Part 16
E non sono persino le più minute circostanze che non abbiano in questo racconto il lor valore. Per esempio quel _Mesubbin_, quello stare a mensa seduti, quello alternare il pane del corpo col pan dello spirito, quel discutere a mensa, quanto non vi riescirebbe prezioso se potessi dir tutto! Se vi dicessi che questo era il costume proprio, proprissimo della società degli Esseni, a quanto ne attestan Filone e Giuseppe; che dico? se vi narrassi come non dissimile procedesse il costume dei _Zoaristi_ i quali per lo più, mentre a mensa sedevano, un testo togliean a interpretare della legge, e il sobrio pane mescevan col più soave dei condimenti, la _scienza_.[63] Ma di questo più diffusamente a suo luogo. Dovrò io citare dopo questi luminosissimi, esempi per avventura di men rilievo? Dovrò dire di due altri campioni che la pratica o la contemplativa vita tolgono a propugnare nel 4º di Kidusin? Difende la prima R. Meir quando l’obbligo inculca ai genitori d’insegnare al figliuolo un mestiere: propugna l’altra ivi stesso Ribbi Neorai quando dice: _Ogni arte rigetto, ogni mestiere, e solo il figlio mio inizierò allo studio._ E chi è Ribbi Neorai? singolare a dirsi. Vedeste R. Akiba, vedeste Ben Iohai, ambo Farisei non solo, ambo cabbalisti, farsi organi, farsi rappresentanti delle idee degli Esseni. Vedetene ora un terzo! Poche, forse non altre volte è di questo Dottore menzione tra i Rabbini, tranne questa ed altra fiata nella Misna di Abot. Ma quanto però e come significativamente nelle pagine del Zoar! Ove _R. Neorai_ è uno dei più famosi anacoreti, anzi è quegli stesso che voi, non è molto, udiste rammemorare tra coloro che il Zoar ci narra abitare la solitudine, e solo nelle feste solenni alla città convenire. E quella fiata istessa che n’è parola in Abot, quanto non ha ella la fisonomia e il linguaggio di un Essena! Curioso a dirsi! Niuno, che io mi sappia, lo notò; eppure notabilissime suonano le sue parole. Chiede R. Neorai che muovasi esule lontano per istudiare la legge, e oh meraviglia! nel Zoar è egli stesso Ribbi Neorai che la gran sentenza profferiva che con questa torna a capello, cioè non altrove potersi con frutto meditare la legge se non nell’esilio, se non nella solitudine. È la menzogna, è il caso che ha create siffatte armonie? No, è la verità che solleva un lembo del suo velo, è l’armonia che, tolto l’ostacolo, prorompe sonora fra la Misna e il Zoar, fra tutte e due poi è la società degli Esseni in quella guisa che due stromenti accordati all’unisono, mandano l’un l’altro amica risposta.[64]
Dissi nella passata lezione come non solo le dottrine degli Esseni, ma gli uomini eziandio sono posti nel Talmud talvolta in contrasto; non solo la _Pratica_ e la _Contemplazione_ figurano una a fianco dell’altra, ma i _Pratici_ eziandio, ma i _Contemplativi_ vengono ad un tempo designati, e in bella e parlante antitesi presentatici quasi due ordini diversissimi. E dove? Tempo è che il veggiamo, che il veggiamo in Abot, ove il Bur è detto non potere essere Jèré het (che teme il peccato), nè l’ignorante poter farsi (Hasid). Ma che cosa è Bur? Chiedetelo a tutti gli interpreti, e tutti vi risponderanno concordi, vi diranno che Bur è colui non solo che di ogni scienza procede destituito, ma le attitudini e qualità eziandio non ha dell’uomo civile.—E che cosa si dice del Bur?—Che non sarà Ièré het, che è quanto dire che non sarà non solo negli studi felice, ma nemmeno uomo civile, uomo pratico, uomo socievole. Che cos’è il _Am Aarez_? Voi l’udiste, egli è l’idiota, egli è l’ignorante. E che cosa non sarà il _Am Aarez_? Non sarà, dice il Misnico testo, _hasid_, ch’è quanto dire non sarà uomo studioso, dotto, contemplativo, e ciò che più fa bella l’evidenza di questa chiosa, si è il nome _hasid_, nome che voi da lungo tempo udiste qual sinonimo di Essena, nome che quello precesse eziandio di Esseni, siccome gravi autori, e tra altri Scaligero, ce lo attestano, e nome infine che quale specialissima designazione di una setta viene ricordato nei Maccabei.