Ama il Signore Iddio tuo come tutto il tuo cuore_, l’altro elemento in tal guisa fornendo della morale evangelica. Se infine, per tornare agli Esseni, obliato non si fosse il giuramento che tra essi il novizio prestava ove la morale evangelica costituisce il prodromo, la base dell’Etica degli Esseni.—Proseguiamo l’esame intrapreso. Essi giuravano dopo le cose anzidette _di non nuocere a chicchessia, sia per propria volontà, sia per dovere di ubbidienza_, e noi vedremo in seguito, quanto fedelmente osservassero gli Esseni gli obblighi assunti, vedremo quant’oltre spingessero l’orrore del _nuocere_ altrui sino al punto d’interdirsi il maneggio e la fabbricazione delle armi da guerra; sino al punto di non offrire ad altri ne manco indirettamente i mezzi di distruzione; e nuova e inaspettata armonia allora sorger vedremo tra Esseni e Farisei. Per ora una idea, una parola sorge degnissima di nota nel paragrafo ricordato. Voi l’udiste, il dovere dell’ubbidienza. Come intendevano gli Esseni il dovere dell’ubbidienza? In quella guisa appunto che i Farisei. L’obbedienza non cieca, non gesuitica, non assoluta, non la teoria assurda, immorale, che annulla l’arbitrio, la libertà, la responsabilità umana sotto il giogo macchinale inintelligente di una autorità collettiva. L’obbedienza sino all’ara, sino al dovere, sino al santuario della coscienza e come dicevano gli antichi _Usque ad aram_. Obbedienza ove cose non s’impongano contro la voce di Dio e della coscienza _En scialiah lidbar aberà_. Obbedienza che al suddito, alla creatura non conceda quel primato che si deve al Creatore _Dibré arab vedibré attalmid, dibré mi sciomein_? Obbedienza che ha un limite insuperabile nella nozione chiara del dovere che favella alla coscienza; tanto, che ove il sommo magistrato della nazione imponga l’esecuzione di cosa che osti direttamente ai principj ricevuti, la rivolta, la disubbidienza, non solo è chiarita giusta e legittima, ma pur anche doverosa, _Bet din scesciaghegù veorù laakor guf migufé torà veasa akaal al piem, bet din peturem, vehol ehad veehad haiabim_. Obbedienza che non solo la conformità per tal guisa ci manifesta tra Farisei ed Esseni, ma quella non meno tra ambedue e i Pitagorici; dei quali dopo aver alquanto discorso l’illustre Gioberti nella _Protologìa_, così seguitava dicendo:—_Ciò basta a mostrare, che intento del pitagorismo non era di spegnere e snervare il genio individuale nazionale e le virtù native dei soci, ma di avvalorarle, che l’individuo non ci era soggetto a una obbedienza cieca, nè immolato a una falsa unità innaturale, e che insomma la compagnia di Pitagora non era come quella di Gesù_. Obbedienza infine che svela quanto erroneamente si vada del continuo identificando spirito farisaico e spirito gesuitico, quasi due aspetti di un sol tutto, mentre nulla havvi, a mirar bene, di più ostile, di più repugnante.
Giuravano poi di serbar la fede ai magistrati, ai rettori dello Stato, conciossiachè senza la volontà di Dio stimavano non fosse stabilita la loro potestà. Che cosa s’intende per _Maggiori_, per _Magistrati_ e per _Rettori_? S’intenderà forse pegli Esseni, i principi e dominatori stranieri che Dio prepose al governo di Palestina; dei principi tra cui gli Ebrei emigrarono dopo la distruzione del Tempio? Io non saprei categoricamente rispondere: ma se pure così s’intendeva, ella non è la prescrizione degli Esseni senza precedenti, senza esempj grandi autorevoli nella ebraica antichità. Non lo è nei profeti, dove Geremia il popol suo premunisce contro la disperazione, la irritazione e le tentazioni vane perigliose dello esilio, siccome quello che voluto e preordinato era da Dio pietosissimo alle mire ultime e adorabili della sua provvidenza, dove li esorta di cercare nella salute del popolo, tra cui emigrarono, la propria salute, nel suo bene il proprio bene, e una seconda patria riconoscere ovunque li balestrasse fortuna, preludendo con questo consiglio a quel genio cosmopolitico che i padri nostri spiegarono nella loro dispersione; genio e fattezze assumendo secondo lo speciale asilo in cui ripararono senza pregiudicare però all’intima propria speciale caratteristica di ebreo; e con maraviglioso magistero in uno accoppiando e il cosmopolitismo più generale e il più stretto e rigido particolarismo di nazione e di fede. Non lo è in secondo luogo nei dottori fedeli in tutto e continuatori legittimi dei profeti loro predecessorj, quando sotto il flagello eziandio della spietata dominazione romana ammonivano i fratelli a pregarne da Dio la salute, la conservazione per quella ragione grande, filosofica, umanitaria, che sotto alla più orribile tirannide vede sempre la fautrice dell’umano e civile consorzio, l’ultimo vincolo della società perigliante, e che ogni più barbaro reggimento preferisce alla sociale dissoluzione e alla vita ferina e eslege delle genti selvagge.—Raro esempio di meravigliosa abnegazione e di stupenda imparzialità di giudizio che fa tacere i più legittimi nazionali risentimenti di fronte all’ultimo e supremo bene della società in pericolo, quando nel Medrasc Coelet in nome di Dio scongiuravano i fratelli a tollerare pazientemente i decreti, fossero pure dei più acerbi che loro imponessero i nuovi padroni, che non ne scuotessero insofferenti il giogo comunque durissimo.—Che se poi per l’autorità a cui giuravasi dagli Esseni obbedienza, vorremo piuttosto intendere l’autorità religiosa, i maggiori, gli anziani, i principi della Scuola, e’ non sarà senza grave autorità fra gli antichi che a così intendere ci ammonisce. Io vo’ dire di Filone; il quale parlando del giuramento essenico, lo spiega appunto in quel senso che non ha guari udiste, che è quanto dire degli anziani, dei dottori, dei sacerdoti, ed al voto dei più tra i soci, tra i riuniti fratelli. In questo senso sarà egli mestieri cercarne esempj precedenti, similitudini nelle dottrine, nei fatti della storia dell’Ebraismo? Io oso dire che nulla havvi di più naturale, di più proprio, di più speciale nell’Ebraismo, non solo dell’ossequio, della riverenza dovuta ai grandi, ai dotti, ai magistrati della nazione; ma quello che più amo farvi notare perchè men conosciuto, si è l’ossequio, si è la deferenza all’opinione comechè dalle proprie, dalle comuni differenti. Testimone R. Josè che, interrogato come avesse da Dio meritato di vivere così longevo, rispose tra le altre cose di non aver mai preso a vile i dettami dei suoi colleghi comunque dal parer suo differissero; che così oltre ei spingeva l’ossequio, al parere altrui, che non ostante destituito ei fosse di carattere sacerdotale, esercitato nonostante ne avrebbe i pubblici offici, quando così fosse piaciuto ai colleghi. Testimone R. Achibà, quando sostenuto da lungo tempo in prigione, e vedendosi venire allo stremo quel poco d’acqua che giornalmente gli si forniva, preferì piuttosto impiegarla all’abluzione delle mani come volevano i colleghi, che valersene ad estinguer la sete che il divorava, come aveva egli stesso altra volta opinato. Testimone il discepolo suo, R. Simone, quando uscito dopo 13 anni di reclusione da una oscura caverna, sgridò colui che in onta all’opinione dei suoi colleghi andava mietendo alcune spiche cresciute nell’anno sabbatico, nonostante che si giovasse, come ei si scusava, dell’autorità dello stesso Simone. Testimone Accabià figlio di Maalalel, che dopo avere in onta ai colleghi costantemente sostenuto alcuni principj, sendo vicino a morire chiamò il figlio suo, e l’abbandono gli impose delle tesi proposte.