Storia degli Esseni: Lezioni

Part 17

Chapter 173,410 wordsPublic domain

Noi dobbiamo oggi proseguire nello studio delle esseniche istituzioni per passare quindi alle dottrine e quindi al culto. Si parli dunque delle Istituzioni, e per procedere con quell’ordine che più io stimo acconcio, cominceremo da onde appunto cominciava l’Essena nell’atto di votarsi alla società, ch’è quanto dire cominceremo dal Noviziato. Ebbero eglino, gli Esseni, un noviziato? Imposero eglino ai nuovi venuti, un tirocinio speciale, una propedeutica religiosa prima di largir loro il nome e le prerogative di socio e fratello? Ebbero eglino un noviziato a guisa di pressochè tutti i religiosi istituti antichi e moderni, a guisa segnatamente del Pitagorico istituto, col quale tanto amava di raffrontarli il nostro Giuseppe? Sì, rispondono le più autorevoli testimonianze, le quali non solo di questo noviziato attestano la esistenza, ma la durata ancora ne ricordano, la divisione, le prove a cui sopponevansi, lo scopo a cui si mirava. Il noviziato durava tre anni, ma questo periodo di anni tre si distingueva in due parti, o per dir meglio abbracciava due gradi che successivamente percorreva lo iniziato. Durava il primo un anno intero, e in quell’anno le virtù che più si volevano splendidamente provate, erano continenza e temperanza, nè per luminosa che ne emergesse la prova, poteva dirsi ancora assolutamente qualificato fratello. La più intima comunanza che conoscessero gli Esseni, la tavola comune, il refettorio, non si asseguiva che dopo altri due anni dl tirocinio più severo. Pria di sedere al fianco a’ fratelli nei sacri agapi intorno al desco venerato, due altri anni dovevano ancora trascorrere dove, come pare probabile, nulla di sè lasciar doveva desiderare il nuovo fratello. A capo di due anni diveniva Essena compito. Noi abbiamo di sopra toccato del noviziato religioso nelle antiche consorterie, noi abbiamo detto come da quelli non differisse il nostro Istituto. Che dico? Noi potevamo farvi toccare con mano non solo i rapporti che da questo lato lo avvicinano ai Pitagorici, ma ad altri infiniti istituti accennare, antichi e moderni. Potevamo dire della iniziazione sacerdotale dello Egitto, del Noviziato tuttavia superstite nel sacerdozio Braminico, ove una rigida preparazione si esige da coloro tra i Brami, che all’amministrazione voglion dedicarsi del sacro culto, e sopratutto avrei potuto additarvi nelle società religiose derivate dal Cristianesimo una immagine fedelissima di quello che tanto tempo innanzi praticavano i nostri Esseni. Ma questi riscontri, comecchè non destituiti di alta e feconda significanza forse più chè non credesi, debbono ad altri cedere il campo che di gran lunga sovrastano e che compiono quanto abbiamo a dire intorno l’essenico noviziato. Io spero che non l’avrete dimenticato. Fu e sarà nostro officio, ad ogni passo che muoviamo nella esposizione della scuola, trarre dalle viscere del subbietto, sempre nuove, sempre maggiori conferme, a quel fatto rilevantissimo che resulta a parer mio dalla più scrupolosa disamina dello Essenato, la identità dell’Essenato medesimo colla parte più dotta e più squisita dei Farisei. Voi lo ricordate; il metodo da noi prescelto a provare siffatta identità fu, se non isbaglio, il più rigoroso. Chiedere al Farisato tutto che di proprio, di organico si trova nell’Essenato, e ove nulla si trovi nel secondo che il primo non contenga, chiarire vera e fondata la propugnata identità. Il noviziato sarà egli occasione di conferma o di dubbio? si trova egli tra i Farisei come la storia ce lo addita in seno agli Esseni? Se non il chiedessimo che alla Bibbia, la Bibbia ce ne offrirebbe un esempio, un tipo parlante nel sacerdozio. Il sacerdozio aveva un noviziato, e se questo noviziato anzichè tre durava invece cinque anni, non cessava per questo di essere vero e proprio noviziato. E d’onde questo noviziato resulta nei libri sacri? Implicitamente dal testo; esplicitamente poi dalla tradizione. Ella è nel testo una di quelle contradizioni che non tollerano conciliazione se non mercè il dettato della tradizione. Sono due testi che sembrano escludersi a vicenda. Per l’uno il sacerdote ministra nei sacri offici all’età di venticinque anni, per l’altro solo ai trenta adempie agli offici del sacerdozio. Che cosa sono questi cinque anni di differenza? Sono, dice la tradizione, il periodo di noviziato. Ma noi dobbiamo chiederlo altresì ai dottori, dobbiamo cogliere nei loro usi, nei loro dettati l’essenico noviziato almeno in germe. Saremo noi tanto felici di rinvenirlo? Io spero che voi non esigerete una perfetta e circostanziata identità. Comprenderete benissimo come una frase, un cenno sia d’immenso rilievo quando si tratta, come in questo caso, di due scuole che non fu mai usato di confrontare, di cui niuno sospettò o almeno asserì non solo la identità ma nemmeno la somiglianza. Ora, io oso dire che questo cenno esiste, ed esiste nel Talmud di Hollin, ove togliendo a ragionare del tempo in cui il discente può veder dei suoi studj profitto alcuno, altri fondandosi sul noviziato sacerdotale, questo tempo pongono dopo anni cinque; altri in più brevi termini restringendolo lo limitano a soli tre; e tre erano, come udiste, gli anni di noviziato prescritti al nuovo Essena.

Ma questi anni vedeste in due periodi partirsi; ed il secondo che dicemmo più lungo, nuova prova e solenne preparazione al cibo comune, al refettorio. Che cosa significa questa speciale importanza alla tavola conceduta? Solo allora la comprenderete quando lo spirito della antichità e lo spirito dei rabbini vi sarà familiare; quando li udirete proclamare la tavola, imagine, ricordo, rappresentanza dello altare di Dio; quando la mensa santificata dalla legge divina li udirete parificare alla mensa dello Eterno, e i commensali qualificare commensali di Dio; quando vedrete queste idee a maggior altezza poggiare per opera e nel sistema dei cabbalisti successori legittimi, a parer mio, dell’antico Essenato. I quali parecchi usi e procedimenti ebbero a mensa che poi vedremo radicarsi negli antichissimi istituti dell’Essenato, e più solenne appalesare fra essi quella identità che è perpetuo subbietto del nostro argomentare. Intenderete allora come supremo onore e grado supremo d’iniziazione fosse tra essi la commensazione in comune, e come niuna prova per essi si trascurasse onde riconoscere se degno fosse l’ospite nuovo di questo onore. Il volevano sapere perchè delle idee partecipavano gli Esseni e dei costumi dei Farisei; perchè i talmudisti, i farisei primo studio ponevano, quando trattavasi di banchettare, nel sapere chi avrebbe a fianco loro seduto a mensa, perchè questa indagine solevano fare immancabile coloro che i talmud designano col nome di _Nekiè adaat sce-biruscialaim_ gli animi delicati di Gerusalemme; perchè i farisei avarissimi erano della loro persona, quando si trattava di porsi a tavola con chi castigatissimi non avesse i costumi e l’animo culto; perchè carattere precipuo si predica nel fariseo, il non prodigarsi in conviti plebei; perchè il farisato irrideva con appellazioni derisorie a quei degeneri dottori che ponevano cattedra nei Prandj e aringo prediletto agognavano le laute imbandigioni perchè li chiama in suon di scherno scaldaforni e leccapignatte.[70]

Nè questi titoli avriano certo convenuto agli austeri membri dell’Essenato. Ma provatane, come dissi, la continenza, trovato degno di sedere alla mensa fraterna, nel novero senza più era introdotto dei fratelli e dei socj. Allora un bel nome lo attendeva ed oh quanto da quelli testè citato diverso! Lo attendeva il nome, il titolo di _libero_; e perchè? Perchè libero solo allora estimavasi l’uomo che i vincoli più forti avea se non rotti, allentati, che alla terra lo avvincevano; perchè libero si diceva, come disse Platone, eziandio quello soltanto che alla legge subordinava il volere; e forse come altra volta accennai, libero altresì si diceva perchè gli uffici umilissimi in cui i giovani ministravano un carattere a torto lor non annettessero di mercenari o di schiavi. Ma quanto non consuonano coteste idee colle idee dei farisei! La libertà vera riposta nell’affrancamento dello spirito da ogni maniera mondanità, è teoria se altra fu mai farisaica per eccellenza; liberi _Benè korim_ udiste chiamati dai Dottori nel Talmud (Sotà) coloro che a fianco essendo posti dei _Kaberim_, a ragione, come dissi altra volta, ci rappresentano i giovani Esseni, i neofiti della setta, coloro che Filone espressamente insegna liberi dagli Esseni appellarsi, liberi di quella libertà che i dottori dissero discesa, scolpita sulle tavole della legge; duplice libertà per cui l’uomo e lo spirito si affranca dal giogo di morte, ed il corpo si sottrae alla signoria dei Potenti del Mondo _harut mimmalach amavet umiscibud malkijot_. Libertà che gli Esseni conseguivano e colla perfezione dello spirito e colla fuga e coll’abbandono del mondo, libertà di cui i dottori favellarono quando dissero che chiunque si toglie il giogo della legge di Dio si affranca al tempo stesso di ogni giogo terreno, delle terrene dominazioni che nulla ponno oggimai su quello che nulla più chiede alla terra, e tra gli uomini vive come se non vivesse; giogo sociale che dissero _hol derek erez_, in cui i bisogni e la servitù si compendia, che la società impone ai membri suoi e dai quali l’Essena solo poteva dirsi affrancato, e quindi dello Essena soltanto deggiono aver inteso i dottori quando quello dissero andare immune da ogni peso, da ogni legame sociale, _ol dereh erez_, il quale sobbarcato si sia al giogo della legge di Dio, ch’è quanto dire, siccome io intendo, che abbia, siccome l’Essena faceva, tutto l’esser suo consacrato ad una vita di ritiro, d’abnegazione, di abbandono. Che il _sottrarsi ad ogni giogo sociale_ a niun altro può si bene attagliarsi come all’Essena che fugge il mondo nel silenzio e nella pace del sacro chiostro. Oh quanto bene ancora non si addice al carattere alla storia dell’Essenato quella virile indipendenza da ogni umana podestà, _ol malhut!_ Oh! quanto acconcie non soccorrono all’uopo le parole di Giuseppe lo storico, quando degli Esseni favellando, non rifinisce di esaltare la fortezza dell’animo, la imperturbabile resistenza che seppero ognor contrapporre alle sevizie, alle persecuzioni, ai martirj di Roma imperante! E queste stesse laudazioni di Giuseppe non sono elleno la miglior conferma di quella identità d’Esseni e Farisei ch’è perpetua dimostrazione di queste conferenze? E chi altro se non i Farisei saranno questi audaci sfidatori della romana tirannia? Chi se non quelli che gli annali empierono del giudaismo della eroica loro resistenza, delle lotte incessanti, dei trionfi, dei supplizi più ammirandi delle stesse vittorie, delle morti cento volte più invidiabili della vita più prosperosa? Chi se non i Farisei, chi se non gli stoici di Palestina con cui ama tanto di compararli Giuseppe lo storico, e con cui tanti e sì profondi ci offrono punti di attinenza non meno di questo rilevantissimi, voglio dire il durare impavidi di fronte al fantasma terribile, implacabile, della romana tirannide? E chi tra i Farisei medesimi meglio in sè riproduce la bellissima caratteristica; chi più altiero levossi sulla mala signoria; chi profferiva più terribile sentenza sui vizi del governo imperiale; chi meglio resisteva al prestigio, al bagliore di quella ipocrita civiltà, se non quella parte di Farisei con cui, a parer mio, più specialmente, più intimamente s’identifica il nostro Essenato, ch’è quanto dire la parte teologica, mistica, ascetica del dottorato ebraico? Singolare a dirsi! Il Talmud ci ha conservato un frammento prezioso in cui il carattere e le opinioni politiche si dipingono di tre tra i più grandi dottori in Israele; in cui tu puoi vedere di ognuno il vario sentenziare su quell’impero, che teneva allora il mondo sotto i suoi piedi; in cui ognuno rivela le proprie impressioni tali quali internamente esperimentavali a quello spettacolo di grandezza, di forza, di ricchezza, di lusso, di sapere governativo, di polizia cittadinesca! E chi sono i grandi interlocutori? Sono Rabbi Jeudà soprannominato lo eloquente o meglio il primo tra i parlatori, _Ros amedabberim_; è l’altro Rabbi Iosè; ed il terzo è R. Simon Ben Iokai. Favellavano essi dell’impero romano, delle sue leggi, dei suoi usi, della sua civiltà. Sorge R. Jeudà ed esclama: Oh quanto sono belle le opere di questo popolo! Quanto senno nel governare i sudditi! Quanta cura del loro ben essere! Qui aprono strade che la città in se stessa e le città le une alle altre e tutto l’impero congiungano fra le sue parti; qui a valicare fiumi erigono ponti; qui di ogni maniera comodità arricchiscono il paese, e bagni e teatri e passeggi aprendo a ristoro, a vaghezza, a diporto degli abitanti. Il cuore di R. Jeudà era ebreo; chi ne dubita? Ma la mente sua non poteva non ossequiare quel prodigio di arte, di grandezza che l’impero ostentava agli occhi dei popoli vinti. Alla generosa apologia tace R. Iosè, ma Simone favella, anzi Simone rugge, Simone tuona e come terribilmente! Sì; elevano costoro ponti ma per preporvi commissari all’esazione dei pedaggi! Sì; aprirono strade, ma per gettarsi come torrenti sul mondo intiero. Sì; schiusero vie, ma per alloggiarvi i loro agenti, i loro proconsoli, le loro meretrici. Sì; aprirono bagni, teatri, passeggi, ma per snervarvi i popoli colle blandizie, e per conchiudere colle parole del testo, _tutto che fecero, a pro di sè operarono_. Ma Roma era tutta in orecchi, e in ogni angolo, in ogni città, in ogni ritrovo protendeva la rete del suo spionaggio.—Insieme ai tre dottori eravi un quarto, e questo quarto era Ebreo, e questo quarto era il delatore di Roma. Roma seppe poco stante ogni cosa, seppe la lode, il silenzio, la invettiva, e Roma di li a breve sentenziò: Giuda che esaltò sia esaltato, _Jeudá sceillá itallé_; Iosè che tacque, tragga in esilio, _ighlé lezzipori_; Simone che sparlò, perda la vita. Narrarvi le cose che seguirono, la fuga di Simone, la caverna, gli studi e probabilmente la coordinazione delle sue dottrine; non è di questa conferenza l’officio. Ma che animo, che mente, che cuore, che indipendenza di spirito! E che riscontro mirabilissimo colla nota caratteristica che Giuseppe attribuisce agli Esseni! L’indipendenza di Simone lo condusse se non al supplizio estremo, a vita peggiore che morte per tutt’altri che lui; ma qual conforto! Nella sua solitudine ei poteva dire a sè stesso: quando i secoli avranno delle cose presenti abolita ogni traccia, Roma non sarà più; ed uno dei miei più tardi discepoli narrerà ai fratelli ammirati le mie prove, i miei dolori, il mio coraggio, la mia gloria. Questo discepolo non oso dire chi sia, ma questi fratelli siamo noi, siete voi stessi.[71]

LEZIONE DECIMAQUINTA.

Noi abbiam detto nella passata lezione, come il noviziato degli Esseni constasse di due parti o periodi che dir vogliamo, e come secondo fosse quello che preceder soleva l’ammissione al refettorio. Noi abbiamo così conosciuto la durata, la gradazione del noviziato; ne abbiamo, a così dire, veduta sinora la parte esteriore. Mestieri è che meglio in esso ci addentriamo a scuoprirne la verace natura; mestieri che il valore, la guarentigia morale ne sindachiamo; mestieri che al fatto più cospicuo assistiamo che la intima essenza costituiva del noviziato. Qual’è questo fatto, qual’è l’atto più solenne a cui il nuovo Essena era chiamato a adempiere? Egli era in una parola, un giuramento. Non so se io vada errato, ma il giuramento per se stesso, la sua formula avventurosamente conservataci per intero, le parti tutte di cui è composto, la precisa e minuta descrizione di tutti gli obblighi che il Neofita si assume, la viva dipintura che vi si asconde della vita e del genio dell’Essenato, il suo carattere insomma, di sommario, di catechismo, di compendio di tutte le esseniche istituzioni ne fanno, se io non erro, un documento unico nel suo genere e di una tale significanza che vano sarebbe il disconoscere. Potremo noi a tanto trovato rimanerci indifferenti? Potremo non istudiarne a parte a parte gli articoli di cui è composto? Potremo noi non rimirare quasi in vivo speglio la società degli Esseni nell’atto più espressivo e più compendioso della vita sociale, e come a dire nel suo credo, nel suo atto di fede, nel suo programma? Ecco perchè ho meco stesso deliberato, a costo ancora di mandare più che non volessi per le lunghe il nostro corso, esaminare partitamente il giuramento in discorso; ecco perchè senza por tempo in mezzo mi accingo a dirittura al lavoro. Ma prima siamo con noi medesimi conseguenti. Noi vogliamo, non è egli vero, gli Esseni per nulla diversi, anzi identici assolutamente a quel farisato in cui si contengono come parte nel tutto? Ora se questa identità non è menzognera, non solo i Farisei avranno pure essi un noviziato, e ciò vi fu (cred’io) abbastanza dimostrato, ma avranno ancora, lo che più monta, l’equivalente della essenica iniziazione; avranno un atto per cui noverati venivano nel bel numero, per cui al patto sociale, ai suoi doveri, ai suoi dettati promettevano leale osservanza. Eravi nulla di questo in seno al farisato? Se vi era! Basta gettare ancorchè superficiale uno sguardo sulle pagine talmudiche per convincersene immantinente. Basta aver udito a parlare dei Dibrè habrut, e della iniziazione a questa consorteria chiamata _cabalat dibrè habrut_, l’assunzione, l’accettazione dei doveri sociali. È vero che la memoria che ne serbò il Talmud va quasi sempre improntata di quel carattere pratico, esecutivo, rituale, ch’è genio specifico di quasi tutto il Talmud; è vero che non conosciamo siffatta consorteria che dal lato suo positivo cerimoniale; è vero che la parte organica, ideale, dottrinale di questo habrut, è rimasta nel Talmud ricoperta da densissimo velo; ma quante d’altra parte non ci offre col nostro Essenato parlantissime analogie! Basti accennarvene le più cospicue, intorno alle quali mi abbisognerebbe dettare un trattato per esaurir tutta quanta la vastissima materia. Vi basti in primo luogo che le più ovvie resultanze delle memorie talmudiche altamente ci attestano come nel mentre che cotesti _haberim_ o soci si radicavano profondamente in seno ai Farisei, e da essi, vita, dottrine, soci, indirizzo e tutto accogliessero onninamente, cionnonostante del farisato medesimo formassero quasi elettissima schiera, ed a certi doveri e pratiche gissero sottoposti a cui sottoposti non erano il comune dei Farisei. Testimone quel rilevantissimo passo della Misnà ove a chiare note si distingue il semplice Fariseo, il semplice Talmid haham, da quello che ivi stesso si noma _Haber_; e le norme ivi stesso si dettano e le regole che dovranno all’ammissione presiedere dello stesso Talmid haham, prova se altra fu mai irrecusabile, a parer mio, come a senso della Misnà Talmid-Haham e Haber non sono sinonimi; ma il primo di semplice Fariseo alla più elevata condizione può trapassare di Haber, e come io intendo di Essena di Terapeuta. Curiosissima indagine sarebbe, tutte le parti della rabbinica enciclopedia perscrutare ove dei Haberim è menzione, ove questa società innominata, indeterminata, ha lasciato di sè traccie sensibili. Vedreste in primo affaticarsi i tardi comentatori come il Maimonide a giustificare l’appellazione di Haber ai Farisei conceduta, e ragioni così esigue, sì aeree allegare _che dopo il pasto hai più fame che pria_. Siccome quella V. G. che il Maimodine proponeva non per altro, dicendo, chiamarsi i dottori Haberim o soci se non per che _fida e durevol società è la loro_, quasichè non resultasse da tutto il Talmud lo speciale e superlativo indirizzo dei _Haberim_; e quasi infine generale denominazione fosse cotesta dei Farisei, e non piuttosto ad una parte di essi peculiarissima, siccome ho abbastanza, se non erro, provato. Vedreste poi la memoria dei Haberim tornar frequente e rinomata nelle pagine del Talmud, li vedreste nel trattato Niddà, comechè fosse da lungo tempo il sacrifizio abolito, nelle antiche lustrali aspersioni perseverare colle ceneri della vacca rossa. _I Haberim_, dice il Talmud, _tuttora aspergono di acque lustrali in Galilea_. Vedreste dottori contraddistinguersi con questi nomi e intitolarsi come dai Haberim _Zeirà demin Habrajà_. Vedreste in altri luoghi i dottori dirsi in generale Haberim, non perchè tutti lo fossero attualmente, ma perchè tutti erano capaci di divenirlo. «Haberim Machscibim elu Talmidim scemachscibim zè lazè baalakà» Vedresti nel trattato Sciabuot, cap. 4, i dottori l’un l’altro scrivendosi, col noto nome appellarsi di Haber e con quello diverso sì, ma equivalente, di Amit. Vedreste due fatti che più davvicino ci accostano alla consorteria degli Esseni: in primo luogo nel Talmud quelle larve, quei fantasmi che in sembianza umana era dato di suscitare apertamente dirsi _fattura dei Haberim_, lo che a dirittura ne mena il pensiero al carattere ascetico taumaturgico del nostro istituto. Vedreste poi non più nel Talmud, ma lo che è più, lo che è tutto nella nostra disquisizione, vedreste nel Zoar, che è quanto dire nell’Emporio del cabbalismo, un fatto semplicissimo ma d’una immensa rilevanza a parer mio, ed è questo: che la sola, la comune, la indistinta denominazione che tutti recano i dottori cabbalisti, quella e non altra si è di Haberim, o come in dialetto arameo ivi costantemente si legge, Habrajà.

Io non so se mi faccio illusione, ma più che non fôra mestieri parmi aver argomenti accumulato a provare l’esistenza di un legame, di un vincolo sociale in seno al farisato. Lo prova il carattere e il nome tanto significantemente ripetuto di Haber, lo prova di più l’atto di ammissione di iniziazione, che i libri rabbinici chiamano, come vi dissi, _cabbalat dibrè Habrut_ e di cui le norme, le forme tutte sono prescritte nella Misnà e nel Talmud.