[65] Vi par egli che io proceda nel ragionare stringato? Vi par piuttosto che troppo generosa conceda significazione all’appellativo di Ièré het. Vi par egli che non sia ancora troppo la sinonimia dimostrata, colla parte _pratica_ del nostro Istituto? Or bene udite ancora, e continuate poi se vi dà l’animo, a dubitare. Udite pria in _Sotà_ dove tra i mali che la Era, che la venuta precederanno del re Messia, due ceti, due ceti religiosi si ricordano che dal loro antico lustro miseramente decaderanno. E come si chiamano i due ceti? Si chiamano i primi _Soferim_, e ad essi si attribuisce la scienza che allora sarà invilita _vehohmat soferim tisrah_. Si chiamano i secondi Ièré het e si dice che _allora saranno in obbrobrio_. Non vi dice nulla questo nome di Soferim? Eppure i Soferim di _Jah bez_, i Nazirei chiamati dal Targum Soferim, il vederli procedere qui di conserva coi Ièré het, dovrebbero a creder mio farvi pensare. Ma voi chiedete più, e la verità non dice mai, _basta_. Havvi nella Misnà (per altri è Barraità) un frammento antico, preziosissimo che sotto il nome corre di R. Pinehas Ben Iair e che si chiama _Barraita di R. Pinehas Ben Iair_. Si può chiamare in verità la _Scala dei santi_. È una descrizione dei gradi per cui dalle più infime virtù si può raggiungere le più eccelse, le più trascendenti senza interruzione, senza salto, ma per una transizione naturale, facile, necessaria. Di tutti i gradi di santità ivi notati, che sono assai, due osserviamone tra i più cospicui, i quali sono il Hasidut e l’Irat het, _la pietà eroica_ e il _timore del peccato_. Qual posto occupano nella scala dei santi, e quale l’una rispetto all’altra? Il loro posto è il massimo, e dopo il culmine della scala che è lo Spirito Santo, io trovo come gradi sottostanti, più alto il _Hasidut, la pietà eroica_, quindi più basso lo Irat het, _il timor del peccato_. Ma non solo massimi ambedue, ma ciò che troppo più monta pel caso nostro, sono contigui, l’Irat het _timor del peccato_ precede, il _Hasidut_ vi conduce, vi predispone. _Hasidut_ n’è lo stadio successivo, la fase ultima, conducente, educante al _Ruah acodesc_, spirito santo. Che cosa si volle dunque per Irat het? Non certo quel _timor del peccato_, come ognuno intende, ch’è virtù di nome e di fatto puramente negativa, che consiste meglio nello scansare il male, che nello esercitare il bene. E perchè dico questo nostro _Irat het_ virtù non volgare? Per molte ragioni che me lo persuadono. Me lo persuade in primo la sua contiguità al _Hasidut_, grado se altro fu mai eccellentissimo e che, come udiste, mena direttamente allo spirito santo, _Ruah Acodesc_. Me lo persuade poi eziandio non solo le virtù che conseguitano, ma le virtù ancora che lo precedono, ma i gradi eziandio inferiori, i quali tutti, troppo, come vedrete, sovrastano al volgare timore, perchè possano di quello meritamente considerarsi preparazione. Precede non solo il _Farisato_, lo stato dei Farisei, le virtù farisaiche, lo che già accenna, come intendete, a una parentela strettissima tra ambidue; ma il precede anche la _anava_, come udiste, l’_umiltà_, sublime se altra fu mai nella gerarchia teologica delle virtù e appo a cui il timor di Dio è chiamato altrove dai Dottori suo vile calzare, _achob lesandelà_; e il precede insieme anche _la santità_, siccome del _timore del peccato_ essa pure avviamento e prodromo. Che cosa dunque vuol dir ciò? Vuol dire, se io non erro, che colle parole _che teme il peccato_ intesero i Dottori uno stato morale che generato è pure dal Farisato, e che di gran lunga eccede tutte le virtù sottostanti, la _purità_, la _umiltà_, ed anche la _santità_, e che è affine, e ch’è contiguo, e ch’è conducente al _Hasidut_ cioè a quello stato, a quel grado onde ebbe nome la società degli _Esseni Contemplativi_ negli antichissimi tempi. O io erro, o fatti sono cotesti che altamente depongono in favor mio. Che sarà poi se il nome intenderete dell’autore della Barraità in discorso? Voi vedeste e vedrete costantemente i Dottori più insigni della scuola cabbalistica farsi nelle pagine del Talmud gli oratori, gli avvocati delle idee, delle massime dell’Essenato, vedeste Rabbi Simon Ben Iohai, contro a R. Ismael, Rabbi Akiba contro Ribbi Tryphon, Rabbi Neorai contro R. Meir, e Ben Iohai e Ribbi Akiba e R. Neorai al tempo stesso cabbalisti e rappresentanti e organi dei principi dell’Essenato. Vedetene adesso un altro nell’autor della _Barraità_. E chi è l’autore della Barraità? Voi l’udiste: è Rabbi Pinehas Ben Iair, non solo il suocero di R. Simon Ben Iohai, non solo veneratissimo nel Talmud, ma quel che più monta, celebratissimo nel Zoar, le cui parole, le cui dottrine sono ivi con venerazione registrate, e le parole e le dottrine sono esse pure della scuola teologico-mistica dei Cabbalisti. E tutto questo a caso? È a caso che di tratto in tratto sorgono nel Talmud due idee parallele, concomitanti, talvolta opposte, antitetiche, ed alle idee corrispondono dei pratici, dei contemplativi? È a caso che gli avvocati della _contemplazione_ nel Talmud sono sempre quegli stessi che più vanno rinomati pel loro ascetismo? È a caso che tutti i loro nomi primeggian nel libro del Zoar? È a caso che niuno al contrario vi figuri dei loro avversari, non _Ismael_, non _Tryphon_, non _Meir_? Io credo che non è caso. Quel che non è certo a caso son le parole che seguono: e chi ne è l’autore? È lo stesso _Pinehas Ben Iair_. _Dal giorno ei dice, che fu il tempio distrutto furono confusi_ I SOCI, I FRATELLI E I LIBERI _e cuoprironsi il capo e decaddero_ I PRATICI. Chi sono i _soci_, i _liberi_, e chi sono i _pratici_? Io lo chiesi agli antichi interpreti e quale n’ebbi risposta? Per pratici l’idea vaga generalissima di religiosi; pei _soci_ o pei _liberi_ sensi che, o nulla significano, o se qualcosa significano, giovano non poco al mio assunto. Ma quanto bene nel nostro sistema! _Soci_ (_Haberim_), sono i _Soci_ i fratelli della società e della Essenica _Frateria_; i _Pratici_, sono i _Pratici_ la frazione più urbana, più cittadinesca dell’Essenato. Ma chi sono i liberi. Benè-horin? Ah chi sono i liberi? Ve lo dica per me un’aurea indicazione da _Filone_ serbataci; quando parlando della costituzione degli Esseni narra di quelli che di fresco introdotti nella società, consumavano il noviziato nel servire, nel ministrare ai provetti, ai maggiori.[66] E come dice Filone che si chiamavano dagli Esseni, cotesti? Si chiamavano _Liberi_, sì, si chiamavano _Liberi_ volendo, siccome ei dice, con un nome contraddistinguerli, che ogni carattere servile escludesse dalla loro persona al quale non poco avrìa indotto a credere i riguardanti, l’officio veramente servile in cui ministravano. Ma liberi essi erano, Benè-horin, e dicevansi liberi comecchè umilmente ministrassero a mensa ai veri _soci_, ai veri fratelli.[67]
Voi vedeste già molte volte ed ora stesso aperta vi fu mostrata la esistenza di _Pratici_, di _Contemplativi_ in seno ai Dottori. Non mi resta che chiamare la vostra attenzione sopra un altro fatto soltanto, ma cospicuo, ma rilevantissimo fatto; ove non solo questa duplice ramificazione riprodurrassi e più distinta e spiccata; non solo vedremo Esseni _Pratici_ ed Esseni _Contemplativi_; ma ciò che a dismisura più monta, li vedremo parlare, agire e certi atti caratteristici eseguire che Filone ci narra, propri, particolari agli Esseni. Dissi un fatto perchè invero ambi s’identificano, si confondono, si unificano in un solo fatto, ma per ora sono due, l’uno fornitoci dagli Esseni è narrato da Filone, l’altro fornito dal Farisato è raccontato dalla Misnà. Qual’è il fatto da Filone narrato? È una festa ed una festa da ballo, ma di quelle ch’è capace di dare un Istituto religioso, un sodalizio quale era l’Essenico. Narrarvi per filo e per segno tutte le circostanze di questa festa da Filone descritta, troppo più a lungo ci menerebbe che nol consentan l’ora e le forze. Pure mestieri è che le cose più rilevanti vi sien conte. Festa era questa che celebravano i Terapeuti, in una delle solennità religiose che resta difficile determinare, ma che ogni analogia ci persuaderebbe essere i _Tabernacoli_. E dove si celebrava cotesta festa? Si celebrava, dice Filone, nell’aula del chiostro che lor serviva di Tempio. Colà si riuniva la numerosa famiglia dei Terapeuti, e indossata ognuno la bianchissima stola, sedeva ad una mensa, donne ed uomini separatamente da ambo i lati, dove tutti prendevano cibi parchissimi, d’onde carne e vino erano assolutamente banditi, ove ministravano quei _Liberi_ di cui vi discorsi, ed ove i sacri ragionamenti allietavano ed istruivano i commensali. Soddisfatto il bisogno del corpo, ognuno levavasi. Il Presidente intonava un Inno alla gloria di Dio composto da esso o da qualcuno dei predecessori, e tutta la compagnia lo cantava con lui, quindi i giovani recavano in mezzo una tavola, per memoria di quella ch’era in Gerosolima nel vestibolo del Tempio; quindi i balli, e al ballo uniti e suoni e canti; e ballo e canto protraevasi insino a giorno. All’alba, tutti come un sol uomo volgevansi al sole nascente, e supplicato da Dio il buon giorno e la luce della verità, ognuno si ritirava nella sua cella ove riprendeva le usate occupazioni. Questa è la festa che narra Filone, e questo è il fatto che vuole essere adesso paragonato alla storia che di una gran festa ci han trasmesso i Rabbini. Qual’è questa festa? Ella è quella che si celebrava, dice la Misnà, (_in Succà_) nei vespri del primo giorno dei Tabernacoli, e che fama altissima lasciò di sè in tutta la Rabbinica Enciclopedia sotto il nome di _Simhat bet Ascioaba_ e di cui il nostro _Simhat Attora_ non è che pallida copia e debile reminiscenza. Dove si celebrava il Simhat bet Ascioaba? Si celebrava in quella parte del Tempio che si chiamava _l’Atrio delle donne_ perchè alle donne era quello il limite assegnato, che non poteano valicare. In quell’atrio, dice la Misnà, stabilivasi _grandissimo ordine, Ticun gadol_. Che vuol dire quest’ordine, dice il Talmud? Vuol dire, risponde, che l’atrio stesso in due parti era diviso ove uomini e donne potuto avrebbero assistere alla festa separatamente. Ma quanto splendido non c’è descritto l’apparecchio! specialmente perciò che riguarda i candelabri, i doppieri, i lampadari infiniti che gettavano per ogni parte del Tempio, degli atrî e di tutta la montagna d’intorno, torrenti di luce. Vi basti dire, dice la Misnà, che non v’era casa, non cortile, comecchè distante dal Tempio in Gerosolima, che un raggio non ricevesse della sacra montagna che tutta pareva divampare in un mare di fuoco. Piacerebbevi egli, o miei giovani, che ove conceduto ne fosse l’accesso, quelle aule visitassimo e quegli atrî santissimi? Orsù, entriamo ed osserviamo. Che spettacolo è questo! Non solo la vastissima sala splende per miriadi di luci, non solo un dolce suono mandano i Leviti, oggi in gran completo dalla loro numerosa e svariatissima orchestra, non solo il caro idioma dei sacri libri risuona in bocca agli astanti nelle lodi, negli inni che celebrano all’Altissimo; ma che cos’è quest’agitazione che veggo: sogno io o son desto? È pure un ballo! Un ballo nella casa del Signore! Un ballo che al canto si marita, si marita al suono istesso dei sacri strumenti, dei sacri cantici, e che pare ad un culto rivolto, ad un oggetto pur esso santissimo! Tersicore negli atrî del severo Dio di Solima non avrei pensato io giammai. Eppure è così. E chi sono i danzanti? giovani forse? adolescenti? pensate! Altro che giovani! Ravvisateli bene, sono venerabili aspetti, sono canuti, sono Dottori, sono le stelle più fulgide del Farisato, _ogni altro eccettuato_, dice Maimonide, sono essi soltanto, essi soli; sono, diciamolo una volta colle parole testuali della Misnà, sono due ordini di Dottori, i _Hasidim_ e i _Pratici_, sono essi i quali, in uno slancio di gioja celeste, in un’estasi di mistico amore, intrecciano dotte e mistiche danze, raffigurando nelle armoniche cadenze quello che gli antichi tutti vollero raffigurato nelle danze religiose, vuoi l’armonie delle sfere, vuoi l’armonia più segreta dell’animo umano e delle sue facoltà, vuoi insomma qualche altro consimile intendimento, che lungo sarebbe voler constatare. Sì, sono essi, sono i _Hasidim_, i _Contemplativi_ e gli _Anscè Maasè_, alla lettera i _Pratici_, i quali santificavano, riabilitavano nel culto del vero Dio le danze che narrava il Paganesimo dei Dattili, dei Telchini, dei Coribanti, delle Baccanti. Non sappiamo noi da Luciano egual costume appresso ai Greci? Non è il più bel premio di una mente culta e religiosa quello di potere riposare in una uniformità ammirabile tra il mondo Ebraico e il fiore del Paganesimo? Non abbiamo bisogno in mezzo a tante discrepanze, a tanti antagonismi, un po’ di armonia, un po’ di pace tra Ebraismo e Paganesimo che valgano a costatare che ogni filo non era spezzato tra l’uno e l’altro? Oh! come è bello, per tanto, udire Luciano a descriverci le paganiche danze! «_La danza di Bacco_ (ei dice) specialmente nella Jonia e nel Ponto è esercitatissima; _e vi ballano persone nobilissime e i principali della città, che lungi d’averne punto rossore, si compiacciono meglio di questo esercizio, che della nobiltà degli uffici e della dignità dei maggiori._» (ed. Capol., vol 3, 206) Non par egli udire l’apologia di David che danza innanzi l’arca, e i Dottori che lo imitano nella festa della _Scioaba_?[68] Sublime invero, santo Coribante R. Simon Ben Gambliel, il quale, dice il Talmud, quando tripudiava nel tripudio della Scioaba, otto faci teneva in mano e l’una e l’altra successivamente scagliava in aria e tutte in cadenza regolarmente riafferrava, senza che niuno dei moti complicatissimi fallisse il segno. Ma non solo io li veggo con ordinate movenze menare un ballo, ma parole io odo e canti dal labbro loro sgorgare. Che parole son coteste? Porgete l’orecchio e l’eco lontano ne addurrà la Misnà—Dicono i Contemplativi, dicono i Pratici che incanutiti eran nella fede, nello studio—_o felice gioventù, che la vecchiezza nostra non fai arrossire!_ Ma altri pure altra lode proferiscono, e lode diversa—Che lode è questa? _Felice vecchiezza, che il fallo emendasti di gioventù._
È questa la festa, e questo il ballo, e queste sono le parole della _Scioabà_. Qui separate le donne,—qui il tempio convertito in sala da ballo,—qui musica, qui canto, qui ballo e qui infine cantanti e danzanti; chi? I _Hasidim_ e _Anscè Maasè_, cioè quei due ordini che abbiamo superiormente veduto per altri fatti moltissimi corrispondere al doppio essenico ordine di _Pratici_ e _Contemplativi_, che da Filone nella succitata descrizione della festa ci vengono nella stessa attitudine raffigurati, nello stesso luogo, allo stesso oggetto, nell’atto istesso di cantare e ballare. Ma quando avviene questa festa? Avviene di notte, avviene durante una festa religiosa, e di notte e durante una festa religiosa quella avveniva da Filone descritta. E quanto dura la festa? Tutta la notte, dice Filone, sino all’alba spuntata; e tutta la notte risponde per la sua, la Misnà; e ne fa fede—non vaga lontana tradizione, ma uno degli assistenti, uno dei santi danzatori, quell’eccellentissimo Dottore che i colleghi soprannominavano grecamente lo _Scolastico scolastica deoraità_: io vo dire _R. Ieosciua Ben Hanania_ il quale nel Talmud si esprime così: _Dice Ribbi Ieosciuah Ben Hanania quando gioivamo nella festa della Scioaba_ (che sublime mestizia in queste parole. Il tempio non era più!) _non vedevamo_ (traduco a verbo), _non vedevamo sonno cogli occhi nostri: e come? La prima ora del giorno pel sacrifizio cotidiano, di là all’orazione mattutina, di là al sacrifizio addizionale, di là all’orazione dei Musafim, di là alle accademie, di là alla mensa festiva, di là ai vespri, di là al sacrifizio vespertino, e di là sino al mattino seguente nei tripudi della Scioabà._ Ed anche in questo, voi lo vedete, la festa di Alessandria e quella di Solima procedean conformi. Che facean poi al mattino? Per quei di Alessandria così dice Filone: _All’alba tutti volgonsi verso il sole nascente, e pregano Dio che conceda loro una buona giornata e la luce della sua verità_. Così gli Alessandrini. Che cosa facean in Solima? La Misnà ce ne ha serbata fedelissima memoria. _Al canto del gallo_, ella dice, _il corno mandava un triplice suono,[69] e così suonando e strepitando, procedeva la comitiva muovendo verso la porta che guarda ad Oriente. Giunti che erano alla porta che guarda ad Oriente, volgeansi tutti da Oriente a Occidente; e così diceano: I padri nostri che vissero in questo luogo volgeano, come dice Ezechiele, il tergo alla casa del Signore e la faccia loro indirizzavano ad Oriente, all’astro del giorno: ma Noi a Jah sono rivolti i nostri occhi_; e ripetevan dicendo: _Noi a Jah, ed a Jah i nostri occhi_.
Che cosa vedete qui? Tutto procedere appunto come tra i Terapeuti procedeva; tranne una cosa, la parte a cui si volgeano. Gli _Ebrei_, i _Dottori_, _gli Esseni_ di Palestina, memori della profanazione che i loro proavi fatto avevan del tempio del Signore, l’idolatrico culto introducendovi delle stelle del cielo, memori dell’attitudine che prendevano nell’adorazione del maggiore astro, che Ezechiele descrive e rinfaccia; giunti ch’erano al punto in cui dovevan pregare, prendevano la contraria positura e il tergo volgeano al sole nascente e gli occhi miravano e la persona al Santo dei Santi che la parte più occidentale occupava del santuario. Pegli Ebrei invece, pei Terapeuti Alessandrini avveniva il contrario. Fosse che a guisa di tutti quelli che vivono fuori di Terra Santa, a guisa nostra anch’oggi, si volgessero nel pregare ad Oriente, fosse che inesatta giungesse loro contezza del modo di pregare della Metropoli, fosse eziandio che il lungo soggiorno dello Egitto, la lunga conversazione cogli infedeli, la diuturna separazione dal cuor della fede, facesse prendere al loro culto una tinta d’Idolatria, siccome l’eco ne perdurava e perdura in scrittori gravissimi che l’adorazione del _Sole_ gli attribuiscono; fatto è, che in questo sol punto tra il culto Essenico di Palestina e quello dei Terapeuti d’Egitto tu ravvisi un’antitesi. Del resto, la somiglianza non potrebbe più esser perfetta, e sopratutto non potrebbe più che in questa festa spiccare il doppio ordine di _Pratici_ e _Contemplativi_ che fu mio officio sinora mostrarvi nella _storia_, nella _discussione_, negli _atti_, nel _culto_, com’ora vedeste degli antichi Dottori.—E quindi sempre più splendida sorgerà quella conclusione che viene dimostrata perpetuamente dalla nostra esposizione; la identità dell’Istituto degli Esseni colla parte più dotta e più santa del Farisato.
LEZIONE DECIMAQUARTA